giovedì 8 ottobre 2015

falegname




Da piccolo mio figlio credeva che fossi un falegname.
Ancora oggi io credo che fare il falegname sia uno dei mestieri più belli, e quindi è un peccato che io non lo sia stato veramente, o forse è proprio questo non esserlo stato che mi fa sembrare questa nobilissima arte (che va oltre il mestiere) come tanto desiderabile.

Ovviamente idealizzo, non metto in conto la ripetitività, le difficoltà, la fatica, e penso solo all’aspetto creativo. Magari fosse così, e ogni lavoro permettesse di essere liberi, veramente liberi, pur rispettando le necessarie indicazioni e regole. Fosse vero non esisterebbero oggetti prodotti in serie tutti uguali tra loro, ognuno sarebbe un pezzo unico, e solo le macchine ci darebbero telefoni tutti identici, sedie indistinguibili e auto che si confondono una con l’altra, tanto da farci sbagliare, a volte, nel riconoscere la nostra.

Sarebbe una cosa nuova, oppure un ritorno ad un passato non troppo lontano, meno ossessivamente ed ansiosamente spinto alla velocità ed alla superficialità. Da una catena di montaggio uscirebbero televisori “creativi”, ognuno con qualche particolare diverso o con un telecomando dotato di personalità. Ad esempio questo potrebbe decidere che siamo troppo stupidi per una certa trasmissione, e valutare che invece dovremmo prima capire meglio alcuni argomenti, trattati in altri programmi. Non male, no?.

Ma non posso distrarmi troppo, ed applicare, letteralmente, anche in questo caso mentre scrivo, l’anarchia che mi fa andare alla deriva.
Parlavo del falegname perché vorrei esserlo ogni volta che vedo un oggetto di legno ben costruito, che rispetta la materia viva del quale è composto, che si fa accarezzare come un gatto che ci concede il privilegio. Dimentico quanti telai di finestre o mobiletti in serie è costata quella libertà, o la difficoltà di avere quel tempo e quel lavoro. E dimentico che pure io, con gli anni, ho smesso di costruire tanti oggetti, che non sono tanto abile come vorrei, e che per ottenere certi risultati, oltre a talento e creatività, servono anche spazi e strumenti, cioè attrezzature.

Mi vien ancora da sorridere quando penso alla faccia ammirata di un collega al mio annuncio che avevo finito il mio piano di lavoro. Lui pensava alla programmazione annuale, cioè ad un documento, io invece gli stavo dicendo che avevo costruito un tavolo, robusto, in cantina, sul quale poi avrei potuto lavorare con trapano, martello, levigatrice e sega a nastro. Rimase stupito quando gli spiegai che aveva capito male, colpa dell’ambiguità di certe parole.  Eppure il legno, ancora oggi, mi affascina, e sono convinto che il mondo abbia perso molto quando mi ha indirizzato verso altre strade.

Mi restano ancora molte cose da costruire, tenute da parte per anni, in qualche spazio della mente che contiene tutte le cose da fare, i progetti che aspettano solo di essere realizzati: un puzzle ad incastro, una scatola tornita, magari in melo, una vetrinetta, piccola, un teatrino con il sipario, le quinte ed il fondale, tanti attrezzi da cucina, ed una replica della poltrona di emergenza, quella di Le Corbusier, in multistrato marino da 25 mm, ma senza viti, solo ad incastro, esattamente come l’aveva immaginata lui.

                                                                                                        Silvano C.©   


(La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

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