giovedì 30 marzo 2017

Mille lire


Questa te la devo raccontare.

Ieri stavo ad una riunione di condominio più importante delle solite con informazioni da ricevere su vari temi vitali. Non sei mai venuta e queste riunioni, mandavi sempre me, che poi ti raccontavo tutto. Ora non posso farlo come succedeva una volta, ma te la voglio raccontare lo stesso così. So che mi leggerai, in qualche modo.

Le cose, malgrado le immancabili paure che qualche cosa possa andare storto all’ultimo minuto, sembrano aver imboccato la via giusta. Dopo quattro anni (che per alcuni sono cinque) sarebbe pure il caso. Forse riusciamo a venire fuori dalle conseguenze di un terremoto che ci ha colpiti pesantemente, togliendoci la serenità per molto tempo. Ribadisco scaramanticamente il forse. Ne saresti felice. Sai quanto ci tenevo. Mi spiace però dirti che ora che ci tengo molto meno di prima. Senza di te molte delle mie motivazioni sono venute meno. Per ora resto a vedere cosa succederà nel breve periodo, fingerò che tutto vada secondo i piani, e intanto, con i prossimi anni, capirò meglio cosa sarà giusto fare.

Ti dicevo comunque che stavo a questa riunione. Al solito, dopo un po’, mi sono annoiato di stare seduto ed ho iniziato a camminare, sul fondo della sala, ascoldando ed intervenendo raramente, ogni tanto, quando era necessario. Ad un certo punto mi sono toccato la tasca posteriore dei pantaloni ed ho avvertito una strana consistenza cartacea. Ho pensato ad un tagliandino rimasto nascosto per caso. Ho messo la mano dentro la tasca per capire e ho estratto una banconota di mille Lire.

L’ho guardata stupito. Ma come è possibile? È dal gennaio 2002 che in Italia c’è l’Euro, che ci permette di girare ovunque o quasi in Europa senza bisogno di avere banconote diverse per ogni Paese visitato. E questa vecchia banconota da quanto tempo stava nella tasca? I pantaloni poi li uso da pochi giorni, recuperandoli da una serie che da anni non mettevo più, perché nel frattempo avevo messo su qualche chilo.
Quindi io sono dimagrito, e a suo tempo ho lavato questi miei pantaloni (perché ho sempre curato io il lavaggio) e tu me li avevi stirati ed appesi (perché eri tu sino a qualche mese fa che stiravi, in casa). Nessuno dei due si è accorto di questi soldi, che sono rimasti almeno quindici anni nella tasca.

Quindi anni fa erano vivi i miei genitori, anche se mia madre già stava male. Erano vive molte persone, poi scomparse. Eri viva tu, Viz. Ed ora quando esco ho i pantaloni stirati da te. Nell’armadio inoltre ho molte camicie invernali ed estive che mi ha stirato tu, del resto, e non mi va ancora di metterle. Conservano la tua presenza.

So che è una perfetta idiozia ma questo mi serve ancora, mi aiuta e mi fa compagnia, come mi serve potertelo raccontare, o venirti a trovare dove non sei, o sistemarti un campanellino in modo diverso, o metterti un piccolo uovo decorativo pasquale di legno, colorato e vivace. Penso anche ad alte cose, a dire il vero, ma non ho molta fretta di realizzarle. Intanto ci penso, e tu non pensare di cavartela con un campanellino ed un ovetto. Ciao, Viz


                                                                        Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

martedì 28 marzo 2017

Homo faber


L’impossibilità di fermare l’azione, la necessità di reindirizzarla dopo un momento di smarrimento e la volontà di mantenere ogni riferimento con il nostro progetto, cascasse anche il mondo, sono la fase attuale. Agire mi aiuta e fermarmi mi uccide.
Ti ho coinvolta spesso in imprese che probabilmente avresti lasciato perdere, ti ho costretta a percorrere strade e sentieri anche quando eri stanca, e, siine consapevole, ma so che lo sei, eri tu che mi facevi muovere con maggior energia e soddisfazione, anche quando ci capitava di litigare appunto per la mia fretta e il mio voler arrivare prima.
Non saresti stata la stessa, io non sarei mai stato lo stesso.
Mi verrebbe voglia di scrivere una dedica a te. Già ho iniziato a farlo, per chi mi conosce di più, ma è ormai uno stato di fatto, anche nella intestazione di questo blog. Io non sono un grande regista o un grande scrittore che si può permettere, nelle sue pagine o nei titoli di apertura o di coda, di scrivere: dedicato a… tuttavia questo mio blog da oggi è dedicato a te.
Inoltre considera sempre la tua eventuale assenza come una mia gentile concessione, o peggio, distrazione. Non ti concedo di riposarti neppure adesso. Ora, secondo certa modalità di comunicazione consolatoria, tu stai riposando. Ma chi lo pensa non mi conosce, non ci conosce.

La necessità di agire e costruire o demolire, spostare e aggiustare, adattare e reinventare e, sempre, valutare cosa ne avresti pensato, è un aiuto formidabile. Per certi aspetti è un passatempo, ed in questo caso sembra che il tempo che passa giochi a nostro favore. Agire e fare di persona poi mi rende meno bisognoso di aiuto esterno, quindi poi posso permettermi, col poco che risparmio, qualche piccolo lusso. Inoltre se mi stanco poi dormo meglio, e magari ti deciderai di venirmi a trovare in sogno, una buona volta. Forse ti rompo già abbastanza le scatole di giorno, per ora, ed hai deciso di aspettare. O invece sei già passata più di una volta e poi l’ho scordato, chi lo sa.

Ora sai benissimo che non riesco a stare fermo, ed ho iniziato a pensare ai grandi lavori che mi aspettano. Tu non mi potrai criticare o consigliare direttamente, lo so. E non potrai neppure vedere ogni cosa quando tutto sarà finito. Alcune tue scelte sono state già esaudite però, e altre in seguito lo saranno, anche quelle che non hai avuto il tempo di esprimere. Per ora non mi annoio. Sono mesi che non mi annoio. Qualche volta la burocrazia è decisamente troppa, a tal proposito, ma poco alla volta ne esco, ne usciremo tutti.

Dedicato a te, Viz.

                                                                       Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

lunedì 27 marzo 2017

Il baratro

La sensazione è quella di vivere in una specie di bolla senza tempo, fuori anche dallo spazio. Le persone vengono avvertite come filtrate, attutite, deformate da trasposizione e immaginazione, oltre che da preconcetti e pregiudizi. Si avverte in lontananza il rumore come di una cascata di enorme potenza che è bene lasciare a debita distanza per non essere attirati nello spostamento d’aria che genera. Prima di tutto per non farsi trascinare nella sua folle corsa verso il basso, verso le rocce del fondo, e poi per evitare anche gli spruzzi, o l’acqua nebulizzata, capace di infettare come un batterio aerobico tutto ciò che incontra attraversando l’aria.

Dentro c’è sicurezza, tutto continua come prima, si opera la negazione del reale e la reazione obbligata è la fuga dalle persone, almeno in certi momenti della giornata. Il dialogo impossibile continua come se fosse naturale, il tempo passa ma lo si ignora e si vuol tornare alla situazione precedente. Ogni fase che si attraversa del difficile cammino sull’orlo del baratro si avverte come una liberazione e anche come una minaccia. Liberazione dal dolore ma contemporanea minaccia di perdere in modo definitivo un legame che si vuole mantenere, fissato, inalterabile ed inalienabile, trasformato in monumento.

Ogni reazione ha suoi tempi fisiologici e patologici. Il baratro è oggettivo. Caderci è soggettivo. Capire se si sta cadendo o se semplicemente si sta camminando sul bordo, al suo limite, perché così è naturale che avvenga, è dato alla sensibilità di ognuno. Forse qualcuno nasce con un bagaglio di difese innate e si allontana dal pericolo senza bisogni particolari mentre altri necessitano di stimoli esterni. Impossibile dare regole, come già ho scritto sul tema, siamo nel caso della più completa individualizzazione delle risposte possibili.

Certo che dover ammettere la necessità di un nuovo progetto e buttare al macero anni di preparazione per qualche cosa che non avverrà più non è facile. Prima di tutto è ingiusto, perché occorre salvare tutto quanto è recuperabile ed è necessario mantenere il rispetto per chi ha condiviso il progetto. E poi è difficile. Fa uscire allo scoperto dopo che ci si era costruito un comodo rifugio, ed esattamente mentre è scoppiato un temporale fortissimo.

Nel gorgo che si genera in una vasca piena d’acqua quando si toglie il tappo sul fondo nulla sfugge di quello che è imprigionato nel liquido o vi galleggia sopra. Solo alzandosi sopra la sua superficie non si è raggiunti dalla forza del gorgo e si può osservare a distanza la rovina senza esserne toccati. La rovina è visibile, percepibile, intuibile, ma rimane sotto, sotto controllo. È un equilibrio spesso precario e da ripristinare appena ci si sbilancia, o da correggere appena si avverte maggior forza dentro di noi.

E da dove viene la forza che ci potrebbe salvare allora? Io una mezza idea me la sto facendo.

                                                                             Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

domenica 26 marzo 2017

la brevità


Non ci si abitua, sembra innaturale, si pensa di essere eterni mentre chi ci stava vicino sino a pochi giorni, mesi o anni prima ora non c’è più. Questo, se la logica deve portare a qualche considerazione, dovrebbe farci capire che siamo qui per caso, per gentile concessione, in scadenza anche se non sempre la data di scadenza è visibile.
Tuttavia la logica non basta. Verrebbe voglia di invidiare l’incoscienza presente nel mondo animale e vegetale (che i tassinomisti mi perdonino), ma si è ciò che si è, non ci sono alternative.

È il senso del limite che dovrebbe prevalere in ogni nostra considerazione, la consapevolezza che il tempo da vivere, fosse anche lunghissimo, sarebbe sempre breve. In un momento di ottimismo mi viene da pensare a che cosa è rimasto di chi è già andato via. Cosa è restato dei comuni mortali intendo, che non hanno scritto opere memorabili, non costruito cattedrali, non scalato vette impossibili, non raggiunto gloria in terra.

Nella loro (e nostra, ovviamente) brevità hanno lasciato dentro di noi la loro memoria, tanto più forte quanto più ci sono stati accanto. Di alcuni conserviamo ricordi piacevoli, abbiamo un’opinione positiva, e siamo molto vicini a quello che erano, proviamo empatia, vorremmo mantenere vive le cose che loro amavano, seguirne le orme, dimostrare di averne appreso la lezione.
Con altri, capita, che abbiamo criticato, non capito e giudicato male, non siamo per nulla disposti a scordare. Alcuni erano stronzi in vita, perché non dovremmo pensare che lo fossero ora che sono morti?

E si ritorna al senso della brevità, e di quello che la rende meno breve. Vivere in modo da curare solo il proprio io ed il proprio interesse a cosa porta se non a restare nella memoria come dei perfetti egoisti? Una persona che conoscevo viveva sopra le righe, senza limitarsi e sprecando inutilmente. Non era ricca, ma viveva come se lo fosse. Non si curava di mangiare e bere in modo sano e moderato, e una sua frase che ricordo è: ma perché devo vivere da malato per morire sano? Alla fine però è riuscita a far impazzire quasi tutti quelli che le stavano accanto, che la dovevano sopportare. Ed ha avuto, oltretutto, una lunga vita da rompiscatole. Un’altra persona che ora ricordo per contrasto ha vissuto preoccupandosi di lasciare qualche cosa, ha accettato sacrifici e si è concessa pochi lussi. Per ironia della sorte ha vissuto meno a lungo della prima, a dimostrazione che non esiste alcuna giustizia in questo; la sola che ci rimane possibile è come noi ricordiamo.

Ed allora, se solo questo mi è concesso, io mi permetto di pensare che non tutti i morti meritino lo stesso mio rispetto. Alcune persone non le ricordo con piacere neppure dopo anni, e mi lasciano ben poco dolore dentro per la loro perdita. Per altre la nostalgia, il dolore ed il rimpianto non sono mai sufficienti. C’è una morale in tutto questo? Non lo so. Tu trovala, se ti va.
                                                                                           Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

sabato 25 marzo 2017

assurdamente


In modo incredibile, indefinibile, senza limiti e condizioni.
In ogni momento del tempo e fuori dal tempo, per sempre.
Come un pesce che nuota nell’acqua più limpida, libero da ogni vincolo ed ostacolo.
Come un uccello che vola alto nel cielo e si lascia trasportare dalle correnti d’aria, indifferente e lontano.
Come il bambino che riceve il regalo che sperava da tanto di avere ma inaspettatamente, senza preavviso.
Durante l’amore, dopo l’amore, confondendo e immaginando, senza desiderare nulla di più.
Instancabilmente, al di là di ogni pur minima preoccupazione.
Tanto da pensare che sia troppo, da dire quasi basta ma senza averne la forza.
Senza paura.
Dimenticando ogni dolore.
Esattamente come ricevendo l’invito ad una cena tra le persone più belle, dove ti aspettano i tuoi piatti preferiti.
Come vivere prima della partenza di un viaggio tanto a lungo programmato, sognato, immaginato.
In modo porco, sregolato, invidiato e non necessariamente capito.
Immensamente.
Pazzamente.
Assurdamente, così ti vorrei felice.

"We love you madly"


                                                                       Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

venerdì 24 marzo 2017

il dubbio

 Le esigenze fortissime e inconciliabili sono due.

La prima, che sento come irrinunciabile, è quella di mantenerti con me. Lo devo a te ed a me stesso, lo devo a nostro figlio. Quello che gli altri ricorderanno, di te, mi riguarda solo in parte. Io intendo ricordarti e mantenere i segni, anche quelli minimi, che mi hai lasciato in casa e fuori, nei luoghi che abbiamo visto e vissuto, in quelli della felicità e della sofferenza, della speranza e della perdita di ogni speranza. La cosa non è assolutamente indolore, come è facilmente intuibile, ma l’avverto come un dovere che non posso tradire, pena lo stare pure peggio.
Mi auguro sia come dicono e come leggo, che il tempo stenda un velo di pietà, che nulla sparisca ma che ogni attimo da vivere mi diventi meno faticoso e distruttivo. Non ci sono regole da seguire né consigli validi universalmente, sembra. Bisogna vivere e andare avanti, ed aspettare che le cose accadano, come vorranno e verranno.

La seconda è ovvia, necessaria, già anticipata logicamente. Occorre che riprenda a vivere dopo il tremendo colpo ricevuto in modo da rendere giustizia e valorizzare il regalo e l’onore della vita. Per fare una battuta, su un sito dove si parla di elaborazione del lutto, si dice più o meno chiaramente che è da evitare il suicidio. E vorrei pure vedere. Il suicidio mi sembra una soluzione un po’ troppo drastica, anche se ha l’indubbio merito di essere definitiva. No, la via deve essere diversa, ovviamente, ed occorre andare avanti, trovare cose nuove, abbandonare eccessivi richiami al passato. Rimuovere le macerie e ricostruire nuovamente come dopo un sisma.

Ed allora ecco il dubbio: quale delle due esigenze appena illustrate deve avere la priorità?   Io non intendo rimuovere più di tanto. Non voglio evitare i luoghi. Non intendo far finta di non vedere e modificare il mio consueto percorso in strada, oppure lasciare abitudini, obiettivi di fondo e modo di pensare. Non intendo neppure cambiare casa o auto. Intendo aggiornare tutto quello che naturalmente sarà da aggiornare, sostituire i fogli del calendario, buttare un mobile se sarà da buttare, comprare quello che di nuovo mi potrà servire, ma non intendo cancellare il ricordo di una vita per superare prima il dolore. Che il dolore resti, se non posso evitarlo, e che mi resti il dubbio su cosa sarebbe giusto fare, in mancanza di altre soluzioni praticabili. Se queste col tempo arriveranno, e le giudicherò ragionevoli e rispettose per te, andranno bene. In caso contrario aspetterò ancora, e vedrò di capire meglio, ovviamente quando io, e solo io, lo deciderò.
E i consigli, le parole degli amici? Sono regali, sono suggerimenti, sono vie possibili, sono sicuramente stimoli positivi e mi fanno capire che non vivo un’eccezione nel panorama delle sventure che possono capitare.
Io però, e sempre lì torno, aspetto e ti chiedo ancora consiglio, Viz.

                                                                           Silvano C.©  
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giovedì 23 marzo 2017

Un dialogo non è un monologo


È vero che a volte parlavo da solo, e continuo a farlo.

Parlavo col televisore, e quello non mi dava ascolto. Un televisore solitamente non è interattivo, ed Augias o Mentana non mi hanno mai risposto quando io ho espresso osservazioni su una loro opinione.

Ho discusso con la lavatrice, e con altri elettrodomestici, ottenendone scarsa soddisfazione.

Tanti anni fa, mentre stavo facendo lavori da solo in un appartamento vuoto, litigavo idealmente con uno pseudoamico e gli rinfacciavo le cose che non mi andavano. Poi ci siamo persi di vista, credo con identica indifferenza da parte di entrambi per il rapporto che finiva.

Quando vado in giro camminando mi capita di parlare al telefono. Ammetto che non mi piace vederlo fare ad altri, ma poi ci casco pure io. In casa, se telefono, devo interrompere qualche cosa mentre invece se sono fuori e cammino per conto mio non devo cucinare, o leggere, o martellare, quindi posso farlo esattamente come quando passeggio con qualcuno e ci discuto. Questo non è parlare da solo.

Se mi capita di farlo veramente mentre sono in giro sto molto attento a non farmene accorgere, quindi massima attenzione nel limitarmi solo a pensare e non a recitare un monologo a voce alta.

E poi ultimamente dialogo, con te. Ne sento il bisogno, devo dirti alcune cose e sentire la tua opinione, immaginarla almeno, avere sostegno per una decisione, raccontarti quello che è successo e continuare tutto quello che abbiamo sempre fatto. Qualcuno immagina sia un monologo, sembrerebbe logico, ma non lo è. È un vero dialogo, e mi richiama ad impegni che devo rispettare, a promesse fatte, a incarichi che mi hai assegnato, a tuoi desideri che devo realizzare. E intanto affronto le novità di questo periodo, vedo il realizzarsi di progetti a lungo sognati, e mi spiace solo che tu non possa vederli con i tuoi occhi. La cosa mi fa rabbia, e molta, ma poi me la faccio passare. Tu sapevi sempre aspettare che mi passasse. Ciao, Viz.

                                                                         Silvano C.©  
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datemi silenzio

Chiedo silenzio, non sempre e non ovunque, certo, ma più silenzio.

Lo chiedo sui sentieri di montagna o sulle spiagge, dove si va per ascoltare la natura e non le moto fuoristrada, la musica ad alto volume o le discussioni altrui invadenti e fastidiose. Per anni, quando avevo la fortuna di andare all’estero, cercavo di stare alla larga dall’italico idioma contando sul fatto che, essendo per nulla poliglotta, non capivo i discorsi di chi mi stava vicino quindi non mi facevo distrarre né innervosire dalle troppe stupidaggini o che altrimenti sarei stato costretto a seguire. Amo il mio prossimo, ma non troppo prossimo.

Vorrei il silenzio in strada, senza troppo rumore di traffico almeno in certe zone, o senza urla al cellulare o discorsi a voce altissima. Voglio poter pensare anche ai fatti miei e non essere obbligato all’invasione di quelli altrui, se non sono in vena. Stiamo diventando una società di sordi?

Mi piacerebbe un volume basso pure nei bar, nei ristoranti, nei supermercati, ed ovviamente nelle librerie e nelle biblioteche. Negli ultimi due casi sembrerebbe logico, ma non è sempre così. Qualcuno proprio non la vuol capire. È bello sentirsi vivi, tra la gente, nella vita che pulsa e progetta e racconta e ride e trasmette emozioni. Un po’ invidio alcuni che vivono perfettamente dentro tutto questo, ma poi serve anche stare con sé stessi.

Mi piacerebbe nei luoghi di vacanza e nei luoghi di vita ordinaria, dove si resta tutto l’anno. Mi piacerebbe che gli appartamenti fossero costruiti, anche, in modo da non obbligare a sentire il televisore o le sfuriate dei vicini, e magari neppure i gemiti dell’amore. Sarebbe bello se nei campeggi i televisori e tutti gli strumenti per diffondere suoni fossero bloccati, e se i cellulari non avessero campo. Ricordi quante volte, un tempo, ci si spostava da una piazzola ad un’altra, quando questo ancora era possibile, al solo scopo di evitare i rompiscatole troppo vicini?

È bello ascoltare i discorsi degli altri, parteciparvi, essere coinvolti, alla sola condizione che non diventi un’imposizione a tutti, che nessuno vi si possa sottrarre in certi momenti ed in certe condizioni.

Mi piacerebbe sentire la tua voce quando credo che tu mi parli, quando esco e ti penso, quando tento di ritornare indietro a momenti felici e quando scatta implacabile la mia strana gelosia, insofferente di ogni intrusione, fosse pure di un amico che in tutti gli altri momenti mi farebbe piacere. Ciao, Viz


                                                                                 Silvano C.©  
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mercoledì 22 marzo 2017

1246


Come vuoi essere ricordato negli anni che verranno, quale immagine credi che ti rappresenti di più? Non ignori, immagino, che ciò che tu vedi non coincide con quello che vedono gli altri, e la tua risposta è abbastanza inutile, perché è priva di senso la domanda.

Chi ti conosce pensa di te una parte della verità che ti riguarda, solo una parte. Anche mettendo assieme tutti coloro che hanno avuto la ventura di conoscerti il quadro complessivo che ne uscirebbe sarebbe parziale, esattamente come lo è la tua impressione su te stesso.

Non esiste una sola versione della narrazione, e poi valuta anche un altro aspetto che complica la questione, l’età. Sei il ragazzino cicciottello che non sa giocare a calcio, sei il maniaco solo parzialmente realizzato, sei il buon padre di famiglia, l’impiegato stimato ed apprezzato da tanti, l’organizzatore di incontri e viaggi, il bambino adulto che gioca ancora e non vuol crescere, il vecchio che si lamenta e si chiude in sé stesso, l’uomo felice anche senza sapere di esserlo, quello con la barba o quello senza?

Non puoi scegliere. Sei tutti loro, e anche molto meglio e molto peggio. La vita è topologia, non geometria euclidea. Come hai anche solo pensato di fermare un movimento, fotografarlo spacciandolo come l’assoluto, e definire tu il tuo ritratto finale? Nessuna autobiografia è oggettiva completamente, e ovviamente nessuna biografia.

Guarda come sono pieni di immagini fissate ed irreali i camposanti, quindi incomplete. Pensa alle cartelle cliniche degli ospedali, ai fascicoli personali raccolti negli archivi, alle valutazioni scolastiche ottenute negli anni, a tutti i dati raccolti da ogni tipo di associazione e continuando ancora ad ogni singola parola che ti riguarda e ti descrive. Quella è solo una parte della verità.

Anche tu non sfuggirai alla semplificazione che ti vorrà descrivere ignorando la tua complessità. Alla fine sarai in scala, e difficilmente sarà 1:1, ma 1:10000 magari, e molti particolari spariranno nel nulla. Come vuoi essere ricordato allora? Credo che ti converrebbe vivere ora, mentre hai la possibilità di essere 1:1, e non pensare a quello che sarà domani. Tanto, credimi, non sarà come ti piacerebbe.

1296 è solo il numero di questo post. Cosa pensavi che potesse essere?
                                                                       Silvano C.©  
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martedì 21 marzo 2017

attesa


Attendo, nella vita credo di non aver mai fatto altro. Attendo l’ora di pranzo, attendo in sala di aspetto, attendo che tu arrivi, attendo che il tempo passi e mi faccia accettare la realtà che tu non arriverai, attendo il momento nel quale verrò dove non sei, attendo che giunga la sera a portare pace, attendo il nuovo giorno con le sue novità, con i suoi cicli che si ripetono, attendo quel risultato, attendo una mail, attendo il tecnico che dovrebbe arrivare e risolvere un problema, attendo che venga il sole e che sbocci la natura, attendo la pioggia annunciata, attendo di poter rientrare nella vecchia casa dopo tanto tempo, attendo con un po’ di paura la prossima estate, che però non mi coglierà impreparato, attendo un po’ di serenità e attendo segni da non so dove.

E mentre attendo, vivo, a modo mio. Evito e cammino. Mi fermo e sorrido ma non cerco. Mi impegno in ciò che sino a pochi mesi fa mi interessava molto, ed ora tento di recuperare. Vivo sospeso, senza una meta se non con obblighi contingenti e burocratici. Vivo, malgrado tutto, e credo sia giusto che ogni cosa sia andata così. Non credo che la morte sia bella, non so neppure se è brutta, so solo che quando lei arriva la vita se ne va. Tu l’hai conosciuta, e hai lasciato la vita. So che è difficile da dire o forse da capire, ma è meglio così. Accetto di vivere senza di te. Accetto di vivere e di non farti toccare il dolore assurdo di una perdita; non ci sono alternative. Non ho dovuto scegliere, per fortuna. Tutto è avvenuto come era destino. Forse lo accetto, so che è giusto così: che tocchi a me restare, e che questo ti sia risparmiato.

Però non accetto di vivere senza di te, almeno non ancora. Ho mentito. Non ti lascio andare e ti parlo. Ogni giorno del calendario mi ricorda tre mesi fa, sei mesi fa, un anno fa, due anni fa… Ogni nuovo giorno mi riporta da te, che non ti allontanerai tanto facilmente. Ciao, Viz.

                                                                   Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

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