domenica 20 settembre 2026

A volte fotografo troppo

Il luogo lo ricordo bene e non vi associo bei ricordi. Mio padre era ancora vivo e mia madre era morta da diversi anni. Lui era seguito da una badante. Era un pomeriggio di Natale, forse, comunque uno di quei giorni. Ero da solo in giro, faceva freddo e il morale stava a livello stradale, eppure volevo camminare, forse per capire sino in fondo che le cose non andavano come avrei voluto, o semplicemente perché dovevo scaricarmi muovendomi. Lui era in casa nostra e non aveva voluto uscire, credo, tu eri lontana per le nostre tipiche feste separate, quelle che non auguro a nessuno ma che, magra consolazione, potevamo telefonarci. Anni dopo non sarebbe più stato possibile, solo pochi anni dopo. Il luogo è non lontano da un grande parcheggio dove in precedenza ci stava il mercato comunale. Avevo la fotocamera quasi sicuramente e quel giorno, o un altro, avevo scattato foto alle pareti di alcuni edifici nella zona con murales particolari, non belli e non brutti. Le foto le ho ancora e, adesso, non mi va di andare a cercare dove le ho messe, in quale cartella, se mi andrà in futuro lo farò. Perché lo ricordo bene quel luogo, e proprio adesso mi torna alla mente? Forse, mi rispondo senza sicurezza, è per farmi capire che non era tutto bello, che alcune cose vanno lasciate al loro tempo, anche se il loro tempo era già passato mentre erano vive. Ora che però sono morte, sono scritte nel mio passato e in quello di nessun altro, solo nel mio. Se quelle cose (foto, memorie, pensieri) le rimuovessi, una volta per tutte, una alla volta, forse sarebbe pure meglio. Quasi nulla di ciò che è passato dovrebbe restare troppo a lungo, probabilmente dovrei fare delle scelte, e impormele.

                                                                                                                              Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

sabato 19 settembre 2026

Trovarne è difficile

Che poi normali tu ne frequenti? Io no, neppure io lo sono, che mi conosco abbastanza bene e da anni, da quando ne ho avuto consapevolezza. Appurato e concordato di me, e ci vuol poco, sorvolo su di te, che già avermi scelto e sopportato non depone a tuo favore. E tua sorella, che tuo padre temette cadesse preda di una setta? E mio fratello, che lasciò una posizione sicura per un crescente nulla? Confrontavamo mio padre e tua madre, pensavamo a quanto lui fosse tirato e attento con le spese e quanto tua madre comprasse e facesse invecchiare tristemente prosciutto di prima qualità, che a vederne le carte avvolte con le fette sottili in frigorifero facevano rabbia, come le confezioni di generi vari nel frigorifero di mio padre che erano state comprate già scadute, perché costavano meno. E tuo padre, che con la scusa di pescare si allontanava da casa portandoti con sé perché avrebbe voluto un figlio maschio, o mia madre, che una volta fuggì veramente? Normali nessuno, solo persone che raccontano la loro visione del mondo, la loro personale, e che si compiacciono di trovare chi è malato come loro o, se non malato, con idee condivise. Abbiamo bisogno di amore, dicono, di sentirci accettati, capiti, considerati, riconosciuti per il nostro ruolo e valore. E se col tempo gli amici di allora non li capisco più, se è avvenuto qualcosa che ha fatto vacillare la vicinanza? Allora ci si allontana, prima comincia uno dei due, magari a tradimento, poi l’altro capisce e si adegua. Si può pensare che occorra sposarsi perché, da medico, serve una donna che risponda al telefono. Si può sentirsi rispondere non vengo a teatro, grazie, non mi va, poi si scopre che viene lui, quello interessante più di me, e allora ti ritrovo malgrado il tuo rifiuto iniziale. Si possono offrire alcuni giro in giostra sull’autoscontro a qualche ragazza solo per poter dire anch’io. Si può preferire la famiglia degli altri per scoprire, solo più tardi, che ogni famiglia è così, non va invidiata o imitata, si deve semplicemente accettare la propria, che non è la peggiore. Si può aver frenesia di vivere, andare, fare, fuggire sempre ovunque che dopo morti non si potrà più andare. Si deve dubitare poi, assolutamente, di chi ha il figlio migliore con una posizione invidiabile raggiunta solo con le sue forze, e iniziare a non soffrir più chi si racconta compassionevole con amici che stanno morendo. Capita anche che ti si dica che non vivi, e magari non sa nulla di te, come stai invece tentando di vivere. Si deve dubitare sempre, che di certezze ne conosco sempre meno, quasi nessuna.

                                                                                                                              Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

venerdì 18 settembre 2026

Ci sono case dove si riposa

A contarla non conviene mica, anche se lo faccio da tempo, da anni, troppi. Conviene fare altro, smettere di fantasticare come se il bello fosse tutto andato e che domani non succederà nulla di interessante. Cambiamenti che mi piacerebbero però, ancora, non ne vedo. Contarla sempre allo stesso modo, senza vie d’uscita, è deleterio e poi bisogna porvi rimedio. Ma mica come chi, vecchio ormai, si ritrova con altri vecchi, sai che allegria, l’anticipo del ricovero, o della casa di riposo, o peggio della residenza sanitaria per anziani, chiamata con l’acronimo RSA che suona più ufficiale, anche se dentro resta sempre lo stesso odore. Conviene piuttosto andare dove ci stanno giovani, che se si hanno nipotini forse viene naturale ma non tutti li hanno. In questo senso capisco i vecchi uomini che vanno con ragazze molto giovani, che un po' fanno tristezza e rabbia perché in qualche caso abbandonano o tradiscono chi non lo merita ma non fanno che seguire il bisogno dovuto a regressione quasi infantile di non invecchiare. Ho detto quasi perché, da bambini si vuole diventare grandi e poi, da grandi, succede questo. Che poi questi vecchi invecchiano, è evidente, ma a loro sembra di no se attorno hanno chi è giovane, pensano di mimetizzarsi, se la raccontano, e non sentono chi li critica o semplicemente li prende per il culo. E capisco allo stesso modo le vecchie che cercano ragazzi giovani, anche se sono meno, mi sembra cosa meno diffusa. Triste pure loro però se i motivi sono gli stessi. E se conto di quando andavo per luoghi di mare, anche se non sono mai stato marinaio, solo sulla costa, su spiagge anche non vicine a casa, è che vorrei tornarci con chi dico io, non con chi magari andai che adesso non lo farei più allo stesso modo, meglio da solo. Il fatto è che la voglia di andare in realtà la perdo ogni giorno di più. E anche quell’appartamento non l’ho perduto da poco ma da anni, perché è da anni che non era più come prima, anche se mi pareva. Del resto qui vivo anche senza, faccio le cose di sempre. Le persone non le vedevo quasi più neanche prima, inutile cercare capri che non ci sono, era già così, non è successo tutto alla fine di luglio. E poi sono fortunato, ho chi seguire, è un impegno che devo onorare, ora che non puoi più tu lo posso fare io, sinché ne avrò la possibilità. Ala faza dal v’scec e dla v’sciàssa.

                                                                                                                              Silvano C.©

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giovedì 17 settembre 2026

Vai via

Tu vai (sei andata) via. Io vado (andrò) via. Alcuni momenti sono noti (a me) altri no. Nel presente esiste la memoria di quello che è stato e l’attesa (il timore, la speranza) di quanto avverrà. Purché finisca bene, ma non avverrà, non per tutti, e questa è un’ingiustizia della quale non sono responsabile se non in misura limitata e per pochissimi. Da piccolo quale sono mi lego a cose che potrei lasciar andare a che non contano nulla. Un po' come una gondola in plastica comprata con le lucine che allora si accendevano e poi si sono scaricate le batterie. Ma veramente l’ho posseduta? Ora mi vengono dubbi, forse era a casa dei miei, una vita fa, oppure l’ho vista in altre case. Quello che conta è che si va via, e ancora di più conta che, prima, si era arrivati e qualcuno ci aveva visti e che su di noi aveva puntato le sue carte. Vecchi giochi, insomma, io che non ho mai giocato per denaro e che al massimo, quando dovevo, erano 10 Lire, e mi spiaceva pure perderle. Chissà se è così l’amicizia, forse l’amore, che si deve puntare forte e rischiare di perdere tutto. Ma se non lo si fa non si vive, e un po', ogni tanto, occorre vivere, non solo sopravvivere nella routine e nella memoria. Irreparabilmente comunque conservo la memoria di quanto ho vissuto.

                                                                                                                              Silvano C.©

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mercoledì 16 settembre 2026

Una credenza non è Dio, e neppure una bicicletta, o una macchina per cucire

Quei lampadari li scegliemmo assieme, e alcuni li ho abbandonati a Ferrara. Strano, se mi pensi e ancora hai la pazienza di osservarmi, chissà se lo fai, che a casa nostra, qui a Rovereto, avevamo ancora in certi angoli semplici lampadine al posto di punti luce più curati. Eppure quella di Ferrara doveva essere la nostra seconda casa, non la prima. E in effetti a lungo l’abbiamo usata come rifugio per i pezzi di arredamento che qui non ci andavano più, per ciò che non volevamo buttare e conservare per sempre. Il sempre - che non è mai però - ha fatto sì che lasciassi la macchina da cucire di mia madre, la bicicletta un po' scassata di mio padre, quella credenza datata che però comprammo a Riva del Garda, chiaramente usata, e a lungo, dopo averla restaurata, fu nel nostro appartamento a Rovereto. Ci venne venduta da conoscenti che, non escludo, ci fecero la cresta, e io l’ho lasciata, non ho neppure tentato di guadagnarci. Sarebbe stata poca cosa, del resto, non era un mobile di pregio anche se in legno massello, ma era più adatta a una cucina anni quaranta, non ai tempi attuali. Una credenza non troppo diversa da quella fa arredamento in una pizzeria sotto casa, ma le cose vanno così. Qualcuno vende di tutto in rete, cose vecchie che sembra interessino, io non ci provo neppure. Non so fare questi affari, non ci sono portato, preferisco lasciare o regalare, che magari chi ne ha bisogno può approfittarne. E così, per tornare a quanto dicevo all’inizio, un paio di quei lampadari, o meglio, un lampadario e una plafoniera, li ho portati e li ho sistemerò qui, e saranno ricordi di Ferrara e di quanto a lungo pensammo assieme a quell’appartamento questo mi terrà compagnia. Del resto non posso conservare tutto, è già molto se conservo la memoria di quanto ho vissuto.

                                                                                                                              Silvano C.©

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martedì 15 settembre 2026

Fotografare e legarsela al dito

Sono stato a visitare e a fotografare la chiesa di San Lorenzo, quella che vedo tutti i giorni in alto sulla montagna, sopra Castel Noarna e un po' più a sinistra, che sembra così essere più verso di me mentre invece si trova più a nord, ci sono stato, dicevo, nei giorni che precedevano di poco il look down, la chiusura di tutto e tutti. Ho fotografato i festoni e le casette pronte per il carnevale imminente, atteso e poi annullato. Niente festa. E niente andrà tutto bene, come qualcuno cominciò da lì a poco a dire e a scrivere. Alle donne di un forno non lontano da casa, dove andavo perché i grissini li facevano buoni, adesso non lo so, che avevano esposto questa scritta - andrà tutto bene - spiegai che non sarebbe andato tutto bene perché molti avrebbero perso o già avevano perduto irreparabilmente l’attività che gestivano, che molte famiglie erano state aggredite dal lutto, che la vita di tutti ne era stata duramente provata, che la società si stava incattivendo con persone contrarie anche alle elementari norme di buonsenso, che da quel momento non sarebbe più stato possibile entrare come prima in uffici e palazzi e istituzioni se non con nuove limitazioni. Io spiegai quasi tutte queste cose a quelle donne ma la scritta rimase a lungo in vetrina, visibile a chiunque passava per strada. Da quel momento non sono più entrato in quel forno, e dei grissini non sento la mancanza, e sono passati anni. A conferma che non sarebbe andato tutto bene basta ricordare cosa sta succedendo in questi ultimi tempi. Ma di questo non posso far loro una colpa, mi basta il loro atteggiamento poco rispettoso nei confronti di chi era stato già colpito per legarmela al dito da allora e a mantenermela legata. Poi non sono più salito a vedere quella chiesa da vicino, era un periodo che fotografavo le chiese non lontano da casa, poi ho smesso, qualcun altro le faceva forse meglio di me, quelle foto, e non mi andava di competere con nessuno. Adesso che tante cose sono cambiate, che le fotografie hanno altri soggetti, che ormai a Ferrara non ci tornerò più come prima, che i miei archivi lentamente invecchiano anche se, nostalgicamente, ogni tanto cercherò nelle varie cartelle immagini che vorrei rivedere mi creo attività diverse, vedo sempre meno gente e telefono meno e ricevo sempre meno telefonate. Non so se passerà questa nottata, quando avverrà e cosa farò dopo. Tu Viz forse lo sai, io ancora no.

                                                                                                                              Silvano C.©

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lunedì 14 settembre 2026

Sapori e profumi di cucina

Che noia mangiare sempre le stesse cose. Adesso però, che le vorrei ancora, non so più come trovarle. Per anni sono ingrassato per nostalgia, per portare anche fisicamente dentro di me i sapori e gli odori di alcuni luoghi, di alcune persone, di una mia proiezione immaginaria sulla realtà che esisteva ma, allo stesso tempo, spariva irreparabilmente. Di certi momenti della mia vita conservo il ricordo di alcuni cibi, di alcuni piatti, ad ognuno saprei accostare persone e tempi precisi. La pasta e fagioli, la cotoletta, le patate fritte in casa con aglio e rosmarino, la polenta, i sughi d’uva, la pasta aglio e oglio, e mi fermo perché vorrei quasi piangere. La maggior parte delle persone che mi hanno fatto conoscere per la prima volta questi piatti ormai non ci sono più, neppure quelle della mia generazione, invecchio e questo comporta delle conseguenze spiacevoli. Raccontare per ricordare e far ricordare forse è meglio che mangiare per ricordare e ingrassare, ma sono le due facce di un’identica medaglia. Tento o di trovare già cucinati questi piatti oppure mi azzardo a provare a farli rivivere, e a volte alcune persone, così, un po' ritornano. Quasi come quando io cucinavo e tu sorridevi ché qualcosa di buono lo avevo ottenuto. Solo che tu non torni, e non tornano i miei e tutti quelli che ho perduto.

                                                                                                                              Silvano C.©

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