Quei lampadari li scegliemmo assieme, e alcuni li ho abbandonati a Ferrara. Strano, se mi pensi e ancora hai la pazienza di osservarmi, chissà se lo fai, che a casa nostra, qui a Rovereto, avevamo ancora in certi angoli semplici lampadine al posto di punti luce più curati. Eppure quella di Ferrara doveva essere la nostra seconda casa, non la prima. E in effetti a lungo l’abbiamo usata come rifugio per i pezzi di arredamento che qui non ci andavano più, per ciò che non volevamo buttare e conservare per sempre. Il sempre - che non è mai però - ha fatto sì che lasciassi la macchina da cucire di mia madre, la bicicletta un po' scassata di mio padre, quella credenza datata che però comprammo a Riva del Garda, chiaramente usata, e a lungo, dopo averla restaurata, fu nel nostro appartamento a Rovereto. Ci venne venduta da conoscenti che, non escludo, ci fecero la cresta, e io l’ho lasciata, non ho neppure tentato di guadagnarci. Sarebbe stata poca cosa, del resto, non era un mobile di pregio anche se in legno massello, ma era più adatta a una cucina anni quaranta, non ai tempi attuali. Una credenza non troppo diversa da quella fa arredamento in una pizzeria sotto casa, ma le cose vanno così. Qualcuno vende di tutto in rete, cose vecchie che sembra interessino, io non ci provo neppure. Non so fare questi affari, non ci sono portato, preferisco lasciare o regalare, che magari chi ne ha bisogno può approfittarne. E così, per tornare a quanto dicevo all’inizio, un paio di quei lampadari, o meglio, un lampadario e una plafoniera, li ho portati e li ho sistemerò qui, e saranno ricordi di Ferrara e di quanto a lungo pensammo assieme a quell’appartamento questo mi terrà compagnia. Del resto non posso conservare tutto, è già molto se conservo la memoria di quanto ho vissuto.
Silvano C.©
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