Più parole conosco, e più le utilizzo, più conservo la memoria linguistica e mantengo aperte alcune porte, altrimenti destinate a chiudersi e poi ad essere ricoperte di rampicanti, prima nascoste e poi definitivamente perdute. La scelta deve essere tuttavia consapevole del fatto che neppure le parole, pur se ripetute spesso, sono in grado di mantenere gli oggetti, i luoghi e le persone. Il calamaio, come oggetto, non lo vedo da decenni, e se continuo a scrivere la parola non per questo si riprenderà ad usarlo. Molto prima del calamaio è stata la tavoletta di cera a sparire, e anche se oggi ne parlo rimane un oggetto dimenticato, come una tomba in un angolo poco frequentato di un grande cimitero, ricoperta di piccoli arbusti cresciuti grazie all’assenza dei visitatori che all’inizio la curavano, morti pure loro. Non si può fermare il tempo, come spesso mi capita di ripetere. Mi sembra di essere parte della retroguardia di un esercito sconfitto e in ritirata. E non credo di poter farmi illusioni per il semplice fatto che non scrivo questo né su carta né su marmo, ma semplicemente come un insieme di informazioni in rete. Anche la rete immagino non sarà eterna. Ciao, Viz. Come vedi, per quanto conta, io ricordo.
Silvano C.©
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