sabato 12 settembre 2026

Mai avuta una bicicletta nuova

A guardare Google-Maps adesso cercando di ricostruire, tanti anni dopo, il percorso che i miei facevano in bicicletta per andare dalla casa a Cassana alla fattoria a Ponti Sette, che un tempo apparteneva alla famiglia Panato, di origine venete, mi ci perdo un po', e poi le case di allora o non ci sono più oppure non sono raggiungibili neppure da Google, se non dall’alto, zone private. Allora ero figlio unico, mia nonna restava a casa, a cucinare e a svolgere tutte le faccende domestiche, mio padre, mia madre e mio nonno andavano a lavorare sotto padrone, in campagna, e in estate mi portavano a volte con loro, caricato sul cannone della bicicletta di mio padre o mio nonno, ché ancora non ne avevo una mia. E le cosce e il culo, dopo un po', mi facevano tanto male che non sapevo come mettermi. Del resto non ho mai avuto biciclette mie, cioè tutte mie, comprate nuove per me. Ancora oggi non possiedo alcuna mia bicicletta nuova, solo usate, mentre a mio figlio ne ho comprate diverse. Gli anni cambiano, arriva il benessere. Dai Panato, mentre i miei lavoravano nei campi, io restavo sotto i filari di uva Fragola o di Clinto, e quell’uva non mi piaceva neppure. Girovagavo e mi mettevo anche in pericolo, nessuno mi stava alle costole a controllarmi, se non sono morto allora significa che non era destino. Conservo ricordi vaghi di un bagno in uno stagno o in un fossato con un paio di grosse camere d’aria per camion o trattore con ragazzini più o meno della mia età, erano maschi, femmine? Non lo so, entrambi credo, ed erano numerosi. Avevano il costume, le mutande o niente? Neppure questo ricordo, solo le enormi e scivolose camere d’aria nere. Da solo poi passavo sotto i grossi rimorchi con le stanghe per i buoi, pieni di punte di chiodi che spuntavano in basso, o rischiavo di finire in pozze con fango e acqua, oppure guardavo le galline e venivo infastidito da mosche e altri insetti ronzanti, mentre il caldo diventava pesante e l’ombra era necessaria. Giochi non ne avevo, usavo quello che trovavo, e la fantasia mi aiutava. Non avevo nulla ma non mi mancava neppure nulla.

                                                                                                                            Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

venerdì 11 settembre 2026

Cassana

Mi raccontavi favole, non ci credevo ma un po' invece sì, immaginavo i personaggi, le avventure belle e brutte, facevo il tifo per chi sapevo accusato ingiustamente che poi, però, avrebbe vinto diventando ricco. Era così, mi sembrava semplice. Quando avevo fame l’ora di pranzo o di cena non arrivava mai. Ogni caduta era una tragedia che, adesso, mi fa ancora sorridere pensandoci. Le vere tragedie cominciano diversamente e hanno altre conseguenze. Anche da piccoli si moriva, lo sapevo, me lo hanno detto e un po' non lo capivo, ma non esattamente. Lei, ad esempio, l’ho vista mentre veniva lavata nuda nada nel cortile, dentro una catinella di ferro zincato simile a quelle che usavano i miei per il bucato. È successo un paio di volte mentre passavo andando alla fontanella pubblica, mi aveva colpito perché nel mio caso quando mi lavavano lo facevano in casa, mai fuori davanti a tutti, come lei. Non la conoscevo però, abitavamo troppo lontani, addirittura un chilometro di distanza, troppo per la mia età. Un giorno mi hanno detto che era morta. Non capivo esattamente come e perché. Non ricordo se andammo al suo funerale, forse no, anche se a quei tempi usava andare ai funerali dei vicini. Tu intanto mi raccontavi favole e poi, lentamente, hai smesso di farlo, ero cresciuto troppo. Sono trascorsi anni, una settantina da quei giorni a Cassana. Un paio di volte, molto dopo, ti ho anche portato in Trentino, dove ormai mi ero trasferito. Poi, poco dopo il mio matrimonio, sei morto anche tu. Adesso sei rimasto a Ferrara, e il tuo nome lo porta mio figlio.

                                                                                                                            Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

giovedì 10 settembre 2026

Estati ormai finite

Noi si andava al mare, ma per cura, mica per divertirci. Il medico aveva detto ai miei che avevo bisogno di mare, e un anno nel quale i miei non potevano spostarsi mi mandarono in una colonia estiva a Igea Marina, e furono le settimane peggiori della mia vita di quel periodo. Non ricordo nulla di piacevole di quei giorni, solo compagnie che non mi andavano, l’inizio di scoperte sulla via di Onan, cibo che subivo e un clima da caserma, quasi peggiore di quello della vera caserma che avrei conosciuto molti anni più tardi, nel veronese. Noi andavamo al mare prima che nascesse mio fratello, e poi anche dopo, a Porto Garibaldi, in un piccolo appartamento in affitto dove solitamente stavamo io e mia madre. Mio padre arrivava il fine settimana perché lui, muratore, non poteva stare con noi gli altri giorni, e arrivava con la corriera. In spiaggia avevamo una tenda quadrata simile a quelle delle barche tenuta da un bastone e due picchetti, da spostare quando l’ombra si spostava, e due pericolose sedie a sdraio. Allora non c’erano gli ombrelloni nel bagno dove avevamo il posto, e di spiaggia libera sicuramente non si parlava. Eppure avremmo risparmiato se ci fossimo andati, ma evidentemente non usava o non si riteneva sicuro, non lo so. Non saprei dire adesso quanti anni durò, non troppi penso. Affittavamo dagli Arveda, un cognome locale molto diffuso. Allora non sapevo nuotare e una volta che mi aggrappai a un piede di mio padre, quando lui lo immerse, finii sott’acqua e bevvi, ad occhi aperti. Uno degli ultimi anni trascorsi quasi tutti i giorni da solo, guardando altri miei coetanei che giocavano, non lontano. Solo verso la fine della nostra permanenza, non so come, il ghiaccio estivo si ruppe e finii col divertirmi con questi ragazzini, in particolare con una ragazzina, chiedendomi perché non fosse successo prima. Ricordando quell’esperienza, molti anni dopo, quando con nostro figlio andavamo in campeggio e restavamo pochi giorni in qualche spiaggia, vedendo che solitamente lui giocava da solo, iniziavo a scavare buche o canali sul bagnasciuga attirando l’attenzione di altri bambini, che a quel punto erano pronti per giocare con nostro figlio, e io mi ritiravo. La cosa peggiore che ricordo delle prime volte a Porto Garibaldi è quel tristissimo costume di lana che, una volta bagnato si sformava e cadeva da tutte le parti. E neppure asciutto era un bel vedere, oltre a non essere per nulla comodo.

                                                                                                                            Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

mercoledì 9 settembre 2026

Chissà cosa è meglio, e chissà se è vero


-        Tu sei sempre uguale

-        E tu hai problemi di vista

Dialogo sintetizzato, nella realtà non molto più lungo. E non ho citato quello che ho pensato: Come è cambiata, invecchiata e smagrita. Questo è quello che posso ricordare della mia breve visita al mercato del martedì a Rovereto.

Tutti sono così. Si cambia, tutti cambiamo e invecchiamo, insopportabilmente e inesorabilmente. Alcuni con gli anni migliorano anche se oggettivamente si vede che sono invecchiati, altri manifestano visibilmente il crollo, senza scusanti o infingimenti. Poi devo dire che chi vedo in modo regolare sembra non cambiare, o mi pare farlo più lentamente, ma è solo un’immagine soggettiva. Incontrandosi capita di mentire gentilmente, ché buttare in faccia la verità, se si può, credo sia meglio evitare. Verso la fine però non si salva nessuno. Per farlo bisognerebbe morire presto, ancora giovani, col vantaggio di avere un funerale con tante persone che vengono a ricordare, a rimpiangere, a pensare quanta vita si sarebbe potuta avere, ancora. Morire vecchi è triste per i funerali semideserti, quasi tutti se ne sono già andati e sempre meno ricordano chi si era stati, negli anni vincenti.

                                                                                                                            Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

martedì 8 settembre 2026

libri

Taluni li potrei perdere e non perderei nulla.

Altri li leggo e sembra che sia facile scrivere così, mi viene il desiderio di fare lo stesso, pur non avendo la capacità e la genialità degli autori. Sembra sempre facile imitare chi scrive in modo leggero, comprensibile e immediato, quasi elementare. Il fatto è che molto più facile scrivere (e parlare) senza farsi capire, usando termini difficili senza motivo. In definitiva è difficile sembrare semplici.

Poi ci sono i monumenti, che quando mi capita di avvicinarmi so che posso solo inchinarmi e farmi emozionare, rapire e istruire. Certo, istruire, ché la mia ignoranza rimane talmente solida che nessuna grande biblioteca, anche se la consumassi tutta, potrebbe essere demolita.

Questi sono i libri, perché i libri parlano di persone, e le persone non sono tutte uguali.

                                                                                                                            Silvano C.©

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lunedì 7 settembre 2026

tutto o nulla

Nulla di serio, solo leggerezze e cose frivole, inutili per molti se non per tutti, questo conta. In altre parole, non conta nulla. Servono favole per sognare con zero ricadute e prive di una morale. Opere d’arte dal valore incomprensibile quotate in modo assurdo e comprate da chi presume di realizzare un investimento. Musica ascoltata oggi e dimenticata già domani, spreco di colonna sonora e di onde nell’aria. Libri autopubblicati che venderanno poche copie comprate per errore, poi mandati al macero. Discorsi lunghi, interminabili, fumosi per ambienti omologhi, ascoltati senza farli arrivare a livello di coscienza. Lunghi silenzi, mentre lo stormire delle fronde, al contrario, racconta della natura, quella sì che conta. Conta veramente, più di quanto realizzato come semplice riempitivo di ore vuote.

                                                                                                                            Silvano C.©

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domenica 6 settembre 2026

Ordine di valori

Cose importanti e no, pensieri che vale la pena di approfondire o che invece è meglio lasciar perdere, decisioni e preoccupazioni. Se vengo colpito da una malattia grave e incurabile cosa devo fare, a cosa devo dare importanza? Devo pensare a cosa avverrà dopo di me e quale sarà la mia eredità in senso lato, cosa che in effetti dovrei tenere come linea guida anche per tutti gli altri momenti della vita, visto che non ho certezze sul domani? Dubito di essere in grado di formulare ragionamenti coerenti e razionali in un caso del genere, mi limito a teorizzare, un po' come parlare del nulla in una sera dopo aver bevuto con qualcuno. Se un amico di nostro figlio ottiene o raggiunge un posto di lavoro più sicuro devo invidiarlo, fare confronti o mi conviene lasciar perdere, evitare anche consigli se non un semplice commento se richiesto, senza insistere su nulla? Tu non ci sei più ma cosa faresti al mio posto, se tu fossi rimasta senza di me, a cosa daresti maggiore importanza, alla tua salute, a quella di nostro figlio, alle scelte che lo riguardano, alle nostre scelte comuni? E sulla sua vita sentimentale, sulle sue amicizie te la sentiresti di intervenire? No, ovviamente, quello è territorio suo, esclusivo. Posso preoccuparmi, certo, essere felice quando lo sento tranquillo, accettare i suoi umori negativi e non intervenire, quella è la sua vita, non la mia. Quello che potemmo fare educandolo quando era piccolo lo facemmo, e sbagliammo pure, certo che sbagliammo, sembra sia inevitabile. Tu un giorno gli dicesti che non era un principino, chissà se allora ha capito il senso della tua frase. Lui del resto ha intuito relativamente presto che non sono un falegname, sorridi per favore. Evitare gli errori più grossolani e micidiali è un imperativo, anche se alcuni li ho commessi, e riguardo alle preoccupazioni non mi faccio mancare nulla. Se un giorno non ne ho mi chiedo cos’è che non funziona perché non mi appare tutto normale. Ma poi perché ti racconto tutto questo, tu dove sei? Dici che dovrei andare da uno psicologo? Lo feci, se ricordi. Una volta venni con te, ad Ala. E poi, quando mancasti, accettai l’offerta di una serie di sedute con una psicologa. La motivazione ufficiale era legata all’elaborazione del lutto, ma credo di essere ancora in fase di elaborazione, di non aver superato la faccenda. E sui valori importanti? Ci sto lavorando.

                                                                                                                            Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

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