martedì 15 settembre 2026

Fotografare e legarsela al dito

Sono stato a visitare e a fotografare la chiesa di San Lorenzo, quella che vedo tutti i giorni in alto sulla montagna, sopra Castel Noarna e un po' più a sinistra, che sembra così essere più verso di me mentre invece si trova più a nord, ci sono stato, dicevo, nei giorni che precedevano di poco il look down, la chiusura di tutto e tutti. Ho fotografato i festoni e le casette pronte per il carnevale imminente, atteso e poi annullato. Niente festa. E niente andrà tutto bene, come qualcuno cominciò da lì a poco a dire e a scrivere. Alle donne di un forno non lontano da casa, dove andavo perché i grissini li facevano buoni, adesso non lo so, che avevano esposto questa scritta - andrà tutto bene - spiegai che non sarebbe andato tutto bene perché molti avrebbero perso o già avevano perduto irreparabilmente l’attività che gestivano, che molte famiglie erano state aggredite dal lutto, che la vita di tutti ne era stata duramente provata, che la società si stava incattivendo con persone contrarie anche alle elementari norme di buonsenso, che da quel momento non sarebbe più stato possibile entrare come prima in uffici e palazzi e istituzioni se non con nuove limitazioni. Io spiegai quasi tutte queste cose a quelle donne ma la scritta rimase a lungo in vetrina, visibile a chiunque passava per strada. Da quel momento non sono più entrato in quel forno, e dei grissini non sento la mancanza, e sono passati anni. A conferma che non sarebbe andato tutto bene basta ricordare cosa sta succedendo in questi ultimi tempi. Ma di questo non posso far loro una colpa, mi basta il loro atteggiamento poco rispettoso nei confronti di chi era stato già colpito per legarmela al dito da allora e a mantenermela legata. Poi non sono più salito a vedere quella chiesa da vicino, era un periodo che fotografavo le chiese non lontano da casa, poi ho smesso, qualcun altro le faceva forse meglio di me, quelle foto, e non mi andava di competere con nessuno. Adesso che tante cose sono cambiate, che le fotografie hanno altri soggetti, che ormai a Ferrara non ci tornerò più come prima, che i miei archivi lentamente invecchiano anche se, nostalgicamente, ogni tanto cercherò nelle varie cartelle immagini che vorrei rivedere mi creo attività diverse, vedo sempre meno gente e telefono meno e ricevo sempre meno telefonate. Non so se passerà questa nottata, quando avverrà e cosa farò dopo. Tu Viz forse lo sai, io ancora no.

                                                                                                                              Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

lunedì 14 settembre 2026

Sapori e profumi di cucina

Che noia mangiare sempre le stesse cose. Adesso però, che le vorrei ancora, non so più come trovarle. Per anni sono ingrassato per nostalgia, per portare anche fisicamente dentro di me i sapori e gli odori di alcuni luoghi, di alcune persone, di una mia proiezione immaginaria sulla realtà che esisteva ma, allo stesso tempo, spariva irreparabilmente. Di certi momenti della mia vita conservo il ricordo di alcuni cibi, di alcuni piatti, ad ognuno saprei accostare persone e tempi precisi. La pasta e fagioli, la cotoletta, le patate fritte in casa con aglio e rosmarino, la polenta, i sughi d’uva, la pasta aglio e oglio, e mi fermo perché vorrei quasi piangere. La maggior parte delle persone che mi hanno fatto conoscere per la prima volta questi piatti ormai non ci sono più, neppure quelle della mia generazione, invecchio e questo comporta delle conseguenze spiacevoli. Raccontare per ricordare e far ricordare forse è meglio che mangiare per ricordare e ingrassare, ma sono le due facce di un’identica medaglia. Tento o di trovare già cucinati questi piatti oppure mi azzardo a provare a farli rivivere, e a volte alcune persone, così, un po' ritornano. Quasi come quando io cucinavo e tu sorridevi ché qualcosa di buono lo avevo ottenuto. Solo che tu non torni, e non tornano i miei e tutti quelli che ho perduto.

                                                                                                                              Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

domenica 13 settembre 2026

un amico, o un’amica

Non mi illudo inutilmente, vorrei evitarlo. Le vere amicizie, quelle assolute, destinate a durare sino alla morte e oltre, magari non esistono, o forse sì, rischio di offendere qualcuno, o la sua memoria, e non è giusto. I primissimi anni infantili non contano, almeno per me, quel periodo è trascorso e non mi ha portato nessuno da allora. Il tempo della prima apertura al mondo, relativamente lungo, mi ha portato esperienze e amici che poi ho scordato, anche perché mi sono spostato di casa e li ho perduti. Andati pure loro. I frequenti trasferimenti hanno giocato a sfavore, credo, e anche il mio recente abbandono di Ferrara sta dando un ulteriore colpo, o, sarebbe meglio dire, l’occasione di un chiarimento necessario. Se a questo proposito telefono a qualcuno per esprimere una sorta di condoglianze per la perdita di una persona conosciuta superficialmente troppi anni fa non significa che intendo rinverdire quell’amicizia per me conclusa da tempo, anche se ricevo inviti o offerte di visite, sono cose imbarazzanti se da parte mia non sono sentite, e purtroppo in questo non so mentire molto bene, abbozzo. Credo che basti lasciar decantare perché idee in sospensione si depositino, nuovamente. Ho avuto un vero e solo grande amico, ma la natura del nostro rapporto è cambiata irreparabilmente una sera, molti anni fa, ed ho pianto, poi ho riallacciato ma non è mai più stato come prima. Certe rotture non le riparo neppure se metto oro nelle crepe, come si fa in Giappone per i piccoli oggetti. Il parabrezza dell’auto incrinato devo sostituirlo, non basta ripararlo, non si può. L’amicizia non ritorna quella di prima, non si ripara in alcun modo, e quando si è rotta è andata per sempre. L’amica più importante l’ho perduta quasi un anno fa, lei credo sia stata la sola amica che non mi ha mai tradito in alcun modo, lei credeva nell’amicizia, ha costretto anche me a farlo. Era solo amicizia? Forse no, con una donna non so mai se ci può fermare all’amicizia, resta un mistero.

                                                                                                                              Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

sabato 12 settembre 2026

Mai avuta una bicicletta nuova

A guardare Google-Maps adesso cercando di ricostruire, tanti anni dopo, il percorso che i miei facevano in bicicletta per andare dalla casa a Cassana alla fattoria a Ponti Sette, che un tempo apparteneva alla famiglia Panato, di origine venete, mi ci perdo un po', e poi le case di allora o non ci sono più oppure non sono raggiungibili neppure da Google, se non dall’alto, zone private. Allora ero figlio unico, mia nonna restava a casa, a cucinare e a svolgere tutte le faccende domestiche, mio padre, mia madre e mio nonno andavano a lavorare sotto padrone, in campagna, e in estate mi portavano a volte con loro, caricato sul cannone della bicicletta di mio padre o mio nonno, ché ancora non ne avevo una mia. E le cosce e il culo, dopo un po', mi facevano tanto male che non sapevo come mettermi. Del resto non ho mai avuto biciclette mie, cioè tutte mie, comprate nuove per me. Ancora oggi non possiedo alcuna mia bicicletta nuova, solo usate, mentre a mio figlio ne ho comprate diverse. Gli anni cambiano, arriva il benessere. Dai Panato, mentre i miei lavoravano nei campi, io restavo sotto i filari di uva Fragola o di Clinto, e quell’uva non mi piaceva neppure. Girovagavo e mi mettevo anche in pericolo, nessuno mi stava alle costole a controllarmi, se non sono morto allora significa che non era destino. Conservo ricordi vaghi di un bagno in uno stagno o in un fossato con un paio di grosse camere d’aria per camion o trattore con ragazzini più o meno della mia età, erano maschi, femmine? Non lo so, entrambi credo, ed erano numerosi. Avevano il costume, le mutande o niente? Neppure questo ricordo, solo le enormi e scivolose camere d’aria nere. Da solo poi passavo sotto i grossi rimorchi con le stanghe per i buoi, pieni di punte di chiodi che spuntavano in basso, o rischiavo di finire in pozze con fango e acqua, oppure guardavo le galline e venivo infastidito da mosche e altri insetti ronzanti, mentre il caldo diventava pesante e l’ombra era necessaria. Giochi non ne avevo, usavo quello che trovavo, e la fantasia mi aiutava. Non avevo nulla ma non mi mancava neppure nulla.

                                                                                                                            Silvano C.©

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venerdì 11 settembre 2026

Cassana

Mi raccontavi favole, non ci credevo ma un po' invece sì, immaginavo i personaggi, le avventure belle e brutte, facevo il tifo per chi sapevo accusato ingiustamente che poi, però, avrebbe vinto diventando ricco. Era così, mi sembrava semplice. Quando avevo fame l’ora di pranzo o di cena non arrivava mai. Ogni caduta era una tragedia che, adesso, mi fa ancora sorridere pensandoci. Le vere tragedie cominciano diversamente e hanno altre conseguenze. Anche da piccoli si moriva, lo sapevo, me lo hanno detto e un po' non lo capivo, ma non esattamente. Lei, ad esempio, l’ho vista mentre veniva lavata nuda nada nel cortile, dentro una catinella di ferro zincato simile a quelle che usavano i miei per il bucato. È successo un paio di volte mentre passavo andando alla fontanella pubblica, mi aveva colpito perché nel mio caso quando mi lavavano lo facevano in casa, mai fuori davanti a tutti, come lei. Non la conoscevo però, abitavamo troppo lontani, addirittura un chilometro di distanza, troppo per la mia età. Un giorno mi hanno detto che era morta. Non capivo esattamente come e perché. Non ricordo se andammo al suo funerale, forse no, anche se a quei tempi usava andare ai funerali dei vicini. Tu intanto mi raccontavi favole e poi, lentamente, hai smesso di farlo, ero cresciuto troppo. Sono trascorsi anni, una settantina da quei giorni a Cassana. Un paio di volte, molto dopo, ti ho anche portato in Trentino, dove ormai mi ero trasferito. Poi, poco dopo il mio matrimonio, sei morto anche tu. Adesso sei rimasto a Ferrara, e il tuo nome lo porta mio figlio.

                                                                                                                            Silvano C.©

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giovedì 10 settembre 2026

Estati ormai finite

Noi si andava al mare, ma per cura, mica per divertirci. Il medico aveva detto ai miei che avevo bisogno di mare, e un anno nel quale i miei non potevano spostarsi mi mandarono in una colonia estiva a Igea Marina, e furono le settimane peggiori della mia vita di quel periodo. Non ricordo nulla di piacevole di quei giorni, solo compagnie che non mi andavano, l’inizio di scoperte sulla via di Onan, cibo che subivo e un clima da caserma, quasi peggiore di quello della vera caserma che avrei conosciuto molti anni più tardi, nel veronese. Noi andavamo al mare prima che nascesse mio fratello, e poi anche dopo, a Porto Garibaldi, in un piccolo appartamento in affitto dove solitamente stavamo io e mia madre. Mio padre arrivava il fine settimana perché lui, muratore, non poteva stare con noi gli altri giorni, e arrivava con la corriera. In spiaggia avevamo una tenda quadrata simile a quelle delle barche tenuta da un bastone e due picchetti, da spostare quando l’ombra si spostava, e due pericolose sedie a sdraio. Allora non c’erano gli ombrelloni nel bagno dove avevamo il posto, e di spiaggia libera sicuramente non si parlava. Eppure avremmo risparmiato se ci fossimo andati, ma evidentemente non usava o non si riteneva sicuro, non lo so. Non saprei dire adesso quanti anni durò, non troppi penso. Affittavamo dagli Arveda, un cognome locale molto diffuso. Allora non sapevo nuotare e una volta che mi aggrappai a un piede di mio padre, quando lui lo immerse, finii sott’acqua e bevvi, ad occhi aperti. Uno degli ultimi anni trascorsi quasi tutti i giorni da solo, guardando altri miei coetanei che giocavano, non lontano. Solo verso la fine della nostra permanenza, non so come, il ghiaccio estivo si ruppe e finii col divertirmi con questi ragazzini, in particolare con una ragazzina, chiedendomi perché non fosse successo prima. Ricordando quell’esperienza, molti anni dopo, quando con nostro figlio andavamo in campeggio e restavamo pochi giorni in qualche spiaggia, vedendo che solitamente lui giocava da solo, iniziavo a scavare buche o canali sul bagnasciuga attirando l’attenzione di altri bambini, che a quel punto erano pronti per giocare con nostro figlio, e io mi ritiravo. La cosa peggiore che ricordo delle prime volte a Porto Garibaldi è quel tristissimo costume di lana che, una volta bagnato si sformava e cadeva da tutte le parti. E neppure asciutto era un bel vedere, oltre a non essere per nulla comodo.

                                                                                                                            Silvano C.©

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mercoledì 9 settembre 2026

Chissà cosa è meglio, e chissà se è vero


-        Tu sei sempre uguale

-        E tu hai problemi di vista

Dialogo sintetizzato, nella realtà non molto più lungo. E non ho citato quello che ho pensato: Come è cambiata, invecchiata e smagrita. Questo è quello che posso ricordare della mia breve visita al mercato del martedì a Rovereto.

Tutti sono così. Si cambia, tutti cambiamo e invecchiamo, insopportabilmente e inesorabilmente. Alcuni con gli anni migliorano anche se oggettivamente si vede che sono invecchiati, altri manifestano visibilmente il crollo, senza scusanti o infingimenti. Poi devo dire che chi vedo in modo regolare sembra non cambiare, o mi pare farlo più lentamente, ma è solo un’immagine soggettiva. Incontrandosi capita di mentire gentilmente, ché buttare in faccia la verità, se si può, credo sia meglio evitare. Verso la fine però non si salva nessuno. Per farlo bisognerebbe morire presto, ancora giovani, col vantaggio di avere un funerale con tante persone che vengono a ricordare, a rimpiangere, a pensare quanta vita si sarebbe potuta avere, ancora. Morire vecchi è triste per i funerali semideserti, quasi tutti se ne sono già andati e sempre meno ricordano chi si era stati, negli anni vincenti.

                                                                                                                            Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

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