sabato 11 luglio 2015

il Sex Party Club e la piazzetta della Concordia



Una voce fuori campo annuncia il suo nome e quando sposta la tenda e sale sul piccolo palco, circondato da 5 archi concentrici di piccoli tavolini e sedie, la sala è quasi al completo. La maggioranza del pubblico è maschile ma non mancano diverse donne, come tradizionalmente avviene in particolare durante i fine settimana al “Sex Party Club Segreto”.
All’inizio del suo numero Titù si presenta con un abbigliamento quasi da impiegata, severo e grigio, e con gli occhiali che indossa la si potrebbe benissimo scambiare per un’insegnante, una manager, un’avvocata… Scende sempre dal palco, per i primi minuti, e gira tra i tavolini, sfiora i maschi già eccitati, ammicca alle donne, assaggia da un bicchiere che un ragazzo magro e imbarazzatissimo tiene tra le mani, per giocare un po’ con lui. 
Non protrae oltre l’attesa però e risale sul palco. La musica ora aumenta di volume e inizia a ballare ed a spogliarsi, senza fretta, con calma quasi indolente e mosse che conosce bene, che ha eseguito mille volte. Sa mettere in risalto ciò che ai maschi piace, e quando non indossa quasi più nulla ritorna di nuovo tra il pubblico, sfiorando tutti come un predatore che annusa le sue prede. Qualcuno allunga una mano, è una sorta di consuetudine, e lei lascia fare. Si allontana solo se si sente infastidita, e in ogni caso si tratta di pochi secondi, perché è molto abile in quel gioco che un po’ le piace, purché rimanga sotto il suo controllo.
Per la parte finale del suo numero è di nuovo sul piccolo palco, dove ora è apparsa una sedia che prima non c’era. In pochi movimenti si sfila gli ultimi indumenti e finalmente è del tutto nuda. Usa la sedia per muoversi, sedersi e poi alzarsi, mostrarsi in tutte le posizioni per quindici lunghi minuti, sino a quando la voce fuori campo ripete il suo nome, come a chiedere applausi che però non arrivano. Lei saluta sorridendo, mentre la luce si abbassa, e scompare dietro la tenda.

Lo cacciano quasi a pedate, ubriaco da far schifo, i pantaloni sporchi del suo vomito e macchiati da una larga chiazza della sua urina. Si trascina nel parco, non troppo lontano da quel locale pieno di rumore e fumo, con una musica alta che disturba i vicini che però non dicono nulla e, attorno, prostitute, spacciatori, magnaccia e  piccoli delinquenti. Ogni tanto la polizia passa, ma raramente si ferma. L’ultima volta che una pattuglia ha bloccato un paio di ragazzi, un italiano ed un senegalese, con addosso qualche grammo di roba, il giorno dopo quelli erano di nuovo in libera uscita, e adesso, quando la stessa pattuglia passa, perché è di turno, loro, e tanti altri, sembra ridano dei poliziotti. Andrea intanto sta male sul serio, non ha una casa dove tornare, e neppure in quel bar di emarginati viene accettato. Si allontana quanto basta perché le luci di un faretto non lo mostrino a un chilometro di distanza e si nasconde sotto una specie di grosso cespuglio, tra i rifiuti, e si addormenta.

Walter, perché pensa di essersi chiamato Walter, tanto tempo prima, si sta sistemando in quella vecchia auto abbandonata dove ormai si rifugia da tre mesi. Le coperte che ha recuperato da una campana di abiti usati sono ormai luride e puzzolenti, ma adesso non servono, non fa freddo. Con la buona stagione fare il barbone non è neppure troppo male, e per mangiare ormai sa come organizzarsi. Della sua vita precedente con moglie e figli conserva tracce solo in certi incubi ad occhi aperti. Pensa a fatica che la moglie ad un certo punto è sparita. Non potrebbe dire però se è scappata e per quale motivo: colpa sua, un amante, stanca di fare la cameriera di tutti?  Forse è morta. E se è morta non ne ricorda certamente le circostanze. In ogni caso non c’è più. Poi lui ha perso il lavoro, quello se lo ricorda bene, e poi…e poi nulla…Lui ha lasciato gli amici o gli amici hanno lasciato lui. Lui ha scordato i figli o i figli lo hanno scordato. Ora non fa differenza.

Quando Sonia esce dal retro del locale sono già passate le due di notte. Non le piace camminare da sola in quella zona isolata; ha già avuto due brutte  esperienze che vorrebbe evitare di ripetere. Tiene una mano nella borsetta, e in pugno stringe la bomboletta. In un minuto è alla sua auto, parcheggiata in un piazzale ben illuminato, e si rilassa; nessuno attorno. Sale e parte verso il suo monolocale, in periferia. È preoccupata perché quel lavoro, per certi aspetti sicuramente schifoso, è una fonte di guadagno alla quale non sa rinunciare, e le trasmette emozioni non propriamente innocenti ma indubbiamente anche momenti piacevoli. All’inizio pensò che non ci sarebbe mai riuscita, e le prime volte furono veramente difficili, dovendo vincere molte resistenze dentro di lei. Da quasi due anni però si è abituata, e trova il lavoro un modo per liberare il suo lato oscuro, al quale ora non vorrebbe rinunciare. Ed è preoccupata perché dovrà farlo invece, tra non molto. Aspetta un bambino, è al terzo mese, e non vuole abortirlo. Tra un mese, forse due, non spera in tre, non potrà più salire sul palco. Sa che la sua vita cambierà, lo sa e per adesso non vuole pensarci. Parcheggia l’auto nel suo posto, nel piano interrato del condominio, sale con l’ascensore e in meno di venti minuti è a letto che dorme.

Ha deciso di andare davanti ad un supermercato per chiedere l’elemosina, ma non resiste neppure cinque minuti. Due che controllano il posto lo fanno allontanare mostrandogli un coltello che per un attimo brilla al sole. Non è gradito come concorrente al recupero delle monete nei carrelli o come questuante che infastidisce chi potrebbe comprare una cintura, un bracciale etnico o un portafogli in pelle conciata male. Vaga per la strada, raccoglie un mozzicone di sigaretta non consumata sino in fondo, poi trova una lattina abbandonata su un muretto. La scuote, c’è ancora birra, la beve. Arriva ai giardinetti, trova un panchina libera, si siede, e alcuni bambini che stavano giocando vicini vengono fatti allontanare dai genitori. Nessuno lo vuole a meno di 10 metri di distanza. Ma lui ha bisogno di altro, non certo di compagnia, solo non ha soldi.

Quando si sveglia per il rumore che arriva da oltre il muretto dove si trova la macchina il sole già è abbastanza alto. Ha fame, e dopo essersi nascosto dietro un cespuglio per le necessità urgenti si avvia verso il centro, cercando di camminare diritto, memore forse di un'antica dignità, o più probabilmente perché così gli sembra di piacersi di più riflesso nelle vetrine. Trova i suoi soliti bidoni, ma non c’è molto. Recupera solo un pezzo di pane secco, un po’ ammuffito, ma può bastare. Sino alla mezza non ha nulla da fare, deve solo aspettare che apra quella sala dove potrà avere un pasto, e allora cammina a caso, cercando di non infastidire nessuno, guardando tutti quelli che corrono. Chissà dove andranno, chi li aspetterà, cosa faranno? In realtà non gli interessa nemmeno. E non gli interessano neppure le donne. Una volta forse sì, ma ora no. In una piazzetta trova un pianoforte, in un posto dove è passato altre volte, ed è sicuro che non c’era mai stato prima. Sta per continuare il suo camminare a vuoto, ma una mano sulla spalla sembra spingerlo verso quel piano, e poi a sedersi, sullo sgabello, di fronte alla tastiera.
I tasti bianchi, e quelli neri, gli sono familiari. Avvicina le sua mani, meccanicamente, e quelle si muovono da sole, come se non aspettassero altro, e creano musica. Non suoni, o peggio, rumori fastidiosi, ma musica.
Attorno alcuni si fermano, incuriositi, o, sarebbe più giusto dire, incantati dal pifferaio di Hamelin. Uno di loro è un ragazzino, che col suo telefono riprende dieci minuti dell’esecuzione, gli ultimi, prima che il barbone che forse si chiama Walter, probabilmente infastidito, si allontani dalla piazzetta sparendo nei vicoli attorno.

Due giorni dopo un video su youtube inizia a richiamare molti curiosi, e dieci giorni dopo sembra virale, si diffonde, con un passaparola, e ottiene migliaia e migliaia di contatti.
Passa un altro mese. I contatti sono ormai nell’ordine dei milioni.
Non trascorre tutto il mese però prima che Walter venga individuato (perché si chiama veramente Walter, ora è sicuro) e che le cose inizino a cambiare.
E la situazione comincia sul serio a mutare. Prima per lui, ovviamente, ma poi anche per Sonia, sua figlia, e infine per Andrea, suo figlio.

Tutto inventato? Certo, è chiaro, è normale pensarlo; in realtà la storia parte da qui.


                                                                                                         Silvano C.©   


( La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

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