venerdì 13 giugno 2014

Castel Lino


C’era una volta in un paese vicino vicino un piccolo castello, e dentro un piccolo re, re Lino.
Rovine di Castel Pradaglia
Da sempre quel piccolo castello dominava la valle e l’ansa del fiume ma le sue mura avevano visto tempi migliori, perché i traffici che tanto tempo prima avevano portato ricchezze e potere a quel luogo si erano spostati altrove, lasciando sul posto solo resti di vecchie dogane, di garitte di guardia e di mura cadenti.                   
Re Lino non possedeva ormai che gli arredi di poche stanze, quelli indispensabili, avendo già venduto i suoi predecessori gli ori e gli argenti, le statue e le armature, i quadri e gli arazzi, le armi e la biblioteca. Non aveva servi, né moglie o figli. Era re di sé stesso, insomma, e di null’altro.

Dire che re Lino fosse infelice però sarebbe sbagliato. Dopo la morte del re suo padre e della regina sua madre era rimasto solo, per un tempo lunghissimo, vivendo del suo piccolo orto e dei pochi animali che allevava e gli fornivano uova, latte, formaggi che lui stesso si preparava e, raramente, un po’ di carne. Aveva imparato a conservare il cibo necessario per le stagioni fredde, e conosceva ogni pianta selvatica utile a curarsi o a sfamarsi.

Per la gente del paese, che lui vedeva dall’alto, era solo un povero matto, tranquillo però, ed infatti nessuno lo infastidiva né lui infastidiva loro. Nei rari ed occasionali incontri al massimo ci si scambiava un cenno con la mano, o un sorriso, e niente di più.

Tutto avrebbe potuto continuare così ancora a lungo, se non fosse stato per un impiegato del Comune troppo preciso e sollecito per ammettere un tassello disordinato nell’anagrafe che gestiva con precisione asburgica. Quel matto non risultava nei suoi libri, e, dopo un controllo approfondito svolto sotto lo sguardo incuriosito del prete, non risultava neppure nei tomi del locale archivio parrocchiale. Assolutamente inaccettabile.

L’indefesso impiegato iniziò a far notare, ossequioso della via gerarchica che per lui era assolutamente indiscutibile, questa anomalia che ricadeva sotto la giurisdizione del Comune, e quindi, indirettamente, anche sua. Per un paio di anni infastidì i suoi superiori sino ad arrivare, come desiderava, ad avere carta bianca per risolvere una volta per tutte quella faccenda.
Investito così di un potere inutile e dannoso, mandò un giorno due pubblici ufficiali comunali a prelevare il malcapitato ed ignaro re Lino (che mai aveva incontrato di persona e neppure era intenzionato ad incontrare) ed a farlo scortare in un istituto adatto a curare i casi come il suo, per evitare che potesse all’improvviso nuocere a sé stesso o ad altri, come era molto probabile che prima o poi avvenisse.

Re Lino si ritrovò così a trascorrere le sue giornate in uno stanzone con Napoleone, con un Bicchiere convinto di essere mezzo pieno, con un Esibizionista Timido (si denudava solo quando era sicuro di non essere visto da nessuno e tutti chiamavano ET) e con altri personaggi molto simpatici ma anche molto tristi, chiusi tra mura alte e solide, sicuramente più di quelle del suo piccolo castello. Non gli piaceva quella vita stupida e senza libertà, e poco alla volta iniziò a mangiare sempre di meno, stanco di trascinarsi in quel modo.

Nel frattempo, in un paese lontano lontano, un posto di confine dove c’erano altri stanzoni come quello dove erano rinchiusi re Lino ed i suoi compagni di sventura, un medico aveva iniziato a fare una sua rivoluzione ed a chiedersi come mai alcuni dovessero stare legati ai letti senza aver fatto nulla di male, oppure rinchiusi senza poter mai uscire in città, e neppure in cortile. Quel medico con la testa dura aveva iniziato a farsi conoscere anche dai giovani che non volevano più avere a che fare con le vecchie generazioni ma che stranamente lo adoravano, anche se lui era della vecchia generazione.

Il vento iniziò a soffiare tanto forte che le porte dello stanzone di re Lino vennero aperte, e lui, come tutti i suoi amici, poté uscire.
Ritornò al suo piccolo castello senza che l’impiegato comunale, nel frattempo promosso di grado, potesse far nulla per impedirlo. Appena rientrato nella sua vecchia residenza vide il disastro avvenuto negli anni della sua lontananza. Tutto in rovina, le poche cose che aveva prima sparite, gli animali dispersi, l’orto pieno di rovi ed ortiche. Neppure il letto era rimasto, e il tetto rischiava di cadere. Dove prima appoggiava il suo letto le pietre del pavimento erano sconnesse, e si mise a piangere.

Una lacrima cadde in una fessura tra due pietre, lui guardò quella fessura, la sfiorò con la mano, avvertì che una piastra levigata si muoveva, la spinse, la forzò con entrambe le mani, e la sollevò. Sotto stava una scatola di metallo, nascosta da chissà quanti anni: Lui non ne sapeva nulla, non l’aveva mai vista.
Aprì senza difficoltà la scatola, e all’interno trovò, perfettamente conservati, antichi documenti, alcuni risalenti a vari secoli prima.

Il primo era un editto del 1253 a firma del Conte del Tirolo che donava come compenso di non è ben chiaro quali servigi una vasta area comprendente il castello ad una ignota famiglia nobile locale.
Il secondo consisteva nella registrazione di un atto di proprietà risalente al 1496, firmato dalla egina Anna di Baviera e col sigillo della Sovrana. I nomi dei beneficiari in qualche modo non gli erano estranei, e riaffiorava intanto nella sua memoria qualche spezzone di discussione tra i suoi genitori.
Il terzo era un documento del 1880 che confermava il diritto di piena potestà perenne su tutta l’area attorno al castello concesso ad un suo trisavolo ed ai suoi legittimi discendenti da Sua Altezza Imperiale l'Arciduca Filippo d'Asburgo.
Gli altri documenti erano semplici mappe e disegni che riportavano solo confini e competenze, ma che confermavano quanto riportato sui primi.

Re Lino rimase senza parole, non mangiò e non bevve nulla per tre giorni, non si alzò da dove era rimasto seduto, con quei documenti accanto, e neppure dormì.
Il quarto giorno si alzò, scese piano, con la scatola ben chiusa sotto il braccio, verso il paese. Andò dritto in municipo, per parlare col sindaco. 
Il fatto risultò tanto straordinario che lo fece ricevere subito, senza alcuna attesa.

Fu così che la rivoluzione arrivò in paese. Esperti in legge e in storia locale non impiegarono molto a stabilire che quei documenti erano autentici, e la notizia divenne in breve il principale argomento di discussione dei paesani. Re Lino era a tutti gli effetti il padrone dell’intero territorio comunale ed oltre. Gli atti che attestavano il suo diritto non erano mai stati resi nulli da alcuna legge o norma successiva che li citasse esplicitamente, quindi erano assolutamente validi, ed andavano rispettati.
Ai diversi grossi proprietari che avevano sino al giorno prima tiranneggiato i loro operai e contadini vennero sequestrati, a titolo cautelativo, tutti i beni che fu possibile individuare e gli interi possedimenti in immobili e terreni. Le industrie locali vennero espropriate. Gli stessi enti pubblici si trovarono nella necessità di iniziare a versare un canone di affitto per i locali che utilizzavano.

Da quel momento re Lino venne trattato non solo con il normale rispetto del quale in fondo aveva sempre goduto da parte di tutti (o quasi) i suoi compaesani, ma poiché manifestò prestissimo la sua intenzione di non crear danni a nessuno, specialmente ai più poveri e bisognosi, decisamente con ammirazione e benevolenza.
Pochissimi ricevettero grossi danni dalle novità procurate dai documenti di re Lino, ma questi semplicemente si eclissarono, portando con sé tutto quanto poterono (ed avevano precedentemente nascosto) come solo i ricchi san fare, lasciando di fatto al Comune tutti i loro possedimenti terrieri ed immobiliari.

Re Lino si ritirò di nuovo a vivere nel suo piccolo castello diroccato, perché era quello che in fondo lo interessava maggiormente, ma non fu più lasciato solo.
Senza alcun bisogno di accordarsi dal paese ogni tanto saliva qualcuno ad aiutarlo. Chi gli riparava il tetto, chi gli portava un formaggio, chi zappettava l’orto e chi portava qualche gallina, qualche coniglio o una capretta. A parte la scomparsa di pochi personaggi nulla in effetti mutò nella vita della gente, e il Comune semplicemente si ritrovò ad avere nelle sue casse, per gentile concessione del re, molti più soldi di quanti ne avesse mai avuto bisogno.

                                                                                     Silvano C.©


( La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

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