mercoledì 29 maggio 2013

Tre racconti brevissimi per tre amiche


Andrea si alza presto, deve andare al lavoro e per farlo l’unico mezzo è il treno che parte dalla stazione ad un paio di chilometri, alle 6 e 39, salvo ritardi. È un lavoro di pochi mesi, che ha accettato anche se la sua laurea gli potrebbe far sperare altre sistemazioni.
Per  ora non può lamentarsi, molti suoi amici sono disoccupati, o fanno lavori peggiori del suo. Poi in reparto ha incontrato Giulia, ed ora lui ha un motivo in più per andare.
Alle 6 e 48 è sul treno dei pendolari, in piedi come al solito, e, come al solito apre il libro che si è portato per ingannare la mezz’ora che deve passare così, e legge:
si pensa che la vita sia tranquilla per lei che si è celata al mondo da quando aveva solo 19 anni, seguendo un impulso che all’inizio aveva sentito come una “chiamata”, ma che ora, dopo tanto tempo, sente sempre più lontano ed incomprensibile. Eppure non vuole rinunciare, ha nuovi dubbi, li vive con sensi di colpa, ma resiste, e sa che ha forza per continuare a farlo. La forza non le è mai mancata. Ricorda ancora la sua vita precedente, quando viveva in paese, tra ragazzi e ragazze della sua età. E sorride quando si rivede così giovane; i giochi e gli amori di quel periodo, i tradimenti e le vendette, le speranze e la attese vane. Vanni era stato importante, l’aveva fatta in qualche modo credere in lui, poi l’aveva scoperto con Licia, e la cosa che l’aveva disgustata era stato il suo viso che tentava di spiegare. Povero Vanni,  ripagato da Licia allo stesso modo poco dopo, e poi perso di vista. Ora si reca in refettorio, che a quest’ora è vuoto, ed inizia a leggere:
la stagione più adatta per visitare la regione è la tarda primavera, quando la natura si risveglia, le strade ritornano percorribili anche a piedi, il fango ha iniziato a solidificarsi ed ogni luogo rivela la sua magia, ogni angolo mostra la gloria di Dio…



Percorro un sentiero, il sole a picco, l’ombra scompare sotto di me, il sudore è abbondante e mi appiccica addosso i vestiti. L’odore di resina e di macchia è fortissimo, l’eco delle grida che arrivano dalla spiaggia giunge attutito. Faccio attenzione a non inciampare, perché il percorso è poco frequentato, radici sporgono dal terreno secco e piante spinose sono pronte a farsi rispettare se mi avvicino troppo. Non so cosa mi spinge, quando il mare sarebbe altrimenti facilmente raggiungibile, a cercare di vedere dove porta il sentiero.
Credo sia la sensazione di aver già vissuto alcune cose, e di voler andare oltre, con un senso di scoperta rinnovato, anche se non nego sicuramente che il mare mi attiri, sia chiaro. In ogni caso procedo, e pian piano trovo l’ombra di alti e solitari pini, il rumore del richiamo delle cicale si fa più intenso, e ne trovo pure alcune esuvie, che non raccolgo, perché troppo delicate, e le polverizzerei, al ritorno. Davanti non vedo un punto di riferimento preciso, solo natura apparentemente incontaminata, e nessuno attorno.
La mente può vagare, libera, perché il caldo e la fatica mi distraggono dai soliti pensieri.


“ Il senso di sconfitta non lo sopporto. L’idea che qualcuno possa approfittare della mia buona fede per raccontarmi quello che serve ai suoi scopi e fregarmi è una sensazione che mi fa nascere reazioni negative, desideri di vendetta, e, in ultima analisi, profondo malessere.”
Questo pensava Luca, anche se non in modo lucido verso la fine di giugno. Aveva scoperto da alcuni giorni di aver consegnato una discreta somma, risparmiata con fatica, ad uno che credeva essere suo un amico, per aiutarlo in famiglia, ma che questo aveva poi sperperato tutto, sino all’ultimo euro, in una sala giochi.
L’amarezza era profonda, ed anche il senso di impotenza. Ora questo “amico” era semplicemente sparito, si faceva negare al telefono, e frequentava altra gente.
La rabbia gli toglieva l’appetito e lo obbligava a muoversi in continuazione, senza trovare pace. Aveva scoperto dove abitava, era andato a suonare, aveva aperto Roberta, così si chiamava la compagna, che lo aveva guardato con attenzione ed un certo sorriso. Non aveva avuto il coraggio di dirle il motivo della sua visita, aveva solo chiesto se l’amico era in casa o se sapeva dove si trovava.
No, neppure lei lo sapeva. Rimaneva sempre meno a casa, negli ultimi mesi, le spiaceva. E si capiva che le spiaceva veramente, anche per lei.
Alla fine salutò e riprese a vagare, prima di decidersi a tornare a casa per riprendere in mano gli attrezzi, nel suo laboratorio, e cercare di completare quel mobiletto da cucina che doveva essere pronto entro lunedì.
Anche nei giorni seguenti le ricerche furono infruttuose. Incontrò di nuovo, per caso, e la riconobbe, Roberta, si salutarono con un sorriso, e poi continuarono le loro strade.
Il senso di sconfitta non si dissolse col tempo, ma poco a poco si rese conto che in fondo la somma che aveva ormai chiaramente perso era poca cosa. Col suo lavoro riusciva a guadagnare meglio. Era economico e bravo, e molti lo cercavano per piccole riparazioni o per mobiletti su misura che difficilmente si sarebbero trovati in commercio.
Fu una sera, alla fine di settembre, che decise di andare a bere qualcosa in un bar che aveva aperto da poco, non lontano da casa sua. Non si vestì in modo particolare, voleva solo stare un po’ in pace e vedere un po’ di gente allegra. L’ingresso del locale era spalancato, e il rumore delle conversazioni che arrivava persino in strada, con immancabili scoppi di risate, invitava ad entrare.
Dentro, seduta da sola ad un piccolo tavolino, Roberta, che alzò lo sguardo su di lui quando entrò.

                                                                                             Silvano C.©


( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

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