mercoledì 2 novembre 2011

Non è colpa degli altri

A volte perdo tempo, mi capita spesso. Perdo tempo per cercare di capire cose che avrei dovuto capire prima, tanto sono evidenti. Eppure perdere tempo porta a volte a risultati insperati, ed è così che ho conosciuto casualmente persone interessanti.

Ho avuto un contatto su Facebook, un contatto tra i tanti, senza nulla di approfondito. Una persona positiva perché impegnata nell’emergenza, col 118, o almeno così ritenevo io. 
Poi mi è capitata una sua frase, non cercata, ma vista negli aggiornamenti, una frase contro la "democrazia di merda". Avrei dovuto capire, e lasciar perdere. Invece mi ci sono perso. Questa persona, poi supportata da un'altra sulla sua stessa lunghezza d’onda, ai miei dubbi sulla sua frase, ha cominciato ad inneggiare al ventennio, ha scritto che tutti ci inculano, che è meglio la dittatura perché almeno in quel caso c’è uno che si prende le responsabilità. Mi ha spiegato che non vota perché tanto sono tutti uguali, ed ha condito i pochi concetti espressi con ogni genere di parolaccia, mettendomi in stato di accusa come se io difendessi chi approfitta della nostra fiducia, come se votando a sinistra votassi per persone esattamente uguali a quelle di destra, perché secondo lui nessuno si salva.
Sulla sua bacheca, poi, per farmi capire meglio la persona, commenti su una squadra di calcio e link a stupidaggini e frasi fatte come se ne trovano a migliaia, in rete.

Poi ho perso un po’ di tempo in un gruppo con un contatto vicino al movimento radicale. Qui di tempo ne ho perso di meno perché ho visto impegno politico serio, ma mi sono trovato davanti ad un altro tipo di muro, e cioè alla pretesa di poter scegliere (secondo me in modo poco corretto e decisamente anarchico) la parte politica alla quale allearsi di volta in volta, per perseguire le sue finalità nobili ed importanti ma pur sempre limitate. Per questa persona la visione d'insieme non deve necessariamente portare ad una coalizione o ad una forza di governo, cosa che per me resta importante.

Nella mia ottica sostenere a volte si ed a volte no un governo non porta a nulla di positivo, perché rende instabile qualsiasi guida del paese. Ed una forza di governo deve cercare mediazioni e compromessi, solitamente rifugge dagli estremismi, cerca il dialogo ma detta una linea.  
Altrimenti deve cedere il passo, perché ha finito il suo ciclo storico. 

Oggi siamo in questa situazione tragica, che ci porta forse alla fine di sogni nei quali abbiamo creduto, alla fine di diritti acquisiti in lunghi anni, all’insicurezza, al fallimento del nostro modo di vivere. Se abbiamo questo governo attuale, un po’ di colpa è di tutti noi. Un po’ ce la siamo cercata, insomma.  Non è colpa della globalizzazione, non di una singola parte politica, non dell’Euro, non di Sarkozy e di Merkel, non di mille entità esterne che ci odiano. O almeno non solo, perchè la colpa è anche nostra, di chi vota questi governanti assurdi, di chi non vota perché non vuole sporcarsi, e di chi vota l’opposizione dura a pura senza chiedere ai propri eletti di fare sino in fondo tutto il possibile per cercare le soluzioni e non le liti continue dalle quali emergono solo i capipopolo alla ricerca di visibilità ad ogni costo. 
Mi riferisco in particolare ai partiti che hanno un solo uomo come simbolo, e cioè i partiti ed i movimenti dei vari Casini, Di Pietro, Vendola, Grillo, Berlusconi, Fini e così via. 
Quando sono singoli uomini che impersonano una idea, e non persone elette e scelte da un partito per portare avanti quell'idea, uomini intercambiabili ed amovibili - perché l’uomo può passare, ma non l’idea che fonda ed ispira un partito o un movimento - allora si arriva su un terreno pericoloso, che crea un eroe, un campione, un difensore della fede, un salvatore o un uomo del destino. E se succede questo non è colpa degli altri.
                                                                                             Silvano C.© 


( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

sabato 22 ottobre 2011

La via da percorrere è difficile

Tentare il dialogo è sempre utile ma richiede doti di intelligenza, di pazienza, di possibilità di cambiare la propria visione delle cose (che pochi hanno, io spesso no) e la capacità di immedesimarsi nella posizione dell'altra o dell'altro, non tanto per cambiare idea, ma semplicemente per cercare di capire.   
Richiede inoltre una seria preparazione e conoscenza del tema in discussione, e qui sicuramente ho le lacune maggiori; non sono una donna, non potrò mai avere una conoscenza vissuta sulla mia pelle della condizione femminile, non sono un giovane di oggi, non sono un praticante cattolico, e non sono tante altre cose.
Condivido molte delle prese di posizione anche dure delle donne, come condizione necessaria per superare le chiusure ancora presenti nella nostra società, ma noto, purtroppo, una sempre maggior radicalizzazione delle posizioni. Le stesse donne che rifiutano le posizioni di altre ne sono una prova, ed io, come uomo, resto sempre stupito di questa realtà quasi incomprensibile. 
Condivido, credo, le ansie e la rabbia dei giovani, ma non arrivo ad immedesimarmi in alcuni comportamenti estremi.
Sento mie molte delle problematiche del mondo cattolico, ma non sono un osservante e non riesco ad accettare nessuna presa di posizione integralista, senza sfaccettature, quando si parla di temi delicati, che investono la sfera privata e le posizioni etiche.
Una divisione manichea del mondo non mi piace, almeno in fase di discussione, quando servirebbe capire ed approfondire ogni posizione, prima di rifiutare ogni contributo non perfettamente in linea con le proprie posizioni di fondo.
Provo a spiegarmi con un solo esempio.
Il tentativo di dialogo col mondo integralista cattolico, che vede nella IGV (interruzione volontaria della gravidanza) il male assoluto, che rifiuta per certi versi l’utilizzo persino degli anticoncezionali, mi appare infruttuoso.Come pure poco utile si è rivelato discutere con alcune donne che vedono come un loro diritto indiscutibile l'aborto, anche se usato come mezzo anticoncezionale, ignorando una seria prevenzione.

Sono sempre più perplesso, lo confesso, nei confronti questa difficile ma necessaria via del dialogo. Vedo chiusure reciproche, tentativi di ridurre tutto ad uno slogan semplificato, mentre la realtà della vita è ben altro rispetto alle nostre costruzioni ideologiche. 
                                                                                  Silvano C.© 


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venerdì 21 ottobre 2011

vorrei capire

Io vorrei capire, ma a volte dipende anche dallo stato d'animo col quale mi pongo davanti alle questioni il livello di comprensione che posso raggiungere. Quindi c'è un livello emotivo, sempre, da considerare in ogni analisi che parte da me, visto il mio modo di ragionare. Con questa premessa prendo atto anche delle occasioni di dubbio, che ritengo parti essenziali di ogni tentativo di comprensione.
 
Mi chiedo come si sente un giovane dai 20 ai 30 anni davanti ad una situazione sempre più chiusa nei suoi confronti,  non potendo contare sull'aiuto dei genitori, senza prospettive econonomiche, che sogna una casa sua ed una famiglia sua, che non può pensare di avere figli, o neppure di avere un'auto. Come si deve sentire un giovane in queste condizioni? E' lecito immaginare che possa perdere la testa in un momento di rabbia? Può commettere gesti inaccettabili, violenze gratuite contro persone o cose estranee alla sua condizione, solo come atto di ribellione senza speranza ad una società che non lo accetta, che racconta di capirlo, ma che poi nei fatti lo abbandona senza speranze, e vede gli anni passare, con i soliti che fanno carriera sfruttando scorciatoie antiche oppure nuovissime? 
Io non so dare risposte. Sono contro la violenza, ma non sono nelle condizione di tanti giovani. Sono contro la violenza ma non sono contro chi chiede di non essere un precario a vita, e penso anche a mio figlio. Sono sempre più in difficoltà a dividere in positivo e negativo, con giudizi manichei. Resto senza modelli di paragone e di comprensione. 
Io vorrei che i giovani non cadessero vittime di cattivi maestri o di demagogie.  
Vorrei pure capire quanta violenza nasce istigata dal potere stesso, manipolata per distruggere il confronto sul progetto di società, per mantenere tutto come prima.
                                                                       Silvano C.© 


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Un numero preciso di parole

Un uomo alla nascita ha assegnato un numero limitato di parole che può pronunciare, non una di più né una di meno. Un numero prederminato, che stabilisce in modo netto la durata della sua vita. È una invenzione letteraria presente in un racconto, inverosimile, apparentemente, che però diventerebbe del tutto plausibile se noi potessimo rivedere la vita di quell’uomo a rovescio, dalla fine al suo inizio. In quella condizione si potrebbero contare in modo preciso le parole pronunciare da quell’uomo, a partire dall’ultima, per arrivare poco a poco alla prima.
La nostra vita del resto è predermitata, io credo, anche se ovviamente non ho prova alcuna di questa convinzione.  È prederminata ma non ne conosciamo gli sviluppi, non ci sono note tutte le variabili, non sappiamo valutare le interazioni tra noi e tutto ciò che non è noi. Una tale condizione potrebbe ammettere un dio, ma potrebbe pure prescindere da qualsiasi entità superiore. È del tutto ininfluente il sapere se qualcuno sa in anticipo. Anche cioè se dovessimo ammettere che una entità superiore ha interesse a modificare la realtà pre-scritta, rimarrebbe sempre l’interrogativo sul perché tale entità non avrebbe dovuto appunto prevedere ogni singolo sviluppo, prima di dover modificare il concatenarsi degli eventi, microscopici e macroscopici.
E il libero arbitro? Tutta un'invenzione, evidentemente, nessuno è mai totalmente libero, in ogni sua azione. Senza pensare agli esseri viventi di altre specie che ci accompagnano durante la nostra vita, ma limitandoci alla specie umana, noi non siamo neppure liberi di nascere o non nascere. Qualcuno apparentemente decide per noi, anche se in realtà neppure quel qualcuno può decidere sino in fondo.
Inoltrei siamo vincolati dalla nostra corporeità, solida, pesante, invadente. Il nostro corpo segue tutte le leggi fisiche di causa ed effetto. La nostra mente immateriale sembra libera, ma segue a sua volta nozioni innate, apprese, assimilate da altri che sono venuti in contatto con noi. E mai in modo casuale, ma ogni contatto è dovuto a motivazioni preesistenti.
Un richiamo olfattivo o un sorriso scatenano una reazione, che può far nascere un amore; una frase stimola un gesto di rifiuto o di approvazione; uno sguardo determina un incidente che può costare la vita.
Eppure siamo noi i colpevoli dei nostri errori, non il caso, e abbiamo il bisogno di pensarlo, perché dobbiamo premiare o punire, dobbiamo avere categorie di giudizio, dobbiamo sentire la bontà nelle persone, oppure la cattiveria.
Sentiamo il bisogno di continuare a pensare che il Sole sorge, non che invece siamo noi, sulla Terra, a ruotare attorno al nostro asse. E lo ripetiamo, come un mantra, come un rosario, come un vecchio disco 45 rovinato che non si sposta da una frase, ripetuta all’infinito.
Cerchiamo il colpevole. Cerchiamo la ragione. Giudichiamo la realtà. Ci dividiamo in favorevoli e contrari, possibilisti e indifferenti, e non pensiamo che tutti, forse, siamo parte dello stesso gioco.
                                                                        Silvano C.© 


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giovedì 6 ottobre 2011

Questo è amore?

Da adolescente ho commesso una stronzaggine indegna, della quale in seguito mi sono pentito, e per la quale ancora oggi non cerco scusanti. Ho detto a mia madre che non doveva mettermi al mondo.
Ora so cosa significavano quelle parole, ma allora non lo sapevo, ero perfettamente convinto di essere nel giusto. Tra l’essere in uno stato di dolore e di malessere esistenziale e il non essere io allora giudicavo di gran lunga migliore il non essere. 
Ancora oggi questa mia idea di fondo non mi ha lasciato del tutto. Se stare al mondo significa soffrire, se sappiamo che durante la vita affrontiamo cose che non vorremmo mai affrontare, perché mettere al mondo un altro essere sapendo quello che lo aspetta, in modo cosciente, quasi come se fosse un atto di amore?
Ho vissuto in modo molto conflittuale il mio rapporto con la fede, allontanandome sempre di più, provando un interesse crescente per gli aspetti filosofici della nostra esistenza, cercando di ridurre a parametri riconoscibili il problema di fondo sul perché delle cose, sentendo la teologia come una aspirazione verso l’umano più che verso il divino. Raramente mi sento trascendente e lontano dalla carne nella quale mi ritrovo confinato, anche se spessissimo la dimentico, ed altrettanto spesso cado preda delle sue debolezze, anche se in misura tutto sommato abbastanza modesta e mediocre.
Non ho ancora capito sino in fondo, ora, in età avanzata, se ho voluto un figlio, ed uno solo, per un supremo atto di amore o per un semplice atto di egoismo, come la realizzazione di una mia aspirazione o di un mio desiderio.
Forse è stata la volontà di completare il rapporto con mia moglie, ma pure questo è egoistico, nei confronti di mio foglio. In definitiva sono abbastanza scettico, poco sicuro delle mie scelte.
D’altro canto non mi sono ancora pentito di averlo fatto, non ho mai pensato di abbandonare mio figlio perché stanco o deluso di lui. Io ho sempre fatto il possibile, compresi tanti errori, per cercare di dargli tutto quanto potevo, nei limiti delle mie possibilità. Ho anche rimandato il momento della pensione per lui, perché da pensionato non guadagnerò mai come ora che sono ancora al lavoro, e vorrei aiutarlo al meglio possibile prima di abbandonare quello che ancora un po’ mi interessa ma che ormai inizio a non sopportare più perché la burocrazia, la stupidaggine degli uomini e la mia minor resistenza fisica mi rendono sempre più pesante.
Non so se basta questo per amare un figlio, e se è sufficiente averlo voluto, cercato di farlo nascere sano e crescere nel modo più adatto (forse troppo protetto) per dire che è stato un atto di amore.
In proposito ho sempre forti dubbi. Sono certo che è stato anche un atto di amor proprio, di egoismo, e anche di razzismo, forse, e di rifiuto del diverso.
Prima di tutto abbiamo cercato le garanzie possibili che potesse nascere sano, con le analisi prenatali, ed eravamo teoricamente pronti ad effettuare un aborto in caso di gravi malformazioni genetiche o nello sviluppo embrionale. Non volevo un bambino con handicap, forse sempre per egoismo, ma anche per non far vivere con menomazioni un nuovo essere umano. Questo ancora oggi, fa parte della mia filosofia di vita.
Non ho voluto poi che avesse un fratello o una sorella. Abbiamo evitato altre gravidanze, con mia moglie, senza alcun bisogno di aborti, per fortuna. La motivazione è tutta nei miei pessimi rapporti con mio fratello, col quale ormai non mi vedo da anni, e, pure per telefono, ci sentiamo raramente.  Non volevo per mio figlio nulla di potenzialmente negativo o problematico.
Ho pure riflettuto sulle adozioni, nel caso fossimo stati nelle condizioni di fare questa scelta. E, qui viene fuori la mia indole razzista forse, non avrei mai adottato un bambino straniero scuro di pelle, o asiatico, o, comunque diverso.  Non volevo, appunto, che si potesse sentire diverso.
Ogni nuovo essere umano che arriva al mondo dovrebbe, se generato con un atto di volontà, e non se arrivato per caso o per un incidente, ritrovarsi le migliori potenzialità, le migliori opportunità concesse dalle condizioni economiche e sociali della famiglia.
Ho sentito recentemente parlare uno studioso che riferiva come nelle società più evolute e benestanti (la nostra, ad esempio)  la tendenza sia quella di fare meno figli, perché si riflette anche sui costi che un figlio comporta, cosa costa mantenerlo cioè sino ad aiutarlo a compiere studi a livello superiore o universitario e poi ad aiutarlo prima che diventi indipendente. Nelle società in via di sviluppo basta meno per allevare un figlio, e se ne fanno tanti, crescono quasi da soli, in strada. Cosa c’entra l’amore in tutto questo, in questa realtà demografica inconfutabile, e che la Chiesa senza incertezze definisce appunto egoismo?
Io ho tanti dubbi, troppi dubbi. Sono a favore della legge 194 senza aver mai dovuto far riscorso alla interruzione volontaria della gravidanza. Sono a favore perché non posso negare a nessuno la libertà di una scelta in coscienza.  Non accetto nessuna imposizione dogmatica o fideistica. Se appena intuisco queste impostazioni, se sento parlare di valori indisponibili, scatta la mia opposizione in tutti i modi leciti e possibili e la mia avversione umana e filosofica diventa netta.
L’amore è, per me, cercare di dare qualità alla vita. È tentativo di far raggiungere la felicità. È disponibilità anche materiale di aiutare chi amiamo. 
Far nascere un infelice non è e non sarà mai un atto di amore. Portare alla coscienza la propria natura di essere umano che non potrà mai vedere come gli altri, correre come gli altri, sentirsi come gli altri è crudele. Meglio che l’embrione non arrivi mai allo stadio della coscienza di sé, che non percepisca mai l’abisso di dolore nel quale la sua vita più o meno lunga lo ha predestinato. Non odio Dio per questo dolore che viene regalato a tante persone, perchè probabilmente neppure esiste. M anon lo ritengo un atto di amore.
                                                                         Silvano C.© 


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lunedì 3 ottobre 2011

Dove stanno gli animalisti?


Io non sono vegetariano, ma condivido molti sentimenti e molte tesi dei vegetariani. Non sono neppure un animalista, ma non amo sofferenze inutili negli animali. Gli animali sono esseri viventi come noi, credo solo meno evoluti, ma non mi addentro in questi temi, piuttosto propongo una riflessione.
Nei giorni scorsi il bacino artificiale che imbriglia il torrente Leno, sopra Rovereto di Trento, è stato svuotato per lavori di manutenzione. Tutti i pesci che vivevano in quel lago sono morti. Solo i pescatori avevano ipotizzato un tentativo di salvarli, bloccati poi dalle condizioni di oggettivo pericolo per le persone. Ora non ho letto, sulla stampa locale, o visto appesi in giro cartelli di denuncia di questo fatto. Nessuna associazione ambientalista o animalista ha detto nulla, che io sappia. 
Forse che i pesci sono figli di un dio minore e non soffrono? Non mi convince questa cosa, ma mi fermo qui, perchè io ho solo dubbi, in proposito, e poche idee sicure. 
                                                                                Silvano C.©
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domenica 2 ottobre 2011

Sono un illuso

Se penso ai problemi che il mondo politico non riesce a risolvere, anzi, complica e rende cronici, mi viene prima rabbia, e poi depressione.  Vedo intrallazzi specialmente da una parte politica, anche se pure le altre non ne sono immuni, purtroppo, e vedo le speranze di una vita migliore per mio figlio ridursi sempre di più. Provo paura per gli anni della mia vecchiaia, e sento impotenza per quello che faccio nel mio lavoro, perché ammetto che certe volte ancora mi diverte, ma lo avverto sempre più inutile, sprecato, svuotato di significato e di valore sociale.
Credo però che il lavoro, o l’impegno personale in qualche ambito, sia la sola salvezza che rimane ad una persona. Puntare al denaro ed al successo non so dove porta, magari soddisfa pure quello, o gratifica. Solo che io non so gestire gli affari che esulano dal quotidiano, non sono un abile commerciante, e non so vendere assolutamente nulla. Se io puntassi al denaro dovrei ammettere il fallimento. Non un fallimento completo, ovviamente, perché qualcosa ho messo da parte, ma sempre un fallimento, perché vivo del mio stipendio dipendente, avrò una pensione che proporzionalmente sarà più bassa di quella di mio padre, anche se io ho studiato più a lungo, e mio figlio l’avrà, se l’avrà, molto più bassa della mia. Per il fisco io appartengo al ceto medio-basso, credo, o forse medio, volendo essere ottimisti. Esenzioni praticamente non ne ho, se non per patologie di tipo sanitario. Mio figlio forse supererà il reddito dei quasi 3000 euro annui e quindi pure lui è ufficialmente autonomo, non sarà più a mio carico, visto che i circa 200 euro lordi di guadagno mensile lo rendono evidentemente indipendente.
Eppure lavoro ancora, e ci credo, pur vedendo le ingiustizie folli che mi sovrastano. Sono un illuso.
                                                                    Silvano C.©
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Cosa ci spinge a fare le cose?

Perché si fa una cosa? Cosa ci spinge ad iscriverci ad un corso di lingue, ad andare in vacanza in un certo posto, cosa ci fa cercare una persona oppure frequentare una certa associazione sportiva?
E perché tante persone sentono il bisogno di scrivere un blog, di comunicare ad altri, in rete, le proprie emozioni o le proprie idee?
Io ricordo una esperienza giovanile, quando un amico mi ha introdotto in una società sportiva parrocchiale, forse impietosito dal vedermi spesso perdere tempo in giro per fatti miei, in un gesto che ora devo riconoscere di vera amicizia, anche se allora mi sentivo sinceramente lo stupido della coppia (di amici), quando andavamo in giro assieme. È stato l’ultimo atto della nostra amicizia, perché poi ci siamo persi definitivamente di vista (i nostri caratteri erano troppo diversi).  Spigliato e sicuro con le ragazze, lui, pure un po’ porco, se devo essere sincero; assolutamente inadeguato io, con esperienze prossime allo zero.
Quindi io ho iniziato a frequentare un luogo che per i successivi tre o quattro anni avrebbe modificato la mia vita, in modo completo. Io, assolutamente non sportivo in una società sportiva, vagamente ateo in una parrocchia, timido e solitario sparato tra la gente, tra i coetanei.
Cosa mi spingeva tra quella gente? Ora posso dirlo, la voglia di vivere, finalmente. La possibilità di esprimermi in una forma meno criptica, e di realizzare piccole soddisfazioni, di sentirmi in qualche modo importante o almeno cercato.
E cosa spingeva gli altri? Difficile dirlo con sicurezza. L’amico che mi aveva introdotto, pochi mesi dopo ha lasciato la società sportiva. A lui interessava giocare al calcio, però non brillava come giocatore, e si ritrovava a volte a dare passaggi con l’auto ad altri che all’ultimo momento lo avrebbero sostituito nella squadra. Si è stancato e non l’ho più visto.
L’allenatore della squadra faceva il fornaio, era stanco di alzarsi tutte le notti, voleva una spinta per avere un posto diverso e sperava che il parroco lo potesse aiutare.
Un responsabile che teneva in piedi la società era un impiegato di banca, un ragioniere, legato alla parrocchia, motivato dalla voglia di sentirsi utile.
Alcuni giocatori avevano come mira esclusivamente il poter giocare, il farsi conoscere, magari poter arrivare ad altre società più blasonate. Altri ancora forse cercavano solo un modo per fare un po’ di sport.
 Ed ora cosa mi spinge a provare a scrivere un blog?  Mica lo so con certezza.
                                                                          Silvano C.© 


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giovedì 22 settembre 2011

anche i musei diverranno virtuali?


Era freddo, poco illuminato, anche un po’ cadente. I soffitti altissimi, in un vecchio palazzo vicino al municipio, a Rovereto. Io ci andavo con i ragazzi, mi piaceva, lo conoscevo in tutte le sue sale, e le lezioni mi venivano leggere. Le vetrine erano sistematiche, ordinate, e anche se le collezioni non erano enormi svolgeva in modo onorevole il suo ruolo.
Poi lo hanno chiuso, hanno spostato tutto il materiale nella nuova sede, bella, moderna, piena di sale di rappresenta, un bookshop, diversi laboratori per fare lezioni con i ragazzi, un cortile accogliente. Però le vecchie sale sono sparite. Le collezioni che si potevano ammirare nella antica sede sono state rinchiuse nelle cantine, raccolte in enormi scaffalature mobili e visibili solo per gli esperti. Le vetrine tradizionali si sono ridotte di numero ed importanza, messe quasi in modo casuale, come se non ci fosse l’intenzione di far vedere gli insetti, i mammiferi, i pesci, gli uccelli in modo sistematico, ma a campione. Un po’ di questo, un po’ di quello, e poi mille altre iniziative, ma senza il museo reale e tradizionale, meglio il museo virtuale.

Capisco che ormai devo andare in pensione, e che sono a mia volta un dinosauro da museo, o meglio, da cantine di museo, perché non credo che sarei un bello spettacolo se fossi esposto. Lo capisco dal fatto che mi sento superato dai tempi, e dal fatto che non sento nessuno lamentarsi di quello che succede a queste nostre bellissime istituzioni, ammesso che ancora non chiudano per mancanza di fondi.

Questi luoghi di cultura sono mutati, si sono evoluti in qualcosa che non riconosco più. Una sala bellissima di invertebrati marini, in un altro museo, a Verona, è sparita, per lasciare il posto a esposizioni diverse, a spazi laboratoriali, a simulazioni di ambienti naturali. Non è giusto modificare in questo modo ciò che era, annullare il passato, sostituirlo con il nuovo senza lasciare quasi traccia di ciò che era.

La scuola viene sacrificata nelle sue ora di insegnamento, viene mortificata nelle sue risorse sempre più limitate, e la scuola pubblica deve convivere con problemi enormi di alunni sempre più lontani dall’idea di impegno e di insegnanti che sono considerati falliti o incapaci, e sono sottopagati. La professione viene considerata sempre meno strategica dal nostro Paese miope. E poiché la scuola ora non ha i tempi o i mezzi per svolgere appieno le sue lezioni di scienze trova i musei pronti ad integrare con allettanti proposte didattiche, trasformando i musei in surrogati delle scuole stesse.

Non so se tutto questo è giusto. Sicuramente so che non mi piace.

                                                                                                    Silvano C.©
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lunedì 19 settembre 2011

costumi che cambiano (o restano immutabili nel tempo)



Il moralismo porta ad una visione distorta dei fatti.  Penso alla prostituzione che è vista, se praticata in ambienti di un certo livello sociale, con occhio sempre più benevolo, cioè come libertà di ogni donna, se lo vuole.
Non intendo limitare tale libertà, tuttavia ci sono paletti invalicabili che vanno tenuti presenti.
Un primo punto fermo è che in nessun caso le ragazze minorenni devono essere coinvolte in attività legate alla prostituzione o comunque al sesso con adulti che le pagano (o che le obbligano).
Un altro punto fermo è che se esistono leggi che puniscono i reati legati al mondo della prostituzione, queste leggi vanno rispettate, oppure vanno abrogate.
Un ultimo punto fermo è legato al giro di affari mostruoso che si nasconde dietro queste attività. Occorre combattere in ogni modo la malavita che sfrutta questo mondo ai margini, che a tutti è noto, che occorre in qualche modo portare alla luce del sole per i suoi aspetti economici. 
Chi parla di libertà e accusa gli altri di moralismo quanto tratta questi temi può indurre un intero mondo giovanile e precario a cercare in tal modo apparentemente facili guadagni, spesso in nero, facilitando il degrado sociale e proponendo modelli per lo meno discutibili.
                                                                                       Silvano C.© 
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domenica 18 settembre 2011

non sarò mai il più forte


Non sono il più forte, non credo di esserlo mai stato.
Non ho coraggio, non ne ho mai avuto.
Conosco i miei limiti, ed alcuni di questi ormai non mi pesano neppure più, li accetto e mi sembrano solo un mio modo di essere.
So però che tu mi hai aiutato,
mi hai aiutato distruggendo il mio schermo, tanti anni fa (e con esso alcuni miei schemi)
oppure facendomi sentire più vivo,  vero, sincero.
Mi hai consolato, mi hai dato amore e amicizia, mi hai accettato.
Mi hai anche rifiutato, criticato o semplicemente dimenticato.
Di tutto questo ti ringrazio, anche di quello che non capisco, perché non sei sempre la stessa, e a volte mi confondo, mi perdo, e so che non sarò mai il più forte.
                                                                                             Silvano C.© 
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giovedì 15 settembre 2011

onanismo emotivo

(Quelle che seguono sono riflessioni personali che probabilmente non interessano a nessuno. Ignorarle tranquillamente quindi è pienamente corretto)
Non cerco nuovi amori né nuove emozioni, spero di non cercare troppo di sembrare diverso da quello che sono, non voglio mentire alle persone, non voglio neppure essere migliore, perché sono un po’ vigliacco e so di esserlo. Ho commesso errori, in passato, ed altri ne commetto ogni giorno, a volte facendo soffrire inutilmente perché non valuto che posso ferire, allo stesso modo nel quale posso essere ferito. Mi illudo di essere capito, ma non è sempre così, come del resto io non sempre capisco o sono pronto a capire. Ho tagliato molti ponti col mio passato, o perso molte persone, e sono un solitario che vorrebbe stare in mezzo alla gente, contraddicendomi ad ogni mio atto, stupendo chi non mi conosce, assumendomi alcune mie responsabilità, rifiutandone altre. A volte mi rendo conto della difficoltà dei rapporti umani, di quanto investimento chiedono, e non capisco come possono vivere alcune persone tra tanta gente, con una parola per tutti, con una attenzione ammirevole e sincera, con una vera apertura e disponibilità.  


Io sono selettivo, separo, metto priorità, creo ordini di valore, che a volte smentisco per primo. Posso generalizzare tutto questo, rendendolo una riflessione di carattere generale? Non credo, sarei veramente troppo pieno di me, e mi proporrei come metro, mentre so di non esserlo. Ho ammirato persone che hanno dato quello che potevano con onestà. Ho ammirato un maestro, ammiro mio padre, ho ammirato ed ammiro un amico, ho ammirato i miei nonni materni, ma ammiro poche persone, devo dire, tra quelle da me conosciute da vicino. Quindi ho pochi modelli ai quali ispirarmi, e capisco che difficilmente posso trarne una linea univoca di azione.  Non credo di meritare l’ammirazione di persone che hanno creduto in me. Non so se il segreto della vita sia l’accettare quello che ci è toccato, o se invece piuttosto sia cercare sempre cose nuove.  Sono fortunato, tuttavia, e posso usare quello che ho, mentre chi non ha questa opportunità ovviamente deve poter cercare, è giusto che cerchi. Come è giusto che cerchi pure chi ha questo ed altro, perché io non sono un giudice per gli altri, non ho una morale da imporre a nessuno, ho solo una mia via personale, e devo accettare le vie degli altri, senza pregiudizi.

Vorrei dare un po’ di serenità a chi mi è possibile raggiungere, perché pure io mi disseto poi di questa serenità. Trovo mille volte più appagante il piacere che mi deriva dalla felicità degli altri piuttosto che dalla mia. L’onanismo emotivo non porta a nulla, è sterile e limitato. Un sorriso di un ragazzino mi ripaga di una notte di malumore, una parola di una persona che stimo mi rende più forte, una carezza mi imbarazza, a volte, ma poi sento che mi serve. Non riesco quasi mai a manifestare sentimenti, se non in modo goffo, e trovo ingiusto questo modo di essere. Vorrei chiedere scusa ad alcune persone per ciò che ho commesso di sbagliato, o almeno iniziare a farlo. Quante cose vorrei, in fondo. Forse mi basta però ancora fare progetti, vedere mutamenti e sognare una certa stabilità, immaginare un futuro diverso, e fare qualcosa per raggiungere quel futuro.

                                                                                                                                           Silvano C.© 
 
( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie) 

martedì 13 settembre 2011

Nostalgia



Un giorno nuovo.
Una sera arrivata troppo presto.
L’inizio di una avventura che sembra una storia già vissuta
e che potrebbe essere per l’ultima volta
Nostalgia per un nuovo inizio
e nostalgia per ciò che ho ancora.
Nostalgia anche se conosco i suoi lati oscuri e le sue fatiche.
Nostalgia per quello che ero, forse, non per quello che non so
e desiderio di fotografare la vita.
Nostalgia.
                                                      Silvano C.©
( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie) 

domenica 11 settembre 2011

Non è un decalogo


Non mostrare le proprie insicurezze con i figli ed i giovani, pur mantenendo con loro un rapporto franco ed onesto. Non per sembrare più forti, ma per dar loro un porto sicuro nei momenti di difficoltà, un ideale da seguire, uno scopo.

Non illudersi mai di aver fatto le scelte giuste, ma sperare solo di averle fatte commettendo poche scorrettezze o danneggiando il minor numero possibile di persone. Non sperare neppure di essere un esempio per gli altri, perché quelli faranno le loro scelte, ed hanno il diritto di sbagliare come tutti.

Essere duri con noi stessi, ma non con chi ci segue o ci ascolta, anche quando si viene fraintesi o non capiti. Potremmo aver torto.

Mostrarsi sempre disposti ad ascoltare, perché chi parla cerca un contatto, e a volte non serve neppure rispondere. Non occorre dar ragione ma essere vicini sul piano umano, condividendo qualche dubbio o qualche debolezza.

Dimenticare alcune cose incuneate nella nostra testa, aprirsi al nuovo, eliminare i luoghi comuni più radicati e pericolosi, ma stupirsi ancora per quello che ascoltiamo. Isolare chi predica solo odio e chiusura verso gli altri, anche se sa mascherare bene il suo rancore sotto la maschera di diritti calpestati e di bisogno di giustizia.

Ammirare chi sa aprire il suo cuore, la sua casa e la sua vita agli altri, e lo fa per un suo voler conoscere, voler capire. Questi sono i nostri amici di elezione, ai quali però non dobbiamo legarci per rubare soltanto, ma cercare di imitarli.

Capire chi non ha ancora capito, ascoltare chi non vuole ascoltare, cercare una mediazione, aprire un varco, a volte guerreggiare mirando alla pace. E, dopo una delusione, lasciar passare un po’ di tempo, e ricominciare esattamente come prima, senza rancori.

Non pensare di essere più saggi solo perché si hanno più anni. A volte si diventa solo più paranoici, rigidi nelle proprie convinzioni, sicuri di sapere molte cose e capaci solo di dare consigli, come questi, ma incapaci di leggere il mondo che diviene.

(Poichè io non sono come descritto sopra, ritengo questo non-decalogo prima di tutto un invito al sottocritto)

                                                                           Silvano C.©
( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

sabato 10 settembre 2011

Non riesco più a difendere la RAI

 
Ho sempre inteso come punto di onore la difesa della televisione pubblica, e quindi del pagamento del relativo canone. Ora però i dubbi mi crescono giorno dopo giorno. 
Vedo personaggi che ho seguito, più o meno discussi, non sempre condividendo le loro idee, ma ritenendoli comunque voci importanti, abbandonare o essere abbandonati dalla RAI. Cito solo Augias, Saviano, Santoro e Dandini. In parte anche Fazio. Per uno come me, non interessato allo sport se non per avvenimenti eccezionali come le Olimpiadi, poco attirato dall’intrattenimento come viene inteso da raiset, cioè ai telefilm seriali, ai reality, ai programmi dove ci si umilia per vincere qualche euro, ai telegiornali di regime ed a molte delle cose che passa la RAI, cosa resta?
A volte, la sera, mi butto su RAI-Storia, o seguo le trasmissioni di Philippe Daverio, poco, troppo poco per giustificare un intero palinsesto nel quale i tre canali principali  sono spesso inguardabili. Spesso capita che mi guardi qualche film, che possiedo, che prendo in prestito o che passa nella programmazione.
Se non ci fosse la televisione,  specialmente un certo tipo di televisione privata, probabilmente non avremmo questo governo, è una realtà che è nota da tempo. 
Ora stiamo arrivando a livelli abissali mai raggiunti prima, come la mitica ed ancora oggi ineguagliata discesa del batiscafo Trieste nella fossa delle Marianne, nel 1960.       

                 
                                                                                                        Silvano C.©
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venerdì 9 settembre 2011

Ho bisogno di speranze


Sono confuso e ho paura. Dopo mesi di ottimismo per i referendum, per le donne che sono scese in piazza e non da sole, ma con molti uomini.  
Forse però tutti sono (siamo) stati mandati allo sbaraglio da chi non hanno più voglia di combattere per i diritti, e dopo illusioni di unità d’Italia, durante le celebrazioni alle quali tutti o quasi hanno aderito, ma a volte solo per dovere di ruolo e di facciata.
Ho paura perché non trovo onestà intellettuale in persone che hanno un potere politico e difendono i loro privilegi meschini mentre tolgono il futuro ai giovani, la pensione agli anziani, il lavoro ai loro elettori, e non ammettono di essere loro stessi il cancro che ci divora. Non i mercati fuori controllo, che non fanno altro che annusare la preda più indifesa, ma loro, quelli che non accettano di essere come tutti gli altri, e che non vogliono affondare con gli altri, trovando leggi, scovando interessi, nascondendo risorse rubate.
Non vedo salvezza in una società che non sa più vivere senza inquinare con la sua presenza incontrollata ogni spazio residuo, e dove non sappiamo più quali valori trasmettere ai giovani che non hanno protettori, e che non hanno precezione di come finirà per loro.  Vedo una corsa al superfluo, all’inconsistente, all’apparire. Mi pare che senza una crescita economica infinita siamo destinati a soccombere, mentre è proprio una crescita infinita che non ci possiamo più permettere. Non vedo una luce, solo ombre che mi fanno paura, e sempre meno fiducia anche in coloro che sino a ieri ho rispettato. Non voglio diventare qualunquista, e spero che questo sia solo un momento passeggero.  Vorrei ritornare a votare con un minimo di fiducia, credere ancora nella nostra bella Italia, vedere con ottimismo la forza della nostra Costituzione, sapere che l’Europa voluta dai suoi padri fondatori non è solo una utopia. Ho bisogno di speranze.
                                                                                         Silvano C.© 

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martedì 6 settembre 2011

privilegi


Appena sono stato assunto come precario in Trentino hanno tolto il privilegio del quale avevano goduto tutti i miei colleghi sino all’anno prima, che consisteva nel diritto ad uno sconto sulle Ferrovie dello Stato (Ed allora viaggiavo molto in treno). Pochi anni dopo hanno tolto il privilegio di andare in pensione in modo vergognoso con 19 anni, sei mesi e un giorno (14 anni se donne con figli) che molti miei amici hanno sfruttato al momento giusto. Poi mi hanno tolto il privilegio di sentirmi utile, in qualche modo, a livello sociale, pur lasciandomi per fortuna il piacere del ricordo di quanti ho conosciuto negli anni. Godo ancora del privilegio di molte ferie, compensate però da uno stipendio basso, che infatti mi mette in condizioni di inferiorità con molti amici laureati del mio corso di laurea facendomi sentire quello che non ha ambizioni. Devo pure ammettere che diversi colleghi hanno un secondo lavoro, ma io non ho mai fatto quella scelta.
Devo registrare poi che le donne mie colleghe sono molto più garantite in caso di gravidanza che non quelle in altre situazioni o nel privato, ed alcune purtroppo ne approfittano un po’.  Si, ammetto che godo ancora di qualche privilegio, prima di tutto per un lavoro stabile, e poi perché vivo in una regione ricca rispetto al resto d’Italia. Tuttavia rinuncerei volentieri a qualche privilegio se questo comportasse una maggiore opportunità di lavoro per mio figlio ed una maggiore equità. Vorrei non trincerarmi dietro alla difesa del mio orticello (che tanto non posso comunque difendere, visto che sono un dipendente) e vorrei opportunità serie di pace sociale, di ri-distribuzione delle ricchezze concentrate sempre più in poche persone, e vorrei pure che le regioni più ricche non fossero schierate contro le altre.
Vorrei, per concludere, che il ricco Trentino rinunciasse alla sua specialità, perché sono finiti i tempi nei quali dalle valli emigravano verso l’America o l’Australia. O i tempi nei quali l’Italia sottometteva le minoranze linguistiche, che dovevano essere difese dalla vicina Austria. Ora il Trentino è terra di turismo, di ricchezza, di servizi a livello europeo, non è più un’area povera ed oppressa.
Vorrei tante cose, che non so come ottenere, e non so neppure se sono contraddittorio in questo senso di disagio e sconfitta che provo. Ma io non sono un politico, e mi abbandono ai sogni.
                                                                                         Silvano C.© 
( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)


Angelo Tommasi:  La partenza degli emigranti italiani per l'America,1896
(Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna)


                                       

lunedì 5 settembre 2011

Elogio della multipla




 Lo so, sembra ridicolo, eppure voglio fare l'elogio della Multipla della Fiat, o della Citroen 2cv, e di altre auto simili (anche della mitica Duna).
 

In strada, nel traffico, il vedere il muso aggressivo di una grossa cilindrata o di un potente SUV, magari guidati in modo da imporsi all'attenzione, non crea quel clima di calma che sarebbe necessaria, ma indispone, a livello inconscio.
Forse chi compra queste auto lo fa in modo consapevole, forse no, ma non sarebbe male riflettere anche su questo aspetto formale.
Il muso di un'auto che ricorda due occhi di un animale pronti ad aggredire non mi piace.


 Molto meglio un'auto che ispira simpatia



                                                                                                Silvano C.© 
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domenica 4 settembre 2011

Delazioni o pasquinate?



Ho letto un articolo sulla cronaca provinciale di Trento di oggi, domenica 4 settembre 2011, dal titolo:  “Fisco, il no dei comuni - Non siamo delatori
Se ho capito bene si leggono le ragioni del rifiuto dei sindaci e di altre personalità, che tento di riassumere:
  1. I Comuni non si vogliono trasformare in delatori dei propri concittadini
  2. Tutti sono concordi sul fatto che occorre lottare contro l’evasione fiscale
  3. Non si vuole scaricare su Comuni e cittadini la lotta all’evasione. Non si vuole una caccia alle streghe di stampo medievale.
  4. Si suggeriscono altri metodi, informatici ad esempio.
  5. Qualcuno dice che è meglio ridurre le spese piuttosto che mettere le mani nelle tasche dei cittadini.
  6. Si dice che è una soluzione che non funziona, in parte già provata, e che non produce effetti.
  7. Si suggerisce di migliorare il controllo del territorio e di pensare ad una leva patrimoniale.

 Se ho letto bene, non ho trovato nessuna obiezione seria alla possibilità, ventilata in queste ore, di rendere pubbliche le dichiarazioni dei redditi dei censiti, non una, con buona pace dei politici e dei sindaci, di vari colori politici.
I comuni non farebbero altro che rendere pubbliche le dichiarazioni dei redditi che, in ogni caso, ogni cittadino ha il diritto per legge di conoscere, quindi nessuna delazione, solo pubblicazione. E non si pensa sicuramente di bruciare nessuno sul rogo, mentre mettere le mani nelle tasche di chi non versa il suo contributo alla comunità mi sembra semplicemente un atto doveroso, non certo da evitare con uno slogan un po’ decrepito. E tutti gli altri strumenti antievasione sono sicuramente da usare, chi pensa il contrario?

Voglio aggiungere alcuni punti a favore della proposta invece, perché l’articolo, in modo un po’ distratto, non ne parla.
·        Il Comune, come ho scritto, non sarebbe in nessun caso un delatore. Potrebbero diventarlo cittadini rancorosi e invidiosi o con motivazioni poco nobili. Questo potrebbe capitare, è vero. Ma sarebbe sufficiente ricevere queste denunce in modo da non renderle mai pubbliche, e valutarle o passarle ad autorità in grado di verificare, con gli opportuni strumenti, se le accuse sono fondate. Se fossero fondate non mi sembra neppure il caso di perdere tempo nello spiegare che non sarebbero più delazioni, ma atti di giustizia. Le delazioni infondate non avrebbero seguito.
·        Rendere il cittadino responsabile dell’ambiente sociale e del rispetto delle regole da parte di tutti è un’idea che nei paesi nordici fa parte del DNA. Provate solo a salire senza biglietto su un tram di Vienna, ad esempio, o a vivere sopra i vostri mezzi in un paesino della Danimarca, e poi capite a cosa mi riferisco. Se abbiamo una cultura omertosa e mafiosa, non dobbiamo mantenerla nei secoli, ma modificarla.
·        Pensiamo sempre che chi non paga le tasse ruba a tutti gli onesti che le pagano. Se si pensa così, i disonesti ed evasori sono a tutti gli effetti dei ladri, cioè commettono un reato, devono essere assicurati alla giustizia, anche con la denuncia, e pagare per quanto hanno sottratto alla comunità.
·        I concittadini sono le persone più indicate per capire chi vive sopra i propri mezzi, perché chi vive a Bologna non sarà mai in grado di sapere se Mario Rossi, di Catania, che arriva nel porto di Rimini con una barca milionaria è un poveraccio nullatenente o un notaio che dichiara i suoi guadagni al fisco. Io conosco chi vive vino a me sicuramente più di chi arriva da altre città.

Che tristezza vedere che si vogliono difendere i diritti alla privacy degli evasori. Le persone oneste non hanno bisogno di essere difese su questo.
                                                                                                    Silvano C.©

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venerdì 2 settembre 2011

Un maestro



È stato il mio maestro, quando io ero un ragazzino di terza, quarta e quinta elementare. Negli anni '50 utilizzava già proiettori portatili per diapositive in valigetta, ci faceva costruire immensi presepi con chili di Pongo, ci invitava a raccogliere bozzoli di farfalle da far schiudere in classe, ci portava in visita alle segrete del Castello Estense, ci guidava nella visita alla mostra di Boldini, parlandoci e mostrandoci pure i suoi quadri “proibiti”. 
Faceva educazione sessuale, non per tutti, visti i tempi e la nostra età, ma per quelli che avevano manifestato certe curiosità e che giudicava pronti a capire le sue parole, dopo averne preventivamente parlato con i genitori. Ci faceva imparare i canti della prima guerra mondiale, come “la Leggenda del Piave,  o il  “Va, pensiero” dal Nabucco.  Ci proponeva ricerche sulla Treccani e su altri libri non di testo.
Il suo approccio laboratoriale alle materie si può esemplificare in un episodio. Un giorno, non so chi di noi ragazzini, chiese se pesava di più la sabbia secca o quella bagnata. Lui non spiegò la risposta, ci avrebbe impiegato pochi minuti a farlo. No. Mandò il bidello in cortile a raccogliere un paio di contenitori di sabbia. Incaricò alcuni ragazzi di riempire un secchio di acqua.  Estrasse dall’armadio bilance, scatole, bicchieri, contenitori, e altre cose che ora si sono perse nella memoria. Non ricordo neppure cosa ho fatto io esattamente, ma non scorderò mai la sua arrabbiatura solenne quando alla fine vide l’aula trasformata in un pantano, sabbioso e incalpestabile.
Credo che si sia divertito molto a far sporcare noi e l’aula, e poi a sgridarci. In effetti, malgrado la sua sgridata, non ricordo di essermi sentito in colpa in quel momento, ed ancora oggi il ricordo di quell’episodio mi lascia dentro una profonda nostalgia. Quella è stata una lezione laboratoriale.
Alcune cose imparate allora mi sono rimaste come metodo, come approccio alle cose, come ricerca anche personale per avere una opinione o una idea.

Non è stato solo il mio maestro però, intelligente, innovativo, umano, severo e preparato, ma anche uno dei più grandi storici che Ferrara abbia potuto vantare, un uomo colto ed umile, che non si è mai arricchito col suo lavoro.

(Adiano Franceschini su Wikipedia)

                                                                          Silvano C.©

 
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Una madre



Conosco Ada quando mi trasferisco nel nuovo appartamento. Lei abita col marito e la figlia al primo piano, noi invece stiamo al quarto. All’inizio sono vicini come tanti altri, senza contatti diretti, neppure per rumori che potrebbero infastidirci reciprocamente. Io vedo Anna, la figlia, e penso che potrebbe essere una possibile amica per Giuseppe, mio figlio, ma nella nuova casa ci sono molti e grossi problemi, e non ho tanto desiderio di lasciarmi andare e rilassarmi cercando nuovi contatti. Loro sembrano una coppia normale, una coppia come tante. Poi la bambina inizia ad avere comportamenti strani. La vedo camminare con difficoltà, non essere in grado di raccogliere una palla, sino a non riuscire a stare in piedi. Poi va in giro su un passeggino, anche se ormai troppo grande per usarlo.
Anna ha una malattia rara, degenerativa, inarrestabile. La coppia inizia a litigare, li sento passando accanto alla loro porta mentre salgo le scale, o addirittura dall’atrio. Il tempo scorre lento. l due genitori smettono di andare in giro assieme, la bambina non esce più di casa. I mesi si fanno pesantissimi, sino ad arrivare alla tragica conclusione: Anna muore. Il funerale è straziante, perché quando muore un bambino, un figlio, non si sa più nulla, tutto cessa. Da questo momento la situazione della coppia prende una svolta accelerata, inconcepibile per un osservatore esterno. L’appartamento viene messo in affitto, loro si separano e Ada, una maschera di dolore, distrutta, viene praticamente lasciata fuori dall’appartamento senza aver neppure modo di recuperare i suoi abiti in un armadio. Lei si aggrappa all’unica cosa che le rimane, il suo lavoro. Lui si trasferisce nel capoluogo, si rifà una vita, chiude con l’esperienza precedente, dimentica Anna, e soprattutto Ada. Trova una compagna più giovane, ha un figlio. Lo incontro, tranquillo, pochi anni dopo, per caso, in giro, e poi non lo vedo più. Lei invece resiste, anche se trasformata per anni in un’ombra, col viso che racconta la sua tragedia. La vedo ogni tanto, perché abita in una zona più lontana. Non trovo vitalità nei suoi occhi, sino ad ora. Oggi l’incontro per caso, ed è diversa, mostra un viso più tranquillo, maturo, consapevole e calmo. Parla nuovamente di futuro, delle difficoltà che tutti viviamo. Spazza via cattiveria ed egoismo. Li conosce, certo, ma vuole vivere.

                                                                                             Silvano C.©

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