lunedì 9 dicembre 2024

Nell’ordine Bobbio, Carpi e Urbino

Rivedendo vecchie foto di Carpi ne ho trovata una di Corso Alberto Pio, dove tante volte passammo assieme ma molte di più io da solo mentre tu restavi a casa coi tuoi. In quella foto c’è una targa che ricorda una breve sosta di Giuseppe Garibaldi. Ora anche a me sembra che quelle di Carpi siano state soste brevi, brevissime. E ormai tutte perdute. Difficilmente avrò ancora occasioni per tornarci con la frequenza di un tempo e sinceramente mi interessa sempre meno più passano gli anni. Ormai è evidente che tu non torni, non puoi, ed io questa cosa la sopporto pochissimo. Non è che nei nostri tanti viaggi ogni cosa andasse perfettamente, che fossimo sempre d’accordo, che non avessimo mai litigato. Ma quando mai. Però mi mancano, ogni discussione piacevole e meno piacevole, e lo stupore delle scoperte che ci capitava di fare. Mi manca la fatica e il sudore d’estate, il gelo in certe giornate invernali, i chiodati della Panda che la facevano stare incollata al fondo stradale gelato, e mi manca Carpi con te ovviamente. Mi mancano Bobbio e Urbino anche, ma questi un po' meno. Intanto aspetto che arrivi un nuovo anno senza grandissimi progetti, il principale è quello di sopravvivere senza enormi mutamenti. E vorrei che le cose diventassero più belle per lui, su questo l’abbiamo sempre pensata allo stesso modo. Ciao Viz.

                                                                                          Silvano C.©

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domenica 8 dicembre 2024

Vecchio e nuovo (intesi come anno)

Dovrei dimenticare chi non vale la pena neppure di un minimo tentativo di recupero e non scordare mai chi mi è stato vicino, mi ha aiutato e mi aiuta. Potessi obbligare la memoria a funzionare selettivamente solo su mio giudizio insindacabile potrei far pulizia di inutili rancori e cattiverie lasciando spazio alle cose che contano. Ma non posso, lei fa ciò che vuole e a me non rimane che tentare di adattarmi senza dar peso a quello che non merita o mi rovinerebbe inutilmente qualche ora o intere giornate. È tempo anche di bilanci, e non posso dirmi del tutto insoddisfatto, magari solo un poco e ammettendo che in parte io stesso sono responsabile di alcuni pesi che mi porto addosso. Non è vero però che ognuno è artefice della propria fortuna, non in senso pieno, non quando le conseguenze delle colpe ricadono su chi non ne è responsabile. Conta il culo, in modo determinante. In alcune immagini datate e che ricordo dall’infanzia riguardo all’anno nuovo che arriva e all’anno vecchio che se ne va questi due sono raffigurati come un bambino sorridente e un vecchio con la lunga barba bianca. Gli anni mi fanno assomigliare sempre più al vecchio di queste iconografie, anche se non fisicamente, mentre immagino di essere più simile al bambino che, nel corso dei dodici mesi, invecchierà molto velocemente. L’anno vecchio lascia intuire senza esplicitarlo che con lui se ne andranno molti dei problemi vissuti negli ultimi tempi, è una bugia sottintesa che vorrebbe essere beneaugurante. Quindi aspetto e vedremo cosa succederà. Ciao Viz.

                                                                                          Silvano C.©

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sabato 7 dicembre 2024

Sarebbe meglio giocare a nascondino

Ho un elenco da spuntare per non dimenticare nessuno, per gli impegni da rispettare prima della scadenza, per ricordare a chi comprare e cosa per le prossime festività. Una scaletta schematica a volte per me ha la stessa funzione, organizza mentalmente un discorso, una presentazione, una lezione. Può essere utile anche prefigurarmi quello che ancora non è avvenuto, e a volte seguo e ho seguito pure questa via che permette di preparare gli argomenti, di non fare errori grossolani, di avere pronte risorse per alcune emergenze. Malgrado tutto questo continuo a sbagliare, mi è impossibile evitarlo. La cosa peggiore tuttavia è che nell’elenco da spuntare, anno dopo anno, le persone calano di numero. Ricordi quando mandavamo auguri e saluti per posta? Scorrevamo la rubrica con gli indirizzi che poi riportavamo su biglietti o buste prima di affrancarli e spedirli. Da vari anni non uso più quelle rubriche, le conservo tutte ma non le apro più. Non scrivo più a nessuno e nessuno scrive a me, se non molto raramente. Questo mi fa solo tristezza, significa che invecchio e che il mondo cambia, e questo va bene, ma significa pure che perdo punti di riferimento fondamentali. Perdo motivazioni, e quelle che mi restano devo tenermele strette. Non servono a nulla gli elenchi di persone quando queste ti fanno lo scherzo di andarsene e non semplicemente di giocare a nascondino. Ciao Viz.

                                                                                                               Silvano C.©

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venerdì 6 dicembre 2024

Trasformazione

Non tento definizioni che ognuno può trovare in un dizionario, mi lascio portare da idee peraltro non originali poiché nulla di ciò che potrò mai pensare o dire o scrivere sarà originale. Rubo come hanno sempre rubato anche i grandissimi artisti senza riuscire mai a diventare come loro. Da tempo sembra mi sia conveniente l’attesa del mutamento, la speranza che l’inverno trascorra e poi lasci spazio a una rinascita; il presente non mi piace. A volte devo leccarmi le ferite e guarire prima di rimettermi in gioco. E questo già l’ho fatto, prima di conoscerti. Ma se poi sono autolesionista, come posso giustificarlo? Autolesionista ma egoista, non serve precisarlo. E allora non posso scomodare figure mitologiche raffigurate in alcune sculture che, sin da ragazzino, mi colpirono quando le vidi in fotografie in bianco e nero su vecchi volumi d’arte. Tento semplicemente di rifarmi a quell’ajó che da alcuni giorni mi ritorna alla mente. A quello sono debitore di momenti sereni e devo ringraziare chi me lo ha fatto udire per la prima volta. Quello non posso riaverlo indietro. Tu non puoi tornare. Io non posso vivere nel passato ma neppure nel mondo di oggi o in quello futuro, mi vanno stretti. Qualcosa dovrà subire una trasformazione, magari involontaria, e poi se ne riparlerà. Per adesso deve bastarmi mangiare il panettone a Natale. Ciao, Viz.

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giovedì 5 dicembre 2024

se

Quando le parole incontrano il silenzio sembra che possano avere la meglio, e sicuramente questo avviene, sinché vengono pronunciate. Poi la situazione muta, letteralmente. Le parole hanno bisogno di chi le pensi, le pronunci o le scriva. Devono avere un senso e rendere giustizia al pensiero che vogliono trasmettere. Devono essere ascoltate o lette, quindi capite. Serve una motivazione minima per rendere tutto questo possibile, non è necessario che si tratti di massimi sistemi, è sufficiente si debba chiedere scusa o si voglia salutare. E l’insieme minimo è due, arrivando ad essere da soli questo non funziona. Ora mi chiedo però se anche una frase scritta possa contrastare il silenzio, e prima mi sono lasciato andare presupponendo di sì. E le parole scritte su un muro? Se chi passa le legge va bene, ma se invece non si volta più a leggerle perché lo ha già fatto molte volte, e quindi non gli trasmettono più una novità? Sono assimilabili a sorta di monumenti, nella peggiore delle ipotesi funebri. Direi ajó, Viz, perché questo avrebbe una funzione e un motivo. Prima del grande silenzio, dove tutto è muto e sordo, esiste ancora un tempo nel quale le parole hanno un significato. Esiste, se scrivo.

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mercoledì 4 dicembre 2024

Ajó!

Non so addomesticare né allevare né coltivare. Principiante assoluto sono, imbevuto di certezze solo esteriori perché difetto di continuità. A volte ho recitato parti, mi ci sono immedesimato per anni, ho persino creduto che io fossi lo stesso mio mestiere. E l’ho fatto professionalmente, convincendo tutti. Dopo anni però posso finalmente ammettere la verità, almeno privatamente o con pochi altri. Sono incapace di vendere alcunché quindi, con molte attività possibili precluse, mi sono ritrovato casualmente a diventare qualcuno che sino a poco prima neppure lontanamente immaginavo. Se avessi potuto scegliere e ne avessi avuto le capacità sarei stato un modellista navale da esposizione, un critico o addirittura un regista cinematografico, un falegname artigianale disponibile solo per proprio piacere o per pochi amici, un organizzatore di eventi e incontri o uno scrittore affermato. Ma non ho avuto queste opportunità, non le ho avute con regolare retribuzione e principalmente per mio difetto. Ora nulla di male, ammiravo l’entusiasmo di un amico che credeva nei prodotti ospedalieri che vendeva e che grazie a questo sapeva arrivare ad un fatturato tra i migliori nella sua grande ditta farmaceutica, ma non potevo essere lui. Piuttosto, adesso, mi tornano alla mente singole parole un po' perse nel tempo che pronunciava di tanto in tanto tuo padre. Lui non si era mai montato la testa e non aveva mai voluto andare oltre. Lui era nato in Sardegna, veniva da Santa Vittoria, siete stati voi due a farmi amare la terra sarda. E comunque quello che non fui non sarà mai più. Ajó, Viz.

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martedì 3 dicembre 2024

regali

Ti lascerei un nuovo regalo, uno magnifico e mai donato a nessuna prima, dovrei cercarlo a lungo, essere certo di non ripetere quanto già fatto anche da uno solo, al mondo. Potrebbe essere costosissimo, oppure enorme da non poterlo avvolgere in carta di tanti colori, magari invisibile a tutti tranne che a noi, potrebbe essere così in effetti. Mai nessuno prima lo avrà fatto e neppure mai nessuno dopo potrà copiarne l’idea. Esagero? Sicuramente, e vaneggio viaggiando a cavallo tra mondi che non coesistono se non nella mia mente. Il mondo reale di tutti giorni mi accoglie come tutti, lo vedo a modo mio come tutti lo vedono a modo loro, ma è reale, sinché vivrò sarà il mio mondo. Gli altri sono in parte indefinibili, riguardano le invenzioni della mia fantasia, le attese del futuro, la quasi certezza che nulla tornerà più. Questi altri mondi, che non so neppure quanti siano, a volte arrivano e altre volte spariscono. Vengono dimenticati con la stessa velocità della luce, o semplicemente si spostano, vanno altrove. Mica dovrebbe sparire nel nulla un mondo, non è possibile, se è stato qualcosa resterà. Uno di questi mondi è quello delle promesse: sarà per sempre, non lo farò più, ti cercherò, mi mancherai, eviterò, ti amerò, cambierò, ti farò un regalo che nessuno ha mai fatto, tornerò… Mi azzardo a fartela qualche promessa, so della mia incostanza però. Tu fingi di credermi. Io fingerò di essere migliore. Ciao, Viz.

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lunedì 2 dicembre 2024

Arriveremo alla casa Cupiello

I preparativi sono iniziati. Quest’anno senza fretta. Odio veder trascorrere sempre più velocemente il tempo, quindi se posso rallento, rimando, centellino, fingo di essere quel giovane spensierato che non sono mai stato. Immagino di aver ancora paura a fare il primo passo, cosa che col tempo ho doppiamente superato. Perché doppiamente mi chiedi? Ma è ovvio. Il primo motivo è che l’esperienza mi ha fatto capire che era solo l’inutile paura del possibile rifiuto a frenarmi, e che il successivo rifiuto poi non mi creava veri problemi, anzi, mi toglieva un pensiero. Il secondo motivo è che oggi mi interessa sempre meno fare questo passo, non voglio più ottenere quello che volevo una volta. Chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto, si potrebbe sintetizzare. Ma torno ai preparativi: gli addobbi natalizi per le festività in arrivo. Ho iniziato a recuperare dalla cantina gli scatoloni. Ho cominciato a sistemare, ma mi sono fermato dopo poco. Perché tanta urgenza? Devo vendere e attirare clienti con luci ed effetti speciali? A noi basta meno, basta pensarlo più che farlo ormai. Per la forma mi piegherò, ovvio che lo farò, che arriverò preparato e con le stanze sistemate. Anche noi rivivremo ancora il nostro Natale in casa Cupiello. Ciao, Viz.

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domenica 1 dicembre 2024

Domeniche d’oro

Sino ad un certo momento la domenica a Ferrara, e prima ancora per me a Cassana e Porotto, ogni bottega era chiusa, ogni attività era in riposo settimanale. Restavano aperte le edicole, le chiese, i cinema, i bar, forse le pasticcerie e poco altro. Passeggiare la domenica in centro aveva un significato diverso da oggi, e non molti lo facevano. Poi, non ricordo più quando, la domenica prima di Natale, ad un certo momento si pensò di permettere ai negozianti di tenere aperto, giusto per consentire a tutti di comprare gli ultimi regali da mettere sotto l’albero. L’iniziativa in breve ebbe successo, e così si cominciò con le domeniche d’argento, ogni domenica prima di quella d’oro, e con le stesse motivazioni. Iniziava il vero cambiamento, i consumi crescevano in modo sensibile, e per i negozianti cominciarono pure i problemi legati alle necessità di combinare affari e riposo. Ricordi quando, in poche occasioni, andammo a Bolzano la domenica? Tutto chiuso, via Portici deserta, neppure i bar stavano aperti. A Trento invece già la domenica alcuni negozi con le saracinesche alzate si trovavano. Poi avvenne una rivoluzione, tutte le domeniche tutti poterono tenere aperto. Non tutti aprirono, ovviamente, ma i grandi magazzini, i supermercati, i centri commerciali sì, ormai questi ultimi divenute le nuove cattedrali. Per molto tempo mi sono rifiutato di comprare il pane o certi generi alimentari la domenica, mi limitavo al giornale, quando entrambi lo leggevamo, oppure a qualche vassoio di paste, di tanto in tanto. Alla fine pure noi abbiamo ceduto, io almeno. Ho iniziato la domenica a fare la spesa come gli altri giorni della settimana, senza alcuna differenza. Non so se mi piace, semplicemente vedo che il mondo cambia mentre ci vivo, mi adeguo. E magari cambiasse solo in questo, magari avessimo solo domeniche aperte così senza guerre e pandemie, senza genocidi e fame, senza difficoltà sociali ed economiche. Ciao, Viz. E magari fosse ancora possibile annoiarci assieme, qualche domenica.

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sabato 30 novembre 2024

cose inutili

Inutile far progetti a lungo termine, meglio limitarsi a tempi mediobrevi, è più facile indovinare che si potrà realizzare quanto sperato. A lungo termine si pensa alla pensione, ad altre forme assicurative per gli ultimi anni, alle amicizie che si vorrebbero mantenere o ricostruire. E nessuna di queste aspettative si è certi che si realizzerà perché il destino a volte gioca coi nostri sogni. Ferrara rimane per me un’illusione incompiuta, una programmazione che non ha avuto buon fine. Il mio legame resta anche se muta nel tempo, la memoria non si sfalda ma il desiderio di tornare lentamente scema. Mi allontanai per lavoro, avevo vissuto troppo a lungo pesando sui miei, ma non lo feci per allontanarmi da loro né dagli amici di allora. Per anni pensai di poter tornare, anche dopo che iniziammo a stare assieme, a Riva del Garda e poi a Rovereto. Poi ritenni ingiusto farlo, quando ormai esistevano possibilità reali di realizzare il ritorno. Nostro figlio era cresciuto, non volevo sradicarlo dal suo mondo com’era avvenuto con me e coi traslochi che i miei fecero anche se si spostarono di pochi chilometri. Cinque chilometri sessant'anni fa erano una barriera insormontabile. Quando tornavo dagli amici di allora, perché per un po' ci tornai, loro mi accoglievano, e programmavano di vedersi poi la sera e di fare qualcosa. Io però la sera non ci potevo tornare. Per un po' continuai ad andare ancora a Porotto, poi smisi, i nostri mondi si erano ormai separati. Erano gli anni nei quali amavo Celentano, e lui in quel periodo cantava Il ragazzo della via Gluck. Mai una canzone mi colpì tanto duramente. Vissi anni di vera solitudine e di immersioni pomeridiane al cinema, quando vidi praticamente tutto quanto usciva nelle sale in quel periodo. Ecco perché volevo evitare a nostro figlio quella situazione. Molti anni dopo, quando economicamente fummo in grado di pensare di comprare una casa a Ferrara, e dopo un periodo difficile coi miei, l’appartamento che vi comprammo fu non solo un investimento ma la promessa di poterci tornare quando entrambi saremmo stati in pensione. E intanto nostro figlio lo utilizzò durante i suoi studi universitari, ma non visse quegli anni con piacere perché, come immaginavo, era legato alla sua Rovereto e non a Ferrara. Ora, dopo la tua partenza, andarci assieme entrambi in pensione è divenuto impossibile. Alcuni amici che frequentavamo a Ferrara adesso mi interessano meno. Un’amica se ne è andata come te alcuni mesi fa. Quando torno a Ferrara vorrei ritornare a Rovereto. A Rovereto continuo ancora a pensare a Ferrara. Ciao, Viz.

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venerdì 29 novembre 2024

A qualcuno non piace freddo

Lo scologno, lucertolone sfortunato come pochi, stava al sole invernale, letteralmente congelato. Malgrado il sole la temperatura dell’ambiente rimaneva costantemente sotto il limite di solidificazione dell’acqua, a volte più e a volte meno, ma sempre sotto. In effetti non era solo l’acqua a congelare, ma lo scologno stesso. Nella sua sfortuna era uscito dalla tana per vedere com’era il tempo e il gelo lo aveva bloccato in pochi istanti. Aveva avuto però l’attenuante, nella sfortuna, di ritrovarsi in un posto lontano da ogni pericolo e di essere quasi mimetizzato alla perfezione alla vista dei suoi abituali cacciatori, che in estate non gli concedevano tregua. Anche i suoi predatori, comunque, non se la passavano particolarmente bene. I mesi di gelo vennero allietati (termine per evidenziare che alcuni strani amano il freddo) da nevicate e gelate, venti da nord e ogni tipo di cosa fredda che potesse concretizzarsi. Lo scologno rimase un pezzo di ghiaccio per mesi, come un surgelato dimenticato in frigorifero, sembrava morto stecchito. Arrivarono i primi tepori, avanguardie della primavera, e lui sempre lì, bloccato, immobile. Secondo le buone abitudini avrebbe dovuto iniziare a marcire, a decomporsi, per lasciar spazio ad altri, ma lui niente. Quando finalmente un giorno il sole non più invernale iniziò a scaldare sul serio e gli restituì la vita, che sembrava avesse perduta, lui aprì gli occhi e si guardò attorno come se fosse appena uscito dalla tana per vedere com’era il tempo. Ebbe l’impressione che non fosse male come aveva temuto, e avvertì contemporaneamente un certo appetito. Ciao, Viz. Ultimamente non sopporto il freddo dell’inverno, le piogge primaverili, il caldo estivo e le nebbie autunnali. Non mi va bene nulla. Non so se questa favoletta che mi sono inventato voleva dirti qualcosa. Decidi tu.

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giovedì 28 novembre 2024

Lo stesso albero

Ciao, Viz. Anche quest’anno l’albero sarà lo stesso. Ha la punta un po' instabile, anche la base è sempre meno solida, ma non intendo in alcun modo cambiarlo né cambiare sensibilmente gli addobbi e le ghirlande se non per pochi particolari, magari con qualche decorazione in cioccolato. Non è solo che mi affezioni alle cose, è che vorrei mantenerle esattamente come le ricordo per trattenere con quelle anche le persone. Che assurdità, perché piuttosto non buttare tutto e guardare avanti evitando di stratificare invece di rinnovare? Niente da fare. Sotto l’albero poi, che non è particolarmente alto e che posizionerò nello stesso posto, accanto alla finestra, ci sarà quello spazio dove metterò qualche pacchetto regalo da aprire tassativamente alla vigilia. Mi piacerebbe farti qualche regalo nuovo, in questo le novità sarebbero le benvenute, ma mi sono vietate dai regolamenti che disapprovo. Regolamenti che dobbiamo subire fingendo che per noi sia la stessa cosa. In compenso non rifarò il presepe, da alcuni anni ho smesso, solo alcune piccole statuine a simulare brandelli di Natività sparsi in giro, su qualche mobile. E poi conservo gelosamente sia le decorazioni dell’albero che si usavano a casa dei miei, in vetro molto delicato, e molto ridotte in numero, sia tutte le statuette con le quali, sempre i miei, preparavano il presepe, e non di rado, da ragazzino, ero io che le posizionavo. Ecco, nessuna novità, si avvicina il tempo dell’avvento, il tempo che da alcuni anni mi piace sempre meno.

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mercoledì 27 novembre 2024

Un aiuto

Ho avuto momenti che non avrei mai voluto vivere. Ho pensato a lungo che mi sarebbe piaciuto andarmene prima di te o, meglio, assieme a te. Questo non è avvenuto. Sono sopravvissuto alla tua partenza, forse non ti ho amata abbastanza da trovare impossibile rimanere, e sono rimasto. In parte mi hai lasciato una responsabilità da rispettare ma anche quell’impegno da mantenere non dipende strettamente da me, è legato alla fortuna, che qualcuno in quest’accezione chiama destino. Quando tu stavi male neppure io mi sentivo bene, ma mi sembrava che la resistenza contro la malattia servisse a darmi un motivo, uno scopo. A volte scordavo la verità e vivevo in un mondo di negazione parallelo. Mi comportavo come se non fosse così che stava andando, fingendo forse, o semplicemente per un’autodifesa. Dopo anni da quei giorni terribili nei quali alcuni mi furono più vicini di altri, ricordo che dopo iniziai a sperimentare un vuoto che non sospettavo potesse esistere, inizio a poterne raccontare in modo più distaccato solo ora. Ed ora, anche se già allora lo avevo capito, mi rendo conto che in mio aiuto immediatamente dopo è arrivata la burocrazia. Le pratiche necessarie, gli appuntamenti in posta, in banca, in comune e con le varie agenzie statali e regionali mi hanno distratto. In quei giorni pre-pandemia inoltre era più facile avere i contatti di persona senza eccessivi obblighi in rete, quindi potevo parlare guardando qualcuno e scambiando anche solo poche frasi di circostanza. È stato difficile ma mi ha distratto dalla tua partenza. Ho dovuto organizzare, decidere, dichiarare, firmare, rimandare, accettare, cambiare. Da allora conservo alcune cartelle di pratiche, vederle ora mi fa male ma in quei giorni mi permettevano di programmare le ore per il giorno stesso e per i giorni che sarebbero venuti. Allora è cambiata quasi ogni cosa e pure le mie priorità sono cambiate. Alcuni fatti recenti ancora risentono di quella mancanza di punto fisso e di confronto che rappresentavi per me ma la burocrazia, allora, mi permise di non capire sino in fondo quello che stavo vivendo. Ciao, Viz. Questo lo sapevi, in parte lo avevi previsto, e so che pure tu preferivi andartene prima di me, anche per motivi pragmatici, e hai vinto tu.

                                                                                            Silvano C.©

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martedì 26 novembre 2024

Spazzole e torce

L’ho vista, le sono passato accanto un paio di volte facendo la spesa, oggi. Non ha dato segno di riconoscermi e io ho evitato di richiamare la sua attenzione, anzi, ho proprio evitato di trovarmi di fronte a lei nei miei spostamenti. Ora mi chiederai il perché. Non lo so. L’ho vista sorridente, stava con un ragazzo probabilmente suo figlio, e non avevo il desiderio di fermarmi a parlarle. Credo di avere ancora in memoria il suo numero di telefono, ma non la sento da quasi otto anni. Il tempo che passa mi rende superfluo mantenere certi contatti. Lei era una tua collega, ti è stata vicina nei tuoi ultimi mesi, le sono grato per quello, ma poi le cose sono finite. Nessuno dei due ha più cercato l’altro/a. Un po' lo accetto e un po' mi fa rabbia, non cerco logica in questo. Piuttosto cerco altro, ad esempio una piccola spazzola per pulire le fughe tra le piastrelle. E in effetti l’ho cercata, la spazzola, ma ho trovato una piccola torcia elettrica che cercavo i giorni scorsi senza trovarla. Invece della spazzola la torcia. E invece della tua ex collega chi potrei trovare? Probabilmente nessuno, perché non sto cercando attivamente nessuno, non cercavo neppure lei infatti. Per trovare qualcosa o qualcuno sembra sia necessario aprire una finestra temporale nella quale qualcosa o qualcuno fanno parte dei nostri interessi. Se una piccola spazzola, oggi, mi ha destato più interesse di una persona la cosa forse è grave, ma mi astengo dal giudicarmi, mi limito a registrare. Se ci penso ancora provo rabbia, è questa la realtà, è irrazionale ma la vivo così. Se potessi ti spiegherei meglio, ma forse hai capito ugualmente. Penso di essere in fuga. Ciao, Viz.

                                                                                            Silvano C.©

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lunedì 25 novembre 2024

Gelo

Pochi giorni fa raccontavo di quando, da ragazzino e adolescente, vivevo a Porotto, e i vetri della stanza dove dormivo in inverno si riempivano di cristalli di ghiaccio creati dal vapore che gelava appena toccava il vetro. In quegli anni ricordo i piccoli fossi ai lati delle strade che diventavano specchi solidi, e gli alberi resi sculture bianche e gelide.

Ai tempi di Riva del Garda, dove ci conoscemmo e iniziammo la nostra vita assieme, l'appartamento che avevamo in affitto era riscaldato pochissimo da una stufa in cucina che, quando tenevamo aperta la porta, riscaldava anche la camera da letto. Per il bagno dovevamo utilizzare un termosifone elettrico. E quando lavoravo seduto a tavola, in cucina, ad un metro di altezza la temperatura era ragionevole ma sotto quel livello, visto che stavamo su una cantina aperta ai venti senza porte o finestre, il pavimento era gelido e dovevo indossare i doposcì per non congelarmi.

Nei giorni difficili che viviamo oggi non voglio sprecare denaro buttandolo nel camino della caldaia, quindi in casa mi copro molto e, quando sono solo, tengo a lungo il riscaldamento spento. Se ricordi anni fa avevamo la casa caldissima in inverno, ma quel tempo è finito.

Sai comunque la verità qual è? Che il vero gelo è quello nel cuore; al gelo che si misura col termometro si può porre qualche rimedio ma all’altro molto meno. Ciao, Viz.

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domenica 24 novembre 2024

Lo rifarei?

Ora non direi più quelle parole a mia madre, furono cattive, stupide e infantili. Era giovane, non stavo bene, cercavo qualcosa e in un momento di rabbia accusavo lei. Fu uno sfogo irresponsabile andato oltre la normale e difficile dialettica tra figli e genitori. So che in molti casi questo rapporto non è conflittuale, e invidio (e ho invidiato) queste situazioni diverse dalla mia. E adesso cosa direi, cosa farei? A volte mi chiedo a chi io possa assomigliare, da chi possa aver preso pregi e difetti del mio modo di essere, del mio carattere, del mio pormi nei confronti altrui. A volte immagino che molti difetti siano una mia responsabilità, non generati da altri che da me stesso. Se avessi il desiderio di risalire indietro nel tempo, di farmi qualche seduta per capire da dove sono nate certe mie manie, certi vizi, certe debolezze ed inclinazioni magari potrebbe servire, ma farlo adesso che senso avrebbe? Cercando il negativo che tento di nascondere, perché è a quello che penso ora, non saprei darne responsabilità a nessuno dei miei. Da loro ho avuto esempi di serietà e impegno, di fedeltà e sacrificio. Non solo quelli, ovviamente, sai come criticavamo i nostri quando ne parlavamo, come li prendevamo in giro, come vedevamo l’impossibilità di comprensione tra le idee di mio padre e quelle di tua madre. Il positivo mi è venuto dall’imitazione e dall’esempio sempre dei miei e poi di altri, incontrati nel corso degli anni, anche di chi col tempo ho perso completamente di vista. La domanda stupida iniziale, cioè se lo rifarei, ha una sola risposta. In quelle condizioni sicuramente sì. Con le esperienze venute dopo sicuramente no. Ma questo è ovvio e pure banale. Ciao, Viz.

                                                                                            Silvano C.©

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sabato 23 novembre 2024

In compenso

Nell’imperfezione somma, nell’incapacità insistente di seguire il giusto anche quando nessuno mi vede o mi osserva, esiste una forma di compensazione che di volta in volta mi si offre, spesso inaspettata, per riequilibrare la bilancia. E queste opportunità del destino non posso ignorarle, sono essenziali, mi permettono poi di ritrovarmi, alla sera, con meno sensi di colpa. Non dovrei accettare alcune mie debolezze, ma ci casco e fingo di non farlo. Magari qualcuno mi perdona e mi capisce, sapendolo. Altri magari hanno pronta la certificazione di condanna. Anch’io sono così con gli altri, poco incline al perdono e a dimenticare, sostanzialmente permaloso anche se mi pesa ammetterlo. Quindi, da quel chimico che non sono, tento reazioni che a volte non riescono. Mi manca il catalizzatore, quello serio e importante, quello che fa riuscire perfetto il pane come il lievito, che controlla la cottura ottimale di un piatto con l’attenzione e la precisione del miniatore. Dovrei cambiare, me lo dico da quando ero giovanissimo, dovrei cercare altre vie, dovrei… Ciao, Viz.

                                                                                            Silvano C.©

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venerdì 22 novembre 2024

So dove sono le risposte

Cosa continui a scrivere, un romanzo? Questo mi chiedevi, troppi anni fa. Non ho mai scritto alcun romanzo, lo sai, adesso lo sai. Ora mi sono rimaste molte delle tue domande, alcune le ricordo bene mentre altre in parte le confondo. E poi ci sono le mie di domande, che ogni giorno aumentano. Ad esempio perché rimpiango alcuni momenti nei quali sono stato male, come quando ho avuto coliche renali? Oppure perché mi mancano i giorni nei quali eri tu che stavi male? E perché ritorno puntualmente a tempi che non ci sono più, in case ormai abbandonate e vendute? Ricordo quella di Porotto, coi vetri della finestra della stanza dove dormivo che in inverno si abbellivano di cristalli di ghiaccio, più belli delle decorazioni natalizie vendute in questi giorni. E perché adesso penso con vergogna a mie azioni di quando avevo dieci anni o poco più? Forse che non dovrei farlo per cose più recenti? Vivo nell’incertezza e nel dubbio, le risposte che a volte ottengo recentemente mi soddisfano solo in parte, le tue mi sembravano migliori, e ovviamente mi mancano. Ricordando una nota battuta di Corrado Guzzanti potrei dire che le risposte sono in me, ma sono sbagliate. Ecco, mi manca in particolare il tuo sorriso, e le telefonate che ti facevo quando eravamo lontani. Mi mancano anche le telefonate ai miei, quasi sempre attorno alle sette di sera. Ma ormai quel numero di telefono fisso non è più attivo da dieci anni. Ciao, Viz.

                                                                                            Silvano C.©

                           (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

giovedì 21 novembre 2024

Il panettone a Natale

Da ragazzino ricordo che in questo periodo si iniziava a pensare al Natale, anche se mancava più di un mese, ma nessuno esponeva ancora nulla che anticipasse le feste. Per quello si aspettava dicembre. Poi si iniziava a cercare calendari, qualche pallina nuova per l’albero o una statuetta per il presepe, ma con calma. Non ricordo di aver mai comprato la "carta roccia" per il presepe, a quei tempi, mi bastava raccogliere il muschio attorno a casa e utilizzare qualche ceppo di quelli che sarebbero poi andati nel camino o nella stufa. Ma questo sempre molto più avanti rispetto ad oggi. Le feste natalizie cominciavano con la vigilia e terminavano la sera del 6. Il giorno dopo riprendevano le scuole. Oggi i panettoni sono in vendita da settembre, le luminarie accese da settimane, e nessun bambino più scrive le classiche letterine di Natale, troppi problemi nelle scuole che devono combinare tradizioni diverse non solo italiane, troppi stimoli a fare altro con i nuovi telefoni e troppe offerte di prodotti dai negozi in rete. Il mio vicino riceve pacchi quasi ogni giorno, ordina di tutto, a parte latte fresco ed insalata. Io mi adatto riguardo ai mutamenti. Alcune cose le accetto, non posso farci nulla, altre le lascio passare sulla testa e mi abbasso per non farmi colpire. Tuo padre, spesso, raccontava di chi non avrebbe mangiato il panettone a Natale. Ecco, questo mi è rimasto di lui, e non solo questo. Ciao, Viz.

                                                                                            Silvano C.©

                           (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

mercoledì 20 novembre 2024

Jacques Brel tra le rose e il rosmarino

Ci sono laghetti alpini che frequentammo mai abbastanza, e passi e rifugi. Ci sono in Italia e in altri Paesi luoghi nei quali lasciammo parte del nostro cuore, con una speranza sottintesa di ritornarci ancora. Ci sono stati festival ormai irripetibili che frequentammo, nei quali ci sembrava di essere a casa nostra e che quel tempo non sarebbe mai finito. Poi tantissime sale cinematografiche, ovunque ci capitava di passare e di avere una sera disponibile, come avvenne a Firenze o in Umbria. Dolci e piatti tipici particolari, ai quali siamo rimasti legati e che abbiamo condiviso come nostro patrimonio comune, senza mai scordare i vini, o le birre. L’insieme della memoria è complesso da gestire, a volte sembra di non ricordare più nulla ma, aprendo una finestrella, ritornano episodi e persone, come se fossero ancora qui con noi, adesso. E in questo modo torni pure tu, con i borghesi di Jacques Brel, con le tante rose rosse o di altri colori, e col profumatissimo rosmarino, l’immancabile rosmarino con le patate fritte. Ciao, Viz.

                                                                                            Silvano C.©

                           (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

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