martedì 22 settembre 2026

Una delle tante cose che non ho mai inventato

Se passa una nuvola non è necessario farsi rabbuiare dall’ombra passeggera che arriva con lei e, se succede, è ancor meno obbligatorio trasmettere il malumore o i sentimenti non positivi che ne possono venire. Con qualcuno può succedere, lo so, con qualcuno scelto e che ci sopporta o ci aiuta, ma non bisogna esagerare. Meglio fare come gli animali feriti o che stanno per andarsene piuttosto, e aspettare che torni il sereno. Questa è filosofia comportamentale spicciola, gratuita e che mi onoro di seguire, indegnamente, ché in effetti non credo di aver inventato nulla, neppure questo.   

                                                                                                                              Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

lunedì 21 settembre 2026

Un’età per l’Università

L’Università dell’Età Libera. Ma libera da che? Libera nos Domine? Ogni età è libera a modo suo, quindi ogni età merita un suo ateneo dedicato. Il bambino piccolo, molto piccolo, è libero da colpe, è innocente per definizione, e io tale non sono da eoni. Ma il bambino piccolo merita pure di non essere invitato a iscriversi ad un corso universitario, fatto salvo per alcuni che, a mia conoscenza, ancora non sono stati istituiti, come petologia applicata, malpancismo e rinotillexomania. Tralascio tutte le età intermedie, che non so neppure quante possano essere, dipende dagli intervalli di tempo ritenuti significativi, immagino. Le tralascio e arrivo alla mia, perché è a me che il Comune di Rovereto ha mandato il piccolo libretto che elenca tali corsi, gratuiti o a pagamento, e che spaziano dalle belle arti all’educazione motoria, dalla salute (dell’anziano, ovvio) agli approfondimenti culturali, sino ai consigli su come gestire i propri risparmi (corso a pagamento, immagino, ché se non hai risparmi che ci vai a fare?). Anni fa, quando mi arrivò il libretto simile a quello ricevuto di recente, ho pensato seriamente di iscrivermi a un corso per impratichirmi nell’uso della macchina da cucire. Da bambino sapevo cucire vestitini per le bambole, rigorosamente senza orlo, per il semplice fatto che nel cortile dove potevo uscire a giocare avevo solo bambine mie coetanee e nessun bambino, ma ammetto che alla fine la cosa non mi spiaceva. È da quegli anni che ho imparato a vivere anche senza giocare a calcio. Però un corso sulla macchina da cucire allora non era previsto, peccato. Cercando meglio nel libretto di oggi forse ne troverei uno dedicato alla cucina, ma non so poi perché dovrei frequentarlo, già sbaglio preparando i piatti per conto mio, non necessito di consigli. Tornando all’educazione motoria leggo che è proposto un corso di Taiji Quan, più di 20 lezioni per un costo non irrisorio. Forse, in anni passati, ho visto persone che eseguivano questi esercizi. Non le ho capite e, sicuramente sbagliando, ho semplicemente pensato che impiegavano mezz’ora per alcuni semplici movimenti che potevo fare in tre minuti. Ovvio che non ho capito la filosofia della pratica, del resto ho visitato la Sicilia in tre giorni (ho interpretato Trinacria a modo mio) quindi non sono naturalmente portato a queste cose. Devo ancora capire se sono nella terza età, nella quarta o cosa. E comunque non mi ritengo libero da dolori, paure, impegni e progetti.

                                                                                                                              Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

domenica 20 settembre 2026

A volte fotografo troppo

Il luogo lo ricordo bene e non vi associo bei ricordi. Mio padre era ancora vivo e mia madre era morta da diversi anni. Lui era seguito da una badante. Era un pomeriggio di Natale, forse, comunque uno di quei giorni. Ero da solo in giro, faceva freddo e il morale stava a livello stradale, eppure volevo camminare, forse per capire sino in fondo che le cose non andavano come avrei voluto, o semplicemente perché dovevo scaricarmi muovendomi. Lui era in casa nostra e non aveva voluto uscire, credo, tu eri lontana per le nostre tipiche feste separate, quelle che non auguro a nessuno ma che, magra consolazione, potevamo telefonarci. Anni dopo non sarebbe più stato possibile, solo pochi anni dopo. Il luogo è non lontano da un grande parcheggio dove in precedenza ci stava il mercato comunale. Avevo la fotocamera quasi sicuramente e quel giorno, o un altro, avevo scattato foto alle pareti di alcuni edifici nella zona con murales particolari, non belli e non brutti. Le foto le ho ancora e, adesso, non mi va di andare a cercare dove le ho messe, in quale cartella, se mi andrà in futuro lo farò. Perché lo ricordo bene quel luogo, e proprio adesso mi torna alla mente? Forse, mi rispondo senza sicurezza, è per farmi capire che non era tutto bello, che alcune cose vanno lasciate al loro tempo, anche se il loro tempo era già passato mentre erano vive. Ora che però sono morte, sono scritte nel mio passato e in quello di nessun altro, solo nel mio. Se quelle cose (foto, memorie, pensieri) le rimuovessi, una volta per tutte, una alla volta, forse sarebbe pure meglio. Quasi nulla di ciò che è passato dovrebbe restare troppo a lungo, probabilmente dovrei fare delle scelte, e impormele.

                                                                                                                              Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

sabato 19 settembre 2026

Trovarne è difficile

Che poi normali tu ne frequenti? Io no, neppure io lo sono, che mi conosco abbastanza bene e da anni, da quando ne ho avuto consapevolezza. Appurato e concordato di me, e ci vuol poco, sorvolo su di te, che già avermi scelto e sopportato non depone a tuo favore. E tua sorella, che tuo padre temette cadesse preda di una setta? E mio fratello, che lasciò una posizione sicura per un crescente nulla? Confrontavamo mio padre e tua madre, pensavamo a quanto lui fosse tirato e attento con le spese e quanto tua madre comprasse e facesse invecchiare tristemente prosciutto di prima qualità, che a vederne le carte avvolte con le fette sottili in frigorifero facevano rabbia, come le confezioni di generi vari nel frigorifero di mio padre che erano state comprate già scadute, perché costavano meno. E tuo padre, che con la scusa di pescare si allontanava da casa portandoti con sé perché avrebbe voluto un figlio maschio, o mia madre, che una volta fuggì veramente? Normali nessuno, solo persone che raccontano la loro visione del mondo, la loro personale, e che si compiacciono di trovare chi è malato come loro o, se non malato, con idee condivise. Abbiamo bisogno di amore, dicono, di sentirci accettati, capiti, considerati, riconosciuti per il nostro ruolo e valore. E se col tempo gli amici di allora non li capisco più, se è avvenuto qualcosa che ha fatto vacillare la vicinanza? Allora ci si allontana, prima comincia uno dei due, magari a tradimento, poi l’altro capisce e si adegua. Si può pensare che occorra sposarsi perché, da medico, serve una donna che risponda al telefono. Si può sentirsi rispondere non vengo a teatro, grazie, non mi va, poi si scopre che viene lui, quello interessante più di me, e allora ti ritrovo malgrado il tuo rifiuto iniziale. Si possono offrire alcuni giro in giostra sull’autoscontro a qualche ragazza solo per poter dire anch’io. Si può preferire la famiglia degli altri per scoprire, solo più tardi, che ogni famiglia è così, non va invidiata o imitata, si deve semplicemente accettare la propria, che non è la peggiore. Si può aver frenesia di vivere, andare, fare, fuggire sempre ovunque che dopo morti non si potrà più andare. Si deve dubitare poi, assolutamente, di chi ha il figlio migliore con una posizione invidiabile raggiunta solo con le sue forze, e iniziare a non soffrir più chi si racconta compassionevole con amici che stanno morendo. Capita anche che ti si dica che non vivi, e magari non sa nulla di te, come stai invece tentando di vivere. Si deve dubitare sempre, che di certezze ne conosco sempre meno, quasi nessuna.

                                                                                                                              Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

venerdì 18 settembre 2026

Ci sono case dove si riposa

A contarla non conviene mica, anche se lo faccio da tempo, da anni, troppi. Conviene fare altro, smettere di fantasticare come se il bello fosse tutto andato e che domani non succederà nulla di interessante. Cambiamenti che mi piacerebbero però, ancora, non ne vedo. Contarla sempre allo stesso modo, senza vie d’uscita, è deleterio e poi bisogna porvi rimedio. Ma mica come chi, vecchio ormai, si ritrova con altri vecchi, sai che allegria, l’anticipo del ricovero, o della casa di riposo, o peggio della residenza sanitaria per anziani, chiamata con l’acronimo RSA che suona più ufficiale, anche se dentro resta sempre lo stesso odore. Conviene piuttosto andare dove ci stanno giovani, che se si hanno nipotini forse viene naturale ma non tutti li hanno. In questo senso capisco i vecchi uomini che vanno con ragazze molto giovani, che un po' fanno tristezza e rabbia perché in qualche caso abbandonano o tradiscono chi non lo merita ma non fanno che seguire il bisogno dovuto a regressione quasi infantile di non invecchiare. Ho detto quasi perché, da bambini si vuole diventare grandi e poi, da grandi, succede questo. Che poi questi vecchi invecchiano, è evidente, ma a loro sembra di no se attorno hanno chi è giovane, pensano di mimetizzarsi, se la raccontano, e non sentono chi li critica o semplicemente li prende per il culo. E capisco allo stesso modo le vecchie che cercano ragazzi giovani, anche se sono meno, mi sembra cosa meno diffusa. Triste pure loro però se i motivi sono gli stessi. E se conto di quando andavo per luoghi di mare, anche se non sono mai stato marinaio, solo sulla costa, su spiagge anche non vicine a casa, è che vorrei tornarci con chi dico io, non con chi magari andai che adesso non lo farei più allo stesso modo, meglio da solo. Il fatto è che la voglia di andare in realtà la perdo ogni giorno di più. E anche quell’appartamento non l’ho perduto da poco ma da anni, perché è da anni che non era più come prima, anche se mi pareva. Del resto qui vivo anche senza, faccio le cose di sempre. Le persone non le vedevo quasi più neanche prima, inutile cercare capri che non ci sono, era già così, non è successo tutto alla fine di luglio. E poi sono fortunato, ho chi seguire, è un impegno che devo onorare, ora che non puoi più tu lo posso fare io, sinché ne avrò la possibilità. Ala faza dal v’scec e dla v’sciàssa.

                                                                                                                              Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

giovedì 17 settembre 2026

Vai via

Tu vai (sei andata) via. Io vado (andrò) via. Alcuni momenti sono noti (a me) altri no. Nel presente esiste la memoria di quello che è stato e l’attesa (il timore, la speranza) di quanto avverrà. Purché finisca bene, ma non avverrà, non per tutti, e questa è un’ingiustizia della quale non sono responsabile se non in misura limitata e per pochissimi. Da piccolo quale sono mi lego a cose che potrei lasciar andare a che non contano nulla. Un po' come una gondola in plastica comprata con le lucine che allora si accendevano e poi si sono scaricate le batterie. Ma veramente l’ho posseduta? Ora mi vengono dubbi, forse era a casa dei miei, una vita fa, oppure l’ho vista in altre case. Quello che conta è che si va via, e ancora di più conta che, prima, si era arrivati e qualcuno ci aveva visti e che su di noi aveva puntato le sue carte. Vecchi giochi, insomma, io che non ho mai giocato per denaro e che al massimo, quando dovevo, erano 10 Lire, e mi spiaceva pure perderle. Chissà se è così l’amicizia, forse l’amore, che si deve puntare forte e rischiare di perdere tutto. Ma se non lo si fa non si vive, e un po', ogni tanto, occorre vivere, non solo sopravvivere nella routine e nella memoria. Irreparabilmente comunque conservo la memoria di quanto ho vissuto.

                                                                                                                              Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

mercoledì 16 settembre 2026

Una credenza non è Dio, e neppure una bicicletta, o una macchina per cucire

Quei lampadari li scegliemmo assieme, e alcuni li ho abbandonati a Ferrara. Strano, se mi pensi e ancora hai la pazienza di osservarmi, chissà se lo fai, che a casa nostra, qui a Rovereto, avevamo ancora in certi angoli semplici lampadine al posto di punti luce più curati. Eppure quella di Ferrara doveva essere la nostra seconda casa, non la prima. E in effetti a lungo l’abbiamo usata come rifugio per i pezzi di arredamento che qui non ci andavano più, per ciò che non volevamo buttare e conservare per sempre. Il sempre - che non è mai però - ha fatto sì che lasciassi la macchina da cucire di mia madre, la bicicletta un po' scassata di mio padre, quella credenza datata che però comprammo a Riva del Garda, chiaramente usata, e a lungo, dopo averla restaurata, fu nel nostro appartamento a Rovereto. Ci venne venduta da conoscenti che, non escludo, ci fecero la cresta, e io l’ho lasciata, non ho neppure tentato di guadagnarci. Sarebbe stata poca cosa, del resto, non era un mobile di pregio anche se in legno massello, ma era più adatta a una cucina anni quaranta, non ai tempi attuali. Una credenza non troppo diversa da quella fa arredamento in una pizzeria sotto casa, ma le cose vanno così. Qualcuno vende di tutto in rete, cose vecchie che sembra interessino, io non ci provo neppure. Non so fare questi affari, non ci sono portato, preferisco lasciare o regalare, che magari chi ne ha bisogno può approfittarne. E così, per tornare a quanto dicevo all’inizio, un paio di quei lampadari, o meglio, un lampadario e una plafoniera, li ho portati e li ho sistemerò qui, e saranno ricordi di Ferrara e di quanto a lungo pensammo assieme a quell’appartamento questo mi terrà compagnia. Del resto non posso conservare tutto, è già molto se conservo la memoria di quanto ho vissuto.

                                                                                                                              Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

martedì 15 settembre 2026

Fotografare e legarsela al dito

Sono stato a visitare e a fotografare la chiesa di San Lorenzo, quella che vedo tutti i giorni in alto sulla montagna, sopra Castel Noarna e un po' più a sinistra, che sembra così essere più verso di me mentre invece si trova più a nord, ci sono stato, dicevo, nei giorni che precedevano di poco il look down, la chiusura di tutto e tutti. Ho fotografato i festoni e le casette pronte per il carnevale imminente, atteso e poi annullato. Niente festa. E niente andrà tutto bene, come qualcuno cominciò da lì a poco a dire e a scrivere. Alle donne di un forno non lontano da casa, dove andavo perché i grissini li facevano buoni, adesso non lo so, che avevano esposto questa scritta - andrà tutto bene - spiegai che non sarebbe andato tutto bene perché molti avrebbero perso o già avevano perduto irreparabilmente l’attività che gestivano, che molte famiglie erano state aggredite dal lutto, che la vita di tutti ne era stata duramente provata, che la società si stava incattivendo con persone contrarie anche alle elementari norme di buonsenso, che da quel momento non sarebbe più stato possibile entrare come prima in uffici e palazzi e istituzioni se non con nuove limitazioni. Io spiegai quasi tutte queste cose a quelle donne ma la scritta rimase a lungo in vetrina, visibile a chiunque passava per strada. Da quel momento non sono più entrato in quel forno, e dei grissini non sento la mancanza, e sono passati anni. A conferma che non sarebbe andato tutto bene basta ricordare cosa sta succedendo in questi ultimi tempi. Ma di questo non posso far loro una colpa, mi basta il loro atteggiamento poco rispettoso nei confronti di chi era stato già colpito per legarmela al dito da allora e a mantenermela legata. Poi non sono più salito a vedere quella chiesa da vicino, era un periodo che fotografavo le chiese non lontano da casa, poi ho smesso, qualcun altro le faceva forse meglio di me, quelle foto, e non mi andava di competere con nessuno. Adesso che tante cose sono cambiate, che le fotografie hanno altri soggetti, che ormai a Ferrara non ci tornerò più come prima, che i miei archivi lentamente invecchiano anche se, nostalgicamente, ogni tanto cercherò nelle varie cartelle immagini che vorrei rivedere mi creo attività diverse, vedo sempre meno gente e telefono meno e ricevo sempre meno telefonate. Non so se passerà questa nottata, quando avverrà e cosa farò dopo. Tu Viz forse lo sai, io ancora no.

                                                                                                                              Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

lunedì 14 settembre 2026

Sapori e profumi di cucina

Che noia mangiare sempre le stesse cose. Adesso però, che le vorrei ancora, non so più come trovarle. Per anni sono ingrassato per nostalgia, per portare anche fisicamente dentro di me i sapori e gli odori di alcuni luoghi, di alcune persone, di una mia proiezione immaginaria sulla realtà che esisteva ma, allo stesso tempo, spariva irreparabilmente. Di certi momenti della mia vita conservo il ricordo di alcuni cibi, di alcuni piatti, ad ognuno saprei accostare persone e tempi precisi. La pasta e fagioli, la cotoletta, le patate fritte in casa con aglio e rosmarino, la polenta, i sughi d’uva, la pasta aglio e oglio, e mi fermo perché vorrei quasi piangere. La maggior parte delle persone che mi hanno fatto conoscere per la prima volta questi piatti ormai non ci sono più, neppure quelle della mia generazione, invecchio e questo comporta delle conseguenze spiacevoli. Raccontare per ricordare e far ricordare forse è meglio che mangiare per ricordare e ingrassare, ma sono le due facce di un’identica medaglia. Tento o di trovare già cucinati questi piatti oppure mi azzardo a provare a farli rivivere, e a volte alcune persone, così, un po' ritornano. Quasi come quando io cucinavo e tu sorridevi ché qualcosa di buono lo avevo ottenuto. Solo che tu non torni, e non tornano i miei e tutti quelli che ho perduto.

                                                                                                                              Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

domenica 13 settembre 2026

un amico, o un’amica

Non mi illudo inutilmente, vorrei evitarlo. Le vere amicizie, quelle assolute, destinate a durare sino alla morte e oltre, magari non esistono, o forse sì, rischio di offendere qualcuno, o la sua memoria, e non è giusto. I primissimi anni infantili non contano, almeno per me, quel periodo è trascorso e non mi ha portato nessuno da allora. Il tempo della prima apertura al mondo, relativamente lungo, mi ha portato esperienze e amici che poi ho scordato, anche perché mi sono spostato di casa e li ho perduti. Andati pure loro. I frequenti trasferimenti hanno giocato a sfavore, credo, e anche il mio recente abbandono di Ferrara sta dando un ulteriore colpo, o, sarebbe meglio dire, l’occasione di un chiarimento necessario. Se a questo proposito telefono a qualcuno per esprimere una sorta di condoglianze per la perdita di una persona conosciuta superficialmente troppi anni fa non significa che intendo rinverdire quell’amicizia per me conclusa da tempo, anche se ricevo inviti o offerte di visite, sono cose imbarazzanti se da parte mia non sono sentite, e purtroppo in questo non so mentire molto bene, abbozzo. Credo che basti lasciar decantare perché idee in sospensione si depositino, nuovamente. Ho avuto un vero e solo grande amico, ma la natura del nostro rapporto è cambiata irreparabilmente una sera, molti anni fa, ed ho pianto, poi ho riallacciato ma non è mai più stato come prima. Certe rotture non le riparo neppure se metto oro nelle crepe, come si fa in Giappone per i piccoli oggetti. Il parabrezza dell’auto incrinato devo sostituirlo, non basta ripararlo, non si può. L’amicizia non ritorna quella di prima, non si ripara in alcun modo, e quando si è rotta è andata per sempre. L’amica più importante l’ho perduta quasi un anno fa, lei credo sia stata la sola amica che non mi ha mai tradito in alcun modo, lei credeva nell’amicizia, ha costretto anche me a farlo. Era solo amicizia? Forse no, con una donna non so mai se ci può fermare all’amicizia, resta un mistero.

                                                                                                                              Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

sabato 12 settembre 2026

Mai avuta una bicicletta nuova

A guardare Google-Maps adesso cercando di ricostruire, tanti anni dopo, il percorso che i miei facevano in bicicletta per andare dalla casa a Cassana alla fattoria a Ponti Sette, che un tempo apparteneva alla famiglia Panato, di origine venete, mi ci perdo un po', e poi le case di allora o non ci sono più oppure non sono raggiungibili neppure da Google, se non dall’alto, zone private. Allora ero figlio unico, mia nonna restava a casa, a cucinare e a svolgere tutte le faccende domestiche, mio padre, mia madre e mio nonno andavano a lavorare sotto padrone, in campagna, e in estate mi portavano a volte con loro, caricato sul cannone della bicicletta di mio padre o mio nonno, ché ancora non ne avevo una mia. E le cosce e il culo, dopo un po', mi facevano tanto male che non sapevo come mettermi. Del resto non ho mai avuto biciclette mie, cioè tutte mie, comprate nuove per me. Ancora oggi non possiedo alcuna mia bicicletta nuova, solo usate, mentre a mio figlio ne ho comprate diverse. Gli anni cambiano, arriva il benessere. Dai Panato, mentre i miei lavoravano nei campi, io restavo sotto i filari di uva Fragola o di Clinto, e quell’uva non mi piaceva neppure. Girovagavo e mi mettevo anche in pericolo, nessuno mi stava alle costole a controllarmi, se non sono morto allora significa che non era destino. Conservo ricordi vaghi di un bagno in uno stagno o in un fossato con un paio di grosse camere d’aria per camion o trattore con ragazzini più o meno della mia età, erano maschi, femmine? Non lo so, entrambi credo, ed erano numerosi. Avevano il costume, le mutande o niente? Neppure questo ricordo, solo le enormi e scivolose camere d’aria nere. Da solo poi passavo sotto i grossi rimorchi con le stanghe per i buoi, pieni di punte di chiodi che spuntavano in basso, o rischiavo di finire in pozze con fango e acqua, oppure guardavo le galline e venivo infastidito da mosche e altri insetti ronzanti, mentre il caldo diventava pesante e l’ombra era necessaria. Giochi non ne avevo, usavo quello che trovavo, e la fantasia mi aiutava. Non avevo nulla ma non mi mancava neppure nulla.

                                                                                                                            Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

venerdì 11 settembre 2026

Cassana

Mi raccontavi favole, non ci credevo ma un po' invece sì, immaginavo i personaggi, le avventure belle e brutte, facevo il tifo per chi sapevo accusato ingiustamente che poi, però, avrebbe vinto diventando ricco. Era così, mi sembrava semplice. Quando avevo fame l’ora di pranzo o di cena non arrivava mai. Ogni caduta era una tragedia che, adesso, mi fa ancora sorridere pensandoci. Le vere tragedie cominciano diversamente e hanno altre conseguenze. Anche da piccoli si moriva, lo sapevo, me lo hanno detto e un po' non lo capivo, ma non esattamente. Lei, ad esempio, l’ho vista mentre veniva lavata nuda nada nel cortile, dentro una catinella di ferro zincato simile a quelle che usavano i miei per il bucato. È successo un paio di volte mentre passavo andando alla fontanella pubblica, mi aveva colpito perché nel mio caso quando mi lavavano lo facevano in casa, mai fuori davanti a tutti, come lei. Non la conoscevo però, abitavamo troppo lontani, addirittura un chilometro di distanza, troppo per la mia età. Un giorno mi hanno detto che era morta. Non capivo esattamente come e perché. Non ricordo se andammo al suo funerale, forse no, anche se a quei tempi usava andare ai funerali dei vicini. Tu intanto mi raccontavi favole e poi, lentamente, hai smesso di farlo, ero cresciuto troppo. Sono trascorsi anni, una settantina da quei giorni a Cassana. Un paio di volte, molto dopo, ti ho anche portato in Trentino, dove ormai mi ero trasferito. Poi, poco dopo il mio matrimonio, sei morto anche tu. Adesso sei rimasto a Ferrara, e il tuo nome lo porta mio figlio.

                                                                                                                            Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

giovedì 10 settembre 2026

Estati ormai finite

Noi si andava al mare, ma per cura, mica per divertirci. Il medico aveva detto ai miei che avevo bisogno di mare, e un anno nel quale i miei non potevano spostarsi mi mandarono in una colonia estiva a Igea Marina, e furono le settimane peggiori della mia vita di quel periodo. Non ricordo nulla di piacevole di quei giorni, solo compagnie che non mi andavano, l’inizio di scoperte sulla via di Onan, cibo che subivo e un clima da caserma, quasi peggiore di quello della vera caserma che avrei conosciuto molti anni più tardi, nel veronese. Noi andavamo al mare prima che nascesse mio fratello, e poi anche dopo, a Porto Garibaldi, in un piccolo appartamento in affitto dove solitamente stavamo io e mia madre. Mio padre arrivava il fine settimana perché lui, muratore, non poteva stare con noi gli altri giorni, e arrivava con la corriera. In spiaggia avevamo una tenda quadrata simile a quelle delle barche tenuta da un bastone e due picchetti, da spostare quando l’ombra si spostava, e due pericolose sedie a sdraio. Allora non c’erano gli ombrelloni nel bagno dove avevamo il posto, e di spiaggia libera sicuramente non si parlava. Eppure avremmo risparmiato se ci fossimo andati, ma evidentemente non usava o non si riteneva sicuro, non lo so. Non saprei dire adesso quanti anni durò, non troppi penso. Affittavamo dagli Arveda, un cognome locale molto diffuso. Allora non sapevo nuotare e una volta che mi aggrappai a un piede di mio padre, quando lui lo immerse, finii sott’acqua e bevvi, ad occhi aperti. Uno degli ultimi anni trascorsi quasi tutti i giorni da solo, guardando altri miei coetanei che giocavano, non lontano. Solo verso la fine della nostra permanenza, non so come, il ghiaccio estivo si ruppe e finii col divertirmi con questi ragazzini, in particolare con una ragazzina, chiedendomi perché non fosse successo prima. Ricordando quell’esperienza, molti anni dopo, quando con nostro figlio andavamo in campeggio e restavamo pochi giorni in qualche spiaggia, vedendo che solitamente lui giocava da solo, iniziavo a scavare buche o canali sul bagnasciuga attirando l’attenzione di altri bambini, che a quel punto erano pronti per giocare con nostro figlio, e io mi ritiravo. La cosa peggiore che ricordo delle prime volte a Porto Garibaldi è quel tristissimo costume di lana che, una volta bagnato si sformava e cadeva da tutte le parti. E neppure asciutto era un bel vedere, oltre a non essere per nulla comodo.

                                                                                                                            Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

mercoledì 9 settembre 2026

Chissà cosa è meglio, e chissà se è vero


-        Tu sei sempre uguale

-        E tu hai problemi di vista

Dialogo sintetizzato, nella realtà non molto più lungo. E non ho citato quello che ho pensato: Come è cambiata, invecchiata e smagrita. Questo è quello che posso ricordare della mia breve visita al mercato del martedì a Rovereto.

Tutti sono così. Si cambia, tutti cambiamo e invecchiamo, insopportabilmente e inesorabilmente. Alcuni con gli anni migliorano anche se oggettivamente si vede che sono invecchiati, altri manifestano visibilmente il crollo, senza scusanti o infingimenti. Poi devo dire che chi vedo in modo regolare sembra non cambiare, o mi pare farlo più lentamente, ma è solo un’immagine soggettiva. Incontrandosi capita di mentire gentilmente, ché buttare in faccia la verità, se si può, credo sia meglio evitare. Verso la fine però non si salva nessuno. Per farlo bisognerebbe morire presto, ancora giovani, col vantaggio di avere un funerale con tante persone che vengono a ricordare, a rimpiangere, a pensare quanta vita si sarebbe potuta avere, ancora. Morire vecchi è triste per i funerali semideserti, quasi tutti se ne sono già andati e sempre meno ricordano chi si era stati, negli anni vincenti.

                                                                                                                            Silvano C.©

                                (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

Post più popolari di sempre

Post più popolari nell'ultimo anno

Post più popolari nell'ultimo mese

Post più popolari nell'ultima settimana