Mi raccontavi favole, non ci credevo ma un po' invece sì, immaginavo i personaggi, le avventure belle e brutte, facevo il tifo per chi sapevo accusato ingiustamente che poi, però, avrebbe vinto diventando ricco. Era così, mi sembrava semplice. Quando avevo fame l’ora di pranzo o di cena non arrivava mai. Ogni caduta era una tragedia che, adesso, mi fa ancora sorridere pensandoci. Le vere tragedie cominciano diversamente e hanno altre conseguenze. Anche da piccoli si moriva, lo sapevo, me lo hanno detto e un po' non lo capivo, ma non esattamente. Lei, ad esempio, l’ho vista mentre veniva lavata nuda nada nel cortile, dentro una catinella di ferro zincato simile a quelle che usavano i miei per il bucato. È successo un paio di volte mentre passavo andando alla fontanella pubblica, mi aveva colpito perché nel mio caso quando mi lavavano lo facevano in casa, mai fuori davanti a tutti, come lei. Non la conoscevo però, abitavamo troppo lontani, addirittura un chilometro di distanza, troppo per la mia età. Un giorno mi hanno detto che era morta. Non capivo esattamente come e perché. Non ricordo se andammo al suo funerale, forse no, anche se a quei tempi usava andare ai funerali dei vicini. Tu intanto mi raccontavi favole e poi, lentamente, hai smesso di farlo, ero cresciuto troppo. Sono trascorsi anni, una settantina da quei giorni a Cassana. Un paio di volte, molto dopo, ti ho anche portato in Trentino, dove ormai mi ero trasferito. Poi, poco dopo il mio matrimonio, sei morto anche tu. Adesso sei rimasto a Ferrara, e il tuo nome lo porta mio figlio.
Silvano C.©
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