venerdì 23 giugno 2017

grazie

Grazie prima di tutto del tuo dolore, della tua malattia e del modo col quale li hai affrontati. Grazie delle paure che hai vissuto ed in parte mi hai nascosto, delle speranze che abbiamo condiviso, del chiedermi aiuto quando ti serviva, di come mi hai fatto vivere circa un anno e mezzo della mia vita.
Grazie di come te ne sei andata, mentre io speravo che sarebbe stato possibile rimandare, rimandare, rimandare ed ancora rimandare. Ma non sarebbe stato giusto, per nessuno.

Grazie di aver creduto in me sino alla fine, di avermi chiesto, di avermi accettato anche quando sbagliavo (Ed io ho sbagliato tante volte. Sia negli ultimi giorni, sia negli ultimi mesi sia tanti anni fa…).

Grazie delle litigate folli, delle parole fuori posto e poi rientrate dove dovevano stare. Grazie dei brutti momenti affrontati assieme. Grazie di come mi hai sopportato tanto a lungo sino a farmi credere di essere migliore di quello che sono, e più forte, molto più forte.

La mia testa è impegnata nel tuo pensiero fisso dal quale mi distraggo spesso, è vero, ma che poi ritorna, salvifico, rassicurante.
Recentemente ho fatto tali errori con il trapano che ha forato nel posto sbagliato, con l’acquisto di un box doccia scadente, con valutazioni discutibili riguardo alla precedenza da dare in una serie di lavori da farmi dubitare di essere ancora in grado di eseguirli, certi lavori. Forse è solo il caldo, forse la sfortuna, forse non so cosa, ma mi manca la possibilità di telefonarti dei miei dubbi per chiederti un consiglio. Poi, lentamente, mi calmo, e di nuovo avverto che tu sei qui, non sei mai uscita di casa, non mi hai mai scordato.

La mia è una malattia incurabile, che se va bene potrò solo tenere sotto controllo, non di più. Un vicino col quale ho scambiato due parole stamane mi ha detto che un amico ha perso la moglie ormai sei anni fa, che è un po’ più giovane di me, ma che ancora non ha superato quel lutto. Quindi so cosa mi aspetta. E ti ringrazio anche di questo.

Non intendo scordarti. Appena mi renderò conto che non ti dimenticherò anche se farò altre cose, che posso ridere con un amico, vecchio o nuovo che sia, senza farti alcun torto, che potrei anche avere progetti strani e mai pensati prima senza escluderti dalla mia vita, allora forse sarò finalmente arrivato dove mi piacerebbe arrivare. Vivere senza di te ma con te. Ancora però non ci sono, lo ammetto.

Grazie poi delle mille cose belle che abbiamo condiviso, non solo del dolore. 
E qui l’elenco sarebbe lungo, troppo lungo anche solo per accennarlo. Grazie della libertà che mi hai lasciato e che so che ti è costata. Avrei potuto essere migliore? È possibile, ma certamente non senza di te.

Ciao, Viz. Dovevo solo dirti questo.


                                                                        Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

martedì 20 giugno 2017

per ogni stagione

Nella stagione del raccolto, che in parte si è persa tra gli scaffali pieni di ogni genere di prodotti talvolta utili ma più spesso inutili, e costosi, si realizza l’impegno della vita, si concretizza il sogno ancora non sognato ma solo immaginato e spiato.

In quella stagione possono venire bufere e temporali, a volte vere e proprie catastrofi, ma è quella la stagione giusta, e se la vita è altrettanto giusta (non contateci assolutamente) arrivano anche frutti.

Sono dolci i frutti dell’amore, hanno un sapore che non vi posso e non ha scopo descrivere. Tento giusto per non fare il prezioso. Prima di tutto l’odore è quello della fragola maturata al sole. Il sapore invece contiene la pesca raccolta dal ramo al momento giusto, quando mettendola in bocca poi cola in parte il suo umore sulle labbra e sporca un po’. Ma conosce il melone, quello arancione, profumatissimo anche se la sua buccia sulla superficie raccoglie ancora un po’ di terra. E le ciliegie, e l’uva Vittoria, che porta il tuo nome ed ancora quest’anno non ho assaggiato. Poi le albicocche, spaccate a metà prima di mangiarle, ed un pochino di ananas, che amavi tanto.

Talvolta sono un po’ aspri. A volte si perde il desiderio di continuare a mangiarli, ma restano, anche se trasformati un po’ come spesso sappiamo fare. La stagione del raccolto arriva ma prima richiede un lungo lavoro di maturazione personale, non per tutti uguale. Alcuni sono precoci, altri tardivi, ma tutti sono consapevoli che desiderano quei frutti. Se non si arriva alla consapevolezza, alla volontà, alla disponibilità nel mettersi in gioco, quei frutti non san di nulla. Scordatevi meloni e albicocche. Accontentatevi di una macedonia in scatola, o di un succo commerciale.

Ogni stagione ha il suo tempo, ed il calendario ultimamente non rispetta più gli antichi ritmi. La mia stagione del raccolto è finita, ad esempio, mentre per altri dura da tempo e continuerà a lungo, e per altri ancora sta per iniziare.

Io mi sto abituando a questa fine stagione, come se l’inverno fosse alle porte e l’autunno verso la sua conclusione, e se devo essere sincero non è che la cosa mi renda colmo di allegria, ma non posso neppure scordare il mio periodo del raccolto. Ora devo solo vedere, mentre arriveranno i prossimi tempi, se sono stato saggio ed ho messo da parte per i momenti sfavorevoli, preparandomi dentro di me come una formica, o se ho solo sprecato.

Per sprecare è certo che l’ho fatto, non ho dubbi, ma sono stato attento a non esagerare? Ho conservato le tue parole, i tuoi consigli, la tua tenerezza ed il tuo perdono oppure no? Raccogliere trovando sul ramo è facile, come comprare da una bancarella o da uno scaffale. 
Se ho messo in dispensa tutto l’amore necessario per superare l’inverno invece non lo so ancora. In quel caso, sono certo, mi aiuterai. Ciao, Viz. Tu quello che potevi sino ad ora me lo hai sempre dato.


                                                                        Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

lunedì 19 giugno 2017

Il tempo mi consolerà

Il tempo è il medico principale che deve curarmi, pare. Io non devo aver fretta, sembra, e non devo seguire strade che non senta mie, dicono.

L’esperienza della tua morte è stata la cosa più difficile che io abbia mai dovuto affrontare, e non l’ho superata se non in minima parte. Metto in atto varie strategie, non ultima quella di infastidire tutti da mesi col mio blog. Mi consola, da questo punto di vista, una cosa sola. Nessuno è obbligato a leggere. Io non pago nessuno e nessuno paga me. Non ci guadagno con la pubblicità, e nessuno ne ottiene alcun vantaggio economico.

Tu non volevi morire, ma alla fine sapevi, assopendoti hai accettato il tuo destino, mi hai dato una lezione. Avresti certamente voluto dirmi qualche cosa, ne sono certo, e sicuramente non abbiamo fatto in tempo ad affrontare vari argomenti che ora resteranno per sempre affidati solo a me, ed a chi ti ha conosciuta. Hai avuto la fortuna, dicono, di poter morire nel tuo letto. Dalla mia parte poi, la più comoda. Te ne sei andata in casa tua. E qui sei rimasta. Ci sei pure ora, mentre mi fai trovare un tuo regalo di alcuni anni fa (uno strano attrezzo per svitare bulloni di vario diametro che sembra un gioco).

Inutile dire che mi manchi da morire, che io cerco di essere, con tutti i miei limiti, quello che dovrei essere. Manchi da morire a nostro figlio. Eppure nell’ingiustizia e nel dolore hai avuto fortuna, alcuni pensano. Certamente quello rimasto solo ora sono io, non tu. Forse questa è già una fortuna, non lo so.

La realtà è che nessuno di noi sa come morirà. Tutti vorremmo vivere il più a lungo possibile e poi andarcene in fretta senza soffrire o quasi. Sembra tuttavia, secondo un articolo che ho solo in parte letto oggi, che a pochi sarà riservata questa sorte. La maggioranza di noi è attesa al varco da anni, lunghi anni, di sofferenze, demenza, non autosufficienza e altre amenità. Inoltre molte delle cose importanti della vita, della nostra vita, che vorremmo dire, trasmettere, far arrivare, non arriveranno mai. Ci mancherà il tempo di farlo. Ci penseremo troppo tardi. Quando vorremo comunicare, ormai non saremo più in grado di farlo.

In questa situazione che ci accomuna tutti è difficile essere allegri, servirebbe piuttosto iniziare a prepararsi, senza scordare di vivere al meglio ogni giorno nuovo che ci viene dato.

Altro non so dire, neppure molti medici sanno dire molto di più se non sono specialisti e se non sentono come loro dovere il tentare di capire questa realtà. Inoltre non si muore per colpa dei medici, di solito, ma si muore perché si deve morire. Ed anche i medici muoiono.

Non ho risposte a nulla, ora.

Posso solo aggiungere ciao, Viz,  è stato bello aver condiviso la vita con te, finché è stato possibile. E non puoi negare che qualche volta ci siamo pure divertiti non poco.

                                                                        Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

Non è cambiato nulla

Non è cambiato nulla tra noi. Io ti vengo a trovare dove non sei, trascorro ore a parlare con te camminando, ti chiedo aiuto e consiglio, e tu mi fai capire a volte di lasciar perdere alcune persone, di non dar peso a certe parole, di pensare alla mia salute, di amare nostro figlio e di fare quanto posso per sistemare varie cose.

Da quando il destino ci ha separati fisicamente non ho smesso un solo giorno di farlo, ho ridimensionato alcuni impegni e di nuovi per ora non me ne sono presi. Troppo presto per capire molte cose e per prendere le necessarie decisioni. Ma mi serve tempo. Alcuni eventi stanno andando, forse, nella direzione giusta, e per altri è prematura ogni previsione.

Me la prenderò comoda con i lavori che mi aspettano, oltretutto è un periodo di caldo che non invita a sforzi fisici, e seguirò il tuo consiglio.

Non è cambiato nulla rispetto a ieri, a una settimana fa, ad un mese fa, ma è cambiato tutto rispetto ad un anno fa, come è inutile ripetere ancora. Mi manchi da morire, ma era una sofferenza vederti soffrire. Il mio egoismo non mi faceva vedere la fatica enorme che facevi anche solo per sorridermi, per far sembrare che andasse quasi tutto bene. La mia cecità mi impediva di vedere la realtà. Alla fine probabilmente è andata come doveva, ed io me ne farò una ragione, e un giorno saprò sostituire l’enorme rabbia che provo ogni volta che ti rivedo attaccata alla vita. Tu non volevi morire. Ed io intendo tenerti con me, dentro di me, sino a quando mi sarà possibile. In questa mia volontà non è cambiato nulla. E nulla cambierà tanto presto. Ciao, Viz

                                                                        Silvano C.©  
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domenica 18 giugno 2017

un vento, per dirla con eufemia

La mattinata intera Annibale Annibali la trascorse correndo trafelato da un ufficio all’altro per risolvere un problema di attribuzione indebita (secondo lo scrivente) di una parte della sua pensione che gli era sufficiente appena per vivere e passare un po’ di soldi ai due figli, entrambi sposati e con figli a loro volta ma con lavori precari e sottopagati. Senza il suo aiuto loro avrebbero faticato a vivere dignitosamente, e certamente non avrebbero avuto la possibilità di vedere il futuro in modo meno nero.

Verso le tredici, lontano da casa e con un appuntamento già fissato per le quattordici che avrebbe dovuto essere risolutivo, col capufficio e responsabile dell’amministrazione e dell’applicazione corretta di ogni norma (manco fosse il Vangelo), decise di mangiare nella prima trattoria alla mano che non proponesse pizzette, insalatone, megapanini con bibita allegata obbligatoria, kebab o piatti etnici. Ne trovò una che appena entrato quasi lo stese al pavimento per l’odore di fritto che sembrava gelatina sospesa nell’aria. Ma in fondo quell’odore gli ricordava in parte certi piatti che da piccolo gli preparava sua nonna, e decise che quel posto andava bene. Oltretutto iniziava a far tardi.

Mangiò col nervoso, quindi mangiò tanto, di tutto, e molto male. Eppure i piatti, malgrado l’odore stagnante un po’ repellente, non erano malvagi ma solo molto difficili da digerire. Uscì appesantito ma intenzionato a chiarire di lì a una ventina di minuti la sua situazione. Aveva un documento che avrebbe potuto ribaltare la situazione a suo vantaggio ma che nessuno, in tutta la mattina, si era degnato di cercare di capire.

Arrivò puntuale, anzi, con quasi dieci minuti di anticipo. Lui era fatto così. Al solito fu fatto accomodare, e, come si aspettava, gli venne detto che avrebbe dovuto aspettare il suo turno probabilmente più a lungo del previsto. Si decise di stare tranquillo, prima dell’incontro, e pensò a cose piacevoli, come vacanze, balletti teatrali, amici e donne. Attese a lungo, e si sforzò di non protestare quando il ritardo divenne di oltre trenta minuti.

Finalmente fu ammesso nell’ufficio-sala-serra-soggiorno del capufficio, ed iniziò ascoltando lo sfogo immancabile di quell’uomo che deteneva in quel momento il potere su di lui. Voleva apparire umano, disponibile, aperto nel cercare ogni soluzione possibile nell’interesse del cittadino. Usò la parola cittadino almeno dieci volte in tre minuti, e nove volte la parola regolamento. Poi, quando fu il suo turno, Annibale espose il suo caso, riuscì a tirar fuori dalla cartelletta il documento che riteneva risolutivo e ad appoggiarlo sulla scrivania all’attenzione del potere.

La razione del capufficio lo lasciò esterrefatto. Questi lesse con evidente attenzione tutto il foglio, fronte e retro. Controllò le intestazioni, il destinatario e le firme in calce, oltre alla data ed al luogo di emissione: Roma.
Dopo averlo analizzato in tal modo però uscì col discorso più assurdo che Annibale si sarebbe mai aspettato di sentire con le sue orecchie.

Il documento dimostrava, senza dubbio alcuno, che il pensionato aveva perfettamente ragione, e che non avrebbe dovuto subire alcuna decurtazione della sua pensione, tuttavia il fatto stesso che il documento esistesse dimostrava anche che in un altro ufficio, maggiormente competente di quello che aveva scritto quelle parole a favore del cittadino, un altro funzionario, evidentemente più qualificato, aveva pensato che la decurtazione era corretta, senza peraltro fornire, nella breve facciata senza retro che aveva stilato a sua volta, alcuna spiegazione né aver citato alcun elemento concreto o articolo o norma a sostegno del suo parere negativo.  

Il capufficio quindi concluse che, malgrado il pensionato davanti a lui avesse diritto a godere dell’assegno intero, la trattenuta che gli era stata annunciata avrebbe continuato ad essere applicata. Lui non avrebbe avvallato un provvedimento che, malgrado fosse non solo giusto ma anche logico, sarebbe stato in contrasto con un parere fumoso di un collega sulla carta più competente. E lo congedò.

Fu scendendo le scale col morale a pezzi e il nervoso a mille che Annibale non si trattenne. La fece silenziosa, lunga, liberatoria, interminabile e mefitica. Al suo confronto una decina di fialette di acido solfidrico sarebbero sembrate Chanel di un numero qualsiasi. Uscì dall’edificio mentre la sua scoreggia poco a poco occupava ogni spazio aereo a disposizione, penetrando anche nel circuito di aria condizionata. Tempo dieci minuti e l’intero stabile di quattro piani venne evacuato. Ogni impiegato dovette lasciare il lavoro che stava facendo. Per errore venne bloccato anche un server che controllava tutti i computer di quella sede e quando, oltre due ore dopo, venne riacceso, la pratica di Annibale venne semplicemente ed automaticamente inserita nel database delle richieste accolte.

Il mese successivo il pensionato ricevette la sua pensione intera, con gli arretrati indebitamente sottratti del periodo precedente.


                                                                        Silvano C.©  
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sabato 17 giugno 2017

Il viaggio



Partì con sulle spalle uno zaino con poche cose, scarpe pesanti ma comode, pochi ricambi, mentre l’estate stava per iniziare.

Partì con in mente mille mete diverse, tante persone con le quali avrebbe provato a parlare, utilizzando al suo meglio le diverse ma poche lingue che conosceva malissimo, a parte l’italiano: tedesco, spagnolo, inglese e latino.

Partì perché lo sentiva dentro, come segno da dare a sé stesso, come prova di essere vivo e per onorare a suo modo la compagna che lo aveva lasciato.

Partì dopo aver sistemato tutto quello che richiedeva la sua attenzione, e lasciando ad altri l’incarico di continuare al posto suo. Pensava di tornare infatti, ma non sapeva quando.

Partì seguendo un po’ le strade trafficate ed un po’ i sentieri a fianco delle vie più battute.

Partì per cercare un luogo, un amico, un’emozione, e tenendo come suo unico conforto la presenza di lei. Non cercava altro. Gli era sufficiente un sorriso al giorno. E osservava ogni cosa che incontrava sul suo percorso come se fosse magica, mai vista da nessuno prima di lui.

Partì una mattina presto, dopo aver salutato la sola persona che veramente gli stesse a cuore. Tutti gli altri li aveva avvisati nei giorni precedenti. A qualcuno disse di una sua possibile e temporanea visita, ma che non ci contasse troppo.

Partì con poche cose e senza telefono di ultima generazione. Anzi. Alla fine decise di non prendere alcun telefono. Avrebbe lasciato quando poteva sue notizie utilizzando i pochi telefoni pubblici rimasti. E portò un po’ di soldi, ma non troppi.

Nella sua mente immaginò di fare piccoli lavori in cambio di un po’ di cibo o di alloggio. Oppure avrebbe comprato il minimo indispensabile. Ed avrebbe iniziato il viaggio di ritorno quando fosse arrivato esattamente a metà del suo denaro.

Partì dimenticando i suoi acciacchi. Si vide oltre 40 anni prima, pronto ad ogni pazzia. Partì tenendo un dialogo ininterrotto con lei. Chi lo vedeva muovere le labbra da solo pensò facilmente che fosse solo un vecchio pazzo che si era perduto.

Appena ne aveva occasione scambiava poche parole con chi incontrava. Ogni scusa era buona. Quando era stanco si sedeva, in qualche posto non tanto in vista, e a volte sonnecchiava.

Partì e vide un’antica pieve, molti ponti, diversi fiumi e torrenti, un paio di castelli semidiroccati, e tantissima gente che gli passava accanto racchiusa in auto con l’aria condizionata.

Una volta si chiese sul serio perché era partito, cosa lo aveva spinto, e perché mai non tornava indietro. E si rispose: ma perché no? In fondo è un sogno, è veramente solo un sogno.
                                                                        Silvano C.©  
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Le discese infinite


Le discese infinite esistono solo nella fantasia o nei disegni di Escher. In natura dopo la discesa, toccato il punto più basso possibile del percorso, rimangono due alternative. Fermarsi sul fondo, perché è quello il luogo che si stava cercando, oppure iniziare la risalita.

In questo mondo che varia continuamente i suoi modelli di riferimento anche il senso della discesa si può intendere in mille modi diversi, e di conseguenza le alternative si moltiplicano, spostando ogni volta il punto di vista.

Parlando con le persone in questo momento difficile della mia vita ascolto consigli di ogni genere, è naturale che sia così. Alcuni mi aiutano, mi offrono modelli di speranza, altri intendono darmi lezioni, in una sorta di castigo contrappassato, altri ancora si dimostrano comunque vicini, senza tuttavia potermi dire nulla, e volutamente mi lasciano a decidere da solo la mia via migliore, cioè quella che a mio giudizio è migliore. Tutti tentano di trasmettermi un po’ della loro vita, a volte raccontandomi episodi che hanno vissuto o che conoscono.

Ed io penso che tutti, lentamente, stiamo scendendo verso non so quale destino. Tu Viz lo hai raggiunto, hai concluso la tua esperienza terrena. Forse ora sei felice, o forse no perché la tua felicità è legata alla nostra, e sai che noi non lo siamo, senza di te. Non abbiamo accettato la tua partenza.


Una bambina dagli occhi grandi, curiosi ed un po’ tristi, i capelli castano scuro, magra magra, aspetta di capire il segreto della vita ma intanto gioca, parla, scherza, piange e sorride.
Il padre avrebbe voluto un maschio, e lei un po’ si sente maschio, non le dispiace.
Si perde impaurita, poi inizia a lottare e vince una delle sue prima battaglie.
È una bambina forte. Saprà nascondere le sue paure, sino alla fine.
Le racconterà solo se sarà sicura di non far soffrire inutilmente chi l’ama.
Era la mia bambina, e lei ora è discesa nell’infinito.



                                                                        Silvano C.©  
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venerdì 16 giugno 2017

Una parola che odio


Cerco di pronunciarla poco, ma ogni tanto devo. Quando la pronuncio a volte spiego che non mi piace, ma non sempre. Spesso lascio correre. È noioso ripetere troppe volte lo stesso concetto, in particolare se ho la vaga impressione che possa non essere inteso come lo intendo io.

La parola è cimitero.

Da quando tu riposi al cimitero io trovo l’espressione odiosa e fuorviante, pietosa al limite dell’inganno, volutamente consolatoria ma per nulla oggettiva. Nessuno riposa al cimitero. Io riposo a letto. Tu riposi all’ombra di un olmo. Lei riposa stesa sulla sabbia in riva al mare. Noi riposiamo dopo una giornata faticosa. Voi riposate la mente dopo troppa concentrazione. Essi riposano tranquillamente dopo una mattinata di giochi. Ma nessuno pensa di andare a riposare al cimitero.

Sino ad alcuni mesi fa per me era diverso, Viz, non ci stavi tu in quel non luogo per eccellenza. Nei cimiteri ci entravo con maggior leggerezza e senso di pace. Sentivo a volte gratitudine per alcuni che avevano lasciato in quel luogo i loro ultimi resti. Mi sentivo anche bene con me stesso. Ci andavo volentieri, mentre tu non ne hai mai subito il fascino. Amavi tantissimo tuo padre, ma non sei mai andata sulla sua tomba dopo che lui è morto. Per te era giusto così, quindi era giusto e basta. Era una tua libera scelta. Tuo padre non l’hai scordato, credo, un solo giorno da quando se ne è andato.

Stamattina sono tornato come faccio d’abitudine a ritrovarti per un breve saluto, se si vuole pietosamente definire così, ed ho capito finalmente una cosa che mi covava dentro da un po’. Troppa pace voluta. Troppe statue dal viso rilassato, al massimo piangenti. Angeli in preghiera, altri simboli dettati da una nostra convenzione o da una nostra convinzione, ma nulla che potesse tradurre quello che ruggiva dentro di me.

Nessun segno di rabbia, di protesta, di dolore non accettato, di rifiuto, non dico della morte ma di un destino che non si è capito.

Ecco. Nel cimitero io oggi volevo vedere la rabbia di chi ha dovuto lasciare la vita troppo presto, di chi ha abbandonato i propri cari e non ne aveva alcuna intenzione. E avrei voluto vedere anche qualche segno, sempre di rabbia, da parte di chi è rimasto, da parte di chi non ha accettato tranquillamente perché, in ogni caso, noi dobbiamo accettare il nostro destino.

Io lo accetto il mio destino, sia chiaro, non mi posso opporre, ma lo farei volentieri. Quindi accetto il tuo destino, non avendo il potere di mutarlo, ma non mi si chieda di approvarlo. Mi sento tradito e derubato. Ti hanno tradita e derubata. Ti hanno impedito di vivere cose che avresti voluto vivere, di mangiare un piatto che avresti gradito, di vedere una persona che ti stava simpatica, di ritornare in un luogo a te caro, di finir di leggere quel libro che hai dovuto interrompere, di risentire ancora la mia voce, o quella di tuo figlio.

E non mi si dica che tu sei qui con noi. È vero. Lo sei. Ma non in quel modo che vorrei e secondo me sarebbe giusto. Provo solo rabbia per tutto questo, oltre che odio per quella parola impronunciabile.



                                                                        Silvano C.©  
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giovedì 15 giugno 2017

Ti ricordi?


Ti ricordi quando riuscivamo a fugare le preoccupazioni ed i pensieri e pensavamo alle vacanze? So che lo ricordi. Abbiamo avuto problemi enormi legati a tutte le case nelle quali abbiamo vissuto, ed in parte anche per questi in estate fuggivamo. Prima da soli, e poi con nostro figlio. Fuggivamo da situazioni insostenibili, ma abbiamo vissuto esperienze uniche, solo nostre, segreto che morirà con noi.

La vita delle persone, di tutte, è piena di scelte e di situazioni che anche gli amici non sanno. La vita di una coppia, con i suoi alti e bassi, è un micromondo autosufficiente, che si autoalimenta di idee, progetti, aperture e chiusure verso il mondo esterno, e di tantissimi sogni, messi da parte per il futuro.

Ora il nostro futuro si è interrotto, dobbiamo ripensarlo, viverlo separatamente, il fatto è noto per chi legge questo blog almeno un po’ ogni tanto.  Io devo ripensare alla mia vita, a tutta la mia vita che mi resta. Chi è abituato a stare da solo non ha questi problemi, ne ha altri. Noi abbiamo fatto la scelta di condividere, e se avessimo avuto un po’ di fortuna ora staremmo ancora assieme, a litigare, discutere, decidere chi dei due parlava a nostro figlio, ed ora forse penseremmo a dove andare in vacanza, e discuteremmo a lungo pure di questo.

Un destino (per me stronzo) ha deciso diversamente. Me ne devo fare una ragione. Me la sto già facendo, tento di reagire ogni giorno nel modo migliore, ma la soluzione non è dietro l’angolo, non la trovo in poche settimane. Anche ammesso io abbia sbagliato ad essere troppo selettivo, non è che da domani io possa cambiare carattere, come per magia, oppure che ti dimentichi, e inizi istantaneamente una nuova storia. Oltretutto ora non mi interessa neppure nessuna nuova storia.

Ma ti ricordi quello che abbiamo costruito, in qualche modo, grazie all’impegno di entrambi? Quello so che lo ricordi. Ed io ora mi arrangerò, troverò altre soluzioni, senza escluderti, cercando di diventare più forte, aggiungendo al mio carattere la tua forza di volontà mostruosa. Di quella me ne hai lasciato un po’. Mi hai impregnato. Io ormai vedo più spesso alcune persone. Molte mi lasciano abbastanza indifferente, ma ogni tanto ne trovo qualcuna diversa. Devo solo aspettare. Anche io posso benissimo imparare a stare da solo, ma con la tua presenza costante a sorreggermi nei momenti di crisi.

Ho bisogno degli altri? Certo, come quasi tutti. Ora tocco con mano questa ovvietà. Anni fa ignoravo questa possibilità, e sbagliavo. Molti anni prima di incontrarti, ricorderai, ero diverso ancora. Stavo sempre tra la gente, ma non era la gente che cercavo. Io cercavo te (e non sapevo né come, né quando né se ti avrei incontrata). Come del resto tutta la gente non faceva altro che cercare altra gente. E tra tanta gente alcune erano anche persone, con le quali si è condiviso una parte del percorso della vita.

Non sarò facile, ma dovremo farcela. Ciao, Viz.



                                                                        Silvano C.©  
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mercoledì 14 giugno 2017

E se tocca a noi?


Statisticamente oggi molti italiani moriranno. Di qualcuno sarebbe bene dimenticare in fretta sia chi fosse sia le sue azioni. Di molti altri, invece, giustizia vorrebbe che ne rimanesse il giusto ricordo. Prima di tutto tra le persone che li hanno amati, e poi tra quanti hanno avuto occasione di conoscerli in vita per quanto di positivo hanno fatto o tentato di fare.

Ecco. Provo a rovesciare l’idea che mi assilla da mesi ormai. In che modo io posso onorare la memoria di Vittoria e, malgrado questo, andare avanti con la mia vita, perché non ho scelto io di vivere al posto suo, nessuno mi ha dato questa possibilità di poter decidere.

Se fosse toccato a me insomma, ora cosa preferirei che succedesse?
Non mi piacerebbe essere scordato in pochi mesi, mi sembrerebbe ingiusto, è evidente. Vorrei che le persone che in vita mi sono state vicine non scordassero in fretta le mie stupidaggini, le mie sfuriate, i miei pregi ed i miei difetti. Non gradirei la pietà o le parole di circostanza se non per il tempo minimo strettamente reso necessario dalle circostanze, ma preferirei che si ridesse ancora delle innumerevoli azioni volutamente o casualmente ridicole nelle quali mi sono trovato coinvolto.

Vorrei restare un buon ricordo per chi mi ha amato o mi è stato amico. Accetterei le critiche postume al mio carattere, ma vorrei che mi venissero anche tolte colpe che non credo di meritare. Gradirei insomma una mia memoria il più vicina possibile alla realtà, con un po’ di comprensione per le mie debolezze, troppe certo, ma tutte mie.

E poi, per chi mi è stato più vicino, vorrei che il dolore fosse lieve, minimo, giusto quel poco per dire che c’è stato.

Ovviamente mi farebbe molto piacere essere compianto a lungo, il mio amor proprio me lo richiede, ma ad ogni dolore c’è un limite, ed oltre quel limite basta. Che mio figlio e mia moglie riprendano a vivere, senza scordarmi magari, ma a vivere pienamente. Vedere gente. Uscire. Andare al cinema o in vacanza. Avere tanti amici attorno. Ridere delle miserie che ci toccano tutti. Risolvere ogni problema economico. Mandare a quel paese tutti coloro che se lo meritano. Inventare vie nuove. Essere finalmente liberi della mia presenza invadente e fare, sarebbe ora, quello che il cuore detta loro.

Io vorrei che specialmente mia moglie riprendesse a vivere pienamente, sorretta da tante persone, che riuscisse a contenere in scatole sempre più piccole il dolore e trasformarlo alchemicamente in altro, molto più leggero e sopportabile. Non vorrei essere un monumento da non smuovere mai. Avrei vissuto la mia vita, e dopo sarebbe giusto che venisse il turno degli altri.

Non so se mi basterebbe. Io vorrei anche qualche sprazzo di felicità, per loro. Specialmente pensando a mio figlio vorrei che si affermasse e trovasse soddisfazione, perché se la merita, e non ha santi in paradiso. Io, se pure quel luogo esistesse, non apparterrei alla schiera dei santi e non potrei influenzare un bel nulla.

Ecco, solo questo. Il resto lo lascio intuire, e non credo che sia troppo ardua come eventuale riflessione.
E tu cosa vorresti che succedesse se capitasse a te?

                                                                        Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

martedì 13 giugno 2017

Mai più


Non vivrai mai più il mare della tua prima volta

Il primo sorso amaro di birra

Quel particolare odore di sesso

Il fieno accumulato in mucchi irregolari

Il dolore quando hai capito che ti stava rifiutando

La assolate, lunghissime e solitarie giornate da bambino

Il primo vero bacio

Il tuo sorriso aperto e attorno solo il paradiso, Viz

Quella sensazione di non essere mai adeguato

La prima perdita importante per la tua vita

Bergamo alta, Sicilia in tre giorni, Calcidica

Il primo vero incarico di lavoro

Il sole che arriva a Prè il primo giorno dopo l’inverno


                                                                        Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

ma allora? sei sempre qui?

In che senso scusa?

Sei andata via o sei sempre qui?

Sino a quando non mi lasci andare io devo restare. Sino a quando sentirai il mio bisogno io non solo devo ma voglio restare.
Se ogni giorno che sorge sulla terra mi vieni a trovare dove tu stesso hai messo i miei resti mortali in quella elegante cassettina, senza mai attardarti troppo (un semplice saluto, si potrebbe definire) e continui un dialogo ininterrotto con me da mesi, io cosa potrei fare?

Non lo so, ti confesso sinceramente. Non so neppure cosa potrei chiederti. Tu vivi ormai dentro di me, dentro i miei pensieri che conosci benissimo, e so che in parte sei solo una mia fantasia. Tuttavia sei talmente reale che quando avverto voci di persone vive che passano accanto a me mi sembra che vengano ad interrompere il nostro dialogo, e per me sono un disturbo.

Cosa hai mangiato oggi?

Lo sai senza fare la domanda.

Certo che lo so. Come so che si stanno ripetendo in parte le stesse cose di sei mesi fa. Sei tu che le vuoi ripetere, in modo simbolico. Oggi è martedì 13 giugno come allora era martedì 13 dicembre. Ed aspetti con ansia domani, e dopodomani, sino al 17, e poi sino al 21…

È vero, non lo nego. I mesi passano ed io tendo a dare a queste ricorrenze mensili un loro valore, per non farti volare via. Il 17 poi mi asterrò dagli interventi sui social, e non so esattamente spiegartene il motivo. Ti voglio ricordare, ben sapendo che non ti posso scordare. Credevo anche di smetterla con questa cosa, poi ci ho ripensato. Sono io che decido se e come continuare.

Tu vorresti altro però, sei leggibile come un libro aperto da terza elementare, pieno di figure, perché so che ami pensare e raffigurare quello che leggi e pensi. Tu vorresti un mare blu, ora che è la stagione giusta, vorresti avere il mio corpo ed il tuo corpo di allora, e forse anche altri corpi (stendiamo un velo su questo). Vorresti piegare a tuo comodo il tempo. Vorresti rivivere quello che hai vissuto e magari, non guasta, raccogliere qualche occasione che hai lasciato perdere o che hai perso per tua paura, magari prima ancora di conoscermi.

Ora stai esagerando. Io cerco te, penso a te, tutto il giorno non faccio altro e…

E capita che stavolta io abbia voglia di litigare. È vietato? Tu mi stavi sempre due passi avanti. Ti chiedevo di andar piano e tu non capivi. Ti assecondavo nei tuoi desideri e tu non apprezzavi. Non apprezzavi neppure me, ammettilo. Ma io te lo dicevo, ricordi? Dove la trovi un’altra come me?

È vero, lo ammetto. Hai ragione. Stavolta sono io che non ho desiderio di litigare. Finiamola qui, per ora. Ciao, Viz.
                                                  Silvano C.©  
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