domenica 10 aprile 2016

Riciclo, riuso, qualità e nostalgia



 
Mio padre mi raccontava di un mitico artigiano che produceva pettini per capelli. Un bravissimo artigiano che vendeva pettini perfetti, indistruttibili, bellissimi, un po’ più cari degli altri, certo, ma che una volta che si erano comprati non si rompevano come succedeva puntualmente a quelli della concorrenza dopo qualche mese o pochissimi anni.
Quando il suo prodotto iniziò a farsi conoscere i clienti ovviamente non mancarono, e quel costruttore di piccoli oggetti di uso tanto comune fece fortuna in breve tempo. Sulle prime fu talmente soddisfatto del suo successo che ingrandì anche la sua piccola impresa artigianale, ma non passò troppo tempo prima che intuisse il problema che si andava profilando.
I suoi pettini erano tanto curati e resistenti che chi li aveva comprati una volta non aveva alcun bisogno di ricomprarli una seconda; erano sempre come nuovi. Ormai avrai capito che, in pochi anni, l’onestissimo artigiano fallì e fu costretto a cambiare attività, iniziando a lavorare come operaio agricolo per non morire di fame, e per una paga misera.

Nulla è cambiato sotto il sole, da allora, e quella storia ogni tanto mi torna alla mente quando sento parlare di novità tecnologiche sempre nuove, destinate apparentemente a migliorarci la vita, ma destinate, nella realtà, a farci schiavi di oggetti sofisticati studiati per una loro sostituzione anche entro un solo anno. E tutto questo avviene normalmente, ammantato di ecologismo ipocrita o di naturale desiderio di progresso. Col nuovo cellulare che oggi compri c’è l’opzione di cambiarlo appena uscirà il modello più evoluto. Con l’auto nuova invece puoi pagare per pochi anni una sorta di quota mensile e ad un certo punto potrai decidere se tenerla o restituirla. Anche oggetti non soggetti ad innovazione continua dopo un po’ di tempo si rompono, e non c’è verso di ripararli. Alcuni pezzi di ricambio non si trovano più o comportano spese folli per il lavoro di riparazione necessario.

Aveva ragione mio padre, ovviamente, anche se pure lui, attento a non sprecare, poi qualche errore di valutazione lo faceva. Ricordo come ora, ad esempio, un episodio della mia adolescenza.
Si trattava di comprare un tavolo ed alcune sedie per la sala da pranzo del nuovo appartamento in un condominio di edilizia popolare, e ci recammo presso un mobilificio. Vedemmo le loro offerte, e lui, malgrado le mie proteste, scelse un tavolo di pessima qualità, col piano in vetro e dalla forma arrotondata. Un tavolo concepito male, brutto insomma. Io tentai di distoglierlo, ma non ci fu nulla da fare.
-        Adesso abbiamo pochi soldi, e prendiamo questo. Quando ci saremo stancati e ne avremo di più lo cambieremo.
Non mi convinse quella sua motivazione ma dovetti subire quella bruttezza senza poterlo impedire.
Ora è passato mezzo secolo. Se ne sono andati i miei nonni e pure lui con mia madre. Nella vita ha sempre lavorato, e secondo me non ha commesso mai alcun errore in mala fede, quindi non posso che ringraziarlo, ancora adesso, per tutto quello che ha fatto per i figli. Il fatto, ormai triste se si penso, è che quel tavolo ha subito un trasloco ma è ancora intatto, non è mai stato sostituito, ed ha tutti i difetti del primo giorno. Le sedie abbinate, invece, di qualità ancor peggiore, col tempo hanno ceduto malamente, ed ora chissà dove sono finite.  

(Nota - L'immagine non si riferisce la tavolo del quale si parla, ma è stata trovata in rete)
                                                                                                        Silvano C.©   

(La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

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