domenica 10 maggio 2015

Italo Balbo e Renzo Ravenna


Amici sin dall’infanzia, entrambi ferraresi, interventisti e impegnati durante la grande guerra con incarichi diversi, poi entrambi congedati col grado di capitano. In seguito affascinati dal fascismo, anche se il primo cattolico ed il secondo ebreo.  Balbo era violento, arrivista, politicamente spregiudicato, coraggioso, capace di organizzarsi, di arrivare al potere e poi di operare una metamorfosi sulla sua stessa immagine. Renzo invece sempre amante dell’ordine e della legalità, spinto dall’amore per la sua città, attento ai valori della famiglia e dell’amicizia, ma nel senso più alto del termine.
R.Ravenna, V.Emanuele III e I.Balbo-Ferrara, 1933
I due erano diversi, in tante cose. Sicuramente Italo aveva il carattere più forte, dominante, capace di riconoscere le persone sulle quali fare affidamento, e Renzo, invece, pronto ad impegnarsi con entusiasmo, a vedere nell’amico un uomo nel quale credere, a seguirlo nelle sue scelte politiche, ma non nelle sue violenze, che sembrava non capire, o non vedere.
Eppure due persone legate in modo indissolubile sino alla morte di Italo, avvenuta nel 1940, e anche dopo, sino alla morte di Renzo, nel 1961.
I primi anni 20, per Italo Balbo, erano stati quelli dell’affermazione del fascismo squadrista, a Ferrara e in varie altre zone del nord (Don Minzoni fu ucciso forse su suo ordine, anche se la cosa non fu mai dimostrata in tribunale, neppure a guerra finita).
Li univa però il legame fortissimo con Ferrara, e di quella città di provincia, della quale uno fu il gerarca assoluto e l’altro il podestà, per circa 12 anni, entrambi tentarono di farne una capitale culturale dell’Italia del ventennio. Le motivazioni che li spinsero furono probabilmente diverse, ed entrambi ne ebbero infatti frutti ben diversi.
Balbo ne ottenne il potere e la consacrazione, e venne considerato il solo uomo in grado di oscurare la figura del Duce. Ravenna dedicò invece la vita alla sua città, la governò in modo onesto ed attento, senza alcun guadagno personale, con le uniche colpe di essere fascista (cosa certamente imperdonabile, storicamente, perché incapace di prevedere i danni che questa ideologia avrebbe prodotto, non ultime le leggi razziali e l’entrata in guerra) ed ebreo.
A quel tempo furono tanti, a dire il vero, ad essere fascisti ed ebrei in città, ma solo lui raggiunse un tale potere a Ferrara. Bassani non lo perdonò mai di questo, e lo criticò ampiamente.
Ora però, dopo tanto tempo, anche se quella storia non è ancora stata elaborata come sarebbe necessario, Balbo appare come l’eroe coraggioso (senza dimenticare le sue colpe già ricordate) caduto da aviatore, al quale sono stati concessi onori e riconoscimenti, mentre Ravenna è lo sconfitto, l’uomo tradito da quasi tutti, anche dallo stesso fascismo nel quale aveva creduto ed al quale aveva dato le sue energie migliori, la vittima delle leggi razziali. Anche Ferrara lo ha tradito, non riconoscendogli, in vita, quanto di positivo aveva fatto per essa.
In quella immane tragedia che fu il fascismo, tuttavia, senza scordare le responsabilità oggettive e morali innegabili di Italo e Renzo, mi piace pensare all’amicizia vera che li legò. Italo difese l’amico in ogni modo possibile, e non mancò mai di mostrarsi vicino a lui, anche quando dovette abbandonare la carica di podestà. 
Si fidavano, erano disposti a rischiare, l'uno per l’altro, ognuno a modo suo. La storia è fatta di cose più gravi, più importanti, ma alcuni, anche mentre la storia travolge tutto, non scordano l’amicizia.

                                                                                                         Silvano C.©   


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