lunedì 16 ottobre 2017

Social che vai, social che vieni




Sono un animale social. Non sono assolutamente social.
La rete mi interessa e allo stesso tempo ne diffido.
Vorrei dire di me ma non mi va di dire eccessivamente, sarei superfluo e banale.
Sono curioso degli altri ma non lo sono completamente.
A volte voglio scoprire di più su qualche contatto in rete, poi mi fermo, e penso che se si vuole che io sappia mi sarà detto spontaneamente senza che ricerchi troppo.
Disinteresse o eccessivo rispetto? Non so dirlo. Chi ne sente il bisogno se ne faccia la sua opinione.
Io tengo un diario pubblico, questo blog, che ha uno scopo ovviamente. Meno ovvio è che tale scopo a volte io non lo distingua.

Per scelta e per necessità inizio da adesso un periodo di presenza-assenza. Un progetto da realizzare e alcuni mutamenti mi faranno essere in rete e mancare dalla rete. Non sarò sempre connesso, mi immergerò più a lungo nella vita materiale, un po’ lavorerò con la testa e le mani, un po’ leggerò i vecchi libri di carta, ed un po’ camminerò, alla ricerca di origini e perché.

Non è una fuga, è più un’intermittenza programmata. Io non so come ringraziare chi mi legge, che si interessa in qualche modo a quello che scrivo, qui o sui social.
Nessuno mi deve nulla, sono io in debito.
E il debito più grande che ho contratto in tutta la mia vita, in ogni caso, è con Viz, e ora non posso restituirle nulla, posso solo trattenere quello che mi ha regalato.
È questo lo scopo che mi sono dato, il filo conduttore dei miei pensieri attuali.
Tutto qui. E non intendo dimenticare nessuno.
P.S. Se qualcuno lo desidera mi immagini in bicicletta mentre percorro vie medievali e rinascimentali.

                                                                                                  Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

domenica 15 ottobre 2017

Le patate di Catullo




Soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
         (Catullo – Carmina, 5)

La villa romana che si trova sulla punta di Sirmione venne costruita quasi certamente dopo la morte di Catullo ma è nota come Grotte di Catullo perché in quella città il poeta ebbe effettivamente una casa, anche se non è chiaro dove si trovasse.

Noi la visitammo ormai tantissimi anni fa, e trascorremmo anche alcune ore sulle rocce bagnate dall’acqua del lago, imitazione perfetta di una riviera marina se non per l’acqua dolce invece che salata e per la presenza di un orizzonte chiuso dalle montagne.
Fu una bella giornata, una delle tante trascorse assieme, e oltre ai ricordi legati a situazioni che moltissimi credo abbiano vissuto visitando le rovine di quella grande villa, a me fa tornare alla mente un suo piacevole epilogo una volta tornati a casa, all’estremità opposta del grande lago.
Durante la visita io fui attratto dalle siepi di rosmarino profumatissimo e, lo ammetto, non riuscii a non rubarne un piccolo rametto. Ancora oggi quel profumo mi ricorda troppe cose. Mi riporta mia nonna e mia madre. Mi fa tornare in un orto della mia infanzia. Ma se penso a Sirmione mi ricorda le patate di Catullo.
Una volta tornati a casa, la sera stessa, sbucciai alcune patate, le tagliai come ero abituato in modo irregolare e poi le misi a friggere in padella con qualche spicchio di aglio e quel profumatissimo rosmarino.
Ecco, tutto qui. A te piacevano le patate come le facevo io, in quel modo. Ed a me faceva un piacere enorme cucinartele. Oggi ho ricordato esattamente quel giorno, ed ho sorriso, perché quel piacere mi è rimasto addosso.

                                                                                                  Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

quando ti dimettono?




Un altro tassello inizia a trovare il suo posto, lo capisci? Ti rendi conto che anche questo è un meccanismo ripetitivo, affine alla coazione a ripetere per alcuni aspetti, mi auguro almeno non in modo pesantemente clinico e patologico.
Spero sia solo una fase che poi metabolizzerai e supererai, parte di un cammino che, mi spiace, te lo giuro, tu devi percorre sino in fondo. Poi dovresti uscirne, trovare il modo, anche se doloroso, per far convivere esigenze spesso contraddittorie.
Tu ti aspetti, inconsciamente, che se vieni da me io possa poi uscire con te. Se non stavolta magari una volta dopo, o dopo ancora. Cioè mi chiedi, senza formalizzare la domanda: quando ti dimettono?
Io capisco che oggi tu mi abbia visto almeno due volte, cioè tu abbia scambiato due donne incontrate per strada per me. Mi assomigliavano molto vagamente, ma tu mi hai vista. Posso dire che un po’ mi fa piacere ma che è un segno da valutare con attenzione? Stai sul filo del pericolo.
Renditi conto che se tu mi chiedi: quando ti dimettono? Io potrei, a mia volta, ribattere con: e tu quando ti fai ricoverare?

Capisco ogni cosa, anche questa. Mi rendo conto che è possibile io agisca esattamente nei termini che tu descrivi, anche se involontariamente. Eppure sbagli quando pensi a ricadute patologiche. Prima di tutto io e te siamo nulla nell’universo, e non saremo mai nulla di diverso di due semplici esistenze tra infinite altre. Io però desidero ricordarti, e vorrei continuare a farlo. Questo mezzo per raccontare di te mi aiuta a raggiungere il mio scopo; trattenerti ed accettare anche che tu non ci sia come eri. Se servivano prove, inizio a toccare con mano che le fornisco, comincio ad avere misure di questo. È la mia versione, lo ammetto, ma confido anche nel tuo intervento per interposta persona.
E poi è vero, ora che mi ci fai pensare. A lungo, quando stavi in ospedale, venivo a trovarti e poi capitava che mi facessero uscire. Quando l’attesa era di poche ore restavo in zona, camminavo per le strade, mi distraevo, fotografavo, ti compravo piccole cose, ti pensavo e pensavo pure a me. Vivevo insomma. Avevo paura, certo, ma la scordavo e progettavo. Tu eri in grado di farmi capire ma evitavi di spaventarmi. Come tu potessi riuscirci non lo so, ma la tua forza mostruosa ci riusciva. Ed il tuo coraggio. Ed ora per quale motivo dovrei evitare di dirlo, urlarlo, il tuo coraggio? Infatti non intendo smettere. E intendo pure mandare a quel paese chi non lo accetta. Io ora sono così. Vivo a modo mio, rispetto gli impegni che posso, cerco anche di ascoltare i consigli di chi mi vuole aiutare ma evito persone che ora mi potrebbero distogliere o demotivare o propinarmi giudizi che non mi vanno. Alla mia età non ho tempo per queste persone, non ne ho più.
Quando tornavo a vederti, dopo aver magari mangiato in giro, spesso per strada, ogni tanto ti facevo quella domanda: quando ti dimettono? Ecco perché mi è rimasta conficcata come un chiodo in un luogo che non posso raggiungere con la mano e levarla.
Oggi ho avuto un’esperienza di contatto con le mani guidato al buio da una voce registrata. Ho capito ancora meglio che la realtà per i non vedenti è diversa da quella percepita da chi vede, ne ho avuto una dimostrazione tangibile, e questo ha aperto prospettive nuove, ipotesi nuove. Non so con quale senso posso raggiungerti più facilmente, certo non con la vista. Rinunciando alla luce, che la rende possibile, tu forse ti avvicini di più. In fondo basta chiudere gli occhi.

                                                                                                  Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

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