mercoledì 24 maggio 2017

Sarò




Sarò per te gli occhi, ora che i tuoi sono chiusi per sempre. Spingerò oltre il solito la mia normale curiosità da voyeur, ma cercherò di osservare con più attenzione quello che interessava te, non solo me. E ti farò vedere tutto quello che tu devi vedere, perché è un tuo diritto.

Sarò le tue orecchie, ed ascolterò avidamente anche quello che prima forse neppure mi rendevo conto che veniva pronunciato. Origlierò sconosciuti, e non per mia curiosità, ma per il tuo piacere di sentirti ancora qui.

Sarò il tuo gusto, ed assaporerò con piacere e curiosità tutto ciò che so che ti piaceva e anche quello che so che ti avrebbe incuriosita. Se potrò ti farò assaggiare qualche cosa di nuovo.

Sarò il tuo olfatto. Annuserò la cioccolata ed i fiori, l’erba tagliata e lo stantio delle stanze denso di odori del corpo, i piatti cucinati e ciò che aleggia nelle vie dove passo. Avvertirai con me odori piacevoli e spiacevoli, anche i miei.

Sarò il tuo tatto. Sfiorerò muri, ringhiere, mobili, pelle di persone, tronchi, la stessa aria che mi passa accanto. Ti arriverà il corpo solido e fisico delle cose che hai perso grazie alle mie dita ed alla mia pelle.

Sarò le tue paure, che sono le mie. Non te ne salverai una sola, mi spiace.

Sarò il tuo dolore, quello che non mi lascia e solo ora inizio vagamente a controllare senza che riesca ad ingannarlo troppo. Lui conosce strade e trucchi che mi sfuggono, e mille passaggi segreti.

Sarò la tua gioia, te lo prometto, appena saprò come sia possibile per me ritrovarla ora che è ridotta in piccoli brandelli che non so ricucire.

Sarò il tuo burattino o la tua marionetta, comandato da dentro o a distanza da te per fare ciò che tu vorresti fare. Agirò magari in modo inconsapevole, non pretendo né di sapere né di capire, ma di te mi fido.

Questo io sarò, e tutto quello che mi suggerirai ed ora ho scordato di aggiungere, Viz.




                                                                        Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

vivere





Vivere è il dovere di chi vive, la necessità che da sola giustifica questa situazione temporanea che ci tocca per un tempo limitato.

La cosa si complica se si cercano risposte ad altre domande e ci si pongono tanti perché. Ad esempio, qual è il modo giusto di vivere? Godersela sinché è possibile e ridurre al minimo ogni tipo di nostro impegno nei confronti degli altri oppure sacrificarci anche nelle nostre aspirazioni più semplici, umane, accettabili?

Come al solito io non ho una risposta, o almeno non ne ho una sola. Ad esempio per chiarire il senso della mia domanda di fondo un metodo è partire da un’altra domanda, dirimente: chi ricordiamo ora, tra chi ci ha lasciato, con maggior piacere e, aggiungo, con più gratitudine?

Mi sembra facile pensare che se si tratta di persone a noi care sono coloro che ci hanno lasciato di più, e non solo in termini economici (anche se pure questo aspetto è importantissimo). Ad esempio io ammiro il senso del dovere di mio padre, la dedizione di mia madre, la disponibilità dei miei nonni. Di tutti loro poi mi è rimasta, dentro, la capacità di sacrificarsi per noi, la volontà di lasciarci qualche cosa, la necessità di non usare solo per sé stessi quanto erano riusciti a mettere da parte durante la loro vita.

Non parlando di grandi personaggi ma di uomini e donne comuni, incapaci di costruire castelli e grandi palazzi oppure di fondare grandi imprese di loro resterà poco, nella storia. La loro storia siamo noi, sino a quando vivremo e saremo loro grati, portandoli nel nostro ricordo.

Dalla polvere che ormai sono, da quella che saremo noi stessi, verrà per un certo tempo un alito di vita residua, preziosa e sempre più difficile da mantenere o avvertire. E dopo spariranno e spariremo per sempre.

Il pensiero di aver viaggiato tanto quindi, di aver visto tante opere d’arte, di aver conosciuto migliaia di persone, di aver goduto di mille piaceri leciti e non leciti che differenza farà quando saremo racchiusi nella terra o nel legno, nel marmo o nel cemento, con la consapevolezza che non sempre quella sarà la nostra dimora definitiva?

Io ora mi sento di ammirare solo chi ha saputo dare, chi ha pensato agli altri. Ammiro chi ha aiutato i genitori, i figli, i compagni, le sorelle ed i fratelli. Ammiro che si è speso per chi ne aveva bisogno. Provo tristezza e profonda pena per chi ha investito ogni cosa nel suo apparire e nel suo solo piacere. E non la vedo in modo religioso, in questo caso, ma semplicemente umano, o più propriamente biologico.

Certi esseri, per la scienza, sono parassiti, rubano senza dar nulla in cambio. Altri, come ad esempio le api, tutte sorelle tra loro, sanno sacrificarsi per mantenere vivo e duraturo nel tempo il loro alveare. La vita è varia e prevede entrambe le possibilità, assieme a tantissime altre. La mia preferenza, nel caso, mi sembra evidente.


Ciao, Viz. Ho iniziato i grandi lavori. Lo hai visto anche tu. Lui mi aiuta. Il piccolo appartamento tanto a lungo desiderato, poi terremotato, ora sembra di nuovo nostro. Tu hai scelto con noi pavimenti e piastrelle. Tu hai detto cosa pensavi di porte ed infissi. Tu avevi il diritto di vederlo finito, e mi avrebbe fatto piacere spiarti mentre sistemavi i letti. Non è più possibile. Più di un tumore si è coalizzato per portarti via, e non sono trascorsi neppure tanti mesi. Avremmo potuto vivercelo un po’ assieme. Non ci è stato concesso. So che ora inizi a sorridere, lo so. So che tu sei sempre qui con noi. Ed io lo riarrederò pensando a come ti piacerebbe, sempre secondo le nostre possibilità. Nel dubbio, lo sai, dovrò chiedertelo. Non sei ancora libera di andar via per sempre. Lo decideremo assieme il momento, se verrà.



                                                                        Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

sabato 20 maggio 2017

L’ultimo istante





Oggi ti ho chiesto molte cose, ma sono un paio di giorni che non scrivo nulla su questo mio blog per un motivo banale. Temo di ripetermi. Quindi o non ho il coraggio di andare sino in fondo su certi temi (possibilità assolutamente non da scartare) oppure decisamente ho già detto ogni cosa possibile da quasi tutti i punti di vista, ed è inutile e controproducente assillare chi vorrebbe leggere anche qualche cosa di diverso.

E poi sono pure nervoso, sempre da un paio di giorni. Non so mettere a fuoco in modo logico le cose che mi vorrebbero sgorgare troppo confusamente fuori, e quindi ho optato per il silenzio. Sono in atto mutamenti che mi spaventano. Neppure spiacevoli, ma io li affronto con difficoltà.

Oggi mi hai detto le solite cose, me le ripeti ogni giorno, segno che me ne devo ancora convincere. Tu non ci sei più. Non ci sarai mai più. Ormai è finita per sempre quella nostra parabola troppo veloce di vita assieme. Resta tutto quello che mi hai dato, mi resta il tuo coraggio, che posso solo imitare, e mi rimane il dovere di continuare, anche al posto tuo.

Poi però mi hai fatto una promessa. Che il mio ultimo istate sarà felice. Sarà quando sarà. Non lo sai tu e non lo so io quando avverrà, ma sarò felice in quel mio ultimo momento di vita. E tu mi aspetterai esattamente lì, al varco.
È una promessa che mi lascia stranito, mi fa piacere e non so come prenderla. Io ti credo però. Entrambi siamo per buona misura atei. Entrambi poco permeabili da sette religiose o da metodi non occidentali di meditazione. Unica nostra debolezza legata a questo genere di cose era che tu leggevi l’oroscopo, senza crederci, mentre io gioco rarissimamente al lotto o cedo a tentazioni simili perché ogni volta sono convinto di vincere. E poichè ogni volta perdo, non gioco quasi mai.

Ora l’oroscopo lo seguo un po’ di più, lo ammetto. Non ci credo ma un po’ mi distrae e mi aiuta. Io poi odio la musica da meditazione, mi irrita chi mi saluta con namastè, è difficile che mi faccia prendere da nuovi entusiasmi però ti credo. A te credo. E voglio credere, di conseguenza, che alla fine avrò fatto il mio possibile, altrimenti non potrei essere felice.

Che vera idiozia ho raccontato, scusa. Basata sul nulla. Sul non sapere niente del dopo. Solo sul fatto che tu ci sarai, ad aspettarmi, ed io sorriderò.
Direi che per oggi mi posso accontentare.


Ciao, Viz. I mesi passano, ed io mi arrampico sugli specchi. Per due giorni sarò impegnato con lavori che da tempo speravamo entrambi potessero iniziare. Se li vedrai, sarà con i miei occhi. E se non mi leggerai qui il nostro contatto non ha bisogno di questi mezzi limitati. Mi leggerai dentro. E mi manchi, ma questo lo sai.



                                                                        Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

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