sabato 29 aprile 2017

Alla fine che vuoi da me?


È da anni che ogni tanto mi evochi, parli di me, fai congetture, ti permetti di arrivare a conclusioni del tutto campate in aria. Ma cosa credi di sapere, tu, più degli altri?

Da alcuni mesi poi questo tuo atteggiamento si è ulteriormente rafforzato. Pensi di potermi dare del tu come ad una qualunque tua amica o conoscente. Io non sono tua amica, né confidente, né consolatrice. Occorre tenere le giuste distanze. Al momento buono, quando sarà il caso, forse ci conosceremo. Ma è possibile pure che non avvenga nulla del genere, e anche tutta la letteratura spesa su di me si rivelerà un’inutile montagna di spazzatura.

Non sono sorella. Non sono madre. Non sono figlia. Non sono moglie, amante, concubina o compagna. Mi è estranea ogni parentela ed ogni tipo di relazione umana. Esco dai tuoi schemi. La sola cosa che posso suggerirti è vivere, sino a quando ne avrai la possibilità, per gli anni che ti restano, nel modo migliore possibile.

Sii porco come non sei mai stato, perché non ne hai mai avuto il coraggio. Sii onesto veramente, perché neppure del tutto onesto sei mai stato. Vivi le cose che non hai ancora vissuto, ma evita, per favore, una ferrata in montagna se soffri di vertigini, evita l’approccio con i minori, rischi la galera, non discutere con quelli più cattivi e grossi di te, perché potrebbe finire male. Evita la lamentela continua ed indisponente. Alla lunga stanca. Io mi sono stancata. Pensa a lei ma non pensare solo a lei. Lei ti ha dato tutto quanto ha potuto, ma ora, se non sei fatto fin sopra i capelli che non hai, dovresti aver capito che lei non c’è più.

Mi vuoi dare la colpa di questo? E sai quanto cambia? Sai che enormi vantaggi ne potresti ottenere? Assolutamente nessuno. Sfrutta la libertà residua per mettere ordine, e sai cosa intendo, ma anche disordine nella tua vita. Segui le leggi umane, la maggioranza almeno, quelle che hanno un senso. Cerca un equilibrio prima di iniziare a parlare anche con me. Trova alternative, costruisci un plastico, fotti (se ci riesci), cammina, mangia e bevi con giudizio, approfitta delle occasioni ed evita, per favore, il ridicolo. Tu ora rischi fortemente il ridicolo. Dopo il ripetitivo, ormai superato oltre ogni livello di guardia. Guardati allo specchio, nudo o vestito, fai tu, e datti una regolata. Non hai più vent’anni.

Se fosse stato destino che tu avessi avuto un’altra vita credi che non sarebbe successo? Hai avuto più di tanti altri, e pure lei, che a modo tuo hai amato, alla quale ti sei dedicato, ora ti vorrebbe almeno più sorridente. Che sia io a dirti questo è ridicolo, ma io non ho alcuna paura del ridicolo, sei solo tu che lo stai rischiando.

Se capisci cosa vuoi da me fammelo sapere. Nell’attesa segui i consigli che ti ho dato. Te ne regalo uno per finire. Esci dai tuoi soliti schemi. O lo fai ora o non lo farai mai più. Ricorda sempre però il senso del ridicolo. Per me la dignità ha un valore.


                                                                    Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

venerdì 28 aprile 2017

Aiuto



In questa mescolanza confusa ed apparentemente indistinguibile di messaggi individuali che arrivano a chi frequenta i social una certa percentuale è occupata sicuramente da richieste di aiuto mascherate, se non decisamente esplicite.

Escludendo chi usa questi mezzi per lavoro, per pubblicizzare un prodotto (che può essere anche sé stesso, ovviamente), chi lo fa per semplice esibizionismo e per poter dire di esserci, chi lo utilizza per scopi umanitari o, udite udite, per dare informazioni (vere, controllate o non di rado bufale, cadendo quindi nella tipologia del sostenitore di una certa idea, costi quel, che costi, anche la menzogna), rimangono le tantissime persone comuni, come tutti noi, ben mimetizzate, che lanciano messaggi diversi.

Le richieste di aiuto sono tra queste. Non ho alcun dato statistico al riguardo, ma azzardo almeno un 10%, anche se penso molto di più. Chi ha la giusta sensibilità li coglie alla prima lettura, già dall’incipit. Occorre avere le antenne puntate, poi non ne scappa uno, o pochi.

E in questi casi, quando cioè ci si rende conto della situazione, cosa bisognerebbe fare? Poiché nessuno può aiutare tutti, molti di questi appelli cadono nel vuoto, perché è naturale e giusto che così avvenga. Negli altri casi si pone il problema, molto serio. Far finta di nulla? Spesso funziona. Chiedere spiegazioni? Si può fare, a condizione però di essere disponibili a mettersi in gioco. E dopo? E dopo non lo so. A volte basta dire la parola giusta, altre volte non basta, ed occorre lasciarsi coinvolgere ancora di più.

Nella solitudine mascherata dei social, dove a parole tutti hanno trovato il segreto della felicità ma stanno sempre lì, a spiegarlo, perché evidentemente tanto immediato non è, il dolore è una sorta di allagamento che tocca solo la cantina, tenuto quasi sempre sotto controllo, fa qualche piccolo danno a cose vecchie, ma il nostro salotto buono è sempre presentabile, luminoso e molto ben frequentato.

Quando ci mancherà improvvisamente la connessione saremo nudi, senza rete di protezione, l’acqua dalla cantina inizierà a salire a pianterreno, ci sentiremo un po’ isolati, capiremo che la vita scorre anche fuori, che le identità virtuali sono, appunto, virtuali, e che poche le possiamo immaginare trasformabili in reali. Auguri, a ciascuno di noi, di non aver mai bisogno di nulla, né virtualmente né realmente. Sarebbe un risveglio fastidioso.


                                                          Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

giovedì 27 aprile 2017

C.d.D.


So già quello che pensa, ma le garantisco che lei è la persona giusta per questo incarico.

Ma io non penso nulla, anzi, sono solo molto stupito di essere stato convocato qui. Io non ho chiesto niente a nessuno, che ricordi.

Appunto. Lui mi ha detto che può iniziare appena lo desidera, anche subito, se vuole.

Ma lui chi, scusi? E poi per fare cosa? Io ho già le mie bestie da guardare.

Per favore usi più rispetto. Lui ha scelto lei, e Lui non sbaglia mai.

Ma Lui chi, ripeto?

Non Gli piace essere citato inutilmente. E poi ha troppi nomi, e troppi devono ancora inventarne per chiamarLo. Lei deve solo entrare nella stanza che vede, quella, ed iniziare. E non si preoccupi per le sue bestie.

Ma scusi, che devo fare, se accetto questa assurdità?

Vede, ora mi fa perdere tempo, anche se lo sapevo già. Voglio essere esplicito. Lei nella stanza trova un libro. Ogni pagina sinistra ha un numero, che a lei sembra casuale, ed a fianco un episodio descritto in modo sintetico. Quella destra invece è ancora bianca. Deve scrivere quello che vuole sulla pagina bianca. Tutto chiaro?

No, per nulla. Cosa sarebbe quel numero, scusi?

Quello è una persona. Magari vive oggi in Francia. Forse è morta tremila anni fa in Cina. Forse vivrà fra 500 anni in Burasia. Il numero è un modo per non farla fissare sul nome. Per non farla distrarre. Lei deve sono scrivere quello che desidera sulla pagina ancora bianca. Fatto questo, va alla pagina successiva. E questo per sempre. Il suo incarico non ha scadenza. Non porta a riconoscimenti di alcun tipo, ma è molto importante.

Ma lei mi prende in giro…

So che lo pensa. Vuole decidersi ad entrare ora? Tra due minuti lo farà.

Entra. La stanza è arredata in modo essenziale. Un tavolo di noce, pesante, scuro. Una sedia robusta, ma dall’aspetto comodo. Sul tavolo un libro già aperto, non particolarmente spesso, ed una luce, una vecchia luce da scrivania come usavano nei primi tempi dell’avvento dell’elettricità. Di fronte una finestra, aperta, con vista su un parco di alberi d’alto fusto talmente fitti da non far capire il paesaggio che nascondono.
Per curiosità legge.
130496302849596 – lui piange per molte ore al giorno.
E nessun chiarimento. Ma che razza di…? Poi, dove non aveva letto, trova: lui è preoccupato per la madre, che deve morire, nessuno le dà più nulla per sfamarsi. E lui è troppo lontano.
Rimane interdetto. Ma che roba è? Poi decide di scrivere: una vicina nota la madre dell’uomo, ed inizia a portarle, ogni giorno, una ciotola di verdure e carne.
Poi sfoglia il libro: 40673339601058 – mentre passa dà un calcio ad un cane, senza una motivazione. E lui scrive: fatti pochi passi inciampa e si sloga la caviglia in modo molto doloroso.
E poi: 39610483728884 – la moglie lo tradisce … e lui si chiede, ma con…? lo tradisce col vicino, lui la trascura, e spesso la picchia. Non sa che scrivere, poi: il vicino viene allontanato dal suo padrone per un incarico in un luogo molto lontano. La moglie una volta reagisce all’aggressione del marito, e lui, stupito, la rispetta di più, e la sera fa l’amore con lei come nemmeno venti anni prima.

Continua così per ore ed ore, ed inizia a trovare un senso, in quello che scrive, poi decide di uscire dalla stanza.

Ti aspettavo, giusto ora. Hai capito?

Non ho capito nulla. Io aggiungo solo frasi che mi sembrano avere un senso, che portino un po’ di giustizia.

Esatto. Sei quello giusto, sei il Contatore di Dio.



                                                                Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

fuori dal tempo



Non fuori dai giochi, sarebbe troppo comodo.
In un luogo che per alcuni non ha un nome si conservano nomi.
Ora c’è anche il mio.
Una parte sola del mio nome, come sai.
Una parte minima di me, come sai.
Però ci sono, ancora non so per quanti anni, perché non capisco, come te, le regole umane.
So che non ti piace, ma ricordo tutto.
E, anche questo so che non ti piace, credo di poter vedere tutto ciò che è stato.
Non tutto tutto, solo quello che mi riguarda.
Il mio tempo finito non è stato lunghissimo, ma non me ne lamento.
Io raramente mi sono lamentata, non serve che te lo ripeta.
Smetti un po’ di lamentarti pure tu.

                                                            Silvano C.©  
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mercoledì 26 aprile 2017

le cose che mi parlano di te, che tu hai messo in ordine, che io non trovo ed ora mi servono


Mi ero alzato tardi, soddisfatto, preparando il risveglio con un sogno neutro, rilassante e senza nessun retrogusto. Ho fatto le prime cose che tutti fanno appena svegli. Poi ho letto una comunicazione che mi ha fatto male, da parte di un’amica. Sulle prime non l’avevo capita, anzi, l’avevo accettata come logica. Poi un tarlo ha iniziato a rodermi dentro. Sono uscito, malgrado la pioggia, e al rientro quella comunicazione non mi piaceva più. Ora attendo. Non so che succederà.

Poi ho deciso di cambiare il letto di mio figlio. Da mesi andava cambiato, anche se lui dorme di rado in quel letto, e mi sono trovato davanti al dramma. Dove stavano i ricambi del letto? Dove li hai messi, Viz? Li ho spostati io magari nei giorni scorsi per fare ordine? Eri tu che curavi questi aspetti della vita domestica, non io. Io mi fidavo di te e di come tenevi le cose, anche se a volte ti criticavo. Ed ora? Come darti la colpa piangendo? E poi, di che colpa parlo? Tu non hai colpa del fatto che ci siamo divisi i compiti. Non hai colpa se tenevi le cose col tuo ordine. Non avevi colpe se, quando ti chiedevo una federa o un lenzuolo, tu me li trovavi. Non hai neppure colpe se un tumore ti ha uccisa, ormai oltre quattro mesi fa, e le lenzuola possono andare gentilmente a cagare, con rispetto parlando, di fronte a questo.

Alla fine, spostando la biancheria, credo di aver trovato quanto cercavo, ho disfatto il letto, ed ora mi accingo a stirare quanto necessario. Non amo stirare, è noto, ma lo farò volentieri, lo giuro. Cercherò alla tv un programma adatto e mi distrarrò stirando. Un’amica mi ha telefonato. Un po’ mi ha trovato su di giri. Giorni fa non ero così, mi ha detto. Mentivo. Le ho detto. È da molto che la cosa non mi va, e non l’accetto. Andrò da uno bravo, presto, magari mi ordinerà la medicina miracolosa che ancora non vogliono far conoscere ai comuni mortali, quella della felicità idiota e perfetta, senza pensieri o preoccupazioni. Chi lo sa.

Va bene. Stirerò. Rifarò il letto. Rimetterò in ordine la biancheria, sperando che tu, Viz, mi dia un consiglio, e poi, se smetterà di piovere, magari farò due passi.  Mi viene da ridere quando qualcuno mi dice di non cercare cose che mi fanno ricordare troppo la nostra vita assieme. Che mi ospiti a casa sua allora, oppure mi offra un soggiorno alle Maldive, tra mare e palme, ragazze e cielo cristallino. Già. E che magari aiuti pure mio figlio, al quale la madre manca da morire.
                                                                          Silvano C.©  
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martedì 25 aprile 2017

sorriso effimero

Il titolo che ho scelto, attento e rispettoso, non tragga in inganno nessuno.
Tu mi stavi prendendo per il culo. Sorridevi in un modo indefinibile, misterioso, enigmatico, per quasi tutti. Anche io ci sono cascato per un po’, durante le prime ore di dolore assurdo, in apnea, guidato solo dall’istinto.

Dopo averti composta, come sentivo di dover fare senza averlo mai fatto prima con nessuno, nei primi minuti che hanno seguito la tua morte, ho fatto le cose che sentivo giuste, e non sapevo se lo erano. Mi hai beffato andandotene nei minuti nei quali, appena alzato stavo in bagno, in giro, fuori dalla stanza. Mi hai rubato, anche per colpa mia forse, gli ultimi istanti. Poi hai assunto uno sguardo rilassato, difficile da definire, leggermente sorridente, un po’ come chi finalmente si è tolto da una situazione sempre più difficile.

Hai iniziato a prendermi per il culo, a modo tuo, senza farlo parere, senza offendere, solo per aiutarmi a intuire. Prendermi in giro era il modo migliore che usavi per farmi capire quali idiozie io stessi pensando o dicendo. Il metodo lo avevamo affinato assieme in anni di perfezionamenti ed aggiustamenti, e tu lo applicavi in modo magistrale.

Ma perché, poi? Perché sentivi questo bisogno? Io ti ho trattenuta giorni, forse esagerando, in quella bara coperta solo da una lastra di vetro. Tu eri andata via da tempo, ma io ti volevo qui ancora. E tu che mi prendevi per il culo, in modo sempre più evidente. Se mi capitava di farlo notare tutti mi guardavano interrogativi. O mentivano oppure solo io lo capivo. Se venivo a trovarti, e mi avvicinavo al vetro che tutto l’annacquavo, mi chiedevo perché, nell’ingorgo di sentimenti neri e di impegni che tentavo di gestire con la testa.

Poi, molto tempo dopo, non so come, ho iniziato a capire. Non era una vera presa in giro. Tu non lo avresti mai fatto in quel modo o con quell’intenzione. No. Era altro. Era prima di tutto la tristezza che mascheravi con quella smorfia fintamente allegra. Ma poi, innegabile, una certa aria di sfida, come a dire: ed ora vediamo che succede.

Già, è quello che inizio solo ora a capire. Cosa succederà senza il tuo consiglio o la tua arrabbiatura? Sarà molto meglio per me girare in bicicletta a Ferrara da solo, senza doverti aspettare ad ogni incrocio? Oppure tornare la sera e non vedere la stanza dove stavi di solito con le luci accese? No, quest’ultima frase è sbagliata. Era una mia paura preventiva, era un terrore che volevo rimuovere ma anticipavo con la fantasia. Questa non era una cosa tua.

Il tuo sorriso si riferiva, senza cattiveria, al fatto che tu molte critiche me le esprimevi da tempo su quasi tutti i temi sui quali discutevamo, ed ora eri pienamente consapevole che su moltissime le tue conclusioni io avrei dovuto abbassare la testa e venire a più miti consigli, senza neppure la soddisfazione di pretendere di aver ragione nei rari casi in cui questo fosse avvenuto.

Accetterò anche questa presa per il culo, e vincere ora mi interessa poco o nulla. Da tempo ormai il tuo sorriso un po’ beffardo si è dissolto, ma non lo scordo. Non ho bisogno di alcuna immagine per ricordarlo. Capisco, ora, su quel tuo viso, la difficoltà del vivere che in parte ignoravo. Ora so che sulle mie spalle ho un peso che prima non avevo.
Ed ho preso una decisione. Accetto la sfida. Non so chi sorriderà per ultimo.

                                                                             Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

lunedì 24 aprile 2017

parlando da soli e facendosi del male



Mi guardi e scuti la testa. So cosa vorresti dire, ma non puoi, né puoi far nulla per farmi cambiare idea. Un po’ mi rendo conto che mi capisci pure, ma non so che faresti tu al mio posto. Giuro. In questo caso non saprei cosa azzardare. Prima di tutto io cerco di mantenere gli impegni. Con calma e con i miei tempi ci provo. Ho sistemato molte cose e sommariamente pulito i pavimenti. E poi sono uscito, prima che arrivino le previste piogge primaverili micidiali e fastidiosissime, anche se molto attese.

Ho camminato e mi sono spinto sino alla casa non proprio vicina di un’amica. Il tempo lo permetteva, ed io in questo periodo non ho problemi di tempo cronologico. Il mio orologio interno credo sia impazzito. Mangio tardi, mi alzo presto, mi addormento davanti al televisore che dice cose incredibili alle tre di notte obbligandomi a spegnerlo e ad andare a letto.
Sono arrivato, ho trovato qualche viso familiare, ho scambiato qualche battuta leggera su temi diversi, ho fatto finta di essere allegro, ed alla fine, quando siamo rimasti soli io e la mia amica, abbiamo convenuto che uno dei motivi che mi tiene aggrappato a questa vita è legato a nostro figlio, nei confronti del quale ho enormi responsabilità. Senza di lui l’opzione di farla finita non sarebbe del tutto da scartare. Dicono che poi si supera la fase acuta, e diventa un’allegra situazione cronica. Vabbè. Finalmente potrò pensare in modo un po’ meno tragico. Visto per che ora ho un motivo cerco pure di rendermi utile, o di simulare una certa vita sociale. Ad esempio abbiamo convenuto che a breve ci vedremo, per una cena, tra ex colleghi. Se possibile ci incontreremo anche prima, in un gruppo più ristretto.  Abbiamo discusso sull’orlo del colletto della mia camicia, che per mia colpa non ho pensato di controllare prima di uscire. Abbiamo divagato sul fatto che cucire è facile, per chi lo sa fare, e che non mi spiacerebbe fare gli orli ad un tessuto che tu avevi scelto per farne una tovaglia. Mia madre era bravissima a cucire. Tu ti arrangiavi e qualche cosa sapevi fare. Io vedo quella bella macchina inutilizzata da troppi anni e a volte mi viene la tentazione di provarci. Non per nulla i più grandi sarti del mondo sono uomini (ovviamente le più grandi sarte sono donne, e credo che questo sia intuitivo).

Ma torno al senso e cerco di divagare meno. Ieri avevo trovato quella stoffa, bella, nuova, a scacchi azzurri, non ricordo dove la comprammo ma certamente contribuii nella scelta. La trovai mettendo in ordine un po’ gli armadi (non il tuo, non il tuo, stai tranquilla). E questo è un fatto che già va a toccare corde dolorose. Poi, nel pomeriggio di oggi, non soddisfatto, ho deciso di cercare quegli ornamenti da berretto sul genere tirolese che ti piacevano tanto e che, in più riprese, ti avevo comprato, svenandomi. Ma ti piacevano, e piacciono molto pure a me. Li ho trovati. Eureka. Il guaio, lo sai, è che quando si mette mano a certe scatole, certi cassetti, certi angoli, si rischia di trovare quello che non si stava cercando. Ed infatti ho trovato qualche blocco notes con cose che avevi scritto tu sui nostri viaggi. Ho visto gli auguri che nostro figlio ti ha fatto per la tua ultima festa della mamma del 2016. (E qui potrei uccidere senza alcuna pietà chi mi viene a dire che è una semplice ed indotta abitudine commerciale) Poi ho messo a posto di nuovo tutto, con attenzione, trattando ogni cosa come se fosse di cristallo prezioso. Ho agito nel mondo più veloce ed asettico possibile, ma mi son fatto male lo stesso.

                                                                           Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

tu



Tu per sempre, anche quando non ci sei.
Tu nel ricordo di una discussione nella quale non avevo del tutto torto.
Tu che hai messo quel disordine nella mia vita che stento a recuperare.
Tu in un giorno tra tanti che non ho pensato di immortalare.
Tu, sempre a rompere le scatole con quello che non so fare come sai fare solo tu.
Tu, senza aggiungere altre parole inutili…

                                                                        Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

domenica 23 aprile 2017

Il giorno dopo




Ti è passata? Si può discutere ora o è meglio rimandare ad altra occasione?

In che senso se mi è passata? Ho forse detto cose sbagliate o inventate o non vere? Non credi anche tu che la vita sia sbagliata, ingiusta, in una parola stronza?

Lo penso, e che differenza fa? Non cambia la situazione, mi pare. Cambia molto che tu ti lamenti se soffia il vento? Quello fa il suo lavoro: soffia.

Non mi è passata, in ogni caso, ma sono obbligato a prendermela di meno. Ho realizzato che alla fine siamo in troppi nella mia-nostra situazione. Milioni di persone. E più l’età avanza più la legge delle probabilità lavora ai danni di tutti. Non è mal comune mezzo gaudio, quello mai, ma è inutile che mi lamenti. È un fatto. Fa incazzare di brutto ma rimane un fatto.

Ed allora quali sarebbero le novità di oggi?

Ho finito sommariamente di sistemare le stanze. Ho fatto due passi fuori. Il vento oggi soffia meno e fa meno freddo. Forse, dico forse, la mangiatoia per uccellini è stata finalmente notata. Inizio a vedere più chiaramente alcune cose da fare. Tra non molto torna nostro figlio. Io ho sempre ammirato le persone che sapevano accettare le sberle della vita senza lamentarsene, e mi sono comportato nel modo esattamente all’opposto.

Solo questo? Che già non sarebbe poco, lo ammetto.

No, non solo. Devo decidermi anche a reagire in modo diverso. Con calma, per favore, mi serve tempo. Tu te ne sei andata ed io mi lamento. E come mi sarei lamentato se la tua agonia si fosse prolungata come quella di mia madre? Questo non so dirlo. Mi hai risparmiato questo strazio indefinibile. Mi hai dato molto di quanto di bello potevi darmi e mi hai evitato quasi tutte le cose difficili che mi sarebbero toccate. Hai fatto una scelta precisa quando eri in grado di farlo, e cioè non di farmi preoccupare quando chiunque avrebbe dato di matto. Il guaio è che quello che non ho pagato prima lo pago ora, nulla è mai gratis.

Lo so, questo lo capisco. Forse hai ragione, ma non completamente. Alcune cose succedono senza premeditazione. Quando si muore rimane un mistero che non sappiamo controllare. Poi non sei solo. Hai un’enorme responsabilità che ora pesa solo sulle tue spalle.  E responsabilità è sinonimo di vita che ti ama, fattene una ragione, e datti una calmata. 

Viz, la tua assenza è una presenza continua...

                                                                 Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

sabato 22 aprile 2017

che vita di merda, ingiusta, priva di senso



Che vita assurda, obbligati ad accettarla o a farla finita, a dover essere responsabili sempre nei confronti degli altri, in particolare di chi resterebbe senza di noi. Che vita priva di senso se non si è credenti, sempre a metà strada tra l’opzione del pianto e dell’incazzatura. Che spreco enorme di illusioni, di progetti, di vite vissute assieme per poi vedersele interrotte senza una motivazione giustificabile.

Non è accettabile nessuna delle seguenti frasi fatte: È meglio così, stava soffrendo troppo. Ha fatto quello che ha potuto sino alla fine, dovrebbero farle-gli un monumento. Ha lasciato una lezione che tutti seguiranno, rimane un vuoto immenso. Era molto amata-o. Chi l’ha conosciuta-o non la potrà mai dimenticare. Resterà sempre con noi. E ti risparmio il resto, che si distingue di poco.

Che presa per il culo degna di ben altri scopi il lasciare sola una persona che aveva costruito, evidentemente sbagliando, il suo progetto futuro contando su un’altra persona, e poi portargliela via dicendole: fatti coraggio, la vita va avanti, accetta quello che ti è successo e continua, cerca di realizzare i vostri progetti comuni. Ma porca zozza, dico io, non era meglio se mi permettevi, vita di merda, di realizzare questo grande sogno e solo dopo decidere di farla finita senza questo dolore diffuso a piene mani, come se non costasse nulla? A me costa. Ti basta?

Forse sarò nervoso perché ho stirato, forse perché ho fatto ordine (poco) in casa, forse perché sono stanco di vedere che dopo oltre quattro mesi nulla si affievolisce e, anzi, sembra germogliare con la primavera.

Dovrei distrarmi di più, vedere più gente, non pensarci per qualche ora, qualche giorno, qualche mese o qualche anno? Ed allora dove sta il senso della vita, nello scordare chi ha avuto la sfortuna di merda di morire prima di me, la stessa sfortuna (fortuna) che per puro caso non è toccata a me?

Dovrei pentirmi di aver puntato sul cavallo sbagliato, quello che non è arrivato a fine gara, e magari avrei dovuto barare al gioco, puntare su due o tre cavalli diversi, oppure cambiare fantino in corsa, lasciando il perdente per uno vincente? Ma che razza di idee idiote mi devono venire?

Basta. La vita rimane di merda, senza senso ed ingiusta. Ed io non posso farci nulla
                                                                          Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

venerdì 21 aprile 2017

un po’ di pace


 
Due giorni fa mi hai chiesto di portarti a casa tua. Me lo hai fatto capire come puoi, a modo tuo, nel solo modo che l’ingiustizia della vita te lo consente. Io ci ho pensato e non ho capito cosa mi volessi dire veramente. Io non ti ho mai mandata via da casa tua, le cose sono finite come sono sappiamo e un’amica dice che tu sei ancora qui, che non sei mai andata via sul serio.

Ed allora? Ed allora non mi torna il senso di quello che intendi. Forse che casa tua ora non è come vorresti? Se è così farò in modo di tenere un po’ più in ordine, di lasciare il tuo lato del letto sempre libero, senza appoggiarci abiti mentre li sposto se non per il poco tempo strettamente necessario, come abbiamo sempre fatto, e poi tutto di nuovo al suo posto.
E poi metterò in ordine la cose mie, che aspettano da mesi, e quelle di nostro figlio. Casa nostra deve tornare come ai tempi migliori, non certo come negli ultimi, da conservare gelosamente ma anche da dimenticare.
E poi cercherò di portare un po’ di vita nuova, magari chiamando persone, come non faccio da troppo tempo, ma con calma, dammi un po’ di tregua. Deve tornare ad essere una casa vissuta, accogliente, nei limiti concessi dal buon senso e dalle nostre possibilità.

E poi spero arrivi finalmente un po’ di pace. Che quando nostro figlio parte per un viaggio non mi resti addosso il magone della partenza senza che io possa brontolare con te perché è troppo tardi, perché c’è troppa aria condizionata, perché fanno ritardi, perché, perché, perché… ecco. Questo so che è chiedere troppo. Ritiro. Mi sono lasciato trascinare.

Prometto che farò le pulizie di Pasqua (con moderazione), che cercherò di spostare il meno possibile le tue cose (senza impegni assoluti) e che almeno con lui cercherò di brontolare meno.  Se mi resterà addosso rabbia (e me ne resta sempre troppa) troverò le persone giuste per far capire le mie ragioni, o per dire le cose come le vedo io. Al limite le ignorerò. So che non tutti capiranno. Pazienza. Chi non capirà l’avevo già perso da tempo, non sarà la pietà per un lutto che riporterà all’indietro le lancette della mia storia personale. Ciao, Viz. D’accordo? Io cercherò di fare quello che posso perché casa tua resti casa tua.

                                                                     Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

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