mercoledì 24 maggio 2017

vivere

Vivere è il dovere di chi vive, la necessità che da sola giustifica questa situazione temporanea che ci tocca per un tempo limitato.

La cosa si complica se si cercano risposte ad altre domande e ci si pongono tanti perché. Ad esempio, qual è il modo giusto di vivere? Godersela sinché è possibile e ridurre al minimo ogni tipo di nostro impegno nei confronti degli altri oppure sacrificarci anche nelle nostre aspirazioni più semplici, umane, accettabili?

Come al solito io non ho una risposta, o almeno non ne ho una sola. Ad esempio per chiarire il senso della mia domanda di fondo un metodo è partire da un’altra domanda, dirimente: chi ricordiamo ora, tra chi ci ha lasciato, con maggior piacere e, aggiungo, con più gratitudine?

Mi sembra facile pensare che se si tratta di persone a noi care sono coloro che ci hanno lasciato di più, e non solo in termini economici (anche se pure questo aspetto è importantissimo). Ad esempio io ammiro il senso del dovere di mio padre, la dedizione di mia madre, la disponibilità dei miei nonni. Di tutti loro poi mi è rimasta, dentro, la capacità di sacrificarsi per noi, la volontà di lasciarci qualche cosa, la necessità di non usare solo per sé stessi quanto erano riusciti a mettere da parte durante la loro vita.

Non parlando di grandi personaggi ma di uomini e donne comuni, incapaci di costruire castelli e grandi palazzi oppure di fondare grandi imprese di loro resterà poco, nella storia. La loro storia siamo noi, sino a quando vivremo e saremo loro grati, portandoli nel nostro ricordo.

Dalla polvere che ormai sono, da quella che saremo noi stessi, verrà per un certo tempo un alito di vita residua, preziosa e sempre più difficile da mantenere o avvertire. E dopo spariranno e spariremo per sempre.

Il pensiero di aver viaggiato tanto quindi, di aver visto tante opere d’arte, di aver conosciuto migliaia di persone, di aver goduto di mille piaceri leciti e non leciti che differenza farà quando saremo racchiusi nella terra o nel legno, nel marmo o nel cemento, con la consapevolezza che non sempre quella sarà la nostra dimora definitiva?

Io ora mi sento di ammirare solo chi ha saputo dare, chi ha pensato agli altri. Ammiro chi ha aiutato i genitori, i figli, i compagni, le sorelle ed i fratelli. Ammiro che si è speso per chi ne aveva bisogno. Provo tristezza e profonda pena per chi ha investito ogni cosa nel suo apparire e nel suo solo piacere. E non la vedo in modo religioso, in questo caso, ma semplicemente umano, o più propriamente biologico.

Certi esseri, per la scienza, sono parassiti, rubano senza dar nulla in cambio. Altri, come ad esempio le api, tutte sorelle tra loro, sanno sacrificarsi per mantenere vivo e duraturo nel tempo il loro alveare. La vita è varia e prevede entrambe le possibilità, assieme a tantissime altre. La mia preferenza, nel caso, mi sembra evidente.


Ciao, Viz. Ho iniziato i grandi lavori. Lo hai visto anche tu. Lui mi aiuta. Il piccolo appartamento tanto a lungo desiderato, poi terremotato, ora sembra di nuovo nostro. Tu hai scelto con noi pavimenti e piastrelle. Tu hai detto cosa pensavi di porte ed infissi. Tu avevi il diritto di vederlo finito, e mi avrebbe fatto piacere spiarti mentre sistemavi i letti. Non è più possibile. Più di un tumore si è coalizzato per portarti via, e non sono trascorsi neppure tanti mesi. Avremmo potuto vivercelo un po’ assieme. Non ci è stato concesso. So che ora inizi a sorridere, lo so. So che tu sei sempre qui con noi. Ed io lo riarrederò pensando a come ti piacerebbe, sempre secondo le nostre possibilità. Nel dubbio, lo sai, dovrò chiedertelo. Non sei ancora libera di andar via per sempre. Lo decideremo assieme il momento, se verrà.



                                                                        Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

sabato 20 maggio 2017

L’ultimo istante


Oggi ti ho chiesto molte cose, ma sono un paio di giorni che non scrivo nulla su questo mio blog per un motivo banale. Temo di ripetermi. Quindi o non ho il coraggio di andare sino in fondo su certi temi (possibilità assolutamente non da scartare) oppure decisamente ho già detto ogni cosa possibile da quasi tutti i punti di vista, ed è inutile e controproducente assillare chi vorrebbe leggere anche qualche cosa di diverso.

E poi sono pure nervoso, sempre da un paio di giorni. Non so mettere a fuoco in modo logico le cose che mi vorrebbero sgorgare troppo confusamente fuori, e quindi ho optato per il silenzio. Sono in atto mutamenti che mi spaventano. Neppure spiacevoli, ma io li affronto con difficoltà.

Oggi mi hai detto le solite cose, me le ripeti ogni giorno, segno che me ne devo ancora convincere. Tu non ci sei più. Non ci sarai mai più. Ormai è finita per sempre quella nostra parabola troppo veloce di vita assieme. Resta tutto quello che mi hai dato, mi resta il tuo coraggio, che posso solo imitare, e mi rimane il dovere di continuare, anche al posto tuo.

Poi però mi hai fatto una promessa. Che il mio ultimo istate sarà felice. Sarà quando sarà. Non lo sai tu e non lo so io quando avverrà, ma sarò felice in quel mio ultimo momento di vita. E tu mi aspetterai esattamente lì, al varco.
È una promessa che mi lascia stranito, mi fa piacere e non so come prenderla. Io ti credo però. Entrambi siamo per buona misura atei. Entrambi poco permeabili da sette religiose o da metodi non occidentali di meditazione. Unica nostra debolezza legata a questo genere di cose era che tu leggevi l’oroscopo, senza crederci, mentre io gioco rarissimamente al lotto o cedo a tentazioni simili perché ogni volta sono convinto di vincere. E poichè ogni volta perdo, non gioco quasi mai.

Ora l’oroscopo lo seguo un po’ di più, lo ammetto. Non ci credo ma un po’ mi distrae e mi aiuta. Io poi odio la musica da meditazione, mi irrita chi mi saluta con namastè, è difficile che mi faccia prendere da nuovi entusiasmi però ti credo. A te credo. E voglio credere, di conseguenza, che alla fine avrò fatto il mio possibile, altrimenti non potrei essere felice.

Che vera idiozia ho raccontato, scusa. Basata sul nulla. Sul non sapere niente del dopo. Solo sul fatto che tu ci sarai, ad aspettarmi, ed io sorriderò.
Direi che per oggi mi posso accontentare.

Ciao, Viz. I mesi passano, ed io mi arrampico sugli specchi. Per due giorni sarò impegnato con lavori che da tempo speravamo entrambi potessero iniziare. Se li vedrai, sarà con i miei occhi. E se non mi leggerai qui il nostro contatto non ha bisogno di questi mezzi limitati. Mi leggerai dentro. E mi manchi, ma questo lo sai.

                                                                        Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

giovedì 18 maggio 2017

Era la tua


Profonda, dolce, disponibile, dura, invitante, seria, presente.
Sottile, affaticata, forte e rassicurante.
Bella, sensibile, umana, piena della tua natura.
Capace di farsi capire con poco, e di cedere al bisogno.
Indimenticabile.
Pronta quando serviva, umiliata inutilmente verso la fine.
Eri tu, non mentivi mai con la voce.
Non sapevi cantare, ma sapevi ascoltare chi cantava, ed a volte non potevi trattenerti dallo stonare. Volevi esserci.
Non potevo non dirlo. Era la tua voce.

                                                                        Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

A distanza

Lo so… anche questo titolo non è preciso, ultimamente non ne indovino uno. La mia tendenza a rendere criptici alcuni fatti miei mi porta a volte alla paranoia, o al rischio di essere frainteso.  Fa lo stesso. Non serve la chiarezza ad ogni costo; devo essere quello che sento di dover essere o voglio sembrare essere in un certo momento. Ho specificato sembrare perché in realtà in parte è finzione, lo sanno tutti. Tra quello che sono e quello che vorrei essere la distanza è notevole. Il mio pensiero poi non si manifesta completamente nelle parole, né orali né scritte. Comunicare prevede sempre una parte di finzione, o, per dirla in modo diverso, è evidente che tra ciò che io intendo realmente comunicare e quello che tu poi capisci si sono scritte intere enciclopedie sulla trasmissione dei dati e delle informazioni e del pensiero. Nulla di nuovo quindi. È un fatto che ognuno interpreta secondo i propri livelli di preparazione, sensibilità, apertura, interesse, esperienza e con una certa dose di serendipità.

Ma vengo alla distanza. Io parlo ogni giorno che mi viene dato in terra, aggiunto ai tanti altri, con Viz. Ci parlo, devi credermi. Ma lei è distante in modo abissale, inconcepibile, inspiegabile, tanto che molti dubitano che io parli veramente con lei. Per alcuni è solo elaborazione del mio lutto. Per altri sono ancora un soggetto a rischio. Molti che hanno vissuto esperienze simili capiscono un po’ di più, ma poi ci si allontana in alcune conclusioni perché siamo naturalmente diversi, ed abbiamo i nostri tempi, le nostre difese, la vita che ci chiama a doveri talvolta non confrontabili, ed abbiamo pure la fortuna che ci aiuta in modo disuguale. Per assurdo, spingendomi al limite, solo io capisco me stesso, e neppure sempre.

Ma ritorno a quello che ogni giorno io dico o chiedo a lei e lei dice o chiede a me. Oggi il concetto uscito dal dialogo a distanza era chiarissimo. Non uno solo, a dire il vero, ma pochi. 
Amarlo anche per lei, nel modo migliore che mi è possibile; sostituirmi e forzare la mia natura per essere un po’ anche lei. 
E poi pensare alla mia salute, come meglio mi viene. 
Ed infine non scordarla mai, ma questo è solo la conseguenza dei primi due. È naturale che rispettando quello che lei mi dice io non la dimentichi.

Oggi poi mi ha ripetuto per un’altra volta di cercare sempre un progetto, un ideale da raggiungere, e di non mollarlo. Ed una volta eventualmente raggiunto, averne pronti altri, magari più di uno, e magari provare a realizzare alcune delle cose alle quali so che lei teneva. 
Amarlo però resta la cosa essenziale. Spero di esserne all’altezza.


Sbaglierò come ho fatto milioni di volte, Viz, lo sai. Continuerò a sbagliare ed a cedere ai miei vizi ed alle mie debolezze, che ormai conosci meglio di me. Mi auguro che l’età mi aiuti a sbagliare sempre meno, ma tu non smettere di farmelo notare. I sensi di colpa me li tengo e sono tutti miei.


                                                                        Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

mercoledì 17 maggio 2017

nel profondo del mare



Nel profondo del mare, quello che spaventa per la sua oscurità e dove vivono creature mostruose se rapportate agli esseri più di superficie, di terraferma o volanti ai quali siamo abituati esiste un luogo, non chiedermi come l’ho saputo, dove la luce non dipinge, dove la pressione schiaccia l’acciaio, dove il suono è deformato dagli echi e non arriva nulla dalle onde in alto se non il pulviscolo naturale che da milioni di anni sedimenta e i pochi cadaveri degli annegati non per loro colpa portati lì dal gioco misterioso delle correnti marine.

Pare ne esistano altri di questi luoghi, simili per la funzione che svolgono, e che raccolgono i resti di chi un tempo viveva.

Quando la Luna, una volta ogni 28 giorni, è nuova, durante la notte quelle ombre tornano per poche ore quello che furono. Restano ombre, certo, e non hanno bisogno di respirare, o di parlare, o di fare nulla. Non hanno doveri ma solo un desiderio: tornare alla vita che hanno perso.

Assumono l’aspetto che a loro viene più naturale, quello che loro ricordano come il più vicino a quello che furono. Ed allora ecco ragazzi di 30 anni, forti, sorridenti, sempre pronti allo scherzo. E giovani donne, tutte bellissime, nel loro anno più felice. Non ci sono bambini, né anziani, né malati, né antichi rancori. Il mare ha sciolto quelle tensioni umane, le ha purificate, ne ha lasciato solo qualche ricordo legato a chi hanno amato, o che avrebbero voluto amare.

Le ultime arrivate, tra quelle ombre, solo per quella notte, salgono in superficie, tornano dove vissero e lasciano, tutte, un piccolo segno. Pochi le vedono. Anche chi ha perso una persona cara da poco difficilmente si accorge del loro costante passaggio, ogni mese, sino alla fine dei giorni concessi.

Non scendono dal Paradiso, e l’Inferno non esiste, devi saperlo (l’Inferno è il nulla), ma salgono dal fondo del mare, sempre, senza mai stancarsi di partecipare, anche se ormai ombre, alla vita. Senza di loro noi, che ci illudiamo di vivere eternamente, non esisteremmo. Senza di noi loro non avrebbero desiderio di salire.

E poi che succederà? Io so solo quello che succede in fondo al mare. Tanti anni fa vidi dove la luce si perde negli abissi, ed ebbi stupidamente un po’ di paura. Ma allora non avevo nessuno, là sotto, che aspettasse il novilunio. Allora non lo sapevo ancora. Non so cosa avrei fatto. Oggi vivrei diversamente quelle sensazioni, forse con meno timori, o forse cercando di vedere meglio, oltre i raggi del sole che convergono verso il basso.


Forse, Viz, proverei a cercarti, a scorgerti. E tu, forse, come un regalo per te e per me, ti mostreresti.


                                                                        Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

martedì 16 maggio 2017

il mio giorno maledetto


Il titolo forse non rende, ma non è del tutto sbagliato.
Cinque mesi fa, in queste ore, tu piano piano ti addormentavi per sempre, entravi in coma, anche se nessuno ha avuto il coraggio, tra i diversi che sono venuti a vederci, di dirmelo usando le parole brutali ma esatte. Io verso le 17 ho tentato di avere ancora un tuo minuto, che forse a modo tuo mi hai concesso, muovendo la mano.

Poi più nulla. La notte è passata tranquilla. Io ho dormito. Al mattino, come sempre, mi sono allontanato un po’, non so neppure per quanto, forse troppo, e tu intanto te ne eri veramente andata per sempre. Il 17 rimane scolpito per me, in un modo che non riesco più a distinguerlo da quello che è avvenuto verso le 8 e 15 del mattino.

Non so più che dire, fare, pensare, vado in tilt, discuto ma mi confondo, sento il bisogno di aria ma quella che respiro non mi basta. Oggi ho spostato una tua foto, sul blog. Prima la vedevo sempre, ed ogni volta piangevo, come adesso. Ora invece l’ho messa, la stessa, in un post, uno dei tanti. E te ne chiedo di nuovo scusa. È solo il post prima di questo, non ho cancellato nulla, eppure mi sembra che il mondo crolli.

Non voglio e non cerco nulla oltre a quello che scrivo. Serve a me. Serve a te, in modo da trattenerti, e serve a nostro figlio, che non sa del blog, o se lo sa non me lo ha detto. La mia maledetta voglia di fare le cose sempre nel modo sbagliato, diverso, per conto mio. Forse mi aiuta a capire quello che non si spiega. Forse mi convince che è andata come doveva andare, e che è stato meglio così. Forse io domani sarò diverso, sereno, ed avrò accettato quest'enorme ingiustizia che oggi mi sembra mostruosa. Per un paio di giorni, oggi e domani, smetto di scrivere su Facebook e su Twitter.

La vita a volte occorre lasciarla andare dove vuole. E la politica, in queste ore, è la cosa che mi interessa meno.

Ciao, Viz. Io resto qui, faccio quello che posso e a volte quello che devo. Tento il possibile.  


                                                                        Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

ciao, Viz





Ciao, Viz.    Ciao, Bis, un saluto, prima di dover andar via per sempre

Perdonami. Ogni volta che apro il blog e vedo la tua immagine seminascosta dalla mano che mi saluta prima di partire per il tuo ultimo viaggio con la Fiat 600 che amavi tanto, nel 2014, mi viene da piangere. Ora diventerà un post, come gli altri. Perdonami, ti prego. non ti voglio dimenticare, ma vederti così, allegra, in un giorno in fondo felice, mi fa troppo male. Ti amo, ancora, forse più di prima, ma devo farlo. Devo tentare di vivere, senza scordarti mai, ma non in questo modo. Tu resti con me anche se la tua foto è in un posto diverso.
Ciao, Viz

lunedì 15 maggio 2017

se




se…
avessi fatto onore a tutti gli impegni che mi sono liberamente preso, o che ritengo corretto seguire sino al loro naturale destino finale
non lasciassi alcun dolore dietro di me, ma di nessun tipo intendo, e che chi un po’ ne soffrisse accettasse con un sorriso la mia scelta, di nuovo in pace
potessi scordare, non so come, il male vissuto, provocato volendo o non volendo
mi svegliassi finalmente senza acciacchi e potessi sentirmi libero anche nel corpo

Io partirei, sparirei dal mondo conosciuto, andrei a cercare una nuova vita in un altro paese, tra altre persone, vorrei ripartire da zero, avrei chimica farmaceutica contro ogni di tipo di rimpianto o ricordo o richiamo a ciò che sono ora. Sarei muratore di una stanza solo mia. Inviterei chi voglio a mangiare quello che ho cucinato, sarei falegname dei miei mobili e cercherei di essere anche un po’ artigiano-artista per far regali a due nuovi occhi, porterei mangime per uccelli lontani, farei il bagno nudo in un mare di cristallo, ancora, e sarei innocente, perché non ricorderei più ciò che sono oggi, schiavo di ogni passione, di ogni desiderio, di ogni illusione, di ogni volgarità.

Vivrei libero, senza religione o doveri se non verso l’essere umano. Non cadrei nella tristezza, avrei chi mi consola. Non avrei paura di perdermi, saprei sempre come tornare. Mi piacerebbe cadere nelle parole di chi non conosco e mi chiederei come mai non lo conosco da sempre.

Di questa vita conserverei ogni cosa, ogni singola briciola, ogni scheggia, ogni traccia, ma senza alcun dolore, solo col sorriso e la gratitudine di averla vissuta e di avermi fatto quello che sono.

Non implorerei amore per sentirmelo negato, non accetterei giudizi da chi non ha alcun diritto neppure di concepirli, non sarei timido quando non serve (quasi mai), non avrei paura di mandare cordialmente a fare in culo tutti quelli che se lo meritano, grandi o piccoli che siano o si sentano.

Se un giorno questo avverrà, sappiate che sono felice. E sorridete per me, ubriacatevi, ascoltate la vostra musica più bella, rileggete quel libro al quale pensate da tempo e compiacetevi, senza tristezze. Se foste tristi mi obblighereste a tornare.  


Così, Viz. Io immagino mondi impossibili, tempi irraggiungibili, vite che non esistono, salvezze difficili da ottenere se non con grande fatica, e, sempre, continuando a pensarti.


                                                                        Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

domenica 14 maggio 2017

Festa della mamma… ma non esattamente come solitamente si immagina

Ti svelo un segreto di Pulcinella… Molti dei regali per la tua festa della mamma li compravo io, a volte anche mesi prima, se mi capitavano cose particolari ed adatte. Poi molte cose ovviamente le prendeva anche lui, e scriveva le sue parole, sui bigliettini.

Sai benissimo che lui non viene volentieri in quel non luogo, dove ora non sei, ma dove ti ritrovo quasi ogni giorno, a volte anche due volte. Casa nostra e il non luogo sono vicini. Mi costa una deviazione minima. E a me piace farlo.

Ma vengo al fiore, te la devo dire questa. Lui ti ha sempre amata, la tua assenza lo distrugge, reagisce come può, e fa quello che umanamente può fare, con tutti i suoi pregi ed i suoi difetti. Non serve te li racconti. Li conosci meglio di me. Lo hai amato più di me. È giusto così.


Oggi poi lui è rimasto lontano per impegni tutto il giorno, ti ha scritto un bigliettino e ti ha comprato un bellissimo fiore, di legno, che purtroppo non si può usare, nel non luogo. Gli ho detto che avrei pensato io ad un fiore che poi avrei appeso come so fare, e pensavo ad un rosa da conprare in una fioreria, a due passi.

Poi però ho ricordato che oggi nell’atrio dell’ospedale vendevano le rose per aiutare i malati di distrofia ed ho pensato ad una soluzione diversa. Un vaso non ci sta, dove non sei, ed io allora ho proposto, ai due operatori sanitari che stavano alla vendita. un patto. Io volevo solo una rosa, o meglio un bocciolo. Pagavo quello che dovevo e poi lasciavo a loro tutto il vaso dove un fiore in più o in meno neppure si notava.

Non capivano, all’inizio, poi hanno accettato. Io ho lasciato un’offerta con un piccolo extra, loro hanno la loro offerta ed anche la pianta, lui sa che ti ha regalato il fiore che voleva, secondo i nostri patti, e tu hai il tuo fiore per la festa della mamma, la tua prima festa diversa.

Così, Viz, ora hai scoperto quello che già sapevi. Ciao.


                                                                        Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

La mia prima aquilegia



Era un pomeriggio, forse di maggio, forse di giugno, all’inizio degli anni ottanta.
Ti avevo accompagnata a Mezzolombardo da Riva del Garda dove allora abitavamo. A me faceva piacere venire con te, e mentre tu stavi a quella riunione io mi allontanai un po’ dal centro e salii per un piccolo sentiero isolato, al limite del bosco che arrivava quasi in paese. Con me avevo un libro per riconoscere fiori e piccoli arbusti che ancora conservo.

Quando vidi quel fiore speciale mai visto prima, o visto e non ancora notato nella sua fioritura magnifica, rimasi a lungo ad amirarlo prima di scoprire come si chiamava. Anche il nome per me si rivelò bellissimo.





Oggi, camminando su una montagna attorno a Rovereto, ne ho visti un paio di esemplari, e mi sei tornata in mente. Ho pianto come un fontanella per meno di un minuto, e poi ho sorriso. Eri tu che mi stavi salutando. Non mi hai dimenticato. Grazie.


Così, Viz, se avessimo avuto un po’ più di tempo assieme. Ma non mi lamento, non posso lamentarmi. Non servirebbe a nulla.


                                                                        Silvano C.©  
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