Silvano C.©
(La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)
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Anche questo è passato, quasi non me ne sono accorto se non per i tipici dolci che non ci siamo fatti mancare a tavola. Un tempo, molto tempo fa, li avevi preparati anche tu, e ammetto che non ti diedi la soddisfazione che avresti meritata. Troppo tardi, ormai. Colpa mia, che ho sempre ritenuto la cucina una proprietà privata nella quale non ammettere altri, nessun altro, senza eccezioni. Nelle cucine altrui, quando capita, entro e curioso. A volte imparo così a preparare piatti nuovi, oppure capisco che a certi livelli non sono destinato ad arrivare. E so apprezzare quello che mi piace, oppure il rispetto di alcune tradizioni, o ancora ogni tipo di cibo che mi riporti chi non c’è più. Questo è ogni piatto importante, non conta se ricco o povero. Contano i piatti, contano i libri, contano le telefonate e le visite, contano gli auguri al momento giusto, contano le passeggiate e i sogni di andare chissà dove. Ogni cosa conta, purché conti. Ciao, Viz.
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Taci e non dir nulla
Il silenzio per me non è silenzio, non lo è mai stato
Domami forse lo diventerà, quando le luci si spegneranno
Oggi però le luci sono accese, di notte ci sono le stelle e, più vicini, i lampioni
Ma il vero silenzio non l’ho ancora provato. Se tutto tace resta il rumore di fondo, con le voci di tutti, con la memoria che porta allegria e dolore.
Anche in attesa della fine del carnevale non ci può essere silenzio, tu mi parli ancora, tutti spingono e si ingorgano tentando di uscire e dire. E raramente ho amato il carnevale.
Nel silenzio che non c’è risento Licia e Roberta, Sandro, Alfredo che non sopporto né sento più da tempo, Daniele e Angela, Katia e Romeo, mi arrivano ancora la voce di mia madre e mio padre, di mio nonno e mia nonna, e risento te, meno di quanto vorrei.
Quindi non devi dir nulla, continuo a sentirti ma mi manchi, mi contraddico e, quando vengo a trovarti, non trovo più i gatti che meno di un anno fa trovavo a farti compagnia. Ora forse si sono avvicinati a te e allontanati da me. Mi mancano i gatti e mi manchi ancor di più tu.
Non ho voglia di far festa per carnevale. O meglio. Mi piacerebbe poterti aspettare con un piatto di maccheroni fumanti mentre scendi dalla corriera a Sarche, un giorno di carnevale di troppi anni fa.
Ciao, Viz.
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Usa gli occhiali, senza sai che non noti tutti particolari. Poi prendi magari quell’attrezzo che soffia vapore ad alta pressione, è utile per rimuovere piccole incrostazioni tra rubinetto e lavandino, nelle fessure tra piastrelle, negli angoli vicino al piatto doccia. Dedica almeno una decina di minuti alle operazioni che vedrai come più urgenti, non rimandare. Se poi i minuti diventano anche dodici o quindici non è un problema, che urgenze hai in un pomeriggio nel quale nessuno ti cerca? Hai lo spruzzino con la soluzione anticalcare, lo so, utilizza pure quello. Sai già che questo lo puoi fare, lo devi fare, ti fa bene farlo. Se la cosa ti cura mi chiedi? Non so se sia una cura vera, non lo so, ma un po' ti distrae, ti dedichi ad un lavoro utile e sicuramente, dopo, una parte della casa sarà più pulita. Questo sai fare e puoi fare, basta poco ogni giorno, e tra non molto è primavera. È la stagione giusta. Ciao Viz. Questo me lo sono detto da solo, non prendermi in giro però, sorridi.
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Si avvicinano quei giorni pieni di memoria, quelli che da molti anni hanno assunto sempre maggior significato e che, purtroppo, hanno anche iniziato a perdere pezzi e persone con le quali ricordarli. Ogni azione al riguardo è inutile, lo so. Dovrei essere più pragmatico e meno autoreferenziale e autolesionista, dovrei. Guardare avanti sempre e mai indietro. Per alcuni versi ci riesco bene, e anche la pigrizia mi aiuta a non tornare in alcuni luoghi che conoscemmo assieme. Mai cercare la felicità dove si è vissuta senza sapere di viverla, è cosa risaputa. Quei luoghi ci ha pensato il tempo a farli sparire o a deformarli senza pietà. E poi tu non ci saresti. Quindi, adesso, che ci andrei a fare? Ma quando il calendario arriva a questo mese non posso nulla, tutto sembra convergere in un unico punto nero che assorbe ogni cosa, la fa sparire e subito riemergere uguale e diversa. I tuoi biglietti li conservo, conservo i tuoi libri che in parte leggo, quello che ti piaceva non è andato altrove, parte è come allora, e qualche volta sembra che tu, da sotto, mi chieda qualcosa. Nulla è come prima ma tanto, anche se tu fossi qui, non sarebbe comunque com'era dieci, venti o trenta anni fa. Così è che va il mondo e con lui la vita che ci tocca. Ciao, Viz.
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Ma si può piangere da idioti per un paraurti? Verrebbe da negare, non è possibile dare importanza ad una simile stupidaggine, eppure lo feci. Ho pianto di rabbia e nervoso, per un attimo, a causa di una mia manovra sbagliata grazie alla quale sono andato a sbattere col paraurti posteriore della Polo, allora quasi nuova, contro un muretto basso che sapevo che c’era ma non vedevo esattamente dove. È successo nel 2016, ti avevo accompagnata alle tue analisi, sarei ritornato poco dopo a riprenderti, mi ero allontanato per comprarti in quel forno un paio di cornetti freschi per la tua colazione, che avresti fatto a casa al ritorno dall’ospedale. Erano troppi mesi che la cosa continuava, c’era speranza e anche molta paura rimossa, il non detto superava e incombeva sul detto, ero nervoso e non per colpa tua ma a causa della situazione che non sembrava volersi risolvere. L’auto era quasi nuova, meno di due anni dalla sua immatricolazione, e quella manovra aveva prodotto una crepa nel paraurti posteriore di plastica. Poche lacrime per un paraurti, roba da vergognarsi sinché si campa, eppure, eppure, solo ora capisco che non è stato il paraurti. La causa scatenante e confessabile era quella, la causa reale e indicibile era un’altra. In seguito ho trovato un carrozziere che con una spesa minima mi ha sistemato l’auto ma nessuno ha sistemato i tuoi problemi. Ed io perché ho pianto per quel paraurti allora? È così, Viz, noi che lo vivemmo possiamo dirlo, ma a te non avevo mai raccontato tutto. Non meritavi anche questo. Così è, così poi è stato.
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Molti anni fa mio padre ottenne un prestito notevole col quale la nostra famiglia si comprò la prima casa di proprietà. Lo ebbe da un suo conoscente ed amico, che allora aveva una drogheria, e tra loro non furono necessari contratti scritti a quanto posso sapere, ma bastò una stretta di mano. Mio padre allora era muratore e quella casa, messa non molto bene, la sistemò, vi costruì un bagno esterno con una fossa biologica. Ricordo ancora lo scavo che fece, e come la coprì. Allora i tempi permettevano di fare progetti e di realizzarli, di migliorare le proprie condizioni di vita, di avere speranze per il futuro e non troppe paure. La guerra era finita da non molto, le tragedie c’erano già state, si desiderava andare avanti, ed era possibile. Quel prestito i miei lo restituirono abbastanza velocemente e, circa otto anni dopo, già poterono pensare ad una casa più moderna, anche se in un condominio popolare. Quel condominio fu una sorta di maledizione per noi, mia madre non poteva sopportare i disagi legati ai rumori che i vicini facevano. Noi, Viz, ci conoscemmo che i miei abitavano ancora in quel condominio, mentre io ormai ero da un paio di anni in Trentino. Inutile che ti racconti poi quello è successo dopo e che sai. Così è, così è stato.
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Se una notte mi trovo a camminare in un vicolo al buio significa che me lo sto sognando. Da anni non esco di notte. Dormire senza sogni o senza essere in qualche modo presenti lo ritengo un vero privilegio di cui in tempi recenti non godo come vorrei. E così avrei anche detto tutto, non sarebbe necessario aggiungere nulla perché ho citato le cose essenziali che sono il riposo, la notte e l’assenza di pensieri. Quindi così sarebbe meglio che concludessi senza aggiungere nulla sull’amore, fondamentale, e nulla sull’amicizia, pure quella essenziale. Amore e amicizia restano per sempre? Ecco, a questo intendo pensarci prima di esprimere il mio limitato pensiero. Ciao, Viz. Così è, così è stato.
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Vuoi trovarmi un difetto? Uno solo? Certo che ti sei scelto un compito facile. Non posso aiutarti confessandoteli ma alcuni sono talmente evidenti che anche uno stupido incapace di distinguere tra vera e falsa amicizia ne riconosce tanti. Quindi continuo la recita e fingo di essere anche se non sono, ignoro la seria eventualità di essere sconfessato nelle mie affermazioni, mi aggrappo alle lodi ricevute e ai riconoscimenti che negli anni ho messo da parte ma fuggo dal resto. Pure io tento la via facile, perché non dovrei? Racconto e agisco, tento di evitare vecchi errori e sbagli anche recenti, divento il personaggio come l’attore sulla scena. Che bello quando mi facevi notare dove sbagliavo e mi facevi diventare migliore. Ciao, Viz. Così è, così è stato.
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Volendo si possono fare molte cose. Non tutto quanto piacerebbe ma sicuramente molto. E poi si potrebbero evitare errori e cattiverie, passi falsi e incidenti. La prudenza non salva sempre ma aiuta. Tra gli impegni inderogabili ci sono quelli che assunti volontariamente, non imposti ma scelti. Un figlio è un impegno di questo genere, succeda quel che succede rimane responsabilità inalienabile. Il figlio ha tutti i diritti di scegliere la sua vita, non deve realizzare nulla di ciò che interessa ai genitori se non lo desidera, mentre i genitori che lo hanno messo al mondo conservano sino alla fine un debito aperto con lui. Ci sono molte scuole di pensiero su questo, e alcuni sostengono che, arrivati ad una certa età, si ha il diritto di vivere la propria vita, godersi gli anni, viaggiare, uscire, visitare, e lasciare che i figli seguano la loro vita e si arrangino. Magari in parte non è tanto sbagliato, sembra che la vita sia una sola e che si debba pure goderla, ma oltre un certo limite non mi sembra corretto andare. Con la volontà si possono fare tante cose, come dicevo all’inizio, senza scordare il buonsenso e altre linee guida personali. In questo, Viz, sai benissimo dove vado a parare. Avremmo dovuto essere in due, avrei voluto che fossimo in due, ma non è andata così. Mandami un sorriso, aiuta.
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L’orologio col quadrante analogico che ho davanti è mosso da un motore elettrico, non è digitale ma neppure un orologio analogico vecchia maniera. A suo modo rappresenta la transizione, una delle tante transizioni. È il mutamento che misura il tempo e dal tempo si fa invecchiare. Le antiche sveglie con ricarica a molla non so se le vendono ancora, magari sono oggetti da collezionisti. Quelle dozzinali sono da raccolta differenziata ma quelle di pregio è meglio conservarle. Anche se non funzionano più meritano di essere conservate. Tutto qui, Viz, non ho molto da dirti che tu non sappia già. M’invento interessi, lo so. Mi manca sempre il tuo sorriso.
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Quando sarò morto. A chi importa quando questo avverrà e come mi si penserà? Julio Cortázar ha scritto di non pronunciare il suo nome quando lui sarà morto. Meglio dire altre parole e lasciarlo finalmente libero di riposare. Non sono Cortázar però, sarei già morto. Sarei uno dei massimi scrittori del XX secolo. Sarei ricordato come lui malgrado quelle sue parole. Ti scrivo adesso con meno assiduità, meno regolarità. Pensarti lo faccio sempre, non passa giorno. E passo anche. È solo questo mio dialogo scritto che non deve essere un impegno, non può esserlo. Quando sarò morto quindi non so se m’importerà più di quello che sono o sono stato. So che m’importa di te e di come è andata. Ho scavato con chi ha vissuto tratti di percorso con te, prima di me. Ho provato dolore. Non so se ti ho costretta a restare contro i tuoi desideri, magari non lo saprò mai. Il dolore però non dovrei cercarlo, quello è stupido farlo. Me lo hai spiegato chiaramente, poche volte ma in modo netto, impossibile fraintenderti. Quindi che ci posso fare se è così? Magari migliorarmi, cambiare, correggermi. Quella è la risposta, è solo quella. Ciao Viz, mi manca un sorriso, il tuo.
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Sono sicuro di essere pazzo, o comunque non normale. Mi arrivano come in un ingorgo mille citazioni possibili e, assieme a loro, le tante persone che hanno percorso con me un tratto della mia vita, a volte fondamentale altre volte marginale. Comunque nessun elogio alla normalità, inesistente a ogni latitudine e longitudine, a livello del mare o sotto o ad anni luce di altezza. Vorrei essere veramente un pazzo libero di esserlo, non in catene o rinchiuso. Libero di pensare assurdità che sono tali per troppi, e che quindi non possono migliorare il mondo. Pure io quando mi sono uniformato (indivisato, insomma) non ho fatto il bene degli altri, e neppure il mio. Se ho sbagliato, e ho sbagliato molto, talvolta non l’ho fatto per vera pazzia ma per danneggiare, offendere, rubare, dimenticare, arrabbiarmi stupidamente e mancare di rispetto. E ho fatto anche quello, certo che l’ho fatto, e me ne vergogno. Ma non serve vergognarsi e neppure promettere o ripromettersi di non farlo più. Quello che serve lo intravedo, ma occorre coraggio ad essere pazzi, non è da tutti, non è un lusso che si compra, ci si nasce o ci si diventa con il duro lavoro, con la perseveranza e tentando di ripagare, anche se troppo tardi, chi ci ha amato o ci ama ancora. Ciao, Viz. Queste sono parole, solo parole. Da te mi aspetto un sorriso e il perdono.
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E poi la commozione può cercare uno sbocco come il fiume che cerca il mare per sparire, come se il materiale ferroso non attendesse altro che fondersi per assumere nuove forme, e lo sbocco finale e liberatorio della commozione è il pianto, o il riso.
Ho pianto, non me ne vergogno, a volte qualcuno mi ha detto di non farlo. E perché mai? Che peccato si fa piangendo? A chi si ruba, chi si uccide o solo si danneggia, chi si ferisce? Chi piange per un po' è nudo e questo scandalizza, è questo che non è accettato dal decoro e dalla buona educazione. Ma vaffanculo. Rivendico la libertà di riso e di pianto. Derido chi dice di non piangere, la libertà in questo è solo mia, assolutamente mia, privata e indiscutibile.
Magari qualcuno ritiene che sia meglio non farlo, e va bene, ma che non sia imposizione per nessuno, solo una propria opinione.
E poi cosa serve per piangere? A questo so rispondere, almeno in parte. Un bicchiere, o meglio due, di Müller Thurgau. La citazione legata ad uno scrittore che si è amato. Un luogo legato alla mia vita con te. Un pensiero che rompe gli argini. Una parola. Il ricordo che non lascia mai. Ciao, Viz. Queste sono parole, non lacrime, solo parole. Da te mi aspetto un sorriso.
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