sabato 21 settembre 2013

Pistacchio


O per meglio dire: Pistacchi (con la maiuscola, non è una svista) Seguendo i ricordi legati ad una singola parola lo spazio ed il tempo si dilatano, magari anche solo per il periodo che io impiegherò a scrivere, e, forse, tu a leggere. Scusami il tu, ma mi viene naturale, ora.

Ritorniamo però al tema, e non dimentichiamo l’ordine, la classificazione ordinata, altrimenti penserai che le mie sinapsi comincino a cedere…La prima volta che ho visto i pistacchi è stato in una fetta sottile di mortadella di Bologna, una lussuriosa fetta di mortadella che a quei tempi rappresentava ogni ricchezza culinaria possibile, e che univa al piacere di annusarla e poi di gustarla altri piaceri meno legati al cibo, ma al sesso. Non chiedermi perché, non te lo so spiegare, ma è semplicemente così. È un fatto. La mortadella “normale”, da allora, non l’ho più cercata come cercavo quella con i pistacchi, con quegli inserti verdi, che solo in seguito ho saputo cos'erano.


Poi è venuto il gelato al pistacchio, ma molto tempo dopo. Ero cambiato profondamente dal mio primo incontro con questo seme verde e speciale, ed il gusto nel gelato mi ha stupito un poco. Non mi ha deluso, ma neppure entusiasmato. Ne ho solo preso atto.

In seguito ho conosciuto finalmente i pistacchi interi, secchi, venduti salati come le noccioline ed altri piccoli semi o frutti secchi. Questi però sono arrivati tardi, quando ormai al cinema, da ragazzino, mi ero abbuffato con le “bagigie”, le noccioline ancora da sgusciare, i "luvin", i lupini e i "brustulin", i semi di zucca, secchi, salatissimi e raramente ricchi di una bella polpa.
I pistacchi secchi in definitiva sono stati una conquista quasi della maturità, e non pienamente “vissuta“ quindi. 

Il Pistacchio, quello che ha un nome proprio, appartiene (apparteneva?) ad un bambolotto di pezza che ho visto la prima volta a casa di una ragazza che in seguito è diventata mia moglie. Lui arrivava dalla Grecia, dove poi io e Viz siamo andati a più riprese, sempre e rigorosamente passando per la Jugoslavia, per via di terra, in un viaggio lunghissimo e micidiale. Alla fine però il premio era la Grecia, era libertà, era mare, era il piacere di scoprire luoghi studiati sino ad allora solo sui libri, era un po’ di trasgressione, era quello che col tempo si è perduto, prima di arrivare alle tragedie dei nostri giorni.

Quanti Pistacchi, insomma, per ripercorrere con la mente una storia, una lunga storia.

                                                                                    Silvano C.©


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venerdì 20 settembre 2013

Angela

Lui entra depresso nel bar, dove non è solito entrare, né in quello né in nessun altro. Desidera solo distrarsi, vedere gente, e per il resto non cerca nulla, né parlare con qualcuno né ubriacarsi, né cercare compagnia femminile. Non cercando nulla è aperto ad ogni possibilità, anche se non se ne rende conto. Il suo abbigliamento è elegante, da uomo in carriera, ma con toni più smorzati perché non è più un ragazzino da tanto tempo. Ha conservato un certo fascino residuo, solo offuscato da un piccolo appesantimento del corpo, ma nel complesso porta abbastanza bene i suoi 61 anni.

Lei lo nota subito, capisce che potrebbe essere una facile preda, e con calma prepara la sua esca. Il primo approccio però va a vuoto. Lui non vede il taccuino che lei fa cadere con noncuranza mentre gli passa accanto per andare a sedersi al lato opposto della sala. Lei lascia passare alcuni minuti, poi ritorna sui suoi passi e fingendo di cercare trova il taccuino e lo riprende da terra, e lui ancora non sembra vederla.
- Sei un osso duro – pensa lei – ma ti sistemo io, tranquillo.-

Lui pensa agli avvenimenti della giornata, alla fine di un progetto al quale ha lavorato a lungo, che gli è costato mesi di energie, che lo ha fatto litigare in modo forse irreparabile con la sua compagna, che ormai da tre settimane non sente più, neppure al telefono con un breve messaggio. Eppure quel villaggio era un affare, un investimento sicuro. Niente. I grandi capi, che lo avevano sempre considerato la loro mente più acuta, lo hanno abbandonato per seguire un’idea del tutto diversa, su una linea di prodotti dietetici abbinata ad una catena di istituti di bellezza. Il nuovo astro nascente della società è Fabbri, di 23 anni più giovane, ne è perfettamente consapevole. Il suo progetto stroncato è la bocciatura della sua stessa figura. Questione di pochi mesi, ne è certo, poi riceverà comunicazioni molto esplicite, anche se diplomatiche, dalla dirigenza.

Lei stavolta gli si avvicina, sa che lui ancora non si è accorto dei suoi movimenti. Direttamente usa la scusa del cellulare:
- Scusi, mi spiace importunarla, ma vedo che siamo pochi nel locale, e mi sembra la persona più adatta per chiederle un favore. Ho scordato il telefono, e dovrei fare una chiamata urgente di pochissimi minuti. Le spiace prestarmi il suo per…-
Non finisce la frase che lui le porge il cellulare, quasi senza guardarla:
- Prego, tenga e faccia con comodo. -
Lei sorride per ringraziare, si allontana di pochi metri, telefona ad una amica con una scusa e poi ritorna e restituisce l’apparecchio.

Lui finalmente nota quella bella donna che ora telefona dandogli le spalle, giovane, tra i 25 e i 30, elegante, tacchi alti ma non troppo, calze velate, gonna aderente e giacca stretta in vita. Capelli corti e nerissimi. Ha un bellissimo culo, lo può ammirare con calma, ora che lei non lo guarda. Finalmente si distrae dal suo progetto bocciato, mentre lei si gira e torna per restituirgli il cellulare.
- Si accomodi, se le va, le posso offrire qualcosa? Posso permettermi di chiederglielo?-

Lei sorride e si siede accanto a lui, non di fronte come gli sarebbe sembrato più logico, e lo ringrazia, iniziando a parlare di cose che lui neppure capisce. Di nuovo è perso, ma stavolta ha i suoi occhi, di  un verde scurissimo, a pochi centimetri, e sente il suo alito, profumato, caldo. Bevono entrambi un Martel,  lui parla pochissimo, ascolta la sua voce che lo incanta. Ha denti bianchissimi. Per un paio di volte lei fruga nella sua borsa, tra di loro, lo sfiora, e lui avverte il contatto con le sua mani, sente una specie di corrente elettrica che lo attraversa. Neppure mezz'ora dopo però le fantasie che lui aveva iniziato a fare su di lei crollano. Lei si alza, spiega che ora deve andare, ed infatti esce dal locale  in meno di un minuto, mentre lui è ancora in piedi, dopo essersi alzato a sua volta per salutarla.

Il suo uomo l’aspetta in auto, a poca distanza dal bar, a luci spente. Assieme vedono che il bottino è stato buono, 2500 euro in contanti e due carte di credito, oltre a documenti personali che però a loro non interessano. Un po’ le spiace, le era simpatico, così triste, e non si accorto di nulla. Prima neppure l’ha vista, e dopo le guardava solo gli occhi e la bocca, senza dire nulla, mentre lei lo ipnotizzava con frasi senza senso. Le ha guardato sicuramente il culo, ne è sicura, è questo che l’ha spinto ad invitarla a bere. "Ti ho sistemato, come vedi" pensa ora sorridendo mentre il suo uomo non capisce quella strana allegria improvvisa.

Lui esce dal locale pochi minuti dopo, si guarda attorno, ma non li vede, non nota quell’auto, che ha pure i vetri leggermente oscurat, tra le tante altre parcheggiate. Si è sicuramente accordo dello scherzetto che lei gli ha fatto. Non ha trovato il denaro per pagare le consumazioni.  Rientra, ma ritorna fuori in pochi minuti. Loro restano fermi, ad osservarlo, non vogliono farsi notare partendo proprio adesso.

Un gruppetto di tre ragazzi che hanno tutti berretti con la visiera calcati in testa compare in quel momento dall’altro lato della strada, lo notano, a quell’ora non passa più nessuno, si avvicinano, lo circondano. Ora sono ad almeno 100 metri dal bar, il barista non li può vedere, discutono animatamente. Un ragazzo sembra avere un coltello in mano, lo avvicina al volto dell’uomo. Lei vede la scena, la sua mano va veloce al braccio del suo uomo, gli manda una preghiera muta, e lui capisce.

Augusto si allena due ore al giorno in palestra, pratica kickboxing da dilettante, ha passato 18 mesi in galera per una piccola zuffa quando ancora non aveva capito come evitare di farsi beccare. Non ha paura dei tre teppisti, anche se potrebbero essere tutti armati. Senza che neppure se ne accorgano sono a terra tutti quanti, colpiti con pochi movimenti da Augusto nei punti dove fa più male. Prima di potersi rialzare impiegheranno diversi minuti, e ricorderanno per un po’ di tempo che certe bravate a volte si pagano. Si rassicura che l’uomo aggredito stia bene, lo consiglia di tornare nel bar e chiamare aiuto. Poi si allontana, torna alla sua auto, e parte, con Angela seduta al suo fianco.

Lui torna nel bar, e più tardi, alla polizia, non sarà in grado di descrivere con precisione l’uomo che lo ha aiutato, né l’auto con la quale si è allontanato. No, non ha fatto in tempo a prendere la targa. Si, quelli che lo hanno aggredito sono quei tre che ora sono stati fermati a un isolato di distanza. La ragazza? Si, era molto bella, capelli corti e neri, occhi quasi neri. Ma non sa dire altro. Gli ha portato via soldi e documenti, si. Peccato per i documenti, ma non sarà un problema, spera. Si, quella ragazza era proprio bella, sembrava un angelo.

                                                                        Silvano C.©


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Non sono un animalista


Che dire degli animalisti? Tante cose. La prima è che io non lo sono, e me ne guardo bene. Le altre considerazioni che regolano il mio comportamento nella vita di tutti i giorni sono solo una conseguenza di questa prima affermazione.

Io non sono animalista perché nessun animale è animalista.
Io non sono animalista perché molti di quelli che lo sono non hanno studiato l’etologia, e confondono i sentimenti umani trasferendoli sugli animali, riproponendo l’antropizzazione delle favole di Fedro ed Esopo, o più recentemente di Disney.
Io non sono animalista perché ogni animale segue il proprio destino e la propria natura, con la mente limitata che ha, partendo dagli insetti che semplicemente si esprimono con  comportamenti innati e non modificabili, sino ad arrivare ad animali molto più intelligenti, come scimmie, delfini, cani e gatti, maiali e così via. Nessun animale, appunto per le sue limitazioni, ha mai realizzato un genocidio, una sinfonia, un tradimento, una poesia, un assassinio o un affresco inarrivabile.
Io non sono animalista perché trovo ridicolo e da sottoporre a cure psichiatriche serie chi definisce il proprio cane superiore al proprio fratello o a qualsiasi altro uomo sulla base di emotività acritica e, purtroppo, di moda.
Io non sono animalista, e non credo agli oroscopi. Sono sempre più convinto che la separazione avvenuta secoli fa tra astronomia e astrologia debba essere nuovamente realizzata quanto prima tra rispetto degli animali e animalismo. Scienza e fede sono cose diverse. La fede dell’animalista non è la mia.
Io non sono animalista perché non si possono rispettare come se fossero uomini tutti gli esseri viventi, e non ho ancora avuto una spiegazione convincente del fatto che un carnivoro ad esempio sia autorizzato a non rispettare le sue prede, e se ne nutra, mentre  l’uomo invece dovrebbe farlo, dimenticando che pure le piante hanno reazioni all’ambiente esterno e sono esse stesse esseri viventi.
Io non sono animalista né vegano, ma riconosco che per molti motivi, anche di salute, occorre limitare il consumo della carne, sino al limite ad abolirlo del tutto, senza tuttavia dimenticare tutte le problematiche legate a questa scelta e fatte le dovute eccezioni.

Io non sono animalista, ma non ho bisogno di esserlo per condannare duramente gli inutili atti di stupida violenza contro gli animali. 
Sono pure contro la caccia, e non solo perchè gli animali hanno il diritto di vivere secondo loro natura, come ho scritto, ma anche perchè l'ambiente (e gli animali che ci vivono) è pure mio e non proprietà privata di chi paga una licenza di caccia. L’idiozia del male è evidente nell’uomo quando alcuni suoi indegni rappresentanti sfogano rabbia gratuita contro animali, donne, bambini e, in genere, contro i deboli. Questi esseri umani mi fanno vergognare, e meritano la prigione o le pene più dure, con le sole eccezioni della pena di morte e della tortura.                    

                                                                                                         Silvano C.©   
                   (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)



domenica 15 settembre 2013

Ore


Ore, minuti primi, minuti secondi, decimi centesimi e millesimi di secondo. E poi le frazioni ancora più piccole di tempo che definiamo misurabile, perché noi pensiamo di misurare il tempo, mentre è il tempo che misura noi, dal nostro inizio alla nostra fine, mentre lui resta smisurato.

Nanosecondi, picosecondi, yoctosecondi… e Achille non raggiunge mai la tartaruga.
Ma quanti secondi ho già vissuto io, dal momento che sono nato, oppure da quando ho iniziato ad essere un uomo, e non solo un grumo di cellule che per me non sono ancora un uomo. Impossibile dirlo o calcolarlo. Nessuno può dirlo con certezza. E poi non c’è neppure accordo su quando è iniziata la mia vita. Dal concepimento forse? Ma la vita non è un passaggio ininterrotto di sostanza vivente ed informazioni da un essere ad un altro, senza alcuna interruzione, da quando è comparsa per la prima volta, in un tempo che la scienza pone ad oltre due miliardi di anni fa, sulla nostra Terra?

Ho alcune idee in proposito, ma nulla di chiaro e definito. Anzi. Più cerco risposte meno sicurezze trovo. E sinceramente non sopporto chi mi fornisce risposte preconfezionate interpretando antichi testi considerati sacri, oppure pretendendo che la scienza sappia la verità.  Nel campo della fede non entro, perché non è il mio, e chi vuol credere può credere a ciò che vuole, non mi interessa, e nell’altro campo nessun scienziato serio è disposto a mettere la mano sul fuoco sulla veridicità assoluta e perenne di una sua teoria scientifica, anche se universalmente accettata.  Io so di non sapere. E mi basta.

Solo una donna mette la gonna
Lo scozzese mette la gonna
Lo scozzese è una donna.

Da una premessa sbagliata o imprecisa non può che derivare una conclusione sbagliata o ingannevole o assurda. Quindi il tempo inteso come sequenza di azioni e il tempo come eterno passaggio da passato a futuro non sono la stessa cosa. E tutti possono aver ragione, dal loro punto di vista, e tutti avere anche torto, se ad ascoltarli sono persone che hanno premesse diverse.

I giorni, i mesi, gli anni, i secoli e i millenni io li posso in parte vivere, o anche solo immaginare, posso mettere la gonna e non essere né una donna né uno scozzese, e vivere molto più a lungo di una falena, ma molto meno di una Posidonia, che forse può vivere per migliaia di anni, negli oceani e nei mari del mondo.

Due insetti su un pino stanno discutendo della pianta, e il primo sostiene che il pino cresce. Il secondo, serio e convinto, risponde che non cresce per niente. 
Infatti, da quando è nato, lui lo ha visto sempre uguale.

                                                                                     Silvano C.© 
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Io ho tutto, tranne


“E anche chi sembra avere tutto, in realtà ha tutto tranne quella cosa lì” (Michela Marzano)

Da una osservazione banale, in fondo, bisognerebbe stare alla larga. Come si deve diffidare dei luoghi comuni. Come non pensare che sappiamo benissimo che anche i più fortunati tra gli uomini, e forse pure tra gli dei, non hanno mai veramente TUTTO, che a loro manca sempre qualcosa, magari apparentemente insignificante, ma qualcosa che magari io ho, e loro no.

Eppure dalle parole della Marzano la mente parte, per associazioni successive, con ricordi e rimpianti, con consolazioni e rassicurazioni, con mille fatti che sono solo miei, e di nessun altro, e quindi le sue parole sono solo MIE, perché solo io le intendo con quei significati.

Il concetto di tempo viene stravolto dai numerosi richiami ai suoi ispiratori, ai libri che lei ha letto, e non io, alle citazioni che lei fa, e che io non potrei, al suo modo apparentemente infantile e innocente di porsi davanti alle cose. Mi sento libero e non costretto a confrontarmi con chi ha più di me, con chi ha o ha avuto maggior libertà sessuale, con chi ha fatto più esperienze, con chi ha più cose materiali, con chi ha avuto un lavoro più soddisfacente e retribuito meglio.  

Nella mia ricercata fuga da un passato recente, da un mondo che è finito, da un altro che è iniziato ma che ancora mi spaventa, trovo motivo di accettare di più me stesso.
Vivo il mio tradimento come colpevole ma necessario. So che è necessario, e chi non lo capisce o non lo capirà lo avevo perso già prima. Non servono motivi per ricomparire dopo essere spariti dopo mesi o dopo anni. Se il discorso riprende come se fosse stato appena interrotto, allora NON è mai stato interrotto. Se si recrimina o si lanciano accuse, se non si accetta, tutto era già finito. Era finito da molto prima.

Come potrei offendere un amico se non voglio o non posso chiedere aiuto in un momento di bisogno? Sbagliando ho già chiesto aiuto, in passato, e raramente ho avuto questo aiuto, in quel momento preciso. Ho avuto molti aiuti, non lo nego, molti mi sono stati vicini, è vero, ma spesso l’offerta è partita da loro. 

Non chiedere, un vero amico sa sempre prevenire i tuoi bisogni (è il concetto di amicizia siciliana, raccontato da Camilleri). Devo fugare i sensi di colpa, ed accettarmi, pieno di difetti, sapendo che sono così, che tutti sono così, nel senso che hanno i loro difetti. Ovviamente non i miei, io sono “altro” da loro.

Io quindi ho tutto, tranne…

                                                                           Silvano C.©


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sabato 14 settembre 2013

La machinina


Quand a iera picul amarcord na volta ch’a son andà a truvar di parent, ma am son scurdà da tant temp chi i iera, e i miè i ma cuntà sta storia tanti volt, parchè aiera propria picul.
A par che mi e al fiol ad sta zent as’segna mis a zugar in tal pular, con du areoplanin fat con du pez a legn. E aven bumbardà i ov, parchè iera i nostrar nemig. Par farla curta, aven rot tut i ov. Un mazel.
Mi però, ad cla volta, amarcord incora la machinina a pedai ad cal putin: una machinina ad fer, brisa ad plastica come queli chi fa ades. Una machinina fata come il machin da corsa d’alora, una specie ad misil, sutila e lunga, con al radiator davanti, belisima.

                                                                               Silvano C.©


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La fortezza


La fortezza ha vari ordini di opere di difesa, e non è neppure sguarnita per quanto riguarda le sue armi di offesa. È costruita con una prima linea esterna, apparentemente facile da superare, con molti varchi chiusi da semplici portoni, ma è pronta a resistere ad attacchi non ben preparati. Nella vita di tutti i giorni insomma funziona bene, e tiene gli estranei alla larga.

Dopo aver superato una zona scoperta si arriva alla seconda linea, dove si erge una cinta muraria con pochi varchi, difesi da bastioni e strutture di ferro. Uomini addestrati vi fanno servizio permanente, non si supera senza che le difese vengano abbassate dall’interno o vinte da fuori con forze ingenti e motivate. Chi mi conosce almeno un po’ sa come entrare attraverso quelle barriere, non si fa spaventare e mi arriva più vicino.

La terza linea difensiva è solida e incute rispetto. Un fossato la circonda, e solo tre ponti levatoi danno accesso alla piazza d’armi che si trova all’interno. Gli armati che stanno su queste mura sono esperti, hanno combattuto molte battaglie, sono veterani. Alcuni però sanno entrare senza difficoltà, sanno come far abbassare i ponti levatoi, non si spaventano, ed entrano sicuri. Se vogliono possono aggredire anche i veterani più attenti ed arrivare vicini al mio cuore.

La piccola cittadella centrale della fortezza è invalicabile, non ha aperture visibili né altri contatti col mondo esterno. All’interno nessuno entra, neppure i più intimi.

Qui sono l’unico signore, io solo posso decidere se uscire o no da questo luogo, dove conservo segreti e vergogne incoffessabili, paure e speranze intraducibili. Solo io, raramente, porto fuori da questo luogo un po’ di quello che sono, che è sempre ben poco, tuttavia, poiché l’oscurità non ama la luce del sole .

                                                                               Silvano C.©


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giovedì 12 settembre 2013

Cattivi maestri

Ad una uscita di quasi tutto l’intero Istituto per una giornata sulla neve, con alunni che si dividono tra discesa, fondo, slittino e semplici passeggiate ai bordi delle piste, per prendere il sole e passare alcune ore in allegria, uno degli insegnanti accompagnatori non trova di meglio che entrare in uno dei due bar della piccola stazione invernale e ubriacarsi, dando uno spettacolo tristissimo ed inqualificabile di se stesso e dell'Istituto che lo aveva incaricato della sorveglianza degli alunni.

Durante gli scrutini di fine anno una docente è troppo presa dai suoi pensieri e dalle sue attività personali per prestare ascolto alle descrizioni degli alunni e dei loro risultati scolastici. Al momento del voto per stabilire il giudizio finale di un ragazzo alza la mano per dare la valutazione meno favorevole all’alunno. Solo a cose fatte e trascritte si lascia sfuggire un incredibile: “Ma io credevo che si votasse per XXX, non per YYY… “

Un insegnante poco apprezzato e vagamente inquietante, sempre pronto a cercare inutilmente di farsi notare dalle colleghe nuove e giovani, che però lo inquadrano in pochi minuti, contestato da genitori ed alunni, nell’ultimo anno della sua permanenza all’Istituto viene incaricato, in mancanza di altre possibilità di utilizzo, di seguire alcuni alunni in difficoltà, mai soli, ma in piccoli gruppi di 4 o 5, e sempre con qualcuno nel gruppo sveglio e attento, in grado di spiegare a che punto è giunta la classe. Durante una di queste ore lo sventurato e problematico insegnante tenta un approccio con una ragazzina, ma la difesa del gruppo è pronta ed efficiente. Ad una successiva indagine appare chiarissimo che le alunne non mentono, e l’insegnante viene definitivamente allontanato dal contatto con i ragazzi.

Un insegnante di religione, uno degli ultimi con la tonaca prima del definitivo passaggio per questo tipo di incarico di personale laico individuato dal Vescovo, secondo quanto stabilito dal Concordato, viene, segretamente ma non troppo, chiamato dagli alunni col poco edificante soprannome di: “Don Palpa”. Lascio intuirne le motivazioni.

Un Dirigente Scolastico interviene ad una riunione degli alunni di una classe e dei loro genitori nei locali della scuola per presentare un video che raccoglie i momenti più significativi degli anni trascorsi dai ragazzi in quel loro percorso di studio. Sono presenti pochi insegnanti, non perché non invitati, ma perché impegnati in altre contemporanee riunioni.
L’intervento del Dirigente è tra i più tragici che si possano immaginare. Accusa gli alunni e i genitori di usare abusivamente i locali scolatici (malgrado abbia avuto una richiesta in tal senso, pur se non formalmente corretta) e si lascia andare a giudizi talmente pesanti che le ragazze che hanno organizzato la riunione scoppiano in lacrime. Dalla penombra della sala qualcuno manda a quel paese il Capo dell’Istituto, ma non si saprà mai chi è stato.

Un insegnante di educazione fisica (quando ancora si chiamava così) lascia piena libertà ai suoi alunni di decidere ogni volta che attività svolgere, e quasi puntualmente questi scelgono il calcetto. Ritiene la libertà di scelta un momento educativo fondamentale. Lui stesso sceglie liberamente di andare in pensione giovanissimo, prima dei 50, quando ancora questa opportunità era possibile, con un privilegio assurdo che ora si è capito quanti danni ha fatto al nostro Paese. Il giovane pre-pensionato tuttavia, molto impegnato nel campo del volontariato a spese altrui, si dedica alla Pace, ed organizza attività legate a danze e attività di gruppo per valorizzare e diffondere la pace tra i popoli, magari facendosi pure sovvenzionare come organizzatore di corsi di aggiornamento per insegnanti e per tutti gli interessati.

                                                                               Silvano C.©


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martedì 10 settembre 2013

Per una scuola pubblica statale


Non voglio ghetti confessionali o economici, che dividano atei da cattolici, ebrei da musulmani, o ricchi da poveri. Questi sono la premessa per una società ingiusta che non fa dialogare i suoi cittadini.

Nessuno dovrebbe avere il diritto di dare ai propri figli una educazione “migliore” di quella che possono dare gli altri ai loro figli. Nella scuola pubblica statale esistono già molte opportunità a disposizione dei genitori per intervenire direttamente o indirettamente sull’educazione dei loro figli.

Il modello statunitense di scuola pubblica mi sembra aberrante perché in quella società ormai si è superato il punto di non ritorno, e certe scuole sono solo parcheggi in attesa dei lavori più umili e sottopagati, quando non sono anticipo della delinquenza.

Non voglio che gli insegnanti di mio figlio vengano scelti in modo discrezionale, ad esempio da un vescovo, come avviene nelle scuole pubbliche paritarie cattoliche, ma da un pubblico concorso, da una selezione seria e sul campo dei docenti. 
La scuola pubblica statale è quella che ancora oggi garantisce di più anche i docenti, non solo gli alunni, malgrado le continue riduzioni di fondi a suo scapito.

Nella scuola pubblica statale chi lo desidera fa cambiare scuola al proprio figlio, ci sono molte garanzie in tal senso. E se un dirigente o un insegnante non funzionano, cosa tutt’altro che improbabile, esistono molti metodi legali per ottenere giustizia. Uno di questi è l’ormai abusato metodo del ricorso (Abusato talvolta perché alcuni genitori vogliono imporre il loro punto di vista non per il bene del figlio e del futuro cittadino. Ma questa questione esula dal tema che qui mi interessa, e la lascio cadere)

Nella scuola pubblica statale che mi piace ogni regione italiana ha pari opportunità di spesa ed identica dignità, perché è solo una scuola nazionale, gestita con criteri nazionali che unisce l’Italia, e fornisce ai ragazzi identiche occasioni di crescita. So che questo è un sogno, per ora, ma ritengo la scelta da parte dei genitori di una scuola privata, cioè di una pubblica paritaria, per i propri figli, come una sconfitta dello Stato e dell'intera società.

                                                                               Silvano C.©


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Evita


Evita Peron, che ha ispirato ad Andrew Lloyd Webber e Tim Rice un musical di successo ed una canzone indimenticabile, e che è viva ancora oggi nel mito popolare del suo Paese, è l’esempio funesto dal quale voglio partire, per scrivere del populismo che ha preso il nome di peronismo, e che non è mai morto, sicuramente non in Italia, dove ancora oggi fa strage di cuori e distrugge lo spirito critico.
Peron era un dittatore che affamava il suo popolo, ma bastava scrivere ad Evita, sua seconda moglie, e impietosirla, per avere un aiuto per curare un figlio, per trovare un lavoro, per comprare una dentiera o un cappotto nuovo. E i giornali di regime la esaltavano come la donna buona, che tutti sentiva e tutti aiutava. La sua morte prematura ha contribuito a farne un'icona intoccabile, una santa, un esempio immortale.

Oggi viviamo ancora quella triste stagione, nulla è mutato nelle intenzioni subdole e depistanti di tanti che potrebbero aiutare ad aprire gli occhi, ma vivono pure loro alle e sulle spalle di tanti illusi. E chi sono questi disonesti epigoni di Evita (che in ogni caso non è stata la prima a sfruttare questa modalità di abuso del potere, occorre ammettere. Già Mussolini usava sistemi simili, e tanti ancor prima di lui, andando indietro nella storia), chi sono costoro?

Prima di tutto i più beceri e tristi, i più venduti, certi noti personaggi televisivi che vivono sulla pietà e sul voyeurismo popolare, che sbattono sulla piazza mediatica l’orfano, il disoccupato, il malato, l’abbandonato. Fingono interesse e carità, ma non applicano il dettato evangelico che impone: “non sappia le destra cosa fa la sinistra”. E perché dovrebbero? Per perdere il loro pubblico ed i loro lauti guadagni?

Poi vengono molti politici, molti di destra e centro o contrari a questa separazione tra destra e sinistra, ma purtroppo anche di sinistra. Dichiarano a parole interesse personale, mossi apparentemente da umanità e giustizia, mentre in realtà non intendono mutare il sistema che genera questa ingiustizie sociali, perché sarebbero i primi a dover rinunciare ai loro privilegi, che chiamano diritti acquisiti, se sono i loro, mentre li tolgono senza pietà a donne che non possono più andare in pensione come prima, a lavoratori che non ricevono quanto dovrebbero o vengono licenziati, a giovani destinati ad essere disoccupati e anziani abbandonati senza un sostegno dignitoso.

Non dimentico quindi le mille campagne benefiche per la raccolta di fondi, ognuna con scopi nobilissimi, contro la distrofia, contro i tumori, per aiutare le donne oggetto di violenza, per i poveri cani abbandonati, per i ciechi, perché occorre essere ciechi per non vedere questa enorme ed interessata attività che da lavoro prima di tutto ai benemeriti benefattori, o permette loro di restituire solo le briciole di quanto hanno guadagnato con attività esattamente all’opposto della carità e della bontà.

Infine, per non allungare troppo l’elenco, vedo in questa nutrita assemblea le molte persone pie che fanno della carità la loro bandiera ed il loro credo, letteralmente. Sono in buona fede queste persone? Non lo so, molte sicuramente si, in modo acritico, per adesione vissuta ad una visione religiosa del mondo che non mi appartiene. La carità per sfamare chi muore letteralmente di fame, o per accogliere in un luogo caldo chi, fuori, morirebbe congelato. Come posso dire che non servano queste brave persone?
Eppure lo dico, anche se al condizionale. Non dovrebbero servire. Dovrebbe essere uno Stato laico e giusto a dare ad ognuno i mezzi onesti per vivere, facendo pagare le tasse ai ricchi che le evadono o che non vogliono neppure versare un contributo annuale al loro comune per la loro villa di 10 stanze più piscina e parco. Dovrebbe essere l’ente pubblico, e non la comunità religiosa e quindi confessionale a dare aiuto a chi ne ha bisogno, prevenendo i bisogni stessi, con un vero Stato sociale.
Invece, esattamente con la tecnica usata da Al Qaeda, qualcuno attira con piccoli regali nuovi bisognosi sostenitori, creando le basi per una carità di stato, non per uno Stato moderno e civile.

                                                                               Silvano C.©


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lunedì 9 settembre 2013

Razzismo


Che idiozia colpevole e mostruosa è il razzismo, esattamente alla stregua della fede religiosa che uccide gli infedeli.

Non esistono razze umane diverse, è un falso scientifico che ognuno, se vuole, può verificare con una semplice ricerca su una qualsiasi enciclopedia cartacea, digitale o in rete. Le fonti che sostengono il contrario sono di parte, quindi inaffidabili.
Sulla fede religiosa non dico nulla, poiché non riguarda la scienza ma un altro ordine di idee.

In Italia abbiamo avuto invasioni pacifiche e in armi di popolazioni appartenenti ad altre etnie da oltre due millenni. A volte erano veramente barbariche ma non di rado invece sono risultate culturalmente più avanzate delle popolazioni autoctone. Basta leggere un libro di storia per capire quanto Roma imperiale facilitasse questo processo di mescolanza tra i diversi, traendo da questi nuovi arrivati la linfa vitale per il suo potere e la sua sopravvivenza. Ed il potere di Roma è durato a lungo; difficilmente si può attribuire a questa politica pragmatica la causa della decadenza dell’impero stesso, ma anche in questo caso lascio ai libri di storia le considerazioni in merito.

Io penso al fenomeno dell’emigrazione che ha toccato intere aree povere della nostra patria in tempi relativamente recenti, portando a fuggire dall’Italia per cercare lavoro e vita migliore in tutto il mondo quasi 30 milioni di nostri connazionali in poco più di un secolo. Una parte enorme di questi esuli cercava solo una migliore sistemazione, fuggiva dalla fame, alcuni anche dalla persecuzione politica. Molti però hanno esportato con loro la nostra organizzazione malavitosa, ed hanno imposto nei Paesi che li hanno accolti la violenza alla quale erano abituati; hanno cioè esportato pure la nostra vergogna, anche se erano solo una minoranza.

E come erano accolti questi italiani fuggiti dall’Italia? A volte come esseri inferiori, da sfruttare, oppure come mafiosi, da temere.  Raramente sono stati accettati da subito come esseri umani, cittadini con pieni diritti.
Solo con il tempo, la pazienza, la capacità di sopportare e di farsi conoscere, la volontà di lavorare sul serio e di essere parte della nuova società hanno rotto il cerchio dell’isolamento e della diffidenza nei loro confronti.

Oggi accogliamo chi cerca da noi rifugio, lavoro, fuga dalle persecuzioni e una nuova vita nello stesso identico modo. La storia non ci ha insegnato nulla, evidentemente. Quello che capita agli altri o a una generazione prima della nostra non ci tocca. Siamo superficiali e ragioniamo con la pancia, con l’interesse immediato. Siamo spinti ad una lotta tra poveri da politici senza scrupoli che cercano solo motivo di sopravvivenza per le loro organizzazioni farneticanti.

Ma io non sono buonista, per nulla. Vedo molto male, ad esempio, la cultura dell’accoglienza senza condizioni, senza alcuna limitazione, nei confronti di persone che hanno altre abitudini di vita e che rischiano di far deflagrare una tensione sociale palpabile, perché tutti ne abbiamo esempi sotto gli occhi, ogni giorno.

Ho vissuto per un paio di anni con l’appartamento sotto il mio gestito da un imprenditore locale che vi mandava suoi dipendenti marocchini, pachistani, albanesi e di non so neppure quali altri nazionalità di origine. I residenti avrebbero dovuto essere ufficialmente in quattro ma facilmente erano quasi una ventina. Inoltre da un edificio in abbandono a poca distanza ne arrivavano altre decine, per lavarsi o usare i servizi. Ho vissuto due anni d'inferno, con un figlio piccolo. Di notte non si dormiva per i rumori di ogni genere. A volte questi si accoltellavano, e almeno un paio di volte ho trovato sangue sulle scale o sull’ascensore. Non era possibile la convivenza, malgrado l’intervento della Caritas, dei vigili urbani e della forza pubblica. Oltretutto avevo paura di dispetti o peggio, quindi dovevo cercare  di non spezzare quel minimo di equilibrio apparente.
La colpa di chi era, in quella situazione? Facile dirlo, a posteriori.  Prima di tutto era responsabile l’imprenditore, che aveva tutto l’interesse a mantenere i suoi dipendenti nell’appartamento ma nessuno a controllare seriamente chi ci abitava e cosa faceva. Subito dopo colpevoli erano le nostre leggi e la loro applicazione ottusa e ingiustamente garantista. Chi veniva scoperto a commettere reati nell’appartamento e nelle sue vicinanze, anche quando veniva fermato, praticamente subito veniva liberato e ricominciava a comportarsi a proprio comodo, sempre più sicuro dell’immunità. Conservo decine di articoli di giornale di quegli anni, e molti altri li ho lasciati perdere. Alcuni volti apparsi in cronaca a Rovereto, a volte finiti male, appartengono a persone che conoscevo. Erano i miei vicini. Eppure non era colpa di TUTTI quelli che stavano nell’appartamento. Alcuni erano persone serie e normali, che lavoravano, non cercavano grane e mandavano i soldi alle loro famiglie, ma erano costretti a convivere con i delinquenti.

Pochi anni dopo ho avuto bisogno di una badante per i miei vecchi genitori. Ho assunto una straniera, immigrata pure lei. Ed è diventata praticamente una persona di famiglia, sicuramente non è una malavitosa.

Ho avuto poi a che fare sempre più spesso, negli ultimi anni, con alunni figli di immigrati, e con altri figli di rom e sinti. Casi spesso particolari, talvolta difficili. Ma ho notato anche un fenomento strano, in controtendenza. Alcuni ragazzi dell’est, arrivati in Italia abbastanza disponibili a lavorare e ad accettare l’autorità, subito capivano l'andazzo e finivano spesso per adeguarsi al comportamento degli italiani, ma di quelli peggiori. 
I rom ed i sinti, invece, li ho trovati prontissimi a trovare le falle nel sistema educativo, a sfruttarne a loro vantaggio le regole e poco propensi ad adeguarsi alla nostra cultura. La loro del resto è una cultura non meno nobile della nostra, pur se di tradizione orale, e praticamente siamo popoli diversi che conviviamo sullo stesso territorio. Non esiste integrazione possibile se non si parte da una ammissione di parità di diritti, ma loro si sposano con ragazzine di 13 anni, hanno bisogno di spazi diversi dai nostri, e noi li abbiamo occupati e recintati tutti. Non abbiamo lasciato nulla di libero per loro, abbiamo ignorato i loro diritti, con la scusa che sono nomadi e quasi mai interessati al possesso di una casa.

A Ferrara ci sono zone, come quella attorno al grattacielo vicino alla stazione, che divengono di fatto dei ghetti, dove alcuni spacciatori e autori di piccoli furti convivono con tanti altri onesti lavoratori (esattamente come capitava ai primi italiani che emigravano). E questo alimenta ovviamente il razzismo latente da sempre nei ferraresi, che prima dell'arrivo degli immigrati se la prendevano con i meridionali. Non è molto disponibile, in questo, il ferrarese medio, e lo dico da ferrarese “emigrato” in Trentino. Quando mi capita di parlare nella mia città di origine con amici o conoscenti, sento in sottofondo questo pregiudizio, che ho imparato a riconoscere chiaramente da quando sono andato via da Ferrara. Ma Ferrara è solo un caso che conosco, e non tutti i ferraresi sono uguali. Ogni città italiana si potrebbe descrivere in questo modo. Non odio Ferrara a tal punto da darle colpe in esclusiva; l'amo invece, ma ne vedo i difetti.

Vorrei che chi viene sorpreso a delinquere, ad esempio a spacciare piccole dosi sempre meno costose, venisse incarcerato, e non liberato dopo poche ore, rendendo nulli l'impegno (ed i rischi corsi) delle forze dell'ordine. Nessun accanimento, ovviamente, con le piccole pedine del crimine, ma pene sicure e giuste. Al primo fermo una pena di pochi giorni. Alla prima recidiva almeno un mese. Alla seconda ricaduta vari mesi. In tal modo cadrebbe il senso di impunità che permette a questi piccoli delinquenti di diventare i padroni di intere aree urbane.

Dicevo prima che non sono buonista. È vero. Vorrei accoglienza per chi la merita, accordandola magari sulla fiducia, ma anche estrema severità con chi non rispetta le nostre leggi e, aggiungo, le nostre abitudini e tradizioni. Già vivo male certe imposizioni culturali cattoliche, non vorrei trovarmi a dover subire anche quelle musulmane o di altre religioni. Vorrei che la Chiesa accogliesse veramente questi diseredati facendo voto di povertà, come ultimamente pare indirizzata, e senza essere costretto a sentire i continui richiami dai rappresentanti di un paese straniero, il Vaticano, che ci invitano ad accogliere in Italia i profughi di mezzo modo. Li accolgano pure loro, e diamo l'esempio vendendo i loro immensi tesori per far fronte a queste necessità.

E non voglio neppure che la sinistra si faccia continuamente impallinare dalla destra o dalla lega o dai movimenti quando difende acriticamente ogni diritto per gli immigrati, dimenticando a volte gli italiani. Occorre equità, seguire le famiglie immigrate per far trovare loro casa, aiutarle a pagare le bollette, ma, e qui siamo carenti, verificare poi che queste famiglie si adeguino ai regolamenti e rispettino a loro volta le altre famiglie, senza pretendere solo aiuti senza dare nulla in cambio. Diritti e doveri, insomma, se vogliamo crescere nella società che ci aspetta, senza che perdiamo le conquiste sociali, ad esempio i diritti delle donne, che abbiamo ottenuto a fatica e dobbiamo continuare a difendere.

                                                                                 Silvano C.©

( La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

domenica 8 settembre 2013

Pederastia


I greci di oltre un paio di millenni fa avevano idee un po’ diverse da quelle che noi oggi comunemente riteniamo corrette, ma la nostra cultura deriva dalla cultura greca, e solo successivamente da quella romana. Il cristianesimo è venuto molto dopo ed ha modificato tante cose, non sempre in meglio.

L’omosessualità, intesa in particolare come il rapporto tra un adulto ed un ragazzo, in quella società maschilista, è stata per lunghi periodi la forma elettiva per creare le nuove classi dirigenti, con l’esperto e maturo uomo affermato che amava, istruendolo, il giovane inesperto, di età compresa solitamente tra i 12 e i 17 anni. Era un vero amore, nobile e socialmente riconosciuto, e non mancavano i sottili giochi legati da sempre all’amore: corteggiamento, lusinga, fuga e cedimento, tradimento e delusione. Prima dei 12 anni i bambini, prepuberi, erano ritenuti inadatti a questo genere di rapporto. Dopo i giovinetti erano belli, attraenti, sinuosi. Spesso venivano ammirati mentre si allenavano nudi nelle palestre, a loro venivano fatti piccoli doni, quasi mai di grande valore, talvolta semplici giochi. Arrivati ai 17 anni ormai il loro corpo perdeva interesse per gli uomini maturi, loro stessi maturavano insomma, e spuntavano i peli ovunque, si appesantivano, non erano più belli. E inoltre dovevano servire sotto le armi la città stato alla quale appartenevano, e il rapporto di pederastia tra amato ed amante si interrompeva naturalmente. 

Le donne erano marginali nella società greca, e raramente raggiungevano un livello di potere paragonabile a quello dell’uomo. Ancora oggi questa disparità non è stata colmata. Col passare dei secoli il rapporto omosessuale ha assunto connotati negativi mentre l’inferiorità della donna non è mai stata completamente negata; strano caso di regressione o non riconoscimento dei diritti sociali, indubbiamente, per due categorie ancora oggi ritenute “inferiori” da troppi appartenenti al genere maschile.

                                                                               Silvano C.©


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solo bianco

 niente nero su bianco 

venerdì 6 settembre 2013

Una edicolante

Ricordo un’edicola, in una città della quale taccio perché questo mio breve scritto si può certamente generalizzare, gestita da una tranquilla signora, madre di due bei bambini, la domenica in chiesa, a volte sostituta dal marito nella vendita di giornali e riviste. Il periodo al quale mi riferisco non è troppo lontano nel tempo, ma parliamo di altre modalità e tipologie di offerte rispetto ad oggi. Allora non c’erano neppure i “Gratta e vinci”, mi pare.
Su un lato di questa edicola c’era una ricca offerta di pornografia, dalle cassette VHS ai libri e libretti, dalle riviste patinate famose a quelle più volgari piene solo di immagini in primo piano. A volte mi capitava di guardare questa esposizione, lo confesso, e talvolta pure di comprare qualcosa, sentendomi in colpa, depravato e complessato. Non posso mentire sulla mia natura sino a negare certi miei impulsi, e non voglio neppure accusare o giudicare gli altri senza ammettere le mie colpe o le mie debolezze.
Quello che mi chiedo ormai da moltissimi anni tuttavia è come potesse questa signora timorata e distinta vendere certe pubblicazioni non sentendosi in colpa, ammesso che fosse così, a uomini giovani o maturi, assecondando perversioni o dipendenza, immaturità o piccoli squallori personali.
Eppure, guardandola, ispirava idea di serietà e distacco, di una persona in pace col mondo, che svolgeva un lavoro come un altro. Ma forse sono solo io che vaneggio un mondo diverso, meno ipocrita.

                                                                               Silvano C.©


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Namastè


Non salutatemi mai con un “Namastè”, per favore, o con altri riferimenti al divino. Non lo sopporto, mi toglie la calma se prima l’avevo e mi fa montare ulteriormente il nervoso se già prima ero innervosito.
So che è anche un semplice saluto, in certi Paesi del mondo, specialmente della zona asiatica, ma noi non viviamo in Asia, e in Italia i saluti normali e più diffusi sono altri. Spesso chi lo usa fa riferimento a quel tipo di cultura, a quella saggezza interiore, a quella posizione filosofica e religiosa, che io, essendo questa appunto una posizione religiosa, non accetto. Non sono interessato ai richiami di chi ha raggiunto un livello superiore, ai consigli di chi ha visto la luce, di chi ha trovato pace e risposte o altri dubbi che non sono i miei. Non mi interessa assolutamente nulla di tutto questo. La mia ricerca deve partire solo da me, le domande solo da me, e se sbaglio, voglio farlo da solo, senza interventi di questo genere.
Le qualità divine esulano dai miei interessi pubblici, sono attirato dagli aspetti terreni, umani, limitati e fallaci. La mia spiritualità privata è mia e solo mia, e non la impongo a nessuno, e non sono praticante di alcuna religione, pur essendo battezzato cattolico. Non sono neppure interessato allo sbattezzo, come alcuni so che hanno fatto, seguendo una procedura che li ha portati di fatto ad essere scomunicati. Semplice burocrazia, ai miei occhi. Sono sposato solo civilmente, ad esempio, e per il resto le scelte private siano private, per tutti.
Se quel saluto intende: “vai in pace”, o “resta in pace” mi suona già diverso, ma deve però  essere usata la frase in italiano, per evitare confusioni, e, tutto sommato, un ciao è molto più bello e facile.
Se infine chi lo usa è legato alla New Age, allora scusate, mi metto pure a ridere.
La musica rilassante alla Richard Clayderman, per essere esplicito, non mi rilassa per nulla.
                                                                               Silvano C.©


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lunedì 2 settembre 2013

Il Nibbio


Tanto tempo fa, a Porotto, un paesino di poche migliaia di anime non lontano da Ferrara viveva un ragazzino timido e cicciotello. La madre aveva paura che lui avesse problemi di salute, era molto apprensiva nei suoi confronti, ed eccessivamente protettiva. Nessun genitore è privo di difetti, e quella donna aveva i suoi difetti, come ogni donna ed ogni madre, e la sua apprensione  finì col pesare nei rapporti di quel ragazzino con i suoi coetanei, molto più abituati a cavarsela da soli, a fare a botte, a giocare a calcio e a non aver paura di quello che pensavano i loro genitori.
La situazione di partenza di quel ragazzino poi era ulteriormente aggravata dal fatto di aver vissuto i suoi primi anni senza un contatto diretto con coetanei maschi, ma solo con femmine.
In ogni caso, per tutto il periodo delle scuole elementari, lui si trovò sistemato nella fila dei bravi, seguito negli ultimi anni da quel maestro che poi sarebbe stato ricordato nella targa della scuola, amato da generazioni di suoi allievi e seguito da esperti a livello internazionale per i suoi studi sulle epigrafi e sui testi antichi. Fuori dalle lezioni però non godeva di molta stima da parte dei compagni, incapace di lottare e di giocare a calcio, di scalare gli alberi e di vincere una gara in bicicletta, per la paura di cadere e di sporcarsi.
Furono anni tutto sommato subiti, anche se in parte vissuti, è innegabile, e che lo avrebbero segnato nel futuro.
Le medie furono quindi una liberazione (le medie, si badi bene, non l’avviamento professionale, e la scelta di quell’ordine di scuole fu dovuta ai consigli di quel maestro poi divenuto l’orgoglio del paese). Furono l’occasione per ricominciare, come se le antiche derisioni non avessero mai avuto luogo. Fu per lui il momento, finalmente, dopo liti in famiglia, di avere i pantaloni lunghi. Anche per i pantaloncini corti veniva deriso, dai coetanei, e quindi, tassello dopo tassello, ogni cosa andava poco a poco al suo posto.
Mancava tuttavia un’esperienza, vitale per un ragazzino, una tra le tante. Non quella della scoperta del sesso, ben più importante ma rimandata ancora per molti anni, purtroppo, ma quella dei rapporti di forza nei gruppi. Il caso volle che in classe alle medie ci fosse, con lui, un ex compagno delle elementari, uno che allora neppure vedeva, uno un po’ strano, chiuso, ma autonomo, ed apparentemente senza paura degli altri. Assieme avevano l’interesse del modellismo navale, ma, cosa che interessa maggiormente in questa breve storia, avevano assieme una forza nuova, la capacità di imporsi, in qualche modo, senza subire sempre come il ragazzino aveva vissuto sino a quei giorni.
Per farla breve, iniziarono a prendere in giro un loro compagno di classe, uno grande e grosso ma buono come il pane, tranquillo e senza nessun apparente motivo per diventare oggetto dei lori scherzi sempre più pesanti.
In quel periodo stavano studiando in classe “I promessi sposi”, e il personaggio del Nibbio li colpì, tanto che quasi subito quella loro vittima divenne “Il Nibbio”. Ogni mattina trovavano nuovi motivi per deriderlo, addirittura iniziarono a tenere una sorta di diario giornaliero di come vestiva, del colore delle calze, di cosa mangiava a merenda. Prepararono come due idioti una specie di Enciclopedia del Nibbio, insistendo nel loro gioco crudele. Il ragazzino di Porotto ora era meno ragazzino, ed avrebbe dovuto capire che era una cosa stupida, che andava fermata. Ma aveva sofferto troppo, negli anni prima, e sentiva il bisogno di una sorta di vendetta, di riparazione dei torti subiti. Un giorno il “Nibbio” mise nell’angolo il ragazzino, in classe, stanco di essere deriso, ed iniziò a pestarlo di brutto, con pugni e calci. Lui però era talmente sicuro di se stesso che invece di fuggire o lamentarsi iniziò a ridere, sino a far smettere il povero malcapitato, che stava facendogli male, ma si vedeva senza armi per far smettere la sua tortura, ed infatti, pur avendo lui il vantaggio e le capacità per avere il sopravvento, si ritirò, sconfitto.
La cosa durò quindi senza apparenti cambiamenti ancora un po’, sino a quando, un giorno, alla fermata dell’autobus, il ragazzino venne avvicinato da un adolescente più deciso e grande del “Nibbio”. Si presentò come suo cugino. Gli assestò alcuni pugni dati con forza e cattiveria. Gli disse esplicitamente che o la piantava o finiva male sul serio. E poi lo lasciò dolorante, appoggiato ad un albero, umiliato davanti a quelli che avevano visto la scena.
Da quel momento iniziarono a cambiare alcune cose. Il ragazzo ora aveva avuto una lezione importante, e ne avrebbe fatto tesoro per tutto il resto della vita.
Avrebbe evitato con attenzione sia le occasioni per farsi vittima che quelle per diventare a sua volta carnefice, avrebbe perso per sempre ogni velleità di comando o di potere, ed avrebbe finalmente capito che l’esser vissuto i primi anni della sua infanzia con compagne femmine non sarebbe più stato un problema, ma una occasione, che gli altri non avevano avuto.

                                                                               Silvano C.©

( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

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