mercoledì 19 giugno 2013

finestre

Sono le 7 di sera. Spegne le luci della stanza, prepara lo strumento sul treppiedi e lo punta. Di fianco, sul davanzale ha il quadernetto per i suoi appunti, un raccoglitore ad anelli con fogli multicolori a quadretti da 4 mm, un pennarello punta fine Pilot ed una microtorcia led.
Claudio è un metodico, introverso e timido per alcuni, serio nel suo lavoro in ferramenta, ma ancora precario, assunto per periodi brevi, e mai a tempo pieno. Ormai però, ad ogni scadenza, il suo capo lo riassume, perché sa trattare con i clienti, e, specialmente con i più prepotenti o rompiscatole sembra sparire, non reagire, smontando la carica aggressiva dell’interlocutore di turno e vendendo alla fine il prodotto che fa comodo alla ferramenta.

Da quando abita da solo, in quel miniappartamento, è rimasto affascinato dalle luci del condominio di fronte, oltre il grande viale che separa il suo palazzo  da quell’edificio di 8 piani, oltre il piano terra occupato da piccoli negozi ed attività commerciali.
Ha maturato così l’idea di guardare dentro quelle finestre cedendo ad una sua antica debolezza, anche se sarebbe più corretto definirla deviazione o peggio ancora.
Ha schematizzato sul raccoglitore quel palazzo, i suoi piani, con tre appartamenti per piano (a parte il piano terra, ovviamente). Dei 24 appartamenti, uno è sempre chiuso, 5 sono uffici o studi professionali, ed altri 6 raramente offrono qualcosa di interessante da vedere.

Ora il cannocchiale è puntato sul settimo piano, al centro. Guarda. La stanza è illuminata, ma non ci sono movimenti. Si sposta verso destra, poi ancora, sino a trovare una nuova sorgente di interesse. Vede una scrivania, o così gli sembra, un computer ed un uomo di mezza età che digita, vicino alla finestra. Sembra sorrida. Resta un po’ ad osservare, scrive poche parole su un foglio, poi continua la sua esplorazione. Il piano sul quale lui ha la migliore prospettiva è il quarto, praticamente all’altezza del suo appartamento. Ai piani alti lui arriva a vedere solo se succede qualcosa vicino alle finestre, per il resto intuisce semplicemente. I piani inferiori li vede meglio, ma spesso scorge solo i piedi dei vari inquilini. Una volta al secondo ha visto per qualche mese una donna che spesso stava in mutande in giro, ma ad una certo momento si è trasferita, ed ora l’appartamento sembra affittato ad un gruppo di studenti. Non vi succede più nulla di interessante.
Il tempo passa velocemente quando si mette alla sua postazione, ma raramente trova situazioni che veramente soddisfino la sua morbosità. La ragazza del quinto piano non è in casa, ed è un peccato. Della coppia che vive a nord del quarto piano pare presente solo lei, e continua a passare da una stanza all’altra, ma non vede molto, perché lei non ha acceso luci, e spesso sparisce nell’ombra. Verso le otto sposta  tutto, accende la luce e si decide a cenare.
Le donne lo impauriscono, davanti ad una ragazza balbetta e inizia a sudare. Le spia, vorrebbe coglierle nell’intimità, superare con la fantasia la distanza che lo separa da loro.

Il giorno dopo, al lavoro, è efficiente come sempre, ma poco prima dell’ora della chiusura il capo lo chiama nel suo piccolo ufficio.

Ora Claudio sente che il mondo gli è crollato addosso. Non ha risposto alle parole che ha udito. Non sa reagire al colpo, non ha riserve di energia anche per assorbire questo. Torna a casa alla solita ora, senza mutare il percorso abitudinario.
Sale a piedi ed entra nel suo appartamento. Si avvicina alla finestra, ma non desidera più illudersi di avvicinare chi resterà sempre lontanissima. Apre i vetri, si sporge e si lascia cadere nel vuoto.
                                                                                                          Silvano C.©   

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La stanza blu (Eleonora)

In fondo a via Sant’Andrea in quegli anni abitava una giovane che conduceva vita ritirata, e che doveva provenire di sicuro da famiglia benestante, anche se pochi potevano vantare una conoscenza più che superficiale delle sue origini.

Eleonora Pazzi usciva di rado, con abiti austeri ma sempre molto eleganti, e, alla moda del tempo, usava cappellini con veletta che nascondevano le fattezze del suo volto ai più. La domenica andava alla messa che si teneva alle sette nella non lontana Santa Maria in Vado, accompagnata da una fantesca, ed era la sua maggior concessione alla vita pubblica del quartiere.
                                    
Il Collegio per Ragazze Orfane di Formignana, tenuto da madri di un ordine vicino alle Carmelitane, proteggeva una ventina circa di sfortunate, dai 12 ai 20 anni, che vi erano mantenute anche grazie alla generosità di alcuni benefattori, certi noti, come il Conte Venturini, ma per la maggioranza anonimi.

In Via della Concia, al numero 9, ogni mercoledì sera, per chi avesse fatto attenzione ai movimenti dei passanti ed agli ingressi furtivi, avrebbe notato che uomini ben vestiti e quasi sempre diversi, soli, entravano velocemente per la piccola porticina che si apriva subito a discreti colpi sul suo legno.
Dentro, a ricevere nell'ombra il visitatore, un omaccione corpulento, il viso segnato da una cicatrice, sorridente ed ossequioso, ma per nulla tranquillizzante. Dava la netta impressione di esser capace di memar la mani e di non aver paura di nulla.
La casa accoglieva incontri clandestini, si è già capito, ma un mistero fitto la circondava, ed era necessario appartenere ad un segreto e ristretto gruppo di persone per sapere quanto occorreva per esservi introdotti.

Nella piazzetta di lato a San Domenico in quegli ultimi mesi si notò stazionare una elegante vettura per l’intera notte tra il mercoledì e il giovedì. Al volante un impeccabile chauffeur, del tutto indifferente ai pochi curiosi che talvolta si avvicinavano.

A Formignana, nel Collegio, si conduceva una vita semplice, non da clausura ma sicuramente poco aperta al mondo. Le ragazze si istruivano, molto più di quanto normalmente si attendesse da giovani donne in quel periodo. Venivano seguite con amore dalle madri, educate alle arti della casa e della vita, nel rispetto della tradizione religiosa ma senza imposizione a quelle che dimostravano minor calore in tali pratiche. A tutte si cercava di dare un'occasione seria e controllata di inserimento nella società, trovando loro, in altre parole, un marito. In tutto questo non mirando tanto al censo o alla posizione, quanto piuttosto alla serietà della persona. E quasi tutte coloro che uscivano dal Collegio trovavano una loro via ben meno miserabile di quella che le avrebbe attese se abbandonate, da piccole, al loro destino.

Nella casa di via della Concia c’era una stanza segreta, una stanza blu, con drappi alle pareti di quel colore, con specchi e luci sapienti. V’era anche un falso specchio, che permetteva, ad un osservatore che avesse voluto rimanere segreto, di vedere quanto avveniva nella stanza. E a volte il visitatore effettivamente restava nell'ombra, seguendo così tale sua inclinazione di rimanere semplice spettatore.
Altre volte si palesava, in un secondo tempo. Oppure l’ospite, su sua richiesta, veniva immediatamente introdotto nella stanza blu e lì raggiunto, o atteso, dalla bella Claudina.

Una vettura viaggiava per tutto il giorno per le strade insicure della Lombardia e dell’Emilia per portare a Ferrara da Milano un aristocratico signore, poco più che trentenne, discendente di una antichissima e ricchissima famiglia di origini francesi. Stazionava una notte in città, ed il giorno dopo ripartiva, per il viaggio di ritorno.

Una bambina aveva subito violenza da parte di una persona che avrebbe dobuto proteggerla, uno zio. Il padre aveva sorpreso il fratello, l’aveva ucciso, ma ne era stato a sua volta ferito a morte. La madre non aveva retto al dolore ed alla vergogna, ed era morta a sua volta in pochi mesi di crepacuore. Il nonno materno, vedovo, aveva allora mandato la piccola in un Collegio del quale aveva avuto informazioni molto positive, rinunciando, per amore della giovanissima nipote ad educarla di persona per allontanarla dall’ambiente che avrebbe potuto farle ricordare il suo passato. Aveva poi amministrato con sapienza  i beni che sarebbero andati a lei, raggiunta la maggiore età.  Costei, infatti, al compimento dei 20 anni si trovò ricca e indipendente, sola al mondo (il nonno nel frattempo era passato a miglior vita), con un legame fortissimo di gratitudine con le madri che l’avevano accolta e fatta crescere, facendole quasi dimenticare le ragioni che l’avevano condotta da loro.

Claudina a volte si presentava completamente nuda, altre volte invece si denudava lentamente lasciandosi ammirare come più faceva piacere al suo ospite. Acconsentiva senza riserve ai desideri anche più strani, facendo intuire in questo suo fare non semplice condiscendenza, ma una vera partecipazione. Non fingeva, Claudina, ma provava gioia e partecipazione anche nella depravazione apparentemente più squallida.
Talvolta semplicemente danzava, offrendo il suo corpo senza veli allo sguardo dell’uomo che ospitava per quella notte. Altre volte si concedeva come una modella per un artista del colore, e le pose più lascive erano quelle che meno sembravano porle pensieri.  Accettava anche di essere toccata, senza far mistero del piacere che questo le procurava, e, ovviamente, offriva il suo corpo per ogni rapporto intimo, senza negare nulla.

La casa di via della Concia, quella dove si trovava la stanza blu, aveva una via di accesso segreta, che partiva da un androne anonimo posto quasi di fronte a Palazzo Bentivoglio e passava per un cortile interno e stretti corridoi. Attraverso quella via giungeva o ripartiva la giovane che si faceva chiamare Claudina, in ore sempre diverse, e conservando sino alla fine il mistero sulla sua vera identità.

Il giovane Andrea aveva saputo di quella donna in modo curioso, dalla confidenza di un suo ex compagno di studi, che l’aveva descritta bellissima e prima di ogni tipo di pudore.
Aveva insistito per avere particolari, aveva ottenuto non senza fatica indicazioni precise, ed era riuscito a fissare un incontro, al quale si era recato con un lungo viaggio, senza dir nulla delle sue intenzioni ai suoi genitori.

In fondo a via Sant’Andrea la bella Eleonora Pazzi viveva ormai da circa 10 anni, e nessuno dei vicini aveva avuto confidenza, pur trattando lei con cortesia ogni persona che incontrava. Il cortile interno della casa a due piani del resto le consentiva di vivere all’aperto, quando la stagione lo permetteva, ma sempre in modo molto riservato. Nessuno avrebbe potuto dire se lei fosse in casa o meno, visto che non era solita ricevere visite e considerato, cosa ben più importante, che pure quella casa aveva un ingresso secondario. Non proprio segreto, certo, ma sicuramente fuori dalla vista di molti, in una rientranza di via Scandiana.

Alcuni avvenimenti senza legame apparente si succedettero dopo circa 10 anni di permanenza di Eleonora a Ferrara:
La bella Pazzi abbandonò la sua casa di via Sant’Andrea con tutta la servitù, senza lasciare alcuna traccia dietro di sè. Nessuno seppe mai quale fosse divenuta la sua nuova dimora.
Andrea De Bois, a Milano, sposò nella piccola chiesa di Santa Maria della Consolazione la bellissima Isotta Gualtieri, alla presenza della famiglia di lui, di pochi altri invitati ed amici intimi.
Al Collegio di Formignana arrivò un documento notarile che trasferiva a quella benefica Istituzione la proprietà di due immobili situati nel vicino capoluogo ed una notevole somma depositata nella locale Cassa di Risparmio.
Nessuno riuscì più a vedere o ad avere notizie della misteriosa Claudina, che all'improvviso sparì per sempre da Ferrara.
Un corpulento portiere, col viso segnato da una vistosa cicatrice e dall'aspetto poco raccomandabile, prese servizio da un giorno all'altro a palazzo De Bois.

                                                                                                Silvano C.©


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domenica 16 giugno 2013

Proprietà delle 4 operazioni: L’addizione



L’addizione può avere due o più termini, che si chiamando addendi, sono interscambiabili tra loro, dal punto di vista matematico, ma nella vita di tutti i giorni hanno un ordine che devono rispettare. È poco educato ad esempio scavalcare in una fila alle Poste chi è arrivato prima di noi, invocando la proprietà commutativa, ed è per evitare questo genere di scortesie che si è introdotto il numerino per regolare le attese, in molti uffici. È la prima operazione che imparano i bambini, è la più naturale sin dai tempi antichi, è la più amata da strozzini ed usurai, da avari e dongiovanni. Per molti anni nella nostra vita ha connotati solo positivi, sino a quando, in una raccolta di figurine, mancano pochi pezzi alla sua conclusione, oppure quando si scopre, con stupore, che si possono sommare pure addendi col segno meno davanti. Sono i numeri relativi che ci aprono occhi e mente, che ci fanno capire come, nella vita, occorra mettere in conto anche il dolore e la mancanza, sino alla perdita di cose e persone.

L’addizione ha un risultato, la somma o totale. È una sintesi, un modo per far stare assieme, ma, anche questo risultato, nasconde una regola che si capisce col tempo. Si possono sommare solo elementi simili, che abbiano attinenza. Non si possono sommare chiodi e bottiglie. Non possiamo, in-somma, mettere assieme amici tra loro diversi, ad esempio. Ne ricaveremmo solo imbarazzi, non una macedonia di pere e fragole.

L’addizione ha un segno, il più. E cosa ci potrà mai essere di più positivo? È il segno della crescita, del miglioramento, della speranza illimitata, del boom, dell’accumulo e dell’ordine. Ordine, beninteso, che non accetta discussioni. In economia questa idea può trasformarsi in una maledizione, perché nulla è mai sufficiente, ci sarà sempre qualcosa di più conveniente. È il segno dell’insoddisfazione, della bulimia. È il segno che maggiormente  dimentica gli altri. È per questo che è un segno infantile, della giovinezza dell’uomo o dei popoli.

L’addizione gode di varie proprietà. Di una di queste,  la commutativa, ho già scritto. L’associativa si presta a far calcolo a mente veloce, aiuta a cogliere differenze e somiglianze, per iniziare a raggruppare ed a classificare, stimolando una spinta innata in molte persone dare giudizi. Talvolta pregiudizi. La proprietà dissociativa invece ti pone dei dubbi, ti fa crescere, ti fa riconsiderare quanto ti sembrava logico e pacifico per raggiungere una nuova visione, o consapevolezza. È la proprietà che emenda dai difetti l’addizione e il nostro ragionamento, e, cosa incredibile, non muta il risultato finale. Un filosofo quindi suggerirebbe, a questo punto, di diffidare un pò di quanti affermano cose giuste, ma di analizzare piuttosto chi siano questi, e come abbiano raggiunto tali conclusioni.

L’addizione ha un algoritmo primitivo, ed il pallottoliere è utilissimo per apprenderlo. Non è un’operazione da sottovalutare tuttavia. A tal proposito mi sono dimenticato dello zero, che gli antichi romani non conoscevano ancora, beati. Lo zero, come addendo, non muta la somma, è l’elemento neutro, tecnicamente. Ma provate, in un gruppo di lavoro, ad inserire una nullità, e verificate di persona se è vero quanto asserito, e cioè che tale nullità non sia di alcuna utilità. Il gruppo di lavoro difficilmente manterrà il suo standard nei risultati attesi, la somma, ma si innescheranno dinamiche che rallenteranno il gruppo, se la nullità non accetterà di contribuire, secondo le proprie capacità. 
Quindi, come sapevano i romani, meglio che nessuno si ritenga uno zero, o sia trattato da zero. Qualcuno mi suggerisce infatti che: "la società odierna tratta come "0" una gran parte di persone: diversamente abili, anziani, bambini..." ed io non posso che far mia questa giusta osservazione.

Chiedo infine venia se, da ferrarese, vi invito a cercare informazioni sull’addizione erculea. Non potete ignorare Biagio Rossetti, Ercole I d’Este e la "prima città moderna d'Europa ".


                                                                                                            Silvano C.© 

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sabato 15 giugno 2013

Mio padre, io ed Antonioni

Ho rivisto ultimamente due capolavori di un regista del quale sono indegno conterraneo, Michelangelo Antonioni, ed ho visitato a Ferrara, alcuni mesi fa, la mostra al Palazzo dei Diamanti a lui dedicata. La mostra mi ha restituito un esteta curioso del mondo, impegnato e criptico, che conosceva le cose e vedeva luoghi lontani. Un ingegno multiforme, riconosciuto e stimato.
Mio padre invece non lo conosce nessuno, non ha girato molto il mondo, è arrivato in Africa, ma vi è stato fatto prigioniero. Ha lavorato con umiltà e sacrificio, ha scelto allora una parte politica che ora è la mia. Non ha optato per l’incomunicabilità, e sicuramente è sottovalutato, come forse il regista è stato sopravvalutato.
Zabriskie Point e Blow - Up mi hanno riportato ad un tempo che avevo perso, dentro di me, in luoghi sconosciuti e che, ritrovati, appaiono mutati. A volte più piccoli e modesti, altre volte ancora grandi, ma irriconoscibili.
La scena finale della distruzione della villa nel deserto in Zabriskie Point, che è entrata nella storia del cinema, è emblematica per quello che ho capito poi e che cerco qui di spiegare. Mio padre non avrebbe mai fatto una cosa del genere, mio padre è stato da giovane un muratore, ha costruito, ha risparmiato per mettere da parte la sicurezza per la sua vecchiaia, per lasciare qualcosa a noi. Ha raccolto quello che trovava in giro prima che arrivasse la moda/necessità del riciclaggio e del riuso, non ha mai buttato nulla, non si è mai sognato di distruggere.
Quando in Blow – Up il protagonista tratta con tanta indifferenza un’auto lussuosissima, oppure Jane Birkin con l’amica distrugge quel rotolo di cartone da sfondo nello studio fotografico per poi rotolarsi nuda e giocare col fotografo mi è apparso chiaro perché né io né mio padre saremo mai grandi visionari e geniali produttori di opere simili.
Io avrei cercato soluzioni per non sprecare, il regista ha cercato soluzioni per liberare la sua arte.
Quando ho visto Blow – Up al cinema mi aveva colpito la sensualità estetica delle protagoniste femminili, in quel mondo rarefatto e irraggiungibile di ricchezza e bellezza. Ora ho capito un motivo in più che mi spiega perché questo mondo resta per me irraggiungibile.

                                       
                                                                       Silvano C.©


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sassolini


Tanti anni fa, primo incarico a tempo determinato nella scuola, in Valsugana. Io, il signor professore, vivevo in affitto, pagato in nero, e mangiavo panini sulle sponde di un torrente un paio di giorni in settimana, quando avevo orario giornaliero suddiviso tra mattina e pomeriggio. Lui, il semplice droghiere, che mi vendeva i panini, aveva una bella casa in centro, un’auto lussuosa, e andava in ferie in paesi esotici. Il mio padrone di casa di allora, in seguito, è stato indagato dalla finanza per evasione fiscale nella gestione dei suoi tanti immobili, a Levico Terme.

Ad una fiera di sapori, a Rovereto, appena introdotto l’Euro, ho comprato alcuni dolcetti siciliani ad una piccola bancarella regionale. Solo arrivato a casa mi sono reso conto che li avevo pagati una fortuna, praticamente il doppio di quanto sulle prime avevo pensato. Quel venditore ha abusato della mia buona fede, della mia leggerezza e pure della mia stupidità. Da allora non ho mai più comprato cose in questo tipo di fiere o manifestazioni.

Un giorno ho dovuto chiamare un idraulico, emergenza, lo scarico della cucina si era intasato. Nessuno disponibile se non in tempi biblici. Avevo persino contattato una ditta di spurgo che sarebbe dovuta intervenire con un camion ed una motopompa a pressione. Alla fine ho trovato una persona disponibile, è venuta dopo un solo giorno, ha fatto il lavoro, e, a quel punto, mia moglie non se l’è sentita di chiedere fattura. Questo idraulico vive in una bellissima casa con terreno, sulla pendice del monte che vedo dalla cucina del mio appartamento. L’ho vista, quella casa, col binocolo, e mi è chiaro come la mantiene.

Ho preso un caffè, molti anni fa, ad Affi, vicino all’autostrada del Brennero.
Al banco l’ho pagato 1,10 euro.

Un rivenditore di tabacchi e giornali, da alcuni anni, ha trasformato la sua attività commerciale, puntando tutto su gioco, scommesse e slot. Attorno è un via vai di persone un po’ “particolari” ma lui gira con un SUV da 70mila euro. Non so com’è casa sua.

Un piccolo negozio vende abbigliamento adatto a persone di una certa età, merce di qualità, sicuramente, ma di prezzo quasi inavvicinabile, puntando sulla pigrizia della clientela affezionata ed attempata, che non vuole o non può cercare altrove.

Ora io mi chiedo. Se molti esercizi hanno chiuso o chiudono, è solo colpa del governo e della crisi, o, in parte, in una piccola parte, certo, non c’è pure un calcolo sbagliato di fondo, o una rapacità commerciale che, alla lunga, nessuno può accettare, neppure in tempi di vacche grasse?
                                    
                                                                                                  Silvano C.©


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giovedì 13 giugno 2013

Proprietà delle 4 operazioni: La divisione



La divisione ha due termini, dividendo e divisore, non sono interscambiabili, hanno un ordine gerarchico che devono rispettare. A volte si trova scritta o rappresentata come una frazione, ed allora è evidente chi sta sopra e chi sta sotto, anche se non ci si deve assolutamente far ingannare, a tal proposito, su chi realmente comandi (e qui ci vorrebbe una digressione sui rapporti di coppia, ma non mi azzardo). Qualcuno associa la divisione anche alle percentuali, e si diverte a far disegni e grafici a torta, ottimi da dividere in belle fette ad una festa tra amici. È una operazione inversa, e a qualcuno andava effettivamente di traverso a scuola. Tra le 4 operazioni è sicuramente la più difficile, ed ha una colpa: ha fatto odiare la matematica a generazioni di alunni, convinti, sbagliando, di essere negati.

La divisione ha un risultato, che però non sempre ha lo stesso nome per tutti. Qualcuno lo chiama quoziente, e capita come quando, dopo aver pagato ti restituiscono un po’ di soldi di resto. I meno fortunati lo chiamano quoto, perché dopo aver diviso non hanno nessun resto. In compenso, però, quando la divisione ha un quoto, è veramente più facile da eseguire, esattamente come dividere una bella pizza in due parti uguali.

La divisione ha vari segni, perché non si adatta a farsi limitare troppo. Già la dividono, che volete ancora da lei? 
La divisione gode di un paio di proprietà. Una è chiamata invariantiva, come nella sottrazione, e se non cambia nulla, è inutile approfondire. L’altra, detta distributiva, risulta utilissima per calcoli mnemonici veloci, ma scriverla è più lungo che applicarla, e quindi  mi astengo. Immagino senza rimpianti (anche se, sinceramente, dovreste averne).

La divisione evidentemente ha, come già avete sospettato, molti agganci alla vita reale.
Io la ritengo l’operazione di moda, abbastanza complessa da non apparire banale a tutti, ma sufficientemente subdola da nascondere meccanismi elementari che parlano alla pancia, o, se preferite, alla parte primitiva del nostro cervello, quello rettile, secondo alcuni.
Solo facendo uso della corteccia la divisione diviene uno strumento di analisi, serve a dividere un tema complesso in parti più semplici. Chi si limita ad essere rettile invece di analizzare con buon senso e capacità critiche, si ritrova ad usare la divisione come un’arma contro gli altri, per erigere steccati, muri, a dividere il noi da voi, l’io dal tu, i maschi dalle femmine, i bianchi dai neri, e via continuando, perché avete capito immagino.
Ed allora, usando in tal modo la divisione, qualcuno non capisce che sporcando inutilmente la strada, la spiaggia o il sentiero di montagna opera la divisione, la cesura, tra sé stesso e gli altri. Chi lotta per una buona causa diventa odioso se per farlo imbratta con scritte ed adesivi muri e luoghi pubblici, e divide il mondo tra chi è a favore e chi è contro, mentre nessuno potrà mai essere al 100% a favore o contro qualsiasi cosa (e, appunto, le percentuali sono un altro modo di vedere le divisioni).
Non dividiamoci, per favore, quando si tratta di essere solidali con i meno fortunati.
Gli evasori fiscali, i malavitosi e tutti coloro che fanno “operazioni” sporche dividono male le ricchezze del mondo, e sarebbero da bocciare in matematica, prima ancora che da denunciare.
                                                                                   Silvano C.©

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mercoledì 12 giugno 2013

Proprietà delle 4 operazioni: La sottrazione


La sottrazione ha due termini, minuendo e sottraendo, non sono interscambiabili, hanno un ordine che devono rispettare…
La sottrazione ha un risultato, la differenza, che dice tante cose, è importante, aiuta a capire talvolta il senso delle cose, purché non abbia troppa importanza, altrimenti si pone come ostacolo al dialogo.
La sottrazione ha un segno, il meno. Erroneamente si intende come indice di negatività, ma è pura convenzione. I numeri tra loro hanno pari dignità, anche quelli negativi, ed integrano e completano il campo del reale. Essere negativi a volte è assolutamente positivo, quando ad esempio ci capita di esserlo in qualche indagine medica.
La sottrazione ha pure una proprietà, chiamata invariantiva, ma se non cambia nulla, è inutile approfondire.
Quello che mi interessa maggiormente è la sottrazione come idea, come operazione che si adatta più o meno a certe fasi della vita, o come astrazione applicata alla quotidianità.
Inutile dire che in questo momento la sento molto mia: sto riducendo molti contatti, quindi sottraggo, tolgo.
Ho accumulato, ad esempio, materiali ed esperienze, nel corso degli anni. Ora rimuovo, cerco l’essenziale, non dimentico, sicuramente non le persone, quello mi è impossibile, ma mi isolo. Mi tolgo in qualche misura dal mondo.
Cerco di focalizzare l’essenziale, sfoltire, astenermi. Non sono per nulla capito in questo minimalismo quasi ossessivo che talvolta assimilo alla fuga di un animale ferito, o alla ricerca di qualcosa dentro di me, ma che è visto come chiusura egoistica che ignora tutto e tutti. Forse, ancora di più, è il rifiuto per ciò che ho tentato e non sono riuscito a fare, o il tentativo ingenuo di emendarmi dagli errori.
La sottrazione, se il minuendo è minore del sottraendo, porta ad una situazione di pericolo, o di difficoltà. Sicuramente è un processo che non può durare all’infinito, e non so neppure se applico correttamente l’algoritmo.
                                                                                                                          Silvano C.©


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non solo materia


Nulla di più umano e tangibile della materia, densa di sinonimi e significati, sovraccarica di attese risvegliate.
Descritta in modo dispregiativo da chi si pensa divino di origini e trattata con rispetto da altri che con lei si misurano alla pari.
Non voglio cedere ad eccessi, spero di non farlo, né verso un limite né verso l’opposto, quando penso a chi non c’è più, per quando io stesso non sarò più.
Non so spiegare il mistero della vita, o meglio, di quello posso arrivare ad intuirne una sistematica motivazione, ma è la coscienza ad avere veramente una probabilità minima, e che pure c’è. Da un disordine apparente di particelle subatomiche che rispettano però regole precise cosa attendersi del resto? Esattamente questo: il geode nascosto che racchiude una sua perfezione, la fragola che invade lo spazio con i suoi stoloni, le api che si sacrificano per la loro regina e la regina schiava delle sue api.

L’ama da una vita, ora è giunta alla fine, tuttavia nega a lei ed a sè stesso l’evidenza.
Quando lei, cosciente, gli chiede se possono permettersi tutto questo, egli la tranquillizza, ogni cosa è sotto controllo, non deve preoccuparsi di nulla.
Ma lentamente peggiora, perde conoscenza, non reagisce più se non in modo automatico, vegetativo. E non la lascia, esce solo quando lo obbligano, torna a dormire a casa quando è tardi, e prestissimo è di nuovo da lei.
A chi gli chiede come sta risponde: “Sta bene, è solo in coma, ma sta bene. “
                                                                                                                                                                                                                           Silvano C.©


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martedì 11 giugno 2013

comportamento e frattali


“La Natura risponde in maniera frattale al nostro tipo di comportamento”.
Ecco, come affermazione mi ha colpito, inutile negarlo, ed ho abboccato all’amo.

Da curioso di tanto ed esperto di nulla, come ormai ho capito di essere, senza vanto ovviamente, che sarebbe fuori luogo, mi sono ritrovano a negare e, allo stesso tempo ad accettare come sfida questa tesi o ipotesi, dipende dai punti di vista.
Non sono ferrato nel comportamento umano, ho più conoscenze etologiche. Psicologia, analisi, meditazione, ricerca di significati nel comportamento umano però sono legati a temi etici che ho analizzato. Occorre quindi uno sforzo per unificare, a questo punto.
Io sarei più portato a vedere il caos come motore, non un grande disegno intelligente, che sinceramente mi lascia perplesso.
Da semiateo (o diversamente credente) non accetto soluzioni teologiche, perché non mi convincono assolutamente le spiegazioni del male e del dolore. Ritengo onesta invece la filosofia, umana, piena di dubbi, instabile e mai completata nella sua edificazione. Del resto la natura ha una sua logica locale indiscutibile, per nulla buona o caritatevole, per niente animalista, assolutamente non antropizzata.
Calarmi quindi in una visione frattale della natura biologica può anche risultarmi accettabile; basta vedere una conchiglia o una felce per convincermi. Ma rimane pur sempre un paradigma tra i tanti possibili, utile in un ambito limitato, sino a un suo possibile superamento, e non so se sia estensibile alla scala dell’universo intero, sino agli “estremi” dell’infinito. Questo non lo so.
Ed ancor meno so vedere collegamenti tra azione umana e reazione della natura, che semplicemente annulla tale azione, in tempi che superano la nostra possibilità di controllo.
Per alcuni è assodato che “abbastanza spesso l’ipotesi che esiste un determinato oggetto frattale permette di collegare osservazioni fra loro slegate”, e cioè ritorna l’ipotesi di una intelligenza, di un modello base, di un ordine nelle cose. 

Ma questo resta oggetto di Fede, non è il mio campo. Io resto nel caos, svuotato di profondità mitologica, e mi affido ai numeri casuali, alle tabelle random.

                                                                                              Silvano C.©


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lunedì 10 giugno 2013

Incompleto

La bottiglia di Klein è un nastro di Möbius in una diversa dimensione - pensa mentre passeggia – questo è sicuro, ma come posso aggiungere un’altra dimensione ancora, se già la bottiglia non riesco a costruirla materialmente, come il nastro?
Cammina e guarda la gonna non troppo lunga della donna che gli passeggia davanti, e si distrae. Poi la supera, e finge disinteresse, anche se prova la tentazione di voltarsi per vederla in viso. Ermione. Ecco, Ermione è un nome che non mi dispiace.
Ora è in spiaggia, nudo, al sole, assopito e rilassato, come poche volte nella sua vita. Accanto c’è lei, forse dorme. Riabbassa la testa e chiude gli occhi, lasciandosi andare, ma senza andare in nessun luogo.
Da bambino era insicuro, appena presa coscienza di sé stesso. Ora è tranquillo. Come sarà  tra qualche anno?
Col professore di filosofia seguiva le lezioni facilmente, confondeva un filosofo greco con l’altro, ma non scordava un solo tema o un solo approfondimento. I piccoli passi fatti dalla filosofia nei secoli non possono portare a nulla di definito – pensa – ma è proprio la ricerca continua, l’essenza, ciò che mi interessa. Se accetto l’indeterminatezza delle cose in fondo ho raggiunto un punto fermo, almeno per ora. Ma non mi basta.
Un’amica gli ha consigliato Flatlandia, di Abbott, e deve comprarlo. Lei crede nell’amicizia. Lui no. Lei lo convince. Lui si fa convincere, e per ora ne è convinto. Ma sa che non è in grado di mantenere amicizie, sa che prima o poi fugge, si sottrae. Sintesi sottrattiva, direbbero quelli che ne sanno di composizioni cromatiche, ma lui preferisce l’arte minimale, quella che gli appare più vicina al suo modo di toccare le cose, di modellarle e piegarle alla sua volontà. E sì, l’amicizia esiste, chi è lui per negarlo?
Quel calendarietto profumato che il barbiere in quel lontano periodo natalizio gli ha dato, che fine ha fatto, dove sarà? Rivive l’emozione e l’eccitazione di quei giorni. Ora sarebbe un oggetto vintage, avrebbe estimatori che lo pagherebbero molto, ma se lo ritrovasse non venderebbe mai un’emozione. E si ritrova nella bottiglia di Klein, e non capisce se è veramente dentro o fuori, ma sa che non importa a nessuno, neppure a lui, in fondo.


                                                                                                          Silvano C.©


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domenica 9 giugno 2013

Sei come sei


Capire che quella era l’ultima volta, capirlo prima. E poi cosa sarebbe cambiato? Nulla credo. Sarebbe stato meno naturale. Non si può fare una cosa e viverla come se si recitasse una vita altrui. I piani di coscienza si confondono. Noi entriamo assieme, ma poi uno solo esce. Tutto semplice, tutto tragico, tutto umano.

Ti invitano ad una normale serata tra amici, ma rifiuti, non sei interessata alle persone presenti. Solo più tardi sai che tra quelle persone si è aggiunto un ragazzo molto ambito, del quale si parla in giro, e, senza dirlo a chi ti ha offerto il primo invito, decidi di andare. Perché dovrebbe essere considerato un piccolo tradimento? Eppure provi un leggero senso di colpa.

È un momento difficile. Sei laureato. Anche se con un po’ di ritardo hai finito, la tua condizione è mutata. Ora devi affrontare la realtà, i sogni sono sempre più sogni. Fai volontariato in una struttura ospedaliera, ma sai già che il primo posto disponibile a concorso non sarà per te, ed intanto ti paghi pure viaggio ed assicurazione. Hai già vissuto le umiliazioni che ti hanno fatto capire che non saprai mai vendere nulla, neppure acqua potabile nel deserto o dolcetti ai bambini. E gli amici ora li eviti, perché non ti va di mostrarti col viso del fallimento su tutti i fronti. Usi di meno pure l’auto, perché è dei tuoi, e sei stanco di pesare su di loro. Poi fai una ricerca a tavolino, valuti quello che potresti fare, cerchi destinazioni possibili e un giorno parti. Un lungo viaggio in treno per visitare un posto che ti deprime, freddo, distante, lontano dal tuo mondo, ma che potrebbe offrirti un lavoro, e la dignità. Non torni soddisfatto da quel viaggio.  Per nulla. Tuttavia capisci che è una possibilità reale, la migliore tra quelle che hai, e non è possibile rifiutarla.

L’odore della donna è eccitante, come sono eccitanti i particolari del suo vestire, di come si muove o sorride. Ma deve essere una donna nuova, una scoperta, una che non ho avuto prima, perché poi perdo interesse, mi stanco. Mi irrito se devo dire cose che non penso. Tutto diventa difficile se lei non vuole capire. Eppure come sarebbe più semplice se nessuna credesse alle mie promesse d’amore, o se io, per primo, smettessi di farle. Le parole non dovrebbero servire.

Lui ti ama, ma tu a volte perdi la testa, urli e litighi col vicinato, diventi una vipera intrattabile, pericolosa per chi si avvicina a te. In un momento di smarrimento fuggi, ti cercano, qualcuno teme il peggio, ma alla fine ti trovano, ti riaccompagnano a casa, ti fanno riaccettare la tua vita, che non sarà bellissima, certo, ma neppure la loro è bella, pure loro pagano duramente per tirare avanti, e cercare di realizzare piccoli desideri. Ma sai pure accettare i momenti d’amore, e ricambiare, e capisci che non c’è altro.

Tu sei onestamente senza pace, rincorri ogni sottana, cerchi di mantenere un certo distacco, ma sei un libro aperto per chi sa leggerti. Sei pure consapevole di quello che sei; sei come sei, lo ammetti e, tutto sommato, non fai male a nessuno, non tradisci nessuno perché non hai nessuno. Frequenti un coetaneo con una relazione stabile da anni, e conosci pure la sua ragazza. Pure lui non si lascia scappare alcuna occasione gli si presenti per fare conoscenza con nuove ragazze, ed ha anche maggior successo di te, occorre ammetterlo. Ma lui sa mentire molto meglio di te. Una volta la sua ragazza, forse anche sulla base di quello che lui le racconta di te, arriva a dirti: “Sei un farfallone!”
Tu non te la prendi, anche se sulle prime non ti fa per nulla piacere sentir pronunciare quelle parole. Ma poi sorridi. E ti chiedi cosa sa lei, che pensa questo di te, di lui.

                                                                                                      Silvano C.©


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sabato 8 giugno 2013

viva il calcio, viva lo sport


Non amo il calcio professionistico per come è vissuto ed usato in Italia, e mi astengo da giudizi allargati al resto del mondo.
Non lo amo perché deforma e falsa il mio concetto ideale di sport sano e formativo, completamento della personalità, pratica utile ad ogni età, modello di vita insomma.
Sono cresciuto senza coetanei maschi e quindi non mi sono rapportato nei primissimi anni con questa pratica, non ne ho ricevuto l’imprinting, ho avuto il tempo di  sviluppare dei forti anticorpi e questi, in seguito, mi hanno fatto sentire un isolato ed un diverso, quando ho tentato di recuperare un ruolo tra amici delle elementari e delle medie, ma il danno era ormai fatto. 
Poi ho ritentato di appassionarmi negli anni della grande Inter, quella di Helenio Herrera. Per più di un anno ho pensato finalmente di essere "normale", come tutti gli amici maschi. Macchè. I calciatori che avevo iniziato ad amare pochi anni dopo hanno preso altre vie, sono stati venduti ad altre squadre. Ma come è possibile affezionarsi ad una persona e poi abbandonarla, venderla? No, il calcio professionistico, avevo capito, è profondamente ingiusto, fondamentalmente sbagliato.
In seguito sono entrato in una società sportiva parrocchiale. Toccavo con mano il sudore in campo, le ansie, il senso di sconfitta o di vittoria, i preparativi e la vita di tutti i giorni di un dilettante. Ma io non giocavo. Seguivo la squadra, stavo ai bordi del campo, mi rendevo utile. Ho capito l’importanza di tutto questo, insostituibile.
Ora distinguo in modo pignolo il tifoso ed il praticante; il primo lo accetto solo se segue la squadra ma resta nei limiti del buon senso, se non arriva ad atti di violenza contro persone o cose. Ma lo accetto solo ad un’altra condizione, che cioè il tifo calcistico non lo distragga dalla vita seria, dalla politica, dalla società, dai grandi e più incisivi temi che ci toccano. Se vedo che un tifoso passa il tempo al bar giocando con le slot o leggendo solo quotidiani sportivi ed organizzando scommesse legate alle partite, oltretutto sparlando delle donne o lanciandosi in sequenze di luoghi comuni su ogni tema mi vengono forti sospetti di inadeguatezza della sua persona.

Il calcio professionistico è funzionale al potere politico, distoglie, distrae, fa perdere tempo. Questo non lo accetterò mai. È il peggior servizio che può fare al Paese. Di contro, in alcuni momenti, unifica, ci fa sentire italiani, nazione insomma, ma  sempre in modo populistico, anche se a tifare è un grande, come il compianto Pertini, che un pò populista in questo lo era, inutile negarlo, malgrado la sua indiscutibile grandezza e coerenza umana.
In tutto questo io ignoro volutamente il doping, che interessa maggiormente altri sport, o la disonestà di calciatori che vendono partite, o i compensi inaccettabili dei campioni, e tanto altro. Del resto so benissimo che non esiste uno sport ideale, neppure a livello olimpico. Ma qui mi fermo. Viva lo sport praticato dai ragazzi e dai giovani, occasione di amicizia, competizione corretta e vita sana.
                                                                                                      Silvano C.©
( La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)


venerdì 7 giugno 2013

per prevenire la violenza sulle donne


Premessa
indagare sul perché si uccide una donna per il fatto che è una donna, cioè per una motivazione legata al suo genere è importante principalmente per un motivo: realizzare una seria prevenzione, per salvare le donne che sarebbero le prossime vittime predestinate.

Tesi
Ogni seria azione di prevenzione deve partire da famiglia, educazione, società civile e diritti riconosciuti dalle leggi. Se si attuassero alcune misure che dovrebbero appartenere ad ogni Paese moderno e democratico sparirebbe l’emergenza che viviamo, e che le donne vivono in prima persona.

La famiglia
In famiglia avviene la formazione principale dei giovani, ed in famiglia avvengono il maggior numero di atti di violenza contro donne e minori. In famiglia la donna è praticamente isolata, abbandonata talvolta in ruoli di cura ed assistenza, vincolata a tradizioni ataviche residue dure a morire o di recente importazione. La donna cioè non è autonoma, o almeno non quanto l’uomo. Le manifestazioni come i famigerati family day e le marce per la vita non fanno che ribadire questo suo ruolo succube, e la rispediscono al ruolo di “fattrice”, non padrona delle proprie scelte. La famiglia, specialmente per il mondo clericale e di destra, è quella fondata sull’unione tra uomo e donna. Ogni altra interpretazione è inaccettabile. Sono quindi inaccettabili lesbiche e gay, è inaccettabile l’interruzione volontaria della gravidanza, ed è inaccettabile che una donna aspiri ad una indipendenza economica e personale al di fuori di una famiglia tradizionale

L’educazione
È almeno dai tempi del libro “Dalla parte delle bambine” che è chiaro, a chi vuol leggere il fenomeno, che la differenza di genere è in larga misura indotta nelle prime fasi della vita dal mondo culturale di riferimento. Il bambino deve essere esuberante e la bambina riflessiva. Questa impostazione ci viene da tempi antichi, e sarebbe ora, in Italia, di demolire questo pregiudizio, visto che altrove questo è stato fatto. È una rivoluzione culturale che dovremmo realizzare, che coinvolga famiglia, scuola, mezzi di comunicazione ed istituzioni. Una bambina dovrebbe crescere con l’identica formazione di un bambino, almeno per quanto riguarda le sue attese di riconoscimento, di inserimento e di ruolo sociale. Se una bambina impara che deve tacere e subire perché è naturale che sia così la battaglia è persa prima di essere combattuta.

La società
Anni fa l’uomo andava al casino, perché doveva fare esperienza, o poteva avere avventure quante voleva o poteva, solo per sfogare il suo naturale essere. La donna invece, ancora dopo la seconda guerra mondiale, doveva essere vergine per il marito, ed era una puttana se aveva le identiche esperienze concesse ai maschi. Per fortuna non siamo rimasti a quel punto, almeno per alcuni. Ma la società muta molto lentamente, il giudizio e la morale sono macigni che si spostano in tempi geologici, mentre il mondo con i suoi mutamenti incalza. È ancora del tutto normale un welfare centrato sulla donna, che cura marito, figli ed anziani senza un suo reddito riconoscibile che la emancipi economicamente. La donna più realizzata spesso imita l’uomo, come se quello fosse il modello, e solo poche vedono una via personale femminile, o almeno riescono a realizzarla ed a farla accettare. Ci mancano le strutture a sostegno di questo. Le classi sociali meno fortunate producono sacche di arretratezza anche culturale che poi si manifestano in comportamenti sociali reazionari ed arretrati. Non abbiamo strutture per l’infanzia, alcune di queste sono gestite da religiosi (e quindi politicamente indirizzate), non abbiamo stato sociale, non abbiamo un capillare servizio di educazione alla sessualità responsabile e consapevole, non abbiamo un uguale trattamento economico per i due sessi, non abbiamo la piena difesa della madre quando questa è una donna che lavora, in particolare nel settore privato ed autonomo.

La legislazione
Senza essere un esperto nel campo è facile intuire che un intervento legislativo, in assenza di premesse che facilitino un certo comportamento, non può essere che punitivo o, nelle migliori ipotesi, avere semplicemente compito di indirizzo. La Convenzione di Istanbul ad esempio ricopre questa seconda funzione. È una dichiarazione di intenti, di facciata, che ad esempio non tocca l’aspetto religioso, e che quindi nasce, in partenza, assolutamente mutilata ed inefficace. 
Se uno Stato non ribadisce che ogni suo atto civile deve essere al di sopra di qualsiasi manifestazione di fede la donna non potrà mai uscire da una situazione di oggettiva sottomissione all’uomo (uno Stato cioè deve rivendicare la sua laicità) E questo si manterrà sino a quando lei non potrà uscire da sola o non potrà guidare l’auto, non potrà accedere ai massimi livelli delle gerarchie religiose, per pregare dovrà separarsi dai maschi, non potrà avere più mariti, e così via.
Anche una legislazione di emergenza sul femminicidio appare una soluzione punitiva e non preventiva, sicuramente non risolutiva.
Meglio diffondere cultura antiviolenza istituendo centri di ascolto, formazione ed informazione sul territorio, ma pubblici e statali e non gestititi da organizzazioni di parte o da obiettori a vario titolo. Questi centri, oltretutto, sarebbero un presidio in grado di monitorare sul territorio anche altri fenomeni oltre alla violenza sulle donne: tossicodipendenze, abuso sui minori, devianze, dipendenze e così via. Questo per fortuna esiste già, e funziona in molte realtà. È la sola via che può portare a modificare la situazione, magari arrivando a proposte operative che realizzino, nei fatti, i grandi indirizzi di principi.


Postilla - Un richiamo agli articoli della nostra Costituzione che riguardano il tema trattato:

Art. 3 “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

 Art. 29 “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”.

Art. 37 “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale e adeguata protezione.
La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.
La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione”.

Art. 51 “Tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”.

Art. 117 “Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive”.
                                                                                                  Silvano C.©
 

PS - Un anonimo ha scritto: un omicidio è un omicidio, senza storie 

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martedì 4 giugno 2013

Algebra


Scendo di corsa le scale, sono in ritardo, davanti a me una signora con la quale non ho buoni rapporti. Potrei superarla in modo spiccio ed abbozzare un saluto veloce. Se invece perdo alcuni secondi, la precedo e le tengo poi aperta la porta, con un sorriso, ho seminato la speranza di una convivenza più civile.

Arrivo in un parcheggio, non so se prima io o lui, e quando un’auto sta per lasciare libero un posto, ci troviamo muso contro muso e, come conseguenza, arriviamo ad alzare la voce ed a dire cose spiacevoli, rimanendo poi entrambi alterati mentre le rispettive mogli cercano semplicemente di tenerci calmi. Siamo stanchi, ed abbiamo probabilmente molte giustificazioni per il nostro comportamento. Il fatto è che poco dopo entrambi ci ritroviamo nella stessa palestra per assistere ad una prova dei nostri figli, e scatta la vergogna per un comportamento infantile ed inutilmente violento. Ci scusiamo con sorrisi imbarazzati, e vorremmo che quanto appena avvenuto non fosse successo.

Il motociclista arriva, parcheggia la sua moto esattamente davanti all’unico accesso condominiale, e poi se ne va per sbrigare i fatti suoi. Quando gli si fa notare che la moto potrebbe parcheggiarla in un altro posto, senza rendere difficoltoso agli altri il passaggio, la sua espressione diventa di supponenza, e assume l’aria di chi, per bontà sua, ammette che gli altri possano vagamente aver ragione.

Il giovane passero vola ormai senza paura, si appoggia ad una rete di recinzione e guarda interessato e curioso un umano che gli passa vicino, un po’ sotto di lui. Ad un certo punto l’umano sembra fissarlo ed emette un suono strano, stridulo, incomprensibile, che potrebbe essere una minaccia. Il passero se ne vola via, non si fida troppo.

Il professore fa una battuta scherzosa nei confronti dell’alunno, e questi reagisce nel modo migliore possibile, cioè ricambia con una punzecchiatura non volgare. Una barriera in questo caso viene abbattuta. Nessuno perde di vista il proprio ruolo nella relazione, o vuole tradire il proprio compito, ma si instaura una nuova complicità.

L’8 marzo, tradizionalmente, compra mimosa e la regala alle donne che ha occasione di vedere quel giorno. Non è l’ipocrisia di un giorno particolare e poi, per tutto l’anno, dimentichiamo questo impiccio. È piuttosto l’omaggio in una ricorrenza densa di significati, che vanno oltre quelle ore, che confermano le idee di una vita.

I ragazzi passano per strada, scrivono oscenità con una bomboletta su alcuni muri e buttano per terra bottiglie di birra che vanno in frantumi. Uno di loro urina sul portoncino di una piccola palazzina e gli altri fanno battute. Sulla via del ritorno scoprono un nuovo gioco: scuotendo i lampioni  del vialetto privato questi si danneggiano e si spengono.

Esce dalla clinica in auto, dopo la visita specialistica per un fastidio tra i tanti, e conferma la sua prima impressione sul nuovo parcheggio interrato; oltre che gratuito è comodo e funzionale. Oltretutto la giornata è piovosa, e raggiungere la struttura sulla collina in bicicletta sarebbe stato pure scomodo.  Appena all’aria aperta vede una signora anziana, con un bastone che si sta incamminando verso il centro, scendendo per la strada ripida e scomodo. Si ferma, abbassa il vetro, le offre un passaggio, questa spiega che l’autobus è appena passato, il prossimo tra un’ora, si, grazie, accetta. Lui l’accompagna sin quasi sotto casa, poi prosegue, e va a fare la spesa.

                                                                                             Silvano C.©


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lunedì 3 giugno 2013

io non ti amo


Battisti canta: “Una donna per amico”, e pure lui, guidando, canta, convinto di essere intonato. Torna da un viaggio nel quale ha salutato lei che è partita per l’Egitto con una amica. Lei non è la sua ragazza, per nulla, è che a lui piacerebbe, e la colma di attenzioni, al limite dell’invadenza. Lei ha atteggiamenti ambigui. Non gli dice in modo esplicito di lasciarla perdere, ma lo tiene a distanza. Lui è ingenuo e non capisce. A volte però è affettuosa, dimostra interesse per quello che fa o che dice. Insomma, una normale situazione da educazione sentimentale, nulla di trascendente, un gioco antico e sempre nuovo per chi lo vive.

Mariano deve capire ancora molte cose di Giovanna, ma per ora vive nel mondo del possibile. E lei gli fa pure regali, a volte importanti. Oggetti preziosi, per lui. E frequenta anche la sorella, Alberta, di un solo anno più giovane, perché ha un carattere tanto solare e chiaro quanto lei notturno e involuto.
L’appartamento di Alberta è un salotto, è il punto di incontro di tante individualità contrastanti, è aperto, ed è impossibile non frequentarlo dopo esservi stati in qualche modo introdotti. Neppure Alberta però trova la pace che vorrebbe. Tante speranze e mille illusioni. Alcuni legami importanti, ma che si dissolvono, nel tempo. Lei si innamora di Luisa, e per un po’ anche Mariano esce con loro, e si diverte, perché le trova interessanti, curiose, e vedono mondi a lui lontani.
L’amore è una ricerca senza fine, dove l’io sparisce ma ritorna anche prepotente, e si fa pagare col dolore senza rete di protezione.
È così che una sera Mariano, sempre senza pace, incontra Alberta, che piange, delusa ancora una volta. L’accompagna a casa, che è stranamente deserta. Vorrebbe vederla un po’ sorridere, si trattiene a parlare, nel buio e nel silenzio, ma la tristezza non abbandona nessuno dei due.
Sono seduti vicini, il respiro si confonde, le mani si muovono, cercano e raggiungono i loro corpi. Lui, in un momento di ingenua onestà, sussurra: " Io non ti amo ".
Lei sorride, non ferma le sue mani, e neppure lui.

                                                                                   Silvano C.©


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