giovedì 6 marzo 2014

Tremiti


Partono la sera e viaggiano di notte, perché di notte c’è meno caldo e meno traffico. Il guaio è che lui di notte preferirebbe dormire, ma fa niente, si va in gruppo, e si devono mediare le rispettive idee.
Destinazione il porto di imbarco per le Tremiti: Termoli. Niente prenotazioni, ovviamente, del resto non siamo ai nostri giorni, nei quali la vacanza prima si vive in rete e poi si parte e si manda in rete in diretta e al ritorno si rivede finalmente in rete quello che si è visitato. E viene magari il dubbio di esserci stati.
Partono, e prendono l’autostrada, ma l’amico alla guida della seconda auto usa il metano e i distributori di metano non si trovano comodamente come quelli della normale benzina, quindi occorre andare a cercarli, con uscite dai caselli sbagliati e deviazioni demenziali che gli fanno sicuramente consumare in benzina più di quanto l’amico risparmi col metano. Oltretutto rallentando i tempi ed arrivando con ore ed ore di ritardo sulla tabella ideale di marcia.
Dopo un pollo arrosto mangiato di notte, usando come tavolo improvvisato il cofano dell’auto, arriva una sonnolenza che si cerca di nascondere con qualche battuta.  Alcuni immancabili momenti di nervosismo e si arriva finalmente al parcheggio di Termoli. Manca un po’ di tempo all’imbarco, c’è tempo per fare i biglietti e organizzarsi.

Problema bagagli. Nessuno lo aveva focalizzato, e quando si presenta è il panico. Ci sono troppe piccole borse, e poi i due pesanti sacchi della tenda, e le valigie, e le buste di plastica, e le attrezzature da campeggio e da cucina. Si contano, sono pochi, e guardano le cose da portare, sono troppe. E si può salire sulla nave che collega alle isole solo con quello che si porta con sé. Non sono previsti facchini o altro tipo di servizio bagagli. Il problema si risolve usando tutte le corde a disposizione per assemblare macrozaini e, alla fine, carichi come animali da soma, ogni cosa ha il suo portatore.
Lui è soddisfatto. Il primo intoppo apparentemente insolubile è stato superato.
Ci si imbarca, finalmente, ed il viaggio, breve, diventa subito un piccolo inferno.
Il mare diventa presto molto mosso, la piccola nave balla e tutti i turisti loro compagni di disavventura soffrono di mal di mare. Lui resiste rimanendo sul ponte, e guardando le onde, sentendo aria salmastra e spruzzi sul viso, altri due suoi amici resistono come possono, accanto a lui. Un paio però sono fuori gioco, stanno nel bagno a vomitare, e non c’è verso di farli salire in coperta. Va a vedere come stanno ma deve lasciarli, altrimenti inizia a vomitare pure lui.
Non si sa come la nave ormeggia al porto dell’isola di San Domino, dove c’è il campeggio. Un attimo di sollievo, sino a quando si vede la strada che porta alla destinazione finale, sotto il sole d’agosto, attorno a mezzogiorno, tutta in salita.
Qualcuno inizia a cedere. Discussione. Chiamiamo un taxi. No costa troppo. Non ci sono taxi. Io non ci salgo, muoio. Siamo arrivati sin qui e molliamo così? Ci si incammina cercando di non sentire i lamenti, si tentano battute, qualcuno ride per la disperazione, ma nessuno cede. Si registra qualche piccolo scambio di pesi, perché le ragazze veramente non ce la fanno. Ma vogliono tutti arrivare e farla finita. Quindi si stringono i denti, si suda, si impreca ma si sale.
Come finalmente trovino posto in campeggio è un piccolo miracolo. È strapieno, quasi non volevano farli entrare, ma trovano una piazzola dove in passato probabilmente c’era una costruzione, ed infatti i picchetti trovano subito residui di murature e di pavimenti.
Anche la tenda infine è montata, nessuno ci crede, ma è in piedi. Ci si rilassa, finalmente, dopo ore di fatica. I panini preparati qualche ora prima di partire finiscono in un attimo, e le vacanze possono ufficialmente iniziare.
La disposizione all’interno della tenda a casetta rispetta la privacy delle ragazze, un po’ meno quella dei maschi, ma sono arrivati, hanno tutti il posto per dormire, e li attendono giorni di mare e di sole.

Lui va a vedere il supermarket del campeggio. La mortadella costa come il prosciutto San Daniele. Il pane sembra abbordabile. L’acqua dei rubinetti del campeggio è potabile. Perfetto. Quello che conta è esserci. Non tutti hanno visto o sono stati sulle Tremiti.
Le giornate iniziano a prendere un’aria più leggera, cominciano a divertirsi, anche se i malumori non si placano mai del tutto. Con la cassa comune non si capisce perché qualcuno mangi banane, allora le mangio anche io. E la Nutella è proprio necessaria? Anche io voglio la Nutella. E poi perché voi venite a letto quando io già mi son quasi addormentato? Normale vita da campeggio, insomma, in un gruppo eterogeneo con una sola coppia ufficiale, e altri semplicemente e “felicemente” spaiati. La notte non mancano liti anche con i vicini. Qualcuno in un'altra tenda russa. Uno del gruppo si lamenta e chiede di smettere. Iniziano a volare parole grosse e si arriva alle offese personali ed ai congiunti. Ci si minaccia di venire alle mani. Poi in  realtà nessuno ne ha voglia, e si ricomincia a dormire, con qualcosa di nuovo di cui parlare il giorno dopo.
Scopre che c’è un vecchio campo di bocce, tra le tende, e addirittura le bocce lasciate a disposizione liberamente dalla direzione del campeggio. Fanno una partita, tanto per passare il tempo. Lui ha una mira pessima e con un lancio, invece di colpire una boccia avversaria, centra una batteria di pentole stesa ad asciugare sul muretto basso di recinzione del campo. Tragedia. I proprietari insorgono, una padella in effetti ha una bozza non indifferente. Lui si scusa, ammette che è colpa sua, che non voleva creare fastidi a nessuno, ma i danneggiati non mollano. Alla fine, anche se gli costa e non sa neppure se ha i soldi sufficienti, risolve la questione con un’offerta alla controparte: “Le chiedo di nuovo scusa, ma mi dica quanto le devo per il danno. Io le pago come nuova la padella ammaccata e la terrò io. Così chiudiamo la faccenda”. Sono le parole magiche. Qualcuno riflette che la padella si può aggiustare con poco, basta un colpetto dalla parte opposta, e non serve quindi mettersi a cercare un nuovo attrezzo da cucina. Gli animi si calmano, si rinnovano le scuse e si continua la vacanza. 
 
Il mare è freddo, ma è fantastico. Con la maschera il fondale è magnifico. Girano tutta l’isola, che è piccola piccola. I panorami sono da cartolina. Gli odori della macchia mediterranea entrano attraverso la pelle, che intanto diventa sempre più scura. A nuoto o con i materassini arrivano all’isola Cretaccio, poco più di un grosso scoglio che spunta delle acque, ma con una rispettabile altezza sul mare. Lui un giorno la scala, in costume da bagno e ciabatte. Quando è a metà altezza si rende conto che tutto è friabile, e basterebbe nulla a farlo precipitare verso il basso a sfracellarsi dopo essersi scartavetrato sulla parete poco amichevole. E così scende con un maggior rispetto per il luogo.
Le giornate passano pigramente. Lui guarda l’isola Capraia, che scorge in lontananza, ma che tutto sommato sembra a portata di bracciate. Un giorno prendono la barca che fa la spola tra l’isola di San Domino e quella di San Nicola, e vanno a visitare il vecchio paese che da il nome all’isola. Da quella postazione privilegiata Capraia sembra veramente vicina, e lui è abituato a nuotare a lungo, a rana, senza stancarsi. Ed è in quel momento che gli viene l’idea e decide di realizzarla. Non dice nulla agli altri, ma inizia ad organizzarsi. Il giorno dopo ha pronti un paio di panini, una mela, una borraccia d’acqua e la macchina fotografica ermeticamente racchiusi in alcuni sacchetti di plastica. Saluta dicendo che intende andare a farsi una nuotata e che rimarrà fuori sino a dopo mezzogiorno e scende sulla spiaggia. Con sè ha portato pure il materassino sul quale di notte dorme. Si lega al fianco una corda. L’altro capo lo assicura al materassino, sul quale appoggia, ben legato, il bagaglio minimo e le immancabili ciabatte. Il materassino gli deve servire come boa e come emergenza nel caso di un malore. Il resto non lo valuta. Gli sembra una cosa fattibile, e quindi da fare.

Parte a nuoto, lentamente, con gli occhialini, e vede il fondo che poco a poco scompare alla sua vista. Costeggia il Cretaccio, poi il suo piccolo scoglio, e quindi si dirige verso Capraia, tenendo una rotta parallela alla costa di San Nicola, che sembra sorvegliarlo a distanza. Lui nuota senza fretta mentre il Sole diventa sempre più alto, e di tanto in tanto guarda sotto la superficie del mare appena increspato e vede i suoi raggi perdersi, convergendo, nella profondità oscura. La cosa un po’ lo inquieta, ma ormai è arrivato a quel punto, a metà del percorso, e continua puntando verso la sua meta che poco a poco si avvicina.
Quando finalmente vede il fondo avvicinarsi, e Capraia ormai quasi raggiunta, sa di non aver sbagliato i calcoli. Guadagna la riva, porta all’asciutto ogni cosa, e mangia, finalmente, per aver poi il tempo della digestione prima di rituffarsi per il ritorno. Sistema per bene ogni cosa al sicuro, prende la macchina fotografica e parte alla scoperta dell’isola. Percorre a piedi, dall’alto, tutto il suo perimetro. Impiega alcune ore, e non incontra praticamente nessuno, neppure le mitiche capre. Solo in una piccola baia vede una donna che prende il sole nuda, tranquilla, e ovviamente la fotografa, ma senza teleobiettivo e da una distanza impossibile. Non vede barche o gommoni nelle sue vicinanze, e lui non ha tempo per restare oltre. Prosegue nella sua esplorazione, scatta altre foto, poi ritrova di nuovo il punto esatto dove ha lasciato il suo materassino e scende verso il mare. Si sistema con calma. Beve l’acqua che è rimasta poi si reimmerge ed inizia il lento viaggio di ritorno. Ha previsto che le correnti potessero rallentarlo, ma alla fine tutto procede senza alcun incidente, ed i suoi tempi sono rispettati.
Quando si rifà vivo con gli amici racconta dove è andato, loro gli dicono che è uno scemo, lui sorride però, tutto soddisfatto, e si stende un po’ al sole, a riposare.
Una sera comprano diverse patate, poi vanno in spiaggia, accendono un fuoco, cosa ora vietatissima, mettono le patate sotto la cenere, le controllano di tanto in tanto, mantengono vivo il fuoco e aspettano, parlando tra loro. Quando sono pronte le tolgono dalla cenere e si scottano pure per sbucciarle, ma, una volta ripulite, si rivelano di una bontà incredibile. La sera dopo, nello stesso posto, notano altri che si sono accesi fuochi per cuocersi patate.
Arriva l’ultimo giorno di permanenza, tristezza ma anche soddisfazione, ricordi e consapevolezza di esserci.
Uno del gruppo, che ha sempre rifiutato di nuotare ed è rimasto puntigliosamente aggrappato ad un materassino ogni volta che entrava in acqua compra una maschera subacquea e mette finalmente la testa sotto.
“Ma è bellissimo!”, dice appena emerge.

                                                                Silvano C.©


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mercoledì 5 marzo 2014

Datemi un incipit giusto e scriverò un capolavoro



Datemi un incipit giusto e scriverò un capolavoro, una bella storia, o almeno attirerò l’interesse per un attimo su di me

Ecco, probabilmente è vero l’almeno, non la prima parte del mio incipit. Presentarsi in modo azzeccato è parte fondamentale ma non unica di un insieme, è una bella impressione che rischia di portare a grosse delusioni se poi non c’è il resto.
Poi col tempo ci si affina, e se non si sa trovare la presentazione adatta ad un primo sguardo ci si consola puntando sui tempi lunghi, sulla costruzione metodica e seria, sul senso profondo, su altre qualità non immediate ma sicuramente importanti.
Il vero vincente tuttavia sa sempre iniziare nel modo giusto, e si prenota quindi per un secondo sguardo, una seconda lettura, un approfondimento che gli permetterà di ottenere l’effetto voluto senza sprecare la prima possibilità che gli viene offerta.
E vengo al vero senso del mio post, altrimenti mi perdo inutilmente come ho fatto sin qui.

Scena del film "Il Mago di Oz" - regia di Victor Fleming
Leggo di molti in rete che danno consigli su come avere un blog di successo, o far pubblicità alla propria attività, a vendere insomma, toccando i tasti giusti e senza commettere errori grossolani. Io non son nato venditore. Non riuscirei a vendere acqua ad un assetato, né un mobile a chi ha la casa vuota. Ammiro l’artigiano che costruisce con perizia o il falegname che conosce il suo legno, e so che senza abilità commerciali nessuno dei due potrebbe continuare la sua attività. Ma sostanzialmente sono diffidente, diciamo pure prevenuto.
Sono stato avvicinato e purtroppo anche convinto troppe volte da alcuni di questi abili venditori per non aver maturato questa sfiducia gratuita nei confronti di chi si presenta come innovatore e risolutore dei miei problemi, di chi tocca le leve dell’amicizia, di chi magnifica virtù inesistenti in persone o cose, ed ora sono sempre più refrattario. Ho iniziato a fidarmi di un numero sempre più ristretto di persone, e questo è male, lo so. 
Ma la corazza, alla fine, ha sempre le sue fessure, i suoi snodi, le sue ammaccature o i suoi punti deboli, e invariabilmente sono pronto, con ogni nuovo giorno che arriva, ad un entusiasmo o ad una illusione.

                                                                                             Silvano C.©


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martedì 4 marzo 2014

Martedì grasso


Ne - Urologia
Ultimo giorno di carnevale, per fortuna
In(m)paziente attesa

Tre titoli per un post sono troppi, lo so, ma ognuno di loro mi piace, e non so decidermi. Quindi li tengo tutti (“Martedì grasso” non lo considero il vero titolo).

Io subisco da anni il carnevale, solo raramente sono entrato nel suo spirito, e il pomeriggio di oggi mi ha confermato nelle mie convinzioni. Dovevo fare un controllo di ruotine, e mi sono recato con un piccolo anticipo per sbrigare le pratiche burocratiche prima di andare nella zona degli ambulatori. Sulle prime tutto bene, coda minima, e quindi posso arrivare con circa 15 minuti di anticipo alla zona di attesa. Qui molti sono seduti, ad aspettare, e la cosa quindi inizia a prospettarsi un po’ più lunga del previsto. Appoggio giaccone e documentazione clinica su una delle sedie vuote e passeggio piano vicino al muro. Molti vanno da altre parti, e quindi non sono tutti in coda davanti a me, penso, e in quel momento arriva un uomo con un ragazzino abbondante e con un gran ciuffo. Iniziamo a scambiare alcuni commenti, per passare il tempo. Io racconto una piccola cosa, e lui mi risponde ma non lo capisco molto bene. Annuisco per non fare il maleducato e cerco di intervenire a tono.
Mi racconta di un amico che ha avuto un incidente sugli sci, anni prima, e che lui colpevolmente è andato a trovare in ospedale circa quindici giorni dopo il fatto. Quell’incidente si è poi rivelato una fortuna per quella persona perché successivamente si era scoperto che aveva un tumore alle ossa in una fase ancora curabile, e che quindi quell’incidente gli aveva salvato la vita.
Mentre lo ascolto, e rifletto sui casi dell'esistenza che a volte si manifestano sotto mentite spoglie, vedo un uomo avanti negli anni seguito da una giovane che ha tutta l’aria di essere la sua badante. Mi passa accanto poi gira sicuro, va all’ambulatorio 1 ed entra senza bussare né essere chiamato, mentre la ragazza resta ad una certa distanza, senza intervenire. Pochi secondi dopo vedo l’infermiera che lo fa uscire con cortesia e gli spiega che non si entra così e che deve aspettare il suo turno. Il signore riesce però a consegnare una prenotazione con impegnativa all’infermiera prima che questa rientri. E poi resta di guardia davanti alla porta. Io resto allibito dal comportamento di questo personaggio, e lo guardo con attenzione mentre ascolto anche il mio vicino, che però non sembra interessato alla cosa. Quel signore non è molto presente a sé stesso, mi pare, anzi, è un po’ perso a dirla tutta, e poco autonomo. Dopo poco esce la coppia che era prima nell’ambulatorio, l’infermiera chiama un altro in attesa e spiega ai due che fanno la guardia davanti alla porta che possono andare a sedersi, che li chiamerà lei.
Il mio vicino col figlio abbondante col ciuffo intanto viene chiamato a sua volta, ed io mi guardo attorno, di nuovo solo.
“Ecco, lo vedi, quello è il mio professore di matematica”, e sento il mio nome. Mi giro. Vedo un quarantenne con un bambino sui dieci - undici anni. Mi avvicino, è stato mio alunno a metà degli anni ’80. Mi racconta chi è, perché io non lo avrei mai riconosciuto. Mi confessa che ha sempre avuto difficoltà in matematica, gli chiedo se ero severo, ma non sembra darmi colpe, e lo dice tranquillo, come di chi ora ha trovato il suo spazio nella vita. Mi racconta però che due suoi compagni di allora, due miei ex alunni cioè, sono morti per droga e vita buttata via. Mi dice i loro nomi, e provo una sorta di brivido. Di uno sapevo già. Schiantato in moto su una strada di montagna durante un sorpasso azzardato. Dell’altro morto di overdose non sapevo nulla. Rimango ammutolito. Morti prima di arrivare a trent’anni. Non è possibile. Non è giusto. Io dico che purtroppo un incidente può capitare a chiunque, e lui conferma. Suo padre infatti, più o meno della mia età, è caduto qualche mese prima su un sentiero in montagna, ed è morto così. Io non so più cosa rispondere, cerco di spiegare che mi spiace. Lui chiede se ricordo un collega di quei tempi, anche lui più o meno mio coetaneo, che abitava vicino a lui. Era andato in pensione molto prima, quando ancora si poteva, anche perché aveva scelto di fare la libera professione. Morto pure lui. Rimango ammutolito.
Nel frattempo entrano a turno nei vari ambulatori le persone in attesa. Esce anche l’infermiera di prima, chiama l’uomo anziano un po’ perso, gli dice di non alzarsi, e gli spiega che lui non deve andare in urologia, ma in neurologia, per il rinnovo della patente.
Sconvolgente, non so che faccia fare, guardo le persone che hanno sentito, tutti speriamo che la patente non possa in alcun modo riottenerla, ma intanto l’infermiera è tornata dentro la sua stanza. Io scambio ancora due parole col mio ex alunno, e poi sento chiamare il mio nome…

Ecco un normale pomeriggio di martedì grasso.

                                                                                       Silvano C.©


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Ore

Ore, minuti primi, minuti secondi, decimi centesimi e millesimi di secondo. E poi le frazioni ancora più piccole di tempo che definiamo misurabile, perché noi pensiamo di misurare il tempo, mentre è il tempo che misura noi, dal nostro inizio alla nostra fine, mentre lui resta smisurato.

Nanosecondi, picosecondi, yoctosecondi… e Achille non raggiunge mai la tartaruga.
Ma quanti secondi ho già vissuto io, dal momento che sono nato, oppure da quando ho iniziato ad essere un uomo, e non solo un grumo di cellule che per me non sono ancora un uomo, ne sono solo un embrione che per mille cause potrebbe finire anzitempo la sua strada. Impossibile dirlo o calcolarlo. Nessuno può dirlo con certezza. E poi non c’è neppure accordo su quando è iniziata la mia vita. Dal concepimento forse? Ma la vita non è un passaggio ininterrotto di sostanza vivente ed informazioni da un essere ad un altro, senza alcuna interruzione, da quando è comparsa per la prima volta, in un tempo che la scienza pone ad oltre due miliardi di anni fa, sulla nostra Terra? Ovviamente ammettendo alcune teorie evoluzioniste e non creazioniste, e chiarendo che io propendo per le prime.

Ho alcune idee in proposito, come tantissimi del resto, ma nulla di chiaro e definito. Anzi. Più cerco conferme meno sicurezze trovo. E sinceramente non sopporto chi mi fornisce risposte preconfezionate interpretando antichi testi considerati sacri, oppure pretendendo che la scienza sappia la verità.  Nel campo della fede non entro, perché non è il mio, e chi vuol credere può credere a ciò che vuole, non mi interessa, e nell’altro campo nessun scienziato serio è disposto a mettere la mano sul fuoco sulla veridicità assoluta e perenne di una sua teoria scientifica, anche se in quel momento universalmente accettata.  Io so di non sapere. E mi basta.
 
Solo una donna mette la gonna,
lo scozzese mette la gonna,
lo scozzese è una donna.

Da una premessa sbagliata o imprecisa non può che derivare una conclusione sbagliata o ingannevole o assurda. Quindi il tempo inteso come sequenza di azioni e il tempo come eterno passaggio da passato a futuro non sono la stessa cosa. E tutti possono aver ragione, dal loro punto di vista, e tutti avere anche torto, se ad ascoltarli sono persone che hanno premesse diverse al loro pensare.

I giorni, i mesi, gli anni, i secoli e i millenni io li posso in parte vivere, o anche solo immaginare, posso mettere la gonna e non essere né una donna né uno scozzese, e vivere molto più a lungo di una falena, ma molto meno di una Posidonia, che forse può esistere per migliaia di anni negli oceani e nei mari del mondo.

Due insetti su un pino stanno discutendo della pianta sulla quale si trovano e il primo sostiene che il pino cresce. 
Il secondo, serio e convinto, risponde che non cresce per niente. Infatti, da quando è nato, lui lo ha visto sempre uguale.

                                                                                     Silvano C.© 
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lunedì 3 marzo 2014

#Brustlina 10


         Encefali maschili a lunga conservazione






                     (100% italiani)                                              
                                                                                        Silvano C.©


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anarchia



Ho letto di una persona che è anarchica per un motivo principale, ma poi ne elenca almeno sei (iniziando a contraddirsi) e che da pignolo riporto nell'immagine a fianco e qui elenco:
·        Odia ingiustizia, prepotenza e falsità.
·        Non vuole comandare né essere comandata.
·        Si schiera sempre dalla parte dei più deboli.
Poi sono andato a vedere un po’ cosa scrive il sito del  FAI, federazione anarchica italiana, ed infine ne ho cercato definizione e storia su Wikipedia e su Treccani.(Se ti interessa basta che tu clicchi sui vari link per leggere direttamente)
Quest’ultima definisce l’anarchia così: Dottrina che propugna l’abolizione di ogni governo sull’individuo e, soprattutto, l’abolizione dello Stato.
Io partirei da queste parole, che mi sembrano chiare e semplici, per cercare ci capire cosa mi convince e cosa non mi convince. 
Premetto tuttavia il mio peccato originale. Essendo stato dipendente pubblico, come insegnante, io non dovrei dir nulla, per conflitto di interessi. Ma per ora, anarchicamente, ignoro questa considerazione. Estendendo il concetto penso che se non ci può essere Stato, e quindi non Scuola Statale, non ci saranno neppure Sanità Pubblica, Emergenza (ad esempio vigili del fuoco),  Giustizia, Trasporti, Ordine Pubblico, non parliamo poi di Esercito e Rapporti Internazionali, e così via. Questo significa che, per partire da quello che conosco meglio, non serve la Scuola Pubblica dello Stato? Meglio le scuole pubbliche ma confessionali o gestite da privati? O meglio ancora educazione affidata ai singoli, o a gruppi organizzati di singoli? Questa non la capisco. Come allo stesso modo mi chiedo chi dovrebbe garantire i mezzi che ci servono nelle emergenze: ambulanze, elicotteri del 118, autoscale ed autopompe, ed ovviamente il personale addestrato. 
Mica sono contento di come funziona la scuola in Italia, o del fatto che il titolo di studio, una volta conseguito, non offra molte possibilità di lavoro, o del fatto che l’assistenza sanitaria mostri difficoltà crescenti nel dare ad ognuno quello ci cui ha bisogno. E mi crea disagio non tanto la sanità statale, ma ancor più la distanza sempre più netta tra regione e regione, differenziando, di fatto, i diritti delle persone che vivono pur sempre in zone dello stesso Paese.
No, io chiedo maggior equità sociale, meno sprechi e parità di trattamenti per tutti i cittadini di questa nostra bellissima Italia, che per sua fortuna non è nelle condizioni di oltre i due terzi del mondo, cioè gode ancora di privilegi indiscutibili.
E poi la cosa che mi rende il più lontano possibile da ogni idea anarchica è la consapevolezza che l’uomo non è buono, per sua natura, ma violento com'è la natura stessa, che non fa sconti a nessuno, ed uccide i suoi figli con assoluta indifferenza. E' quindi per stare dalla parte dei più deboli che io non potrò mai essere anarchico. Senza scordare anche che essere più debole non significa automaticamente avere ragione
Io sono per un Potere che mi governi, e voglio poter scegliere democraticamente questo potere, o almeno tentare di avvicinarmi il più possibile a questo ideale, prima di tutto votando per chi penso possa rappresentare meglio le mie idee, e poi tentando, sia sul posto di lavoro sia dove me ne si presenti l'occasione, come qui ad esempio o in altri luoghi virtuali e non solo, di usare la mediazione, contraria per sua natura ad ogni tipo di dittatura, anche a quelle del libero mercato e del proletariato. 

Nota conclusiva. L'immagine usata dal nostro anonimo anarchico e che riporto in apertura del post è rubata a Banksy, un celebre writer di origini inglesi, e modificata a proprio comodo in modo sgrammaticato, a dimostrazione della poca cura e poca cultura dell'autore. L'originale è qui a fianco
                                             Silvano C.©


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domenica 2 marzo 2014

Quattro brutti ricordi ed una festa - Carnevale



Negli anni ’50, a Ferrara, in Corso Giovecca, si svolgeva per carnevale una sfilata di carri allegorici. Io avevo meno di sette-otto anni, ed un giorno siamo partiti dal paese, io ed i miei, prendendo l’autobus, per andare a vedere le maschere, i carri, la gente in festa. Mi dicevano che addirittura buttassero le caramelle da quei carri, a tutti, come se cadessero foglie in autunno. Io ero tutto eccitato, e scendendo dall’autobus troppo in fretta sono caduto malamente a terra. Il braccio col quale mi ero istintivamente attutito la botta ne è uscito malconcio, ed ho avvertito subito un dolore lancinante, quasi insopportabile.
Mi sono lamentato, ovviamente, ma ero troppo curioso di vedere la sfilata dei carri, e il lancio delle caramelle. Di quello spettacolo però non ricordo assolutamente nulla o quasi, solo una gran confusione ed il dolore al braccio. Non so neppure se i miei mi hanno portato subito al pronto soccorso o se ho dovuto aspettare il giorno dopo andando dal nostro medico. Fatto sta che mi hanno bloccato il braccio e l’avambraccio con stecche e fasciature, senza ingessature, e che ho trascorso i 15-20 giorni successivi in quello stato.

Una volta l’ho aspettata, doveva arrivare col pullman da Tione, ed in quel momento, alle Sarche, sulla strada per il lago di Toblino, stavano distribuendo a tutti i maccheroni. Era il periodo di carnevale, ed in Trentino questa tradizione è rimasta ancora oggi in moltissime località e in tanti quartieri. Quando è scesa era stupita di vedermi, ed ancor più stupita di trovarsi davanti un piatto fumante di rossi maccheroni al sugo con formaggio.

Diversi anni dopo, con nostro figlio piccolo, andavamo in tre a tutti i carnevali dove ci trovavamo, in Trentino o in provincia di Ferrara, e lui si vestiva in maschera ovviamente. Festeggiavamo per lui, ma con la morte nel cuore. Stavamo rischiando che casa nostra fosse messa all’asta per un fallimento immobiliare.

Nostro figlio intanto cresceva. Siamo andati a Venezia, e per l’occasione, erano i giorni precedenti il carnevale, gli abbiamo comprato in una calle un bellissimo berretto a sonagli, colorato e tintinnante. Ci piaceva molto, e piaceva pure a lui. Era tutto allegro a vedersi riflesso nelle vetrine. Nel giro di poche ore però è stato assalito da un fortissimo mal di testa, che gli ha rovinato la giornata e che solo poco a poco gli è passato. Non ha mai più voluto mettere quel bellissimo berretto di carnevale.

Pochi giorni fa sono uscito a fare due passi, felice di essere in fase di ripresa da un anomalo dolore alla schiena che mi tormenta sin da prima di Natale e mi ha costretto ad interminabili controlli di vario tipo sino all’intervento di un fisioterapista che spero risolutivo.
Non avevo fretta, camminavo forse un po’ distratto, sul marciapiedi, e mi guardavo attorno. Non passavano ragazze nelle vicinanze a distrarmi, il sole era piacevole, e mi godevo la giornata, allontanando i pensieri negativi nascosti dietro agli angoli delle vie e pronti a rifarsi vivi.
All’improvviso ho perso l’equilibrio, e dopo un tentativo di recuperarlo sono caduto a terra come una pera troppo matura, mi sono strappato i pantaloni in modo irreparabile all'altezza del ginocchio ed ho battuto la spalla destra a terra. Sono rimasto intontito un attimo, mi sono ripreso, ho detto a chi mi guardava dall’altra parte della strada che andava tutto bene e mi sono rialzato, tornando poi un po’ meno baldanzoso verso casa. La spalla ed il braccio ora vanno migliorando poco a poco, ma mi fanno ancora male. E mi chiedo, a questo punto: come ho fatto a cadere così? E subito dopo mi rispondo: tranquillo, è normale, è carnevale! 

                                                                                   Silvano C.©


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sabato 1 marzo 2014

L'orto


Non sa coltivare neppure una pianta grassa senza farla seccare, ora, e sicuramente se potesse avere un prato o una spazio suo, dove piantare qualche cosa, andrebbe incontro a delusioni e insuccessi. Manca di costanza ed ha perso da tempo il legame con la terra che sino a suo padre in famiglia era una conoscenza scontata, acquisita. Lui ha studiato, vive in condominio, ama passeggiare nel verde, se capita, e gli piacciono gli alberi, o i ruscelli, o le macchie di verde. Prova rabbia quando vede il degrado causato dai vandali o dagli incivili che spaccano i lampioni dell’illuminazione pubblica, buttano lattine o altri rifiuti volutamente per far capire che sono passati in quel posto. Disprezza chi scrive NOTAV su un muro prima pulito e bello da vedere e si rende conto che nessuno ci salverà se prima noi non ci salviamo da coloro che non sanno rispettare il luogo dove viviamo tutti.


Malgrado questo amore per la natura un po’ sentimentale ed un po’ razionale non saprebbe che farsene di un orto, o di un pezzo di terra. Innaffierebbe troppo o farebbe seccare quello che ha appena seminato.
Ma tanti anni prima non era così, lui viveva a contatto con la fatica dei campi, e vedeva benissimo come si fanno crescere fiori e pomodori, zucche e viole del pensiero. Suo padre, suo nonno e sua nonna sapevano le cose, che lui non ha mai imparato o ha colpevolmente dimenticato o rimosso.
Quando era piccolo in famiglia allevavano polli, conigli e un maiale. 
E coltivavano la verdura e la frutta che servivano per il pranzo. Per molti anni i due uomini di casa avevano gestito il grande terreno coltivato ad orto di un salumiere che non aveva tempo per farlo direttamente, e poi si spartivano in proporzioni che a loro stavano bene i frutti del lavoro, e quello spazio aveva viti e altri alberi da frutto. C’era pure un fico micidiale sul quale ricorda che si era arrampicato e, una volta sceso a terra, non aveva più smesso di grattarsi per il prurito fortissimo che non andava via da tutta la pelle, scoperta o coperta che fosse. E poi c’erano rose, e ortiche, e fiori che allora non conosceva, ma che emanavano un profumo buonissimo, che stordiva. E le fragole, che raccoglieva direttamente da terra e mangiava senza lavare, o le marasche, che accidenti, sembravano proprio ciliegie, ma non erano buone, troppo aspre.
 
Bei tempi quelli dell’orto, di famiglia o in gestione. O forse belli solo nel ricordo, perché la vita era dura, e sulla terra ci si moriva di fatica, o ci si ammalava di cuore. 
Eppure a lui il mondo sembrava più umano, e quel salumiere una volta li aveva portati tutti al mare, con la sua Fiat Giardinetta. Il mare di quella volta mica lo ricorda più, ma gli è rimasto dentro il piacere di quel primo viaggio in auto seduto dietro, nel bagagliaio, un posto piccolo, forse, ma perfetto per lui, con una vista magnifica sulla strada, sul retro però, non davanti. Allora la sicurezza stradale era garantita dalle poche auto in circolazione, non dalle cinture e altre protezioni moderne. Il vero rischio era quello di rimanere bloccati sulla via per un guasto, o per la foratura di uno pneumatico. In ogni modo quel giro in auto a lui, abituato ad andare solo in bicicletta, rimase impresso.

Il mondo era veramente più umano, ci si conosceva, ci si fidava delle persone, e se si aveva bisogno il salumiere prestava senza cambiali un milione di lire per comprare una casa che si era liberata ed era un’occasione. E quel prestito poi veniva restituito a costo di sacrifici e rinunce, senza che le banche ci guadagnassero nulla. Lui ricorda ancora quel salumiere, e quella sua bottega antica, con i banconi alti, e dietro i vetri le tante cose preziose che non tutti potevano permettersi.
Ma quel salumiere non era solo benestante, era pure generoso, anche se mai direttamente con lui, come bambino. E quelli erano i tempi nei quali i sogni si potevano ancora realizzare, in Italia. Recuperando quello stesso spirito sarebbero probabilmente realizzabili anche oggi, chi lo sa.
Mentre pensa all’orto, che coltivava specialmente suo nonno, si rende conto che lui non ha mai dovuto subire quello che hanno dovuto vivere invece i suoi genitori, che sono passati attraverso la guerra per poter arrivare agli anni del boom economico. Ricorda che la prima auto di suo padre è stata una Fiat 600 usata. Vedendone per caso una d’epoca parcheggiata in strada capisce quanto era piccola e scomoda. Molto più bassa, stretta e corta delle utilitarie di oggi.

                                                                Silvano C.©


( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

venerdì 28 febbraio 2014

i miei autori



Vorrei ricordare qui alcuni degli autori che ho letto (oppure dei quali ho ascoltato la versione delle loro opere in audiolibro) recentemente, e li elenco semplicemente, senza nascondere un po’ di senso di colpa nei confronti di tutti quelli (troppi) che invece non ho ancora letto e magari non farò mai in tempo a leggere, perché il nostro tempo non è infinito, e perché per troppi anni ho dato la precedenza a letture legate allo studio ed al lavoro. Poi faccio anche altre cose oltre a leggere, e talvolta a scrivere. Su alcuni di loro ho lasciato tracce sul blog, e li trovi facilmente se vai all’etichetta AUTORI. Altri li ho letti in passato, molti altri, ma andiamo indietro nel tempo di oltre uno o due anni.
 

Alicia Giménez – Bartlett

Anaïs Nin

Amara Lakhous

Andrea Camilleri

Arthur Schnitzler

Cesarina Vighy

Chiara Gamberale

Cristina Comencini

Daniel Glattauer

Ellis Parker Butler

Eva Cantarella

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Franz Kafka

Gad Lerner

Gianrico Carofiglio

Giorgio Bassani

Ippolita Avalli

Isabel Allende

Italo calvino

Jean-Claude Izzo

Johann Wolfgang von Goethe

Flann O'Brien

Georges Joseph Christian Simenon

Gustave Flaubert

José Saramago

Leonardo Sciascia

Louis-Ferdinand Céline

Marco Malvaldi

Maria Bellonci

Mariolina Venezia

Michela Marzano

Michela Murgia

Miguel De Cervantes

Niccolò Ammaniti

Oskar Wilde

Paolo Rumiz

Paolo Sorrentino

Pedro Zarraluki

Stieg Larsson

Tullio De Mauro


Poiché non sono un critico letterario mi astengo da giudizi o recensioni se non in casi particolarissimi, e aggiungerò man mano gli autori che sperò leggerò ancora.
(PS del 21 gennaio 2016. Non aggiorno questo elenco, era parziale, lo diventerà sempre più col tempo che passa, ma non mi sembra essenziale)

                                                                Silvano C.©


( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

giovedì 27 febbraio 2014

Tu non hai mai vissuto una guerra



…Tu non hai mai vissuto una guerra. Io sì, e ti assicuro che non ho voglia di viverne un’altra. Le guerre, però, una cosa buona ce l’hanno, solo una: ci mostrano con grande crudeltà quello che stiamo per perdere… “  Tomás


Quando hai vissuto già ben più di metà della tua vita non hai più tante cose da perdere, sicuramente meno di quelle alle quali dovrebbe rinunciare un giovane, anche se pure tu hai molto, moltissimo, da perdere ancora. A parte la vita stessa, che ha un valore intrinseco, che tu lo riconosca o meno, noi sino all’ultimo facciamo progetti o abbiamo sogni irrealizzati che abbiamo messo da parte.
Uscendo poi dal nostro egoismo ci sono le persone a noi vicine che in qualche modo condividono attese e dolori, e se possibile anche i momenti felici.
Proiettiamo in (o lasciamo ad) altri un senso che a volte sembra sfuggire, e non abbiamo alcun diritto di far pesare i nostri malumori, pur fondati e giustificati.
Chi mi conosce abbastanza bene potrebbe scoppiare a ridere sentendo questa mia affermazione mettendo in fila uno dopo l’altro decine e decine di esempi di miei comportamenti contraddittori, ed a me non rimarrebbe che sottoscrivere questo elenco, per quanto lungo possa alla fine risultare.   
Eppure questa è la cosa che più mi toglie la pace negli ultimi anni: il senso crudele di continua perdita di sicurezze, risparmi, sacrifici e investimenti fatti per lasciare qualche cosa a chi verrà dopo di me, e non solo a mio figlio, ma ai giovani, a tutti i giovani, derubati anche del sogno.
Nel libro di Pedro Zarraluki, dal quale ho preso le parole di Tomás, la speranza rimane, e si può ripartire dopo errori ed abbandoni, tradimenti e cose non dette. E si rimane (o si diventa finalmente) sé stessi.

                                                                 Silvano C.©

PS _ Solo con gli intolleranti val la pena di essere intolleranti, e usare con loro il mezzo dell’ironia è sempre la scelta migliore.

( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

lunedì 24 febbraio 2014

Auguri e figlie femmine (Andrea)


Cammina tranquillo guardando le vetrine dei negozi chiusi da poco, la sera scende piano, e la gente in giro poco a poco si dirada. Passa un’auto, a bordo tre ragazze, più meno della sua età.
-         Dove vai tutto solo bel giovanotto? –
Lui si gira, incuriosito, e non risponde.
-         Se vuoi ti possiamo dare un passaggio, qui in periferia ormai l’autobus non passa più, lo facciamo volentieri…-
-         No grazie, preferisco camminare un po’…-
L’auto riparte senza che nessuna gli risponda, e lui continua a passeggiare guardando alcuni nuovi modelli di pantaloni di moda esposti in una sartoria artigianale e poi allunga il passo per non arrivare tardi a casa.
Decide di attraversare un piccolo giardinetto deserto a quell’ora, e intanto pensa a suo padre che gli ha detto di non far tardi, ed adesso inizia a fare tardi, quindi non è più il caso di perdere tempo in giro.
All’uscita dal giardinetto ritrova l’auto di prima sul marciapiedi, una portiera aperta, due ragazze sono scese e, senza che lui neppure se ne accorga si ritrova seduto sul sedile posteriore tra le due ragazze che lo hanno costretto a salire.
-         Sai che sei proprio carino – gli dice quella che guida mentre ingrana la marcia e parte.
-         Ha proprio un bel culetto, vero Marisa? – dice la ragazza seduta alla sua destra mentre allunga le mani su di lui.
-         Lascia stare il culetto, Anna, prova a sentire come ce l’ha – fa la ragazza che guida rivolta a quella che ha appena parlato.
Quella senza troppi complimenti gli mette la mano sulla patta dei pantaloni e lo stringe, guardandolo con gli occhi eccitati e cattivi.
-         Sembra che non gli piacciamo, eppure siamo carine e brave, come mai fa così, non siamo abbastanza belle per lui?-
Ora anche la seconda ragazza seduta dietro, quella alla sua sinistra, si gira e gli appoggia le mani in basso, poi con calma gli abbassa la cerniera e mentre lui è immobilizzato dalla paura, senza aria nei polmoni, incapace di emettere suoni, di parlare o di urlare.
-         No, il bel culetto non ha voglia di farlo con noi, e io mi sto arrabbiando. Stasera se non me ne faccio uno non dormo. Che si fa? Così non ci serve a nulla –
-         Tranquilla, lo lasciamo perdere e ne cerchiamo un altro. Prima però gli facciamo capire l’educazione, e che gli serva di lezione -
L’auto prosegue la sua corsa nelle strade ormai deserte, dirigendosi verso la campagna, e dopo meno di dieci minuti si ferma nel cortile di una casa colonica abbandonata da anni, fuori dalla vista di chi passa sulla statale.
-         Scendi carino – fa la ragazza che gli ha aperto i pantaloni tirandolo dalla sua parte e facendolo quasi cadere a terra, sulla ghiaia.
Poi tutto si svolge in pochi minuti che sembrano interminabili. Le tre lo circondano, gli abbassano i pantaloni e le mutande, lo deridono, una trova un vecchio badile e con quello gli da un colpo terribile sulle natiche, poi un altro sulle gambe, mentre lui cade finalmente urlando di dolore, ma nessuno oltre a loro lo può sentire.
Quella che guidava strappa di mano il badile all’amica e ordina alle altre due di girarlo pancia sotto.
-         Vediamo se gli piace il manico del badile più di noi, allo stronzetto–   dice con l’aria divertita avvicinandosi a lui.
In quel momento una sirena dei carabinieri, o della polizia, si avverte nelle vicinanze, le tre ragazze lo piantano a terra dolorante, gli buttano il badile addosso, salgono velocemente in auto e stanno pronte a fuggire. La sirena si avvicina e poi si allontana, non era per loro, ma intanto lui è riuscito a mettersi in piedi, seminudo, e si è spostato in una zona visibile dalla strada. L’auto riparte veloce e sparisce in un attimo dalla vista, e lui non ha neppure la prontezza di spirito di guardare la targa.
Si risistema, come può, si avvia verso la strada, a una trentina di metri, e poi si avvia verso la città, verso casa.
Meno di tre minuti ed un’altra auto si ferma di fianco a lui, ed il vetro del finestrino si abbassa.
-         Andrea, che fai qui? Vuoi un passaggio?- E’ il suo amico Luca, lui sorride, sale in auto, racconta di un improbabile errore che avrebbe fatto salendo su un autobus sbagliato e poi cambia discorso, sperando solo di poter arrivare a casa in tempo e di non destare sospetti. I vestiti che ha addosso sembrano a posto, solo un po’ impolverati, ma nulla di evidente.
A casa arriva una decina di minuti dopo il suo solito, e non deve neppure inventare scuse strane. Si rifugia in bagno, si spoglia velocemente, vede i segni dei colpi, ma per fortuna rimangono nascosti quando lui si riveste. Solo dentro di lui tutto è cambiato, non è più quello che era solo poche ore prima, e si vergogna da morire, vuole che nessuno sappia nulla di quanto gli è successo.
……………………………
Andrea frequenta il “Rifugio dell’uomo”, associazione che difende i diritti dell’uomo, che chiede la parità, l’uguale dignità, il riconoscimento della libertà di essere secondo la propria natura. Si interessa, assieme ad altri due compagni, della pubblicità sessista. In quei giorni è apparso in tutta la città il manifesto pubblicitario di una torrefazione locale, il “Caffè Bistrol”, che riprende un uomo di pelle olivastra, completamente nudo e di spalle, a figura intera, con in mano una tazzina fumante. La didascalia dice: “Sono nero e caldo, sono tuo” e sotto il logo della ditta. Hanno già segnalato la pubblicità al garante, ma ancora non hanno avuto risposta, ed i manifesti intanto restano ai loro posti.
Rimane nella sede un po’ oltre il suo solito, si ritrova con Amir, di origine araba, a scambiare due parole, prima di trovarsi più tardi con la sua ragazza, Giulia.
Lui gli racconta che in Italia siamo fortunati. In fondo è vero che il potere è in mano alle donne, che la Presidente della Repubblica è una donna, che la Presidente del Consiglio è una donna, che la Chiesa Cattolica ha una Mama e che ogni carica della gerarchia cattolica è riservata solo alle donne, ed è anche vero che gli uomini guadagnano meno delle donne, fanno carriera meno facilmente in questa società femminista, che la gravidanza delle donne è garantita in mille forme diverse mentre un uomo non sposato difficilmente trova impiego, ma potrebbe andare peggio.
In alcuni paesi gli uomini non possono neppure guidare l’auto, o non possono studiare, e se sono in pubblico una donna della famiglia deve sempre accompagnarli.
……………………….
Andrea non riesce a liberarsi di quel ricordo, si fida di Giulia, è una brava ragazza, probabilmente si sposeranno, ma neppure a lei ha mai confidato della violenza che ha subito quando aveva compiuto da poco 18 anni. Ancora oggi se ne vergogna. Giulia, del resto, è molto sicura di sé, non manca mai di frequentare la messa domenicale, ed è legata ad ambienti conservatori, anche se poi sa essere molto tenera nell’intimità e si rivela molto più aperta della maggioranza delle altre donne.

Un giorno, parlando con lui, lei gli ha confessato che la pastora ha sbagliato ad accusare i ragazzi se le donne li fanno oggetto di violenza. Non le sembra giusto che un ragazzo non possa permettersi di uscire di casa con una maglietta dalle maniche troppo corte, in estate, oppure con i pantaloncini se vuole fare un po’ di footing senza che si senta urlare contro i commenti più osceni ed allusivi. Si, Giulia è proprio una brava ragazza.
…………………………………..
Il momento più bello di Andrea è arrivato, oggi è il marito di Giulia. Attorno amici e parenti li festeggiano, lui tiene ancora dentro di sé quel segreto, ma ora è sicuro di aver superato quell’evento traumatico di quasi 10 anni prima. Sorride, alza il calice pieno di bollicine baciando la sua Giulia mentre tutti gridano:
 - Auguri e figlie femmine -

                                                                                   Silvano C.©


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domenica 23 febbraio 2014

Quello che


Quello che mi stupisce non è il povero che ruba per avere qualcosa di indispensabile alla sua dignità, quella che gli è rimasta almeno, quello non dovrebbe neppure entrare tra le notizie che si leggono in cronaca locale sui giornali. A stupirmi è chi invece rinuncia, da ricco, almeno in parte a quanto possiede, e non per un calcolo fiscale a lui favorevole, ma solo per un sentimento di giustizia ed umanità.

Quello che mi colpisce non è la donna che lotta giustamente per ottenere il pieno riconoscimento sociale, politico, religioso ed economico. Mi stupisce piuttosto il contrario, cioè la donna che subisce passivamente un mondo maschile imposto da una cultura neomedievale. E mi colpisce veramente l’uomo che difende il diritto della donna, capendo che così difende anche i suoi diritti.

Quello che attira maggiormente la mia attenzione non è la lotta di un popolo o di una minoranza oppressi, perché è componente tragica della realtà umana da millenni; è “normale”, ancorché ingiusta. E mi spaventa poi il vedere come queste lotte non di rado siano eterodirette, e portino a situazioni spesso peggiori di quelle di partenza. In questo caso ciò che mi stupisce è sempre l’eccezione: i tiranni, i guerrafondai, o i generali responsabili di atti gravissimi che ad un certo momento, pur forti ed inattaccabili, cambiano la loro condotta. Che sia pietà o calcolo da politica realistica non lo so, so solo che da un certo momento diventano forze di pace.

Quello che mi stupisce non è chi chiede il riconoscimento dei propri diritti, no, è chi riconosce di avere doveri ai quali non può venir meno.


Quello che non accetto è l’attacco di tutti contro tutti, in un circolo vizioso ed inarrestabile di parole che mutano in offese e poi in altro ancora, sino a soffiare su fiamme che poi diventano sempre più difficili da domare. Quello che invece è prezioso trovare è la saggezza lungimirante e ragionevole di chi cerca il dialogo, di chi compone le parti e cerca la vera pace, e penso a David Grossman o a Daniel Barenboim, fondatore della West Eastern Divan Orchestra.

Quello che non mi stupisce è che una ex ministra come Cécile Kyenge Kashetu si batta per l’integrazione, mentre mi colpisce molto di più se a farlo è una persona che vive in terra leghista, italiana da generazioni, bianca di pelle e che soffre pesantemente e direttamente le difficoltà che tutti vediamo per trovare lavoro, avere una casa ed una sicurezza per il futuro.

Quello che trovo del tutto naturale è che un gay voglia vedersi riconosciuto al 100% come cittadino con pari diritti e doveri di ogni altro, ma trovo molto più importante che a portare avanti le lotte dei gay siano anche gli etero, e che siano questi ultimi a lottare perché le differenze di genere o di giudizi sulle tendenze sessuali vengano superate.

Quello che trovo legittimo è che ogni donna si batta contro la violenza sulle donne. Quello che risulterà risolutivo tuttavia sarà solo l’ammissione di colpevolezza o responsabilità, se non altro per comunione di genere, da parte di ogni uomo nel contribuire a trasmettere una cultura distorta e violenta.


                                                                                Silvano C.©


( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

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