Silvano C.©
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Un viso, un sorriso
Un pensiero per me
La voce che mi chiama, in quel modo
Io sono importante, veramente importante
Qualcuno si prende cura di me, e non per dovere
Il viso che sorride, ma che si rabbuia, si arrabbia
L’equilibrio potrebbe perdersi, va mantenuto
Di nuovo il sorriso
E poi la richiesta di aiuto
E ancora la fiducia, la richiesta che sia io a fare la cosa, non altri
Il viso ora mi manca, ma non del tutto
Lo rivedo e la cosa mi impedisce di continuare, è troppo
Devo impegnarmi in altro modo
Devo testimoniare e poi devo fare
Fare, continuare a fare.
Materialmente anche, ma non solo
E scrivere, e leggere, e camminare, e riparare o stirare
Anche cucinare, senza esagerare, o pulire, o comprare
Telefonare, perché così non so cosa succederà
E in ogni caso non so mai cosa succederà, non rientra tra le mie possibilità
Io so di avere il tuo sorriso, il resto conta poco
E andrà sinchè andrà
Forse tra la polvere delle stelle e per puro caso, tra i miliardi di miliardi di combinazioni possibili esiste anche questa. Ciao Viz.
Silvano C.©
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Nello spazio esiste la materia e, in alcuni casi come il nostro, la materia diventa cosciente e vive.
È da tempo che non mi stendo su un prato di notte a guardare verso l’alto in un punto meno invaso dalle luci umane. Tutte le volte che l’ho fatto ho avuto la sensazione di precitare in basso. Tuttavia mai come in queste occasioni l’alto e il basso sono riferimenti privi di significato. Hanno un valore indicativo ed impreciso, legato ad un sistema di riferimento limitato
Nella polvere tra le stelle, della quale non ho esperienza, non so cosa si stia formando o cosa sia rimasto di ciò che è stato. La nostra vita ora ha il senso che le attribuiamo, ma non sono certo sia quello giusto, o l’unico possibile. La polvere non mi dice nulla, mi sta attorno, anche nell’aria che respiro, entra ed esce da me. Io stesso mi scompongo, perdo parti e nuove ne arrivano a sostituire quelle perse. Io vivo, sembra. E tu? Questo tento di capire, e non so a chi chiedere. Ciao Viz.
Silvano C.©
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Che assurdità.
Non ha alcun senso conservare una vecchia chiave inutilizzata da anni e che apriva una porta che neppure esiste più. Ma la chiave invece c’è ancora, e sembra quasi nuova. A cosa serve ora, ad aprire la stanza dei ricordi? Ma di alcune chiavi neppure so a cosa servivano, quindi non aprono più nulla.
E allora mi fermo. Niente da aggiungere. Il ricordo deve essere utile almeno a qualcuno. Tutto quanto scrivo qui da alcuni anni ha quasi esclusivamente il fine di conservare per ora e forse anche per domani piccoli pezzetti di vita, della tua, della nostra. Solo questo.
Il mio dialogo con te tuttavia segue anche altre vie, alcune molto più dirette. Non ha bisogno di parole scritte affidate al vento. Ciao Viz.
Silvano C.©
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Quando entra nell'edificio si trova un po' sperduto e intimorito. Non è mai entrato in un grande ministero o in un palazzo governativo centrale. Conosce palazzi storici istituzionali di provincia, ha visto a decine le immense sale poste all’ingresso di strutture dove si gestisce il potere, ma solo in documentari, in fotografie o ricostruzioni per il cinema.
È intimorito ma ha un motivo che lo ha spinto ad entrare, ed ora cerca di orizzontarsi.
Attorno solo spazi vuoti, nessuna presenza umana, impossibile chiedere aiuti o informazioni. Si sposta verso il centro dell’immensa sala e ad accompagnarlo solo l’eco dei suoi passi. Vede, in fondo, la parete bianca con due grandi scale ai lati e, al centro, diverse porte che potrebbero essere quelle degli ascensori. Si avvicina. Sono effettivamente le porte degli ascensori. Ai lati di ognuna targhe in metallo lucido, brunito, con lunghi elenchi di reparti, sezioni, centri direzionali, uffici, responsabili e direttori. Tutti riportano un numero, quello del piano, e una lettera o una coppia di lettere, riferita probabilmente al corridoio, o alla stanza. Alcuni numeri e lettere, di fianco, non riportano alcuna indicazione. Lui sa che quello che cerca deve stare lì, in qualche punto di quell’edificio, in un piano ed in una stanza o in una sezione specifica. Lui lo sa, anche se ha scordato chi gli ha dato l’informazione.
Inizia dalla targa della porta a sinistra, e scorre dall’altro in basso tutte le indicazioni riportate. Non trova nulla. Passa alla porta di fianco. Ancora nulla. Alla quarta porta, circa a metà della targa, il numero 37, le lettere SV e, di fianco, la sigla U.M.P. Dovrebbe essere quello il posto che cerca, ma la sigla non gli basta ancora. Continua a scorrere tutta la targa e poi guarda anche le rimanenti. La sigla è l’unica possibile, nessun altro ufficio sembra avere a che fare col suo problema. Ritorna alla quarta porta, e spinge il pulsante. L’ascensore è già al piano perché la porta si apre subito e lui entra.
Ora spinge il pulsante 37. In tutto sono quasi 100 i numeri possibili, quel palazzo è veramente enorme.
Per arrivare al piano impiega un tempo lunghissimo, e intanto si chiede se è venuto nel posto cercato. Quando la porta si apre il corridoio davanti a lui è basso, stretto, lunghissimo. Nessuna possibilità di sbagliare però, non ci sono altri corridoi e le lettere seguono un rigido ordine alfabetico. Impiega oltre quindici minuti per arrivare alla piccola porta SV. Di lato la targa U.M.P.
Si ferma. Aspetta e pensa a cosa potrebbe dire. Si chiede se deve bussare, visto che non ci sono campanelli. Alza la mano ma la porta si apre prima che la tocchi. Forse un sensore.
Oltre la soglia una piccola stanzetta, una scrivania e, seduta, una donna anziana, molto anziana, che gli sembra in qualche modo familiare, ma non sa spiegare da cosa gli venga la sensazione. Entra, quando lei lo invita. In un solo minuto e senza neppure sedersi (non ci sono altre sedie) lei gli spiega che è esattamente nel posto che cercava ma che né lei né alcun altro può fare nulla per aiutarlo. Quello che è successo non è modificabile, non è avvenuto per errore ma neppure per una qualche forma di giustizia o punizione. È semplicemente avvenuto come ogni cosa destinata ad avvenire. Avrebbe potuto succede molto dopo, o almeno un po' dopo, ma anche molto prima. La donna gli spiega anche che il nome dell’ufficio sta per essere cambiato, perché induce in errore chi ne legge la sigla. Lui forse è stato l’ultimo a vedere quella targa.
Esce, senza dire una parola. Tutto quello che avrebbe voluto chiedere o spiegare si è fermato prima di arrivare alla lingua ed alle corde vocali, come impantanato nella melassa, o nel cemento ancora fluido. Le parole erano frenate, forse inutili, e non ha potuto pronunciarle. Lei sapeva quello che lui voleva, e gli ha risposto prima che lo chiedesse.
Tutto ciò che è successo doveva avvenire esattamente come è avvenuto. Il motivo non mi è chiaro, ma deve essere così. Ciao Viz.
Silvano C.©
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È stata la terza.
Se ci penso la cosa non mi piace per nulla, e un po' rimuovo questa riflessione, ma rimane il fatto che è la terza.
Prendendoci in giro da soli e parlando con gli altri spesso dicevamo che ci eravamo messi assieme perché tu ne avevi una ed io no. E in quei mesi ne feci un uso intensivo, forse esagerato. L’entusiamo dell’indipendenza provoca anche queste storture. Tu ne avevi una ma non era tua, semplicemente potevi usarla.
In seguito, pochissimi anni dopo, ne comprammo una solo nostra, la prima. Ci pensammo a lungo, ne valutammo le caratteristiche, guardammo cosa offriva il mercato e poi decidemmo. La più piccola e compatta, non la più economica ma neppure la più costosa. La comprammo perché era necessaria. Fu la prima e ci servì a lungo, ci seguì in due traslochi quindi in tre appartamenti diversi. Perfetta, ma non eterna. Dopo ripetuti acciacchi e tentativi di rianimazione dovemmo cedere all’evidenza. Non era possibile continuare a difenderla, e non aveva senso affezionarsi a lei, trattenerla ancora. Però dicono che la prima non si scorda mai.
Così scegliemmo la seconda. Ancora una volta fu una cosa meditata, valutata, restammo legati all’idea di quella prima, ma ci orientammo su un modello di dimensioni standard. Ancora una volta non fu né la più economica ma neppure la più costosa. Lavorò per molti anni, sino a quando iniziò ad avere anche lei i suoi acciacchi. Ci adattammo, e la tenemmo. Ci affezioniamo alle cose. È sbagliato ma è così. E intanto tu hai deciso di partire senza ritorno. Sei sempre qui, non temere, ma non ti vede nessuno. Anzi, ti vediamo in due, lo so, ma nessun altro. Non qui almeno. E anche la seconda un triste giorno dello scorso autunno decise di fermarsi.
Fui così costretto a comprare la terza. Ora mi serve e svolge bene il suo lavoro, anzi, risparmia pure detersivo, ma mi mancano la prima e la seconda. A quelle ho associato alcuni dei miei ricordi. Alla terza no. La terza rappresenta il tempo che non si arresta, la novità necessaria, l’aggiornamento inevitabile. Io non sono affezionato alla terza lavatrice, non c’è nulla da fare.
In questo confermo di essere irreparabilmente stupido, ciao Viz.
Silvano C.©
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Non credo tu lo sia, stupido intendo, ma sai cosa intendevo. A volte poi basta un fiore…
Lo so che basta un fiore, può bastare in emergenza o come semplice consuetudine, e non serve neppure un’orchidea o una rosa dal lungo gambo, basta un fiore raccolto ai margini del cammino, un fiore di campo spuntato dall’asfalto o da un muretto. Serve un pensiero costante senza ansie, una presenza anche nascosta, pure una visita solo con la mente…
…serve che tu mi pensi, tutto qui…
Quello che ho capito è esattamente questo, oltre ad altre cose. Vedevo Venezia, oggi, ripresa dalla tv, e mi chiedevo come sarebbe. In realtà, malgrado alcuni consigli al riguardo, dubito che a breve ci tornerò fisicamente. Ma ci andremo assieme magari, prima o poi, lo preferisco. Sarà uno dei nostri tanti viaggi invisibili. Se ci andassi da solo dopo due ore mi verrebbe il desiderio di tornare, mi annoierei, o mi sembrerebbe di non potermi permettere la spesa, perché viaggiare, sia chiaro, costa, e viaggiare da soli è più costoso che viaggiare in due. Anche alloggiare costa di più. Ma sono venale, come sempre. In questo sono rimasto un calcolatore, nessuna novità. Del resto non mi servono tante cose che un tempo giudicavo indispensabili. Quelle indispensabili le ho tutte, salvo eccezioni non risolvibili. E sul fiore hai ragione, Viz.
Silvano C.©
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Sei stupido
So di esserlo, ma perché me lo dici ora?
Non lo capisci?
No
Parli, scrivi, ripeti, pensi… e poi di nuovo pensi, scrivi, parli, e continui a ripetere che tutto è eterno, che nulla si perde per sempre, che io sono sempre qui, che non sono mai andata via, che sono dietro la porta, al piano di sotto, che gli altri non mi vedono ma tu sì…
Certo, lo penso infatti…
Ma quando ti faccio ritrovare qualche mio messaggio rimani stupito, non ci credi, un po' quasi ci resti male e ti preoccupi, come se per me fosse impossibile comunicare con te, eppure le cose avvengono. Chi le spiega in modo diverso non crede che io possa farlo, ma tu invece, ora, perché quella reazione?
Sono stupido, è vero. Lo ammetto senza scusanti. Eppure mi sono stupito. Ho sbagliato, ho persino cercato altre spiegazioni razionali, meno personali ed emotive, magari sono vere come altre che non hanno una base dimostrabile. Non conosco troppe cose. Tu forse ora capisci meglio, non lo so. Se qualcuno è rimasto lo stupido di sempre sono io, è ovvio. Me ne farò una ragione. Non posso né sapere né solo immaginare o sperare di capire tutto. Le vie sono misteriose, anche se mi sembra di percorrerle da tanto non le conosco ancora. Non mi resta che dirti grazie, Viz, anche di questo. Avrei preferito partire con te per un viaggio in Svezia, o a Lisbona, o anche solo a Verona. Poche ore a Verona. Ma va bene anche così. Ciao Viz.
Silvano C.©
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Eternità in pezzi
Eternità in frammenti
Frammenti di eternità
Capisci vero che in alcuni casi si tratta solo di raccontarla in modo diverso ed è la sostanza stessa che appare diversa. La lingua usata, magari il dialetto oppure il gotico-latino, e i vocaboli scelti hanno un senso che determinano il valore dell’oggetto descritto. Un po' come quando McLuhan dice che il mezzo è il messaggio, cioè che il mezzo di comunicazione utilizzato diventa senso stesso dell’informazione trasmessa, e la supera quasi per importanza. Se io ad esempio ti dico che sbagli tu giustamente neppure mi prendi in considerazione, ma se te lo dice il presidente del tribunale la cosa ha un valore un po' diverso, e se a farlo è il cardinale della tua diocesi o il governatore della tua regione la cosa, ancora, ha un peso che non puoi ignorare. Tutto dipende da chi lo dice e da come lo dice, ne convieni?
E allora l’eternità che mi interessa è quella che definisco mia. Sino a quando sosterrò la mia idea questa eternità esisterà, sarà un piccolo frammento del tutto ma esisterà. E dopo di me succederà ciò che deve, non mi interessa. Intanto nessuno ha la forza sufficiente per convincermi che sbaglio. Dopo non sarà più mia competenza. Chi cancellerà la mia eternità non farà altro che confermare la sua stessa provvisorietà cancellando la sua personale eternità. Con buona pace, ne consegue, di chi difende gli inutili musei, le pleonastiche biblioteche, i testi sacri e le grandi opere letterarie scritte per chi ha tempo da perdere, la stucchevole musica tanto sopravvalutata, la nostra stessa memoria, che tanto chi la nega già non manca.
Cia siamo capiti, credo. Oggi, Viz, usciamo senza programmi e senza una meta. La meta è il viaggio.
Silvano C.©
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problema se si cita la fonte, grazie)
Il motore non lo spengo, e se lo spengo non gli consento di raffreddarsi.
Amo il calore che arriva da ogni parte dell’auto dopo aver compiuto un lungo viaggio. Avverto la temperatura che sale dalle leve del cambio o del freno di emergenza. E la stessa sensazione mi arriva se abbasso la testa sotto il cruscotto. Nessuna esaltazione marinettiana però, solo rispetto e nostalgia per le cose che si sono appena perdute per sempre. All’inizio nessuno di noi due lo ha veramente capito. Appena tornati dall’Istria o dalla Puglia, dalla Toscana o dalla Francia ho rivisto quei luoghi, sentendoli nostri per sempre. Ma non era così allora, li avevamo appena perduti. Prima di vederli non erano nostri, non ne avevamo idea se non di fantasia, o mutuata da emozioni o descrizioni altrui. E dopo basta. Persi per sempre. Mai più saranno visibili come in quelle ore o in quei giorni. Noi siamo cambiati, il tempo è cambiato, quei luoghi sono stati modificati e rubati da altri dopo di noi. Ma neppure chi ce li ha rubati li terrà a lungo, e come noi dovrà lasciarli ad altri.
E allora le dieci tappe del viaggio appena concluso non sono sufficienti. Vorrei tornare a Carpi, ad Amsterdam, a Frassanito, nel Liechtenstein, a Vipiteno, a …
Vorrei tornare e ritornare ovunque, senza mai spegnere il motore. Faticare per raggiungere ogni meta chilometro dopo chilometro, in strada statale o autostrada, superando viadotti e gallerie, mai volando e raramente usando il treno. Meglio la nostra auto, solo la nostra, piena del nostro odore e di noi. E senza altri passeggeri che ci potrebbero distrarre. Sarà ancora possibile farlo a lungo? Io non dispero, qui o altrove, di poter continuare. L’invisibile non costa nulla, se non si deve chiedere a nessuno. La mente non ha confini, la realtà è sempre soggettiva e mediata dai nostri sensi. M’invento una vita non mia, non nostra? Balle. Se lo chiedessimo per favore ad altri dovremmo ammettere di inventare, e saremmo debitori. Per fortuna in questo siamo liberi, nessuno deve dare alcun permesso, e noi oggi stesso possiamo ripartire senza far raffreddare il motore.
Una controllata ai livelli, un pieno al sebatoio, una pulizia al parabrezza e siamo di nuovo pronti. Andiamo, Viz.
Silvano C.©
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Scendo ed accendo il motore. Niente bagagli, si parte leggeri, leggerissimi. Per vari motivi faremo a meno di borsoni e valigie. Quello ufficiale è che compreremo in viaggio tutto quello che ci servirà, e gli altri motivi lasciamoli intuire.
Bobbio, prima tappa da raggiungere entro stasera, ma non ci saranno problemi, né di traffico né di maltempo. Voglio rivedere le due oche, la casa col balcone, il ponte gobbo, e fare due passi tra le vie del centro. Tutto doveva iniziare da Bobbio.
Castelsardo, Santa Vittoria, Sorso, Saccargia, la roccia dell’elefante e non solo. Questa è la seconda tappa, importante, estesa, concentrata. Intendo tornare con un carico di ricordi da aggiungere a tutti gli altri. Riporteremo con noi un po' di mirto, di cestini intrecciati, di malloreddus e papassini, e anche di Vermentino. Mai scordare il vino sardo, e infatti non lo scordo. In casa ne teniamo sempre almeno una bottiglia, e se manca lo compro alla prima occasione. Metteremo tutto, ovviamente, nel bagagliaio della 127 bianca.
Terza tappa Urbino. Qui solo poche ore, ma ci tengo e mi fa piacere. Magari mi ripeterai alcune cose arrivando, e poi ripartendo. Sono ancora curioso di quel periodo, ma avremo tempo.
Un salto a Riva del Garda con tutti nostri amici non può mancare. Voglio ritornare alle nostre case, a tutte, anche a quelle che col tempo sono cambiate. E salutare ancora tutti quanti, esattamente tutti, anche quelli che forse non lo meritano. Loro però non lo sanno cosa faranno, o cosa non faranno, quindi è giusto che li salutiamo. Va bene.
Poi dovremo essere puntuali al concerto di Pavana, ho prenotato, e Guccini lo voglio rivedere e riascoltare seduto sul prato vicino a te. Penso che non saremo in pochi, ma neppure tantissimi. Meglio così.
Una fermata speciale a Ferrara del sogno, quella che avrebbe potuto essere. Una sola fermata ma con dentro tutto, assolutamente tutto. E non ci sarà spazio o tempo per il dolore delle perdite e neppure per la malinconia delle delusioni, solo cose da vedere ancora ed ancora, locali da visitare, librerie da rifrequentare perdendosi tra titoli e copertine, offerte e novità.
Il giorno dopo al mare, un’intera giornata sulle spiagge ferraresi, iniziando dal Lido di Volano e scendendo verso sud. Stavolta voglio essere io a raccontare, a ripetere quello che è successo prima. Quello che ho visto o fatto prima. È una tappa quasi solo per me, ma tu non puoi mancare.
Per ripristinare l’equilibio l’ottava tappa sarà sui monti del Trentino e dell’Alto Adige. Anterserva, Stava e Predazzo per cominciare, e poi ci perderemo un po' a camminare nei boschi. Faremo anche una sosta per un panino con lo speck e una fetta di strudel, quella è obbligatoria.
Il Mare della Tranquillità lo vorrei almeno sfiorare, ne ho bisogno, come te. Non so cosa succederà in quella penultima tappa, ma non prevedo ogni cosa.
Concluderemo nella casa del silenzio. Questa non ho ancora capito esattamente come raggiungerla, ma non dispero di chiarirmi lungo il percorso. Il silenzio alla fine sarà necessario però, questo è certo. Ciao, Viz.
Silvano C.©
(La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)
Una ricchezza che non fa differenze tra chi ha e chi non ha è il tempo, quello che si riceve e quello che si offre.
Avere in regalo il tempo, le attenzioni, i pensieri di un altro è impagabile, non ha un valore in borsa, non si scambia con oro, terreni o immobili. Il tempo sincero, non quello dedicato per dovere o per lavoro, o magari anche per lavoro, se questo è frutto di passione.
Tempo per te non ne avevo a sufficienza quando era il momento giusto. Non ti bastava, ma te lo facevi bastare. Lo capivo solo in parte, ora un po' meglio, forse non ancora pienamente. Quello che ti dedico ora è in ritardo, lo so. Fosse stato solo quattro o cinque anni fa sarebbe stato diverso. Eppure ho potuto vivere, ho pensato ad altre cose che mi hanno distratto, tu mi hai lasciato libero di vivere, a modo mio.
Non potendo erigere monumenti da dedicarti chiamando architetti e creando capolavori in tuo nome posso fare ben poco. Del resto, per essere onesti, non siamo persone da monumenti, quindi è altro quello che fa la differenza per noi. È il tempo per te che fa la differenza, nelle sue diverse forme, vissuto nei vari momenti della giornata, mentre la routine chiede attenzione.
Ora però non devi sorridere dicendo che tu lo sapevi da sempre, e che me lo avevi detto. Certo che me lo avevi detto. Ciao, Viz.
Silvano C.©
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Ciao, Viz. Non penso ai soldi ma ad altre eredità. E poiché i soldi non ci possono accompagnare nel nostro viaggio di uscita dalla vita mi sembra normale che chiunque parte lasci soldi e beni materiali a chi resta mentre non è del tutto normale o sottinteso che lasci altro. Già restituire un posto vuoto è un segno, ma in sé il vuoto non è propriamente un valore descritto dai testamenti o nelle pratiche di successione. Io penso a tutto quello che non si tocca con mano, né si annusa né si pesa sulla bilancia.
Una delle cose che mi ha lasciato mio padre, tra le mille e mille altre, è: “Chi non ha testa…” e lascio concludere a chi vuole.
Ora potrei elencare tante cose, ma per alcune non sarebbe né giusto né corretto mentre per altre mi sento più libero. La voce, prima di tutto. Quella è immateriale, solo nella mia mente, ed è solo la tua. Come mi chiamavi. E resta tra noi. Certe espressioni del tuo viso, in momenti felici, tristi, o anche tragici. Tutto mio, lasciato a me, e in forme diverse a pochi altri fortunati. A me l’onere del ricordo, il piacere di rivivere, il dolore di aver perduto, l’onore di essere stato scelto e partecipe. Ancora non so cos’è l’amore. Non lo capirò mai e morirò nell’incertezza. Ma non me ne faccio un problema. Ho avuto la mia parte di eredità, e la faccio fruttare.
Se hai scordato di darmi qualcosa, sei ancora in tempo, Viz.
Silvano C.©
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Non so cosa spinge a mangiare quando non si ha fame o a bere quando non si ha sete. In realtà lo so, lo sappiamo. È una forma di compensazione, la reazione ad una mancanza vera o presunta, è una coazione psicologica. Entro certi limiti è vitale, mantiene legami e radici, salda rapporti e procura piacere, ma se si supera il livello di guardia provoca danni, molti danni.
Ora non so se rifarei tutto quanto ho fatto, probabilmente sì. Anche conoscendone le conseguenze forse avrei rifatto ogni cosa, o, magari, avrei solo sostituito un comportamento sbagliato con un altro, ottenendone gli stessi effetti finali. Abbiamo una condanna, Viz. Siamo tutti condannati alla nostra vita, ai nostri meccanismi, e quindi a commettere errori.
In realtà spesso non credo di cercare il piacere immediato, ma tento di mantenere la memoria. E ogni mutamento nella realtà mi ricorda che sbaglio.
Non si può mantenere artificialmente nulla. L’amore esiste sinchè dura. Si è cittadini di un luogo sinchè si vive in un luogo. Si è studenti nel tempo giusto, non venti anni dopo. Non si potrà mai più comprare una radiosveglia nel solito negozio se intanto quel locale è diventato una piadineria.
Dire che è una condanna però è sbagliato, io posso scegliere anche diversamente, posso tentare di evitare, cercare la grazia. Come ogni altra cosa della vita, anche le sue condanne non sono mai per sempre, ma solo sinchè durano. Non sono certo di cosa sia veramente definitivo. Se lo sai, dimmelo Viz.
Silvano C.©
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Ciao Viz, realizzo lentamente quello che succede, ne vedo aspetti nuovi e che alcuni sanno prevedere, ma non sempre, le novità infatti non hanno modelli ai quali rifarsi. Tu potresti dire che alcune cose non sono importanti, che nella vita, finchè si vive, ogni problema si affronta quando arriva, e preoccuparsi prima non serve se non a vivere male. Entro certi limiti, ovviamente. Dopo quasi quattro anni avrei dovuto capire molte cose, dare il giusto valore a ciò che lo merita, ma non so se ci sono riuscito.
Ti confesso che da alcuni mesi le novità che tutti siamo costretti ad affrontare con malattia e morti, lavoro perduto, difficoltà economiche a tutti i livelli e modifiche anche nelle abitudini più semplici mi ha spiazzato.
Una cosa che non posso più fare è entrare liberamente come prima ovunque pensavo o desideravo. Non è più possibile, e non so per quanto tempo ancora. E dopo forse alcune cose saranno irrimediabilmente modificate, la libertà non tornerà quella precedente.
Questa perdita di libertà è un po' la perdita dell’innocenza. Io innocente non posso esserlo, però sentirmelo richiamare dalle cose che avvengono non mi fa piacere. Ciao, Viz, aspettiamo domani.
Silvano C.©
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Cammino lungo la via e mi distraggo, osservo la gente che passa, guardo le vetrine, sarebbe bello trovare una cosa da comprare e poi regalarti, ma, non è possibile. Il mondo mi sembra improvvisamente diverso, senza un vero senso. Prima c’era, e non ne coglievo l’essenza. Ora sembra non esserci più, magari sono sempre il solito insoddisfatto di ogni cosa. Manca qualcosa, qualcuno.
Noi siamo quelli che ti camminano a fianco, che si siedono accanto a te, che ti raggiungono nei sogni notturni e che talvolta credi di aver perso per sempre.
Più volte in questi anni sono partito per scoprire luoghi, o solo per rivederli. E ritrovare persone. Nulla di impegnativo né durato più di tre giorni, ma sono partito. Ho anche visto persone, alcune poi perse solo perché le vicende della vita avvicinano ed allontanano, persone disponibili, certamente. Ogni tanto parlavo di cose avvenute, e guardavo come per cercare te.
Noi siamo invisibili.
Dovrei andare avanti e continuare a farlo, sempre, pensando positivo e senza farmi fermare dalla paura o dalla paura della paura. Dovrei vivere come prima, senza sapere esattamente a quale momento magico dovrei attribuire il ruolo di meta per il prima. Sarebbe bello, certo, e magari ridere per giornate intere come un idiota, irresponsabilmente. Ammiro chi riesce a sorridere. Mi rendo conto che pure io riesco a fingere e fare battute, a volte mi vengono naturalmente, sono capace come tutti. Non sempre, certo, ma la maschera la conosco, e la porto con me. Ma tu?
Noi esistiamo se lo pensi, pensaci se vuoi che esistiamo.
Silvano C.©
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Madamina il catalogo è questo…
Il negozio di giocattoli De Marco, in via Garibaldi all’angolo con via Croce Bianca, che vendeva petardi e giochi d’artificio tutto l’anno ma non nel mese di dicembre. Ora al suo posto una lavaderia, o forse mi sbaglio, ma quello che ricordo io è chiuso, irreparabilmente, da decine di anni.
Salmi, orologi ed oreficeria, nella centralissima piazza Castello. Il negozio di fiducia di mio padre e dove io comprai il mio Orient. Dimenticato anche da chi lavora nei bar che ora sono vicini a quel buco diventato un passaggio verso un giardino. Solo alcuni anziani se ci pensano lo ricordano ancora. Ma poi non serve mantenere la memoria.
Il Cangande, un ristorante di Verona vicino alle poste centrali, a due passi da piazza delle Erbe. Aveva un grande salone, faceva prezzi modici, ebbi il tempo di frequentarlo poche volte. Forse non brillava per igiene e le sue porte si sono chiuse da almeno trent’anni.
E le tantissime librerie a Modena, Carpi, Verona, Rovereto, Trento, Ferrara e Bologna? Perché sono state chiuse, perché in quei locali adesso ci sono altre attività?
La sezione del PCI della Bolognina, quella della svolta storica ora è altro. Il negozio di ferramenta con un bellissimo reparto di giochi che non si trovavano da nessun’altra parte e che in quel paesino del Gargano se ne stava tranquillo a vedere le giornate che passavano non so se esiste ancora.
Ricordo poi una libreria, alla quale venni indirizzato dal mio maestro, che a lungo rimase davanti al Savonarola finchè dovette cedere e spostarsi leggermente riducendo la sua dimensione. Però c’è ancora, anche se con meno poesia e ricordi di una volta.
Il prato dentro le mura, quello spazio aperto come se fosse campagna agricola nella bassa, ora nessuno lo trova più, ma sino agli anni sessanta era lì, per far stupire chi non lo conosceva o non ci abitava.
Non proseguo, sarebbe inutile, il catalogo potrebbe forse superare quello di Leporello se mi ci mettessi con impegno, solo che non so esattamente cosa potrebbe significare, e se avrebbe un senso anche per gli altri.
Io e te siamo di nicchia, Viz, quello che significa sino in fondo non saprei dirlo, ma quasi tutti questi posti li conosci, per noi hanno un motivo e non li imponiamo a nessuno. Del resto mi viene tristezza se penso al nostro medico che è andato in pensione o al nostro meccanico che sta per chiudere perché il comune sta per demolire il locale dove ha lavorato per decenni. Tutto qui, e non ne so spiegare il perché. E per consolarmi, ora, non posso neppure tornare al Ristori, uno dei più bei cinema di Ferrara, quando era aperto.
Silvano C.©
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