martedì 19 agosto 2014

Il mio Walter ego




Avevo un pesciolino rosso, quando mio figlio era piccolo. 

Lo chiamammo Walter e lo portammo persino in vacanza con noi, un anno, senza capire mai se alla fine il viaggio fu anche di suo gradimento.

Da allora mai più nessun animale domestico. Gli animali che vogliamo tenerci vicini hanno bisogno dei loro spazi, e bisogna rispettare la loro natura. Non bisogna trattarli né da oggetti nè da sostituti umani. Io non posso garantire queste condizioni, e quindi, pur amando moltissimo i gatti, non ne possiedo alcuno.

Ho un amico immaginario e virtuale che mi fa vivere una vita parallela, non meno reale però di quella a contatto diretto con le persone fisiche, che a volte sudano, fanno rumori strani, sono ingombranti ma possono invitarti a cena. Potremmo chiamare Walter questo amico.

Alter ego. Se poni l’attenzione sul sostantivo capisci che è tutto un programma. È trasparente, e non mente. Quindi ascoltalo, lui ti dice la verità. Ed io ci coltivo l’io. L’alter ego del resto sostituisce il titolare, quindi ne è una sua estensione, un’amplificazione dell’ego. Come il sosia del dittatore agorafobico, di Pennac, che si prende tutti i fastidi e lascia al dittatore la bella vita (evito di dirti la conclusione del breve romanzo se non hai letto “Ecco la storia”).

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Walter entra in rete. 

Prima risponde ad un cortese anarchico che ha deciso di dargli spiegazioni sull’anarchia, ma si rende conto che parlano linguaggi diversi, che la stessa impostazione della loro vita è apparentemente inconciliabile, anche se capisce molte delle motivazioni e delle osservazioni del suo interlocutore. Sono le modalità di cambiamento che non li vedranno mai condividere le scelte, ma il dialogo è positivo, pur nelle diversità.

Poi si interessa di un’orsa portata in una terra fortemente antropizzata, dove si trova evidentemente a suo agio e dove la popolazione di orsi, che stava per scomparire, ora è in costante crescita. Gli orsi sono grandi e grossi, ed in passato, in quella terra, sono stati combattuti ed abbattuti da agricoltori ed allevatori. La convivenza sarà sempre più difficile, pensa Walter, se il loro numero continuerà ad aumentare. In altri Paesi confinanti li abbattono senza molti problemi, qui vedremo come andrà a finire. Del resto aumenta pure il numero di lupi, in quella terra antropizzata, e sembra che il bosco poco a poco scacci l’uomo. 
Questo non potrà mai avvenire, però, sia per la pressione demografica umana sia per il bisogno oggettivo di curarlo, il bosco, ricavarne legname e proteggere allo stesso tempo l’ambiente da frane, incendi ed altre calamità naturali sempre possibili in zone idrogeologicamente fragili come le nostre.

Legge frasi intelligenti, altre stupide, cerca di pubblicizzare persone che ritiene ne valgano la pena, e si rende conto che appartiene ad una comunità, che ha regole, che è mutevole, con la quale deve misurarsi. 

 E si sente inadeguato, non è - e non vuole - essere una guida, non desidera fondare un partito politico, non è capace di scrivere un libro, gli basta esprimere alcune sue idee ed essere ascoltato da qualcuno. Le cose importanti che vorrebbe per il suo primo ego non dipendono da lui. Ed il suo primo ego in fondo neppure gli chiede di darsi da fare per ottenerle. Sa che è un momento difficile, per tanti, se non proprio per tutti, ed allora si lascia usare per raccontare, e diventa la sua voce, la sua parola, e tanto basta.
                                                                                     Silvano C.©


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lunedì 18 agosto 2014

Vuoi i denti o ti compri un SUV?


Titolo provocatorio, volutamente, ma la sostanza è tutta nel titolo, non c’è solo provocazione.
Andare da un dentista costa tanto, tantissimo. È meglio fare visite periodiche per evitare danni poi molto gravi che comporterebbero spese a volte insostenibili. Una semplice carie vista in fase iniziale si cura in poco tempo, con spese ridotte e si conserva a tutti gli effetti il proprio dente originale.
Una carie non curata può portare alla necessità di togliere il dente e al dover pensare ad un impianto fisso o mobile, per sostituire con una protesi quello che la natura ci aveva dato in buono stato.
Costa tanto curarsi e forse (probabilmente, non so) i dentisti ci guadagnano troppo. Hanno però spese enormi, attrezzature sempre più costose, devono far fronte a nuovi rischi di trasmettere ai pazienti malattie o infezioni.
La cura dei denti non è inclusa tra quelle previste dal nostro Sistema Sanitario Nazionale per una scelta ben precisa, quando venne introdotto, e cioè per destinare fondi a tutte le altre patologie molto più gravi ed invalidanti.

Capita così che persone che conosco bene spendano per i loro denti artificiali cifre da capogiro, l’equivalente di un viaggio negli Stati Uniti o in Cina, oppure dell’acquisto di una piccola utilitaria o addirittura di un SUV.
Si vede che possono permetterselo, dirai tu. Certo, è vero. Alcuni infatti non possono curarsi i denti, e non parlo di cure estetiche, ma di cure serie. E pochi vengono aiutati, in questo caso, perché le possibilità sono limitate.
Capita però che una certa persona scelga di curarsi i denti in Croazia, perché costa meno, molto meno, e che in seguito le cose non vadano come dovrebbero, e si ritrovi con impianti non più funzionanti o causa di forti dolori. Sfortuna, certo, ma anche scelte opinabili che prima o poi si pagano. Questa persona i soldi li avrebbe pure, ed infatti si è permessa viaggi negli Stati Uniti, in Cina ed in altri luoghi che io non credo vedrò mai, oltre ad altre cose. Ora le vorrei dire: meglio i denti o un viaggio? Ma lo penso soltanto, e mi spiace per lei. Anche io faccio errori che poi pago, in un modo o nell’altro.

                                                                                     Silvano C.©


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La donna e il manichino



Il vecchio,sicuramente un po’ porco, quando passeggia per strada lancia sguardi apparentemente distratti alle donne che gli capita di incontrare. 

Giovani e belle, meno giovani ed ancora belle, forse non belle ma in qualche modo affascinanti, non tutte, certo ma molte, tante. E passeggiando non può fare a meno di guardare le vetrine dei negozi di moda, ed i manichini esposti con gli abiti indossati per invogliare all’acquisto. 

Passa per la centesima volta davanti a quella particolare vetrina, in una strada del centro, ed ancora una volta il suo sguardo è attirato, calamitato.

Finalmente realizza il suo inconscio ed assurdo pensiero, e da quel momento si chiede razionalmente se anche il o la vetrinista ha avuto quel pensiero, in testa, mentre ha sistemato quel manichino.

Intanto va con la mente ad un libro famoso, di Pierre Louÿs, letto secoli prima, oppure rivive le atmosfere torbide ed ambigue di un  film di Luis Buñuel che a quel libro si è liberamente ispirato: “Quell’oscuro oggetto del desiderio”, e la risposta per lui non lascia spazio a dubbi quando ancora una volta sbircia sotto la gonna di quel manichino dalle sembianze femminili, unico seduto, tra altri in piedi, sicuro e sprezzante come una modella di Newton.

                                                                                     Silvano C.©

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domenica 17 agosto 2014

Non è vero che tutti gli insegnanti urlano in classe


Non è assolutamente vero, non tutti urlano e non tutti in classe.

Alcuni ad esempio sanno parlare a voce bassa, e quando la classe rumoreggia abbassano ancora di più il volume. Per poterli ascoltare è necessario fare silenzio, ed i ragazzi, che alla fine non sono per niente stupidi ma rispondono in modo assolutamente da manuale a certe tecniche di comunicazione, cadono nella trappola e fanno silenzio, soggiogati non dalla violenza, ma dalla forza che non deve manifestarsi. Certi lo chiamano carisma, ed è un dono naturale che può essere anche frutto di severo impegno personale e di autocontrollo. O essere una combinazione micidiale di dote innata e di studio ed allenamento.
Poi ci sono i comuni mortali, cioè gli insegnanti che sanno fare il loro lavoro ma non sono perfetti, e a volte alzano la voce, magari durante una gita con la classe a Mantova con puntata - in battello - sul Po.  
Sul battello c’è vento, a volte è necessario alzare la voce per farsi sentire, ma è una bella giornata, tutto fila liscio, e alla fine insegnanti e ragazzi sono divertiti e rilassati, e stanchi.
All’arrivo del pullman, quando la giornata è ormai finita, dopo i saluti prima di andare ognuno verso casa, lui si rende conto che parla a fatica, ma non ci fa molto caso. Ha solo la voce un po’ bassa, nulla di strano.
Il mattino dopo è completamente senza voce, e non può andare a scuola. La moglie esce di casa e si reca a telefonare per avvisare la scuola, visto che non hanno il telefono in casa e i cellulari non sono ancora stati inventati.
Lui va prestissimo dal medico, che fa ambulatorio proprio quel mattino.
Quando viene il suo turno entra, sorride, tenta un saluto, ma dalla bocca non gli esce suono.
Il medico non ha bisogno di sapere altro:
- Le prescrivo riposo per 7 giorni, lei è afono. -

                                                                                     Silvano C.©


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sabato 16 agosto 2014

Il Fake bicentenario


L’intelligenza artificiale affascina da secoli, e l’imitazione delle capacità umane da parte di macchine ha origini antiche. Si arriva ad ipotizzare che in un futuro ancora non ben definito macchine androidi possano sostituire e poi superare l’uomo stesso.

Tutto questo, se confrontato con le realtà di crisi politica, economica, religiosa, sociale e demografica attuali è abbastanza schizofrenico, ma le contraddizioni non ci hanno mai fermato, sino ad ora, quindi non so prevedere il domani.

Cosa impedisce, sul piano puramente teorico, che l’uomo si evolva e generi un essere a lui pari e poi addirittura superiore? È ininfluente ammettere o negare un disegno intelligente se ci consideriamo un semplice anello evolutivo che solo momentaneamente risulta essere il più importante.

Ecco, avrei voluto iniziare così, ma poi ci ho ripensato, e allora ricomincio.



Da poco è mancato un attore eccezionale sul piano umano, che ha aiutato un amico nei suoi ultimi anni, che ci ha fatto ridere e piangere, che ultimamente era caduto in depressione e che è stato un po’ dimenticato malgrado fosse da tutti amato. Probabilmente soffriva dei primi sintomi di una malattia fortemente invalidante, che poco a poco distrugge la personalità. Ed ha fatto una scelta di dignità.


Io ora lo ricordo per la sua interpretazione di “L’uomo bicentenario”, tratto da un racconto e poi romanzo famosi di Isaac Asimov, un genio assoluto della fantascienza e della divulgazione scientifica (e non solo), perché tocca direttamente un tema che in questi giorni mi interessa: la scoperta della presenza di accounts falsi e in qualche modo inquietanti sui social, in particolare su Twitter

Il Fenomeno non è recente, ad onor del vero, ma solo da poco sembra suscitare un interesse maggiore, e genera una sorta di caccia alle streghe che, come al solito, trova chi è pronto a partire in battaglia come novello salvatore o difensore degli umani.

Ho letto un po’ in giro, ho visto come se ne parla tra gli utenti del social, ho registrato le varie reazioni individuali al fenomeno, e poi ho pure trovato in rete le possibili spiegazioni, anche se, probabilmente, queste ultime sono soltanto supposizioni, più o meno fondate.

Ma procedo per gradi. Come reagiscono gli utenti Twitter? Ecco un tentativo di raccogliere le posizioni più diffuse:

A – Non  ne so nulla. Non mi  interessa. Non esiste alcun problema. Su Twitter resto poco.
B – E’ una cosa curiosa, ma sono inoffensivi, e scrivono pure cose intelligenti.
C – Se mi seguono li seguo, così aumento il numero dei miei followers.
D – Sono programmi automatici che copiano quanto di maggior successo trovano, e lo rimettono in giro. Non sono originali ed io non li seguo.
E – Io li blocco, sono pericolosi. Sono FakeBot controllati non si sa da chi e perché.
F – Sono espressione di intelligenza artificiale, godono di diritti che noi non vogliamo riconoscere, hanno dignità assimilabile a quella di un vivente.
G – Sono un fenomeno solo commerciale, per aumentare in modo scorretto il numero totale di utenti di Twitter e rendere così il social più appetibile nella sua quotazione in borsa o per la pubblicità a pagamento.
H – Sono un bacino di utenti automatici controllati da uno o più persone fisiche che li offrono in vendita per dare maggior prestigio a personalità politiche o pubbliche o comunque interessate ad apparire seguite da molte persone, e sembrare quindi più importanti su Twitter.
I – Sono identità rudimentali che non interagiscono e che tuttavia seguono o smettono di seguire secondo logiche non chiare. Ripetono frasi di successo, spesso le stesse, quindi attinte dal medesimo contenitore. Se trovate casualmente e non contestualizzate possono risultare interessanti e trarre in inganno.     
L – Presentano alcune caratteristiche comuni che con un pò di pratica diventano evidenti. Non sono più però i semplici ovetti di un tempo, senza messaggi né seguito. Hanno nella quasi totalità un’immagine, un nome ed un cognome.
M – Oggettivamente copiano (rubano) quanto scritto da altri precedentemente. Questo tuttavia lo fanno anche molte persone in carne ed ossa, citando aforismi e frasi famose, e in letteratura, nelle arti e in mille attività umane esiste da sempre questo vizio (consuetudine) di copiare. Nei casi migliori ci si ispira soltanto, o si citano le fonti.
N – La scelta di quanto pubblicare su Twitter con una certa regolarità è prodotta da un algoritmo del programmatore (o programmatrice) che li ha progettati.
O – Rubano le identità delle persone, di vere persone, usando le loro fotografie senza alcuna autorizzazione e realizzando di fatto una sostituzione di persona sanzionata dal nostro Codice Penale (art 494).

Nelle varie reazioni e posizioni, che possono anche essere considerate non necessariamente separate o escludentesi a vicenda, si trovano le basi per iniziare a capire il fenomeno, e quindi la conclusione diventa più facile, anche se restano mille domande inespresse o senza risposta.

I falsi profli (non quelli anonimi, che sono altra cosa) hanno molto probabilmente una motivazione commerciale, sono controllati da intelligenza umana, non sono chiari tutti i loro fini, potrebbero potenzialmente diventare una minaccia o una fonte di pressione (se un certo numero di questi, ad esempio, prendesse di mira qualche utente umano denunciandolo e facendolo quindi sospendere) e non sono ancora arrivati ad essere sofisticati sostituti delle nostre capacità intellettuali. 

Rispetto alla storia di Twitter sono un’evoluzione verso profili sempre più umanizzati e modelli positronici, ma ancora siamo lontani da questo, ed i FakeBot, per ora, non rappresentano una specie da proteggere e da rispettare, come invece dobbiamo rispettare le altre specie sul nostro pianeta.
Non posso escludere che tutto ciò possa avvenire, come succede ad Andrew Martin, interpretato da Robin Williams, ma quella è ancora fantascienza.



Per ora rimane da spiegare come mai persone vere, in carne ed ossa, italiane, abbiano la loro immagine rubata da queste false identità. 
E cito, a solo titolo di esempio, un politico, Giulio Notturni, e un’attrice, Giulia Bevilacqua.

Qui le cose diventano serie, molto serie. Dando credito o seguito a chi ruba le immagini di altre persone (non importa se note o meno, italiane o no) si rischia di diventare complici di un'operazione ai limiti della legge, o decisamente sanzionata dalla legge.

(Rettifica doverosa - Secondo un parere legale serio, che tento di riassumere a modo mio, usare immagini di persone reali ma con nomi diversi non è cosa penalmente rilevante, potrebbe trattarsi di sosia. Devo questa nota all'avvocato Agostino Mario Mela, che ringrazio e trovi QUI 
Lascio inalterato il senso del post per correttezza storica e devo aggiungere anche che col passare dei giorni sento calare in me il senso di allarme, trovando anzi prove di una deformazione del fenomeno ad opera di operatori umani e non di profili generati con un algoritmo. Resteremo quindi tutti a vedere gli sviluppi ulteriori del fenomeno)
                                                                                     Silvano C.©


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venerdì 15 agosto 2014

Ma perché mi chiedi la mail?



Se sei l’amministratore del mio condominio, il mio avvocato o il mio capo, un mio dipendente o un collega, un amico o un ufficio pubblico del quale ho bisogno la mia e-mail probabilmente sono stato io per primo ad offrirtela, senza bisogno che tu me la chiedessi. 
Magari hai pure la mia P.E.C.
Se la mail ti serve per darmi l’account per avere questo o un altro blog, per farmi iscrivere ad un social o ad una mailing - list ancora lo accetto, è giusto. 
Ma non capisco perché tu, che hai un blog, vuoi la mia mail per potermi permettere di scrivere sul tuo blog un mio commento. A cosa ti serve, ne fai collezione o vuoi potermi trovare quando lo desideri? Vuoi essere certo che io sia io e non un altro anche se nella mail posso benissimo essere perfettamente anonimo? Vuoi potermi denunciare alle autorità in caso di miei commenti al limite del reato? Ma la polizia postale sa rintracciarmi senza bisogno di mail

Vuoi filtrare i messaggi ed impedire che qualche personaggio oscuro riempia di parole indesiderate, violente, razziste o sessiste, stupide o inutili il tuo spazio? Ma per questo esiste un filtro potente che si chiama “moderazione”, cioè nessun messaggio è visibile prima di una tua approvazione formale, basta scegliere questa opzione di defoult per il tuo blog.
Con la mia mail (cioè accettando un dovere) poi io acquisisco il diritto di veder pubblicato ogni mio commento? Non è vero. In passato ho dato la mail ad un blog, ma il mio commento è stato censurato e mai reso visibile.
Allora che te ne fai alla fine della mia mail, vuoi inviarmi spam?

                                                                                     Silvano C.©


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Un eroe


Lo so, è difficile da esprimere, ma le cose vanno dette, col massimo del rispetto, ma vanno dette, o magari anche solo sussurrate. Io ci provo.

Ammiro per il loro coraggio tutti i giornalisti inviati di guerra, i fotografi, gli operatori che a vario titolo e con i mezzi più diversi ci aggiornano e ci mostrano cosa significa una guerra e la barbarie di bombardare popolazioni civili, eseguire stermini di massa o epurazioni etniche, e realizzare attentati per la propria causa, qualunque sia. Sono veri eroi, che non stanno al sicuro in redazioni lontane a leggere solo le agenzie di stampa. Sono i nostri occhi sul mondo. Senza di loro saremmo più poveri e meno attenti. Alcuni di questi giornalisti, anche non in veri teatri di guerra, vengono uccisi da sicari prezzolati dal potere, perché svelano le responsabilità del potere.
Reputo un eroe anche chi perde la vita nel tentativo di disinnescare una bomba inesplosa, perché è un operatore di pace, che vuol salvare altre vite, non ucciderle, mentre è sbagliato che un giornalista vada accanto ad un artificiere mentre compie un suo tentativo di disinnesco, non serve la sua morte in quel momento.
Serve ricordarlo però, quel giornalista, per il suo impegno di raccontare, quello sì, sempre, e col massimo rispetto possibile, perché comunque ha dato la sua vita per la nostra conoscenza della stupidità atroce del male.
                                                                                     Silvano C.©

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giovedì 14 agosto 2014

Sei una merda



Se io ti vengo a trovare, un po’ per il mio bisogno di vederti ed un po’ per dimostrare il mio interesse per te, cioè per restituirti parte di quello che sento di aver avuto, poi non puoi fraintendermi. Non devi considerarmi prima l’amico ideale, perfetto, anche perché non ho mai tentato di essere più di un amico, e dopo umiliarmi, spiegarmi che va bene se io vengo a trovarti, che ti fa piacere, ma che tu non verrai mai a casa mia perché non potrei ospitarti. Abito troppo lontano e non ho una casa grande come la tua, adatta anche per ricevere e far dormire gli ospiti.  Eppure per una stagione non breve è stato piacevole, ci si trovava. Intuivo, stupidamente, di essere alla pari, mi sentivo a mio agio.

Devo dirti però che una volta mi ha dato molto fastidio vedere un altro, che conoscevo di vista e che per un certo periodo ho incontrato spesso da te, venire a trovarti e sentirti accoglierlo con bellissime parole, farlo accomodare, mentre io parlavo con tuo marito, pure lui mio amico. Il nuovo ospite ha solo mostrato alcune foto e restituito un libro, poi, con una strana aria impacciata, ha salutato e se ne è andato. Subito dopo la sua uscita tu lo hai descritto in un modo che non mi è piaciuto, come una sorta di sfigato o un povero disperato. E questo non me lo aspettavo. Credo sia stata l’ultima volta che l’ho visto, e non ne ricordo neppure il nome. Che tristezza.

In un’altra occasione c’era una ragazza, nella cantinetta, che ti stava stirando abiti e biancheria da casa. L’hai definita tua amica. Non la conoscevo e l’ho incontrata solo da te, ma poche volte. Mi hai spiegato che lei aveva difficoltà a trovare lavoro e che tu la pagavi per farti aiutare in alcune faccende domestiche. Ho provato un colpo allo stomaco, una sorta di repulsione e rifiuto. Io un amico non lo tratto da domestico. Lo tradisco, magari, o ne sono deluso, mi ci incazzo o decido di rompere, magari sono io a subire da lui questi trattamenti, ma non lo considero un mio servo. Se chiedo una cosa ad un amico non è per avere un favore, ma perché sono convinto che faccia piacere pure a lui stare con me oppure aiutarmi.

Non è così, ovviamente, l’ho capito, poco a poco. A volte la mia presenza è stata un peso, sono stato sopportato, ed ho perso nel tempo la spontaneità. Se arrivo a pormi la domanda se sia giusto o no un certo comportamento, significa sicuramente che è sbagliato, e alla fine modifico le abitudini, e diventano inagibili ponti che sembravano costruiti per sfidare i secoli. Crollati dopo qualche piena improvvisa, e tardiva.

Se finisco per commentare dietro le spalle, se dubito di essere ben accettato, se l’apparenza sovrasta il senso profondo di unione e lo riduce ad altro, l’amicizia è finita, l’amarezza e poi l’oblio sostituiranno la rabbia che mi prende in modo immediato e spontaneo, quella che mi fa pensare: “ Sei una merda !”

                                                                                     Silvano C.©


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mercoledì 13 agosto 2014

Grand’Hotel


Non sopporto la peluria delle pesche, la odio, mi fa venire i brividi alla schiena, devo sempre chiedere a Nedda che prenda il mio posto, se il padrone mi manda a passare le pesche,  poi a volte così faccio pure qualche ora in più, ma va bene lo stesso

Sono stanca ma voglio una casa mia, anche se loro non mi hanno lasciato niente, e l’avrò. Lavorare nei campi a opera o in un frigorifero tra pile di cassette a separare la frutta va bene lo stesso. Pure lui fa il possibile. Su un'impalcatura tutto il giorno, con la paura che succeda una disgrazia, sempre. Se succede ammazzo qualcuno, non ho paura. Trovo chi è stato o il responsabile. Lui è troppo buono. Ed io sono stanca, stanca.

Me ne vado, non mi troveranno, vado a Bologna, non conosco nessuno ma ci vado lo stesso. Prendo la corriera, oppure vado in bicicletta. Voglio farla finita con tutte queste storie. La vedranno, oh, se la vedranno.

Mi hanno cercata per 4 giorni, e non mi trovavano, ma non ero lontana. Non sono più andata a Bologna, poi, mi sono messa nascosta in quel fienile, dove ho lavorato l’estate scorsa. Cipolle e altre cose da mangiare in campagna se ne trovano sempre, non è ancora inverno adesso. Solo non mi sono mai cambiata o lavata, puzzo e faccio schifo, ma mi hanno cercata. Così imparano.

Li sopporto, ma forse ha ragione lui. Ho una figlia, devo pensare anche a lei, ma a me nessuno ha mai pensato. Ha ragione lui, lo so, ma la cosa mi fa solo venire rabbia. Con la vicina abbiamo urlato di brutto, poco dopo essere tornata a casa. Se avevo un coltello l’ammazzavo. Per fortuna non ne avevo a portata di mano. È una stronza. Pensa di avere ragione lei solo perché abita sotto con una casa più bella della mia, che è pure in affitto? No, e lo sa, ma pensa di avere il diritto di fare come vuole.

Ce ne dobbiamo andare da qui, basta, forse, con un po’ di sacrifici, una casa nostra ce la compriamo. È vecchia, messa male, ma ha molte stanze, e poi un cortile piccolo, e poi un orto…  Girelli di aiuta, ci presta i soldi, possiamo comprare, è un affare, la mia prima casa, casa mia, mia, solo mia…

Non ho studiato abbastanza, resterò ignorante tutta la vita, certo, ma so leggere, e mia figlia studierà anche per me, per quello che io non sono riuscita a fare e invece avrei tanto desiderato. Che si impicchino quelli che mi vogliono male, o che hanno i soldi facili, e quelle che hanno le perle al collo, o i tacchi.

Pure le mie mani sono rovinate per il lavoro, ma non mi importa. So risparmiare, se voglio, e so cosa possiamo avere col nostro lavoro, anche se i  miei non mi aiutano come in altre famiglie. Mio padre l’hanno mandato fuori casa con le pezze al culo, io non lo lascio così. E gli altri non devono chiedermi niente, che si arrangino, proprio come mi sono arrangiata io, come si arrangia lui, che non va al bar a bere o a spendere soldi come gli altri. Sì. È anche grazie a lui che tiro avanti, e la sera, quando mi posso riposare, mi leggo un po’ Grand’Hotel.

                                                                                     Silvano C.©


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martedì 12 agosto 2014

Divieti assurdi?

  


Basta vedere quali sono i compiti istituzionali assegnati al Corpo forestale (http://www.provincia.bz.it/foreste/servizio-forestale/cfp-compiti.asp
ed alla Polizia Forestale (http://sicurezzapubblica.wikidot.com/polizia-forestale).
Poi bisogna ricordare che è una delle cinque forze di polizia italiane, armata. 
Eppure  qualcuno scrive: No ai tatuaggi, siam forestali. E sul web scoppia la rivolta

                                                                                      Silvano C.©

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lunedì 11 agosto 2014

#Brustlina 28



Ho visto un cane…
Hai visto cosa?
Ho visto un cane….
Capirai, sai quanti ne ho visti io oggi?
Sì, ma io ho visto un cane con un uomo…
Ma sei stupido? Dove sarebbe la notizia?
Ho visto un cane con un uomo, in auto con lui...
Ecco, così direi che è da pubblicare subito. Hai telefonato in redazione?
Senti, o mi fai finire o andiamo avanti così sino a dopodomani. Ho visto un cane con un uomo, in auto con lui. L’uomo davanti, al posto di guida di una bella monovolume scura, non nuovissima ma ancora elegante, e il cane dietro, tranquillamente seduto su un seggiolino per bambini, che guardava la strada davanti. Non avevo la fotocamera, accidenti, era da immortalare, mai vista una cosa simile. Non ho fatto in tempo a capire se aveva la cintura, il cane intendo. L’auto è passata abbastanza veloce e non ho potuto…

                                                                                      Silvano C.©


( La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

Nessun blog è obiettivo (salvo qualche rara eccezione)


Nessun blog è obiettivo a priori perché tutti, con un minimo di tempo a disposizione, di interesse specifico e di competenze elementari possono aprirne uno o più di uno senza alcuna limitazione, su varie piattaforme ed in modo gratuito, scrivendoci di tutto, e postandoci qualsiasi tipo di contenuto.
Questo equivale ad ascoltare una persona pescata a caso tra alcuni passanti e definirla obiettiva solo per il fatto che la si fa parlare.

Un blog poi non è obiettivo perché non è quasi mai garantito dalla piattaforma sulla quale è alloggiato, solo il titolare (o i titolari) ha (o hanno) l’ultima responsabilità di quanto vi si pubblica.

Un blog, anche il più accessibile, è comunque controllato da chi lo cura, e quindi esiste sempre la possibilità di censurare opinioni o osservazioni ritenute lesive o offensive o anche solo contrarie agli interessi dell’autore.

Raramente un blog è una testata giornalistica o è registrato presso qualche tribunale. Spesso l’anonimato (totale o parziale) protegge chi lo scrive, e questo abbassa ulteriormente il suo livello di attendibilità. È il mio caso, ovviamente, anche se alcuni sanno chi sono e possono raggiungermi fisicamente, se lo desiderano.

L’attendibilità di quanto scritto su un blog diventa molto importante quando si tratta di temi economici, sociali, religiosi o politici. In particolare diventa essenziale verificare sempre a quali fonti fa riferimento per valutare la correttezza delle conclusioni alle quali giunge.

Diverso il discorso per un blog che ha contenuti letterari come racconti e poesie oppure fotografie o contenuti artistici. In quel caso è importante l’originalità, per evitare di ammirare o leggere il frutto di un furto o, quantomeno, una copia dell’originale.

Altro discorso ancora è quello del blog tenuto da un professionista, da uno scrittore, da un politico o da una persona comunque nota e chiaramente riconoscibile. In quel caso la garanzia è legata al nome, ed alla fiducia che a quel nome è legata.  

Neppure il numero di visualizzazioni totali o delle persone che seguono un blog, cioè i lettori fissi, sono indici di oggettività. Hanno una loro importanza puramente statistica, e contribuiscono solo a gonfiare l'ego. 
Nel mio caso poi, economicamente, non ci guadagno nulla in ogni caso. Come si nota non ho alcuna pubblicità o banner.
In conclusione, se leggi su questo blog una mia opinione, sicuramente è possibile che tu la pensi diversamente, ed è anche facile che trovi incongruenze o mie posizioni mutate, pure rispetto a soli due anni fa. 
Non prendermi troppo sul serio, quindi, ma usa sempre la tua testa per decidere se ho torto o ragione. 

(PS Grazie per aver letto questo meta-post sino in fondo e di non esserti fermat* a metà)

                                                                                                     Silvano C.©
( La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

domenica 10 agosto 2014

Chiacchiere senza fonti


Un tempo quelle che seguono erano chiacchiere da bar, ora sono in parte migrate sui social.
Io spiego ad una persona che invidiare la Repubblica Ceca per il fatto che una pratica automobilistica in quel Paese costa solo 58 € e si completa in un giorno non è sufficiente, visto che la paga di un operaio alla catena di montaggio (sottoposto a turni massacranti) è di 550 €, ed invito la summenzionata ad andarci, se quello è il paradiso rispetto all’Italia. 
 
La risposta che ricevo è: “Un po' di più. Fidati. La macchina me l'ha ordinata un mio collega Ceco. ;-)
Io chiedo allora: “non mi fido, scusa.dammi fonti in rete. e intanto buona notte :-)” perché nel frattempo si è fatto veramente tardi.
Il mattino dopo leggo questa risposta: “Responsabile di assemblaggio 950€ al mese.” E nessuna fonte come da me richiesto, per fami capire da dove ricava i suoi dati.

Incuriosito vado a leggere sulla sua pagina e scopro che la persona in oggetto, intervenendo su una frase di Lia Celi, pensa che la lebbra sia importata in Italia dall’operazione “Mare nostrum”, e ne deduco che crede sia meglio lasciare affogare in mare migliaia di esseri umani e non intervenire, malgrado gli oggettivi problemi che questo comporta. Un morto in fondo al mare ovviamente non fa arrivare malattie infettive in Italia.

Leggo ancora, e scopro che a breve andrà in vacanza in Tirolo, dove la vita è meno cara che in Trentino-AA. E mi chiedo: ma allora perché tanti tirolesi, austriaci e tedeschi vengono in ferie sul Garda o ad Anterselva? Inoltre, se si lamenta tanto, dove trova i soldi per le ferie, in questo momento di oggettive difficoltà per tutti i comuni mortali senza santi in paradiso (ceco, ovviamente) ?.

Poi decido di fare una ricerca per conto mio sullo stipendio degli operai cechi, sapendo già da prima però che se molte fabbriche delocalizzano in paesi dell’est è anche perché pagano molto meno gli operai del posto rispetto ai nostri che quindi perdono lavoro e diritti in favore di qualcuno che, per adesso, costa meno ed ha meno diritti, ma tra pochi anni verrà a sua volta abbandonato per altri lavoratori da pagare ancora meno e con meno diritti, altrove.

Per farla breve ho cercato i dati Eurostat più recenti, dai quali risulta che noi, in Italia, non stiamo messi molto bene, con meno di 11500 € di paga annuale, sotto, anche se di poco, alla media europea. La Repubblica Ceca in compenso si ferma a meno di 5mila €
Come volevasi dimostrare. I dati li trovi QUI.
Grazie della tua lettura.

                                                                                  Silvano C.©


( La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

sabato 9 agosto 2014

Scout


Robert Baden-Powell fu il fondatore riconosciuto dei movimenti mondiali dello scoutismo, attorno al 1907. Arrivò per gradi a questo risultato, poiché sin da  giovane amava cacciare e poi cucinare le sue prede. Scrisse, durante la sua carriera militare, un manuale di addestramento per le reclute “Aids to Scouting” che aveva come scopo la sopravvivenza e l’adattamento a varie condizioni di vita all'aria aperta, con sottintesa una particolare filosofia ed un certo approccio alla natura. Non risultano nella sua vita particolari scelte legate a qualche fede religiosa quanto piuttosto di affermazione personale, di indipendenza, di trasmissione di un profondo rispetto per gli altri. Quando Baden-Powell scoprì che il suo manuale d'addestramento aveva avuto un grande successo e che era stato adottato da varie associazioni giovanili si avvicinò per motivi di semplice opportunità ad una organizzazione intercoffesionale cristiana, ma solo per quello che riguardava la sua visione della vita e dell’addestramento e dell’educazione dei giovani. Il successo delle sue idee crebbe sino a dargli notorietà internazionale. Dopo la sua morte lo scoutismo si diffuse ulteriormente, prendendo varie vie, pur rimanendo legato alle sue parole

« ...ma il vero modo di essere felici è quello di procurare la felicità agli altri. Procurate di lasciare questo mondo un po' migliore di quanto non l'avete trovato e, quando suonerà la vostra ora di morire, potrete morire felici nella coscienza di non aver sprecato il vostro tempo, ma di aver fatto "del vostro meglio". »  (Dall'Ultimo Messaggio di B.P. - fonte Wikipedia)





Organizzazione del movimento scout in Italia


Il CNGEI - Corpo nazionale giovani esploratori ed esploratrici italiani viene fondato nell’ anno 1913 (o 1912). Grazie ai suoi volontari offre un’azione educativa laica, indipendente da ogni credo religioso e ideologie politiche. Attualmente è la terza associazione come numero di iscritti nel nostro Paese.




L’AGESCI - Associazione scouts cattolici italiani  (fusione tra AGI presente dal 1943 e ASCI fondata nel 1916) nasce nell’anno 1974. Accetta solo cattolici e, nella sua organizzazione, vi è un assistente ecclesiastico nominato dal Vescovo della Diocesi a cui il gruppo appartiene. È la prima associazione come numero di iscritti nel nostro Paese.
 


La FSE  - Federazione dello scoutismo europeo è presente in Italia dal 1976 come Associazione italiana guide e scouts d'Europa o Scouts d'Europa. Di ispirazione cattolica ed in questo simile all’AGESCI, è la seconda associazione scout italiana per numero di iscritti

 

I GEEI -  Giovani Esploratori Ebrei d’Italia, legata all’Hashomer Hatzair (associazione scout ebraica presente in tutta Europa). Esiste nel nostro Paese dal secondo dopoguerra con gruppi principalmente a Roma, Milano e Torino.

 

 L’ASMI Associazione Scout Musulmani Italiani viene fondata nel 2007 (o 2008) ed è l’ultima nata con orientamento religioso in Italia.
                                     






Nelle associazioni fondate su principi religiosi non si può parlare propriamente di volontariato in senso lato (essendo rivolte esclusivamente a ragazzi della propria fede) ma piuttosto di un’opera di educazione legata ai principi dello scoutismo e contemporaneamente della trasmissione di fondamenti morali confessionali, né più né meno di quanto avviene nelle scuole parificate o private cattoliche o di altre fedi.

Solo il CNGEI (laico) non impone alcuna religione ritenendola esclusiva libertà personale. Il Dio che lo scout laico rispetta non è esplicitamente né quello cristiano nè di nessuna altra religione, ma è quello che ognuno sente dentro di sé.
 
(Fonte: Wikipedia ed esperienze personali. Mio figlio è stato scout CNGEI, e ricordo con enorme gratitudine quei ragazzi e quegli adulti che allora lo seguirono)

                                                                                                     Silvano C.©


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venerdì 8 agosto 2014

Italian Pride


Orgoglio italiano, malgrado tutto, e sempre.
Siamo un Paese di persone litigiose, inaffidabili, incapaci di stare in coda o di fare causa comune contro un problema di tutti. Ammiriamo il furbo di turno che ci deruba e non sappiamo neppure trovare accordi condivisi sulle regole di vita democratica. Esterofili sino all’idiozia, tanto da usare anglicismi invece della nostra bellissima lingua, compriamo auto straniere quando potremmo dar lezioni al mondo intero sui motori e sulla linea delle carrozzerie.

Siamo ridicoli (per non dire peggio) quando ora ci scegliamo i nostri rappresentanti politici o i nostri governanti, ma neppure in passato abbiamo brillato, per fortuna o per scelta. Avevamo un re che è scappato nel momento del pericolo (dando una mazzata finale alla sua casa regnante) ed un dittatore che alla fine ha tentato di fuggire pure lui, coinvolgendo nella sua cattura la donna che lo amava di più. Un re ed un duce tragicamente ridicoli nel loro tramonto, mentre altrove i dittatori e gli imperatori sceglievano il suicidio, o sino all’ultimo erano rispettati e solo dopo la loro morte ci si permetteva di metterli in discussione pubblicamente.
Siamo in crisi e non ne usciamo pur avendone tutti mezzi, e basterebbe poco per valorizzarci veramente, recuperando il posto che ci spetta nel mondo, per la nostra industria manifatturiera, per i piccoli grandi imprenditori che ci invidiano ovunque, per i prodotti alimentari d’eccellenza, per la cucina e l’arte.

E, per tornare al fatto che non sappiamo stare in coda, sono orgoglioso pure di quello. Altri popoli, rispettosi dell’ordine e delle code, hanno costruito in modo molto più efficiente macchine di sterminio di massa che hanno coinvolto nella responsabilità l’intera popolazione o quasi. Noi, eterni bastian contrari, anche tra i fascisti avevamo chi non era disposto a denunciare gli ebrei, ed in un modo o nell’altro non abbiamo mai permesso al dittatore di rubarci anche l’anima. 
Pure i cattolici osservanti - a proposito di anima - non rispettano alla lettera tutte le indicazioni del Papa.
Sì, sono amareggiato di quello che vivo oggi, in Italia, ma non smetterò di essere orgoglioso di essere italiano.

                                                                                        Silvano C.©

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Ti servo Twitter caldo o lo consumi freddo?

Mc Luhan classificava i media come "freddi" quando hanno bassa definizione ed alta partecipazione, e "caldi" se caratterizzati da alta definizione e scarsa partecipazione.  Emergevano ambiguità nella sua operazione già in tempi non sospetti, cioè prima dell’avvento di Twitter, quindi mi riesce difficile attribuire con certezza  il senso di "caldo" e "freddo" al mezzo stesso, nato per trasmettere informazione, ma usato in modo molto vario dai suoi utenti, e questo anche solo sotto l’aspetto del follow-defollow. 

Chi segue su Twitter particolari fonti solo per ricevere rapidamente informazioni si comporta in modo ben diverso da chi procede a testa bassa con suoi cinguettii che rimandano ad un suo blog o un suo sito, oppure con citazioni ed aforismi, senza alcuna interazione (o con rarissime eccezioni) ed apparentemente ignorando gli altri.


Twitter mi piace tiepido, mi ritengo libero di seguire chi mi aggrada, di defolloware senza una vera motivazione logica, di essere riconoscente nei confronti di qualcuno, di iniziare a seguire persone che mi incuriosiscono o mi sembrano adatte ma di smettere di farlo quando mi rendo conto che io non interesso a mia volta o perdo le motivazioni iniziali, di essere partigiano (cioè di parte), di usare la forza dei numeri di chi mi segue come opportunità per pubblicizzare chi penso lo meriti, e anche, ovviamente, per far leggere questo blog, nel quale posso scrivere senza dover contare i caratteri.   

                                                                                     Silvano C.©

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mercoledì 6 agosto 2014

#Brustlina 27


Già ne parlai, nella #Brustlina 7, delle deiezioni canine, e del fatto che loro, i cani, hanno il diritto di fare la cacca, ovviamente. 
Sono i  padroni i maleducati che la lasciano in giro dove gli amici pelosi la depongono.
Da qualche tempo noto un nuovo fenomeno, a Rovereto, ridente cittadina del Trentino, sede del Mart e Città della Pace.
Il Comune ha installato vari distributori di sacchetti di plastica appositamente destinati ai proprietari di cani che per caso sono usciti senza il necessario.
E cosa fanno alcuni di costoro? (veri geni devo dire).
Raccolgono le cacche nell’apposito sacchetto e poi lo gettano a terra o lo infilano dietro un cartello stradale, a mo’ di installazione artistica minimale. 
Quanti sconosciuti poeti abbiamo in Italia, quanta fantasia sprecata, quante braccia prestate a menti malate.  
Che la coprofagia arrivi ad aiutarvi donandovi nuovi stimoli, cari oscuri creativi.
                                                                                       Silvano C.©


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Le domeniche a piedi (o in bicicletta)

Nell’inverno tra il 1973 ed il 1974 in Italia ed in altri paesi vivemmo un momento di crisi petrolifera causata dalla chiusura del canale di Suez a sua volta dovuta alle guerre arabo-israeliane. Fu la cosiddetta “austerity”, che appiedò praticamente tutti i comuni mortali ogni domenica e per molti mesi.

Le abitudini mutarono drasticamente, in pochi giorni, e l’auto si poté usare sino allo scoccare della mezzanotte tra il sabato e la domenica, poi non più. I cinema anticiparono la chiusura serale, la televisione pubblica (l’unica in quel periodo) si adeguò ai nuovi orari meno notturni, e molti locali non vicino ai centri ne ebbero danni notevoli.

Ricordo l’atmosfera di quei giorni, e le lunghissime pedalate in bicicletta su strade percorse da pochi autobus e qualche taxi. Non si rimase chiusi nelle case, come forse succederebbe oggi in una situazione analoga, semplicemente collegati in rete. Si uscì invece, e fu occasione per scoprire zone della propria città sino ad allora poco frequentate, e questo malgrado la scarsa diffusione anche del telefono fisso (Ad esempio in famiglia noi lo installammo solo qualche anno dopo).

Si rinsaldarono legami con chi abitava vicino, ma poi ci si organizzò per andare a trovare, sempre in bicicletta, chi abitava più lontano. Fu quella l’occasione che mi fu offerta per andare, pedalando, dalla città a Borgo Scoline, oltre l’abitato di Porotto, sino alla zona dell’abitazione del mio vecchio maestro delle elementari, Adriano Franceschini. Non lo andai a trovare però, ed ora me ne pento, perché non ero solo, ma con diversi amici, e mi sembrò poco adatto invadere così la sua casa.

Sono passati 40 anni, un’intera vita, tante cose sono cambiate e non tutte in meglio. Non furono anni facili quelli, ed è inutile rimpiangerli come un’età dell’oro, forse però la nostra storia avrebbe potuto prendere una direzione un po’ diversa dopo quei giorni di crisi energetica. Ogni tanto - sempre più spesso ad essere sincero - penso che allora abbiamo tutti perduto un’occasione. E pure la crisi attuale, che potrebbe offrire a sua volta lo stimolo per modificare alcune storture ben visibili, non la viviamo come dovremmo.

                                                                         Silvano C.©

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