domenica 22 ottobre 2017

Nessun errore, nessun dolore


Oggi ho commesso un errore... capita...non si poteva evitare...e forse non è neppure stato un errore.

In realtà non è stato un errore, è ingiusto definirlo così, ma mi ha fatto tornare alla mente la tua assenza, mi ha procurato dolore. Ho solo fatto quello che dovevo, e cioè sistemare ogni tanto qualche punto della casa, rivedere oggetti e separare ciò che va eliminato da quello che voglio conservare. Mi è stato facile eliminare inutili riviste o carte, ma poi ho trovato i tuoi segni. I segni di momenti felici, le date precise, e ho rivissuto l’ingiustizia, ancora una volta, una tra le tante, non la prima e certamente non l’ultima.

Il dolore sono abituato a considerarlo un segnale di allarme e tento di evitarlo. Ogni volta che lo evoco o mi si presenta ne cerco la ragione, e a volte associo al dolore qualche mio errore, qualche mia colpa, altre volte capisco che non dipende da me. Oggi, se non avessi deciso di riordinare quei due contenitori ma mi fossi messo a leggere, avrei evitato quei momenti.
Il dolore è arrivato dopo una mia azione, quindi l’ho evocato io. Eppure non è colpa mia. E non è colpa tua. Ancor meno colpa tua. Ed è l’assenza di colpa, in questo caso, che mi fa ancora più male, è la tua assenza, è il ricordo di quello che abbiamo avuto.
Ed allora per cosa mi lamento? Perché ho ricordato momenti belli? Perché li ho vissuti?
No, è ingiusto pure quello.
No, non ho commesso alcun errore, non ho provato alcun dolore. Ora ti vorrei qui, per raccontarti ciò che è successo negli ultimi giorni, e altro, al solito, lo lascerei sottinteso, sotto le righe.
Non sono soddisfatto di come sono andate le cose, per nulla. Avremmo potuto avere più fortuna, tu avresti certo potuto averne di più.
Tuttavia avrebbe potuto andare molto peggio, avrei potuto non incontrarti mai. Ecco. Si tratta di dolore o di altro, a questo punto? Io non lo so più, mi arrendo e lo accetto. Ciao, Viz.

                                                                                                  Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

relatività



Il dialogo
LUI – Io devo continuare la mia strada. Non ho alcun desiderio di allontanarmi da te ma non ho il diritto di fermarmi. Neppure tu avresti voluto fermarti, del resto.
LEI – Lo so, hai ragione. Io ho dovuto fermarmi, e per noi ora il tempo scorre con velocità diverse. Ora ci troviamo confinati in due diversi sistemi di riferimento, io sono caduta nel buco nero prima di te. Quando pure tu vi cadrai, perché vi dovrai cadere, non so spiegarti come ci ritroveremo, né se ci ritroveremo.
LUI – Io non temo di non ritrovarti. Sono certo che ti ritroverò. E se ora sbaglio nella mia previsione, nessuno mi può smentire, né potrà farlo domani.
O non ci saremo, quindi il problema non si porrà. Oppure ci saremo, e nessuno potrà dire il contrario.
LEI – Già. Ma potremmo esserci e malgrado questo non ritrovarci…
LUI – Io solo ci potrò perdere, in tal caso. Per me sarebbe una sconfitta, una delusione.
LEI – Allora ti resta una sola cosa da fare, aspettare.
LUI – Non faccio altro, come sai.

La favola
Ad ogni nuova giornata arrivata per magia appresso alla notte, subito dopo l’alba, una barca partiva diretta verso la riva opposta. Il viaggio proseguiva per tutte le ore necessarie al sole per compiere il suo arco in cielo, quindi la sua durata dipendeva dalla stagione. Alla sera i passeggeri scendevano, e la barca iniziava subito e nottetempo il tragitto di ritorno trasportando il solo timoniere alla sua guida. Quando giungeva alla nostra sponda, ormai prossima la luce, non si trovava mai nel punto di attracco dell’alba precedente, ma sospinta verso il mare, avendo lasciato a monte ogni ricordo di vite conosciute. Nuovi e solitamente più giovani passeggeri prendevano posto, pronti a partire per arrivare dove altri non erano ancora giunti, sempre più verso la foce, verso l’enorme mare che ancora sembrava lontano.
Ad ogni sbarco una nuova città era fondata, che si dava leggi e abitudini, che allacciava relazioni col mondo attorno alle abitazioni, che iniziava la sua avventura cercando fortuna.
 
Da quanto tempo la barca trasporti passeggeri se lo chiedono in tanti, ma nessuno, sino ad oggi, lo ha mai chiesto al timoniere, il solo a conoscere la risposta. Quando viene la curiosità è troppo tardi per chiedere, e quando si naviga non si pensa a quella che poi diventerà tutta la struttura della società che ancora deve sorgere, creando dubbi di legittimità e discussioni infinite, senza alcuna certezza se non quella raggiunta con difficoltà e, mi si perdoni l’ossimoro, con troppi dubbi.

La conclusione (almeno per ora)
Non ci salverà un miracolo. Per sua natura il miracolo è avvenimento che sovverte le leggi di natura, che le contrasta. Quindi risulta limitato nel tempo e non diffuso negli effetti. Se tale invece fosse, si sostituirebbe alla natura stessa, non sarebbe eccezione, ma regola. E un miracolo non può essere regola.
L’unica consolazione è che i miracoli vengono chiesti da chi se ne ritiene indegno, e poiché tutti lo siamo, forse abbiamo una tenue speranza. Che non sarà, tuttavia, per tutti.


                                                                                                  Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

sabato 21 ottobre 2017

Amo, amavo, amerò


Il mio presente è confuso nei tempi, non è solo imperfetto come dicevo poche ore fa. Mi sto vedendo parzialmente al di fuori del tempo. Non perché mi senta superiore in qualche modo o dotato di nuovi poteri o improvvisamente invaso da una magnifica e gioiosa incoscienza capace di superare i miei limiti. Niente di tutto questo. Forse si tratta di semplici desideri combinati e convergenti. E poi, si deve sapere, è un esercizio antico al quale mi dedico da troppi anni quello di uscire da me e immaginare cosa avverrà, come sarò, quali pericoli o situazioni dovrò affrontare in futuro e guardarmi come se fossi un altro. Negli ultimi tempi questa mia tendenza mi capita di declinarla con altri scopi, più vicini al consolatorio ed al superamento di un ostacolo che rifiuto di superare. E l’avverto più frequente.

Ecco allora che, pur ammettendo di non aver mai capito e di non capire ancora cosa vuol dire amare, e che di questo sentimento io ne vivo una versione ridotta e semplificata, in ogni caso non generalizzabile, mi ritrovo a vivere nel presente il mio amore passato e anche quello futuro, oltre all’amore di oggi. Amore in senso ampio e amore riferito a te, ché le due cose sono inscindibili, specialmente adesso. Non ne so nulla con certezza ma ne intuisco la dimensione e la natura.
Non scordo nessun altro tra chi ho perduto e tra chi ancora mi resta, né faccio confusioni di intensità al riguardo. Possiedo mie opinioni radicate sul tema, non inamovibili, certo, tuttavia modificabili con difficoltà e resistenze. E quando mi rendo conto di un errore commesso tento di superarlo con pesanti sensi di colpa, conscio finalmente di aver portato dolore con la mia ottusità e con l’incapacità di vedere, e anche per la mia pietà raramente attiva.

Del resto io non dedico pietà a chi amo, non misuro l’amore.
O è presente, quindi nulla mi pesa, o non c’è, ed allora posso anche provare questa pietà, ma con una minor partecipazione emotiva, in modo distaccato, razionale e non di cuore. Per fortuna sono pure impulsivo, e questo mitiga un po’ il mio clima interno, altrimenti decisamente continentale e rigido. Non credo si possa amare con l’intelligenza. Non credo neppure che si possa smettere di amare una volta iniziato a farlo. L’amore è mutevole, l’ho capito a mie spese, ma una volta che si è presentato poi non smette più di importunare. Si maschera magari, tanto per simulare altri sentimenti, e lo sa fare, ma in realtà prende semplicemente in giro la nostra razionalità. Infatti non si riesce a spiegare. Io non so spiegarlo.
Ci provo, come ora, e mi perdo in cose inutili, per distrarti, come ci provo sempre, per farti aspettare una mia conclusione, una mia ammissione chiara. Vuoi che ti dica che hai ragione, che avevi ragione ed avrai ragione?

Se mi serve a trattenerti non te lo dirò mai.
PS. Ricordi il 5 gennaio del 2010 a Bolzano? Era un martedì.

                                                                                                  Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

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