domenica 11 gennaio 2015

cinque



« Maschi da questa parte e femmine da quella!»
-         Mi sembra giusto!
-         Giusto? Ma se i naturisti hanno in comune pure le docce e i servizi igienici. I bambini vedono le donne nude, le bambine vedono gli uomini nudi, e non mi sembra si traumatizzino…

« Io mando mio figlio nella scuola dove si insegnano sani principi morali!»
-         Le tradizioni bisogna difenderle, non possiamo vivere senza le nostre radici!
-         Le radici, pensaci, ti legano e non ti fanno muovere. Non dimenticarle, certo, ma neppure negarti la possibilità di girare il mondo, o anche solo di cercare di capire le idee altrui. Le piante hanno le radici, e gli erbivori si cercano le foglie più tenere e se le mangiano.

« Vietato ai minori di anni 18!»
-         La pornografia, la violenza, certi temi poco adatti…
-         E certo, è meglio vietare che accompagnare, spiegare, educare, stare con loro mentre crescono. Gli adulti (che vedi bene chi sono) si permettono di dire che i ragazzini certe cose non le possono capire e quindi è meglio che ne stiano lontani. Dividere certi temi tra leciti e non leciti è accettabile solo se prima hai realizzato ogni tipo di intervento per far capire che anche il dolore fa parte della vita, così come la morte, la malattia, il sesso. Anche il male esiste, non basta negarlo.

« La vera potenza a tua disposizione!»
-         Certo che è una bella macchina, mi piacerebbe averla.
-         Pure a me non dispiace, ma non è per tutti. Sai quanto costa? Io mi accontento di quella che ho, e spero pure di non avere mai un incidente con una bestia simile. Mi distruggerebbe, senza che il suo proprietario si facesse un solo graffio!

« Casa serena, la casa per i tuoi cari. Noi ci prenderemo cura di loro.»
-         Sì, credo sia il momento di fare il passo…
-         Io non so cosa sia meglio, né per noi né per lui. Forse rimpiango un tempo che mitizzo, che non è mai esistito, eppure mi sembra una cosa da vigliacchi. Noi qui, tranquilli, e lui lontano, abbandonato.
                                                                                  
      
                                                                  Silvano C.©


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sabato 10 gennaio 2015

Oli esausti



Abu è stanco, dopo quattro anni di lavoro con suo padre e la sua famiglia nel piccolo negozietto etnico che gestiscono in periferia, in una zona degradata, abbandonata da molti italiani o invasa da troppi stranieri, a seconda dei punti di vista.
Anche quella mattina deve ripulire il marciapiedi davanti al locale per i regali che ormai puntualmente lasciano i cani che sono addestrati a defecare esattamente a pochi passi dalla loro porta. E se non sono le merde sono le scritte sulla saracinesca o sulla vetrina, in una lingua sgrammaticata, che li invita a tornarsene a casa loro.
Quella però non c’è più. Sono scappati, hanno lasciato quasi tutto quanto avevano, anche un piccolo terreno pieno di alberi da frutto, per ritrovarsi in un nuovo ed in parte inaspettato inferno. Suo padre prima li ha portati via, per salvarli, ed ora vorrebbe riprodurre esattamente quel modello sociale che fuggiva, magari meno integralista ma pur sempre oppressivo. Di integrarsi non ci pensa per nulla.
Lui, avendo studiato in scuole italiane, ha capito cose che il suo genitore non vuole o non può capire. E soffre nel vedere le sorelle, più giovani, costrette ad una vita che non è troppo diversa da quella che conducono le loro coetanee in patria, soggette ad un regime di ubbidienza che lui inizia a rifiutare.

Quando sente della nuova retata della polizia che avrebbe scoperto nel quartiere una centrale di spaccio si sente morire dentro. Sa che i fermati, in poche ore, saranno ancora in libertà. E immagina pure che la rabbia degli intolleranti prenderà nuova forza, che scriveranno frasi oscene sui social media, che si ritroveranno nei loro bar a vomitare falsità mescolate abilmente con dati oggettivi, a creare la paura nei confronti di chi, come lui, vorrebbe solo lavorare, come tutte le persone oneste, senza cercare problemi o imporre nulla a nessuno. Ma il lavoro non c’è, è questa la questione dirompente. Ci sono persone che sino a pochi mesi prima avevano un impiego, in quella piccola fabbrica o in quella bottega o in quell’ufficio, e che da un giorno all’altro finiscono senza un sostegno per vivere. E poi c’è la moschea, in quel capannone, della quale si parla poco, ma che tutti conoscono. Lui non è credente, non gli interessa la religione, ma non può dirlo apertamente, al massimo si può permettere di non andare con regolarità, per evitare di essere emarginato anche dai suoi.

Quando dice in famiglia che intende lasciare il loro piccolo negozietto e mettersi in cooperativa con un tunisino ed un italiano, per iniziare un’attività indipendente di recupero e differenziazione di rifiuti speciali sembra che il mondo crolli. Il padre urla. La madre e le sorelle si nascondono a piangere. Viene accusato di essere un ingrato, un traditore, un miscredente, un venduto. Non può abbandonare la comunità. Non deve farlo. La vergogna dovrebbe fermarlo.
Ma lui non si ferma. Il negozio, che è aperto dalle dodici alle quattordici ore ogni giorno, può benissimo andare avanti anche senza di lui. Tutti gli altri ci lavorano. Anche se non sarebbe regolare gestire così quel piccolo bazar il modo di non rispettare le norme si trova, se si vuole, adattandosi alla furbizia dei nuovi ospiti. Lui non si sente in colpa, cercandosi una vita indipendente. Ce la faranno benissimo anche senza di lui. 

La nuova cooperativa affitta uno spazio commerciale, da destinare ad ufficio e piccolo magazzino,  prima occupato da una latteria e da un retrobottega sovradimensionato, chiusa da oltre un anno. Il canone è accettabile, perché il proprietario deve accontentarsi, e dopo essere partito con grandi pretese è sceso a più miti richieste. Ora la CRB, Cooperativa Riciclaggi Bandiera, dal cognome dell’unico socio italiano che ci ha investito quasi tutto il capitale avuto dai genitori, regolarmente registrata alla Camera di Commercio, può iniziare a cercare clienti e diventare operativa.

I primi mesi sono duri: solo spese e nessun guadagno. Dopo, grazie ad una conoscenza dello zio di Ennio Bandiera, ottengono in subappalto la gestione di un giro di smaltimento di oli esausti alimentari con un discreto numero di clienti. Le cose sembrano finalmente prendere la strada giusta. Abu, Ennio ed Omar, col loro furgone, iniziano a macinare chilometri su chilometri, perché la zona che devono coprire è enorme, ed anche a macchia di leopardo; la concorrenza è agguerrita e il guadagno è minimo, quasi vicino allo zero, ma almeno iniziano a non stare sul mercato in perdita.

Quando Abu torna dai suoi il padre quasi non lo saluta, la madre lo accarezza in testa ma resta muta, e le sorelle tengono lo sguardo basso, sempre più soggiogate dalla volontà paterna. Vorrebbe aiutarle, ma sa di non essere ancora pronto a farlo, prima deve diventare economicamente autonomo, e spera di iniziare a risparmiare, pure per loro.

Qualche nuovo cliente intanto si aggiunge, lentamente, poiché cominciano a farsi conoscere per la loro serietà ed i prezzi bassi. Quando arrivano le bollette o le scadenze ora hanno meno paura. Ennio ovviamente trattiene la parte maggiore dei magri guadagni, per rientrare dell’investimento iniziale, ma anche Abu ed Omar vedono un po’ di Euro.
La concorrenza però, come prevedibile, non prende in modo sportivo questi nuovi arrivati, e una ditta che appartiene alla persona sbagliata ed alla quale rubano un cliente comincia a reagire. Una mattina, ad esempio, il loro furgone si ritrova con due pneumatici forati.
Qualche giorno dopo arriva il controllo di un paio di agenti della finanza, in divisa, che controlla registri e documentazione.
In seguito, durante il consueto viaggio settimanale per raggiungere una zona abbastanza fuori mano, una pattuglia li ferma, e controlla il loro mezzo. Il motore, è evidente, produce fumi non esattamente a norma, ed il prelievo di un campione di carburante conferma, circa un mese dopo, che mischiavano nel normale diesel anche una percentuale non proprio bassa di oli che avrebbero dovuto riciclare secondo le norme.

È l’inizio della fine. Il mezzo viene sequestrato e l’attività sospesa in attesa di ulteriori indagini. I tre si ritrovano con accuse penali abbastanza gravi ed hanno bisogno di un avvocato, che però non possono permettersi. Anche alcune bollette non vengono pagate, e il padrone dei locali inizia a lamentarsi dell’affitto che non riceve.

Abu torna in famiglia, non ha alternative, e deve subire lo sfogo del padre senza poter ribattere. Ha vinto lui, almeno per alcune ore.
La prima notte del suo rientro nella casa paterna due persone, che fuggono subito dopo con una motoretta, spaccano con una sbarra la parte della vetrina non protetta dalla saracinesca, e lanciano all’interno del bazar un volantino nel quale li invitano gentilmente a smettere di vendere le loro cianfrusaglie. Usano parole un po’ diverse, per essere precisi, ma il senso è quello.

La comunità, in seguito al grave fatto, non è solidale con la famiglia colpita, e questo perché il figlio maggiore non ha tenuto un comportamento rispettoso.
Anche i clienti iniziano a calare, e nel giro di pochi mesi tutta la famiglia è praticamente ridotta quasi sul lastrico, senza alcuna prospettiva di poter migliorare la situazione, o tornare almeno alle condizioni di un anno prima.
La sola prospettiva attuabile, prima di arrivare alla fine di ogni residuo risparmio, è fuggire una seconda volta, per cercare un nuovo paese disposto ad accettarli.
                                                                                           
                                                                                   Silvano C.©


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venerdì 9 gennaio 2015

Il tempo dei papiri



Non ho mai avuto un lettore di eBook, un eReader, come si chiamano quelle tavolette elettroniche che stanno diffondendosi tra entusiasmi e polemiche che investono scrittori, editori e lettori.  

Sono ancora oggi dalla parte del libro cartaceo, insomma, e ne possiedo in quantità industriale, molti letti, moltissimi da leggere, altri che non leggerò mai. Trovo scomodo utilizzare una tavoletta, per ora, e se devo fare un passo in una direzione diversa dalla lettura tradizionale affermo che trovo ottima l’idea degli audiolibri, che posso ascoltare, invece di leggere, senza perdere nulla, anzi guadagnandoci nel cambio, perché non di rado sono gli stessi autori che leggono il loro lavoro, ed è un piacere aggiunto, una cortesia nei miei confronti che apprezzo molto.

Tuttavia non sono in grado di fermare il tempo - gli acciacchi che accumulo giorno dopo giorno stanno perfidamente a ricordarmelo – e non so per quanto il mercato del libro tradizionale potrà reggere come ha retto sino a pochi anni fa. Le piccole librerie chiudono, per mancanza di clienti o per scelte testarde di non cedere alla modernità ed alle sue esigenze. Le grandi catene invece reggono ancora, ma sempre più spesso offrono volumi a prezzo scontato, specialmente certi titoli che si trovano pure al supermercato, e si respira aria da fine di un’era, come quando svendevano in offerta i vhs (le videocassette analogiche) e come stanno iniziando a svendere i dvd (supporti digitali di impiego simile, non uguale, alle videocassette). In rete si comprano libri con lo sconto, e quindi perché spendere tre Euro in più per un volume che di listino ne costerebbe quindici?

È solo questione di supporto, in fondo. Quello che conta è il testo. Non è importante che per produrre un libro ci lavorino (e quindi ci guadagnino) molti operai, da un punto di vista puramente culturale. L’importante è che il libro comunque si legga, che quelle parole possano arrivare dallo scrittore al lettore. 

Tu mi dirai che ora mi contraddico, che ho sempre sostenuto il contrario. Hai ragione. Togliere lavoro non è mai una cosa intelligente: accentra il capitale, aumenta la povertà e riduce il ceto medio, delocalizza e smaterializza la stessa dignità umana, e favorisce le multinazionali che semplicemente ignorano sempre di più le leggi nazionali, forti del loro strapotere mondiale. 
E qui mi permetto una digressione contraria alle numerose critiche mosse all’Europa, che era nata con ben altri ideali, è vero, ma che ancora potrebbe essere la nostra forza se smettessimo di farci la guerra in ogni campo e ritornassimo ai suoi principi ispiratori. Non ce la vedo molto bene la piccola ed isolata Italia, con una resuscitata Lira, a competere con Cina, Brasile, India e altri paesi emergenti.
Ma ritorno al tema. Tutto quello che riguarda l’economia rimane vero, e non solo per i libri, ma occorre anche dire che la carta costa, è un bene prezioso, e avere un supporto immateriale ha il vantaggio indiscutibile di non far abbattere alberi per poterne godere. Non mi parlare poi di carta riciclata per produrre un volume. Io lo voglio di qualità, prodotto per durare nel tempo, che non si sbricioli dopo pochi anni, o pochi decenni.
Sì, quello è un problema enorme. Ogni bibliotecario lo conosce molto bene. Un libro, con gli anni, si degrada. Può essere un topo, la muffa, un incendio, un piccolo insetto, un caffè o il brodo, un vandalo che strappa le pagine, la pioggia, la lavatrice che ha deciso di allagare la casa o qualsiasi altro incidente. Un libro col tempo si può rovinare.
Se poi io compro un dizionario italiano-latino e latino-italiano in due volumi, molto costoso per l’epoca (L. 16.800), mi importa poco che nelle sua pagine iniziali riporti un verso delle Odi di Orazio: “Non omnis moriar” se, sfogliandolo qualche decennio dopo, rischio di strapparne le pagine quando tento di consultarlo, manco fosse un testo medievale.
Il tempo dei papiri è finito, insomma. A parte quello che mantengo in un vaso, ovviamente, perché come pianta mi piace molto.
        
                                                                                   Silvano C.©


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giovedì 8 gennaio 2015

Cronache familiari



Quando entra in casa è nervoso. Non sa neppure lui perché, o forse lo sa molto bene. Qualche cosa gli è andata storta: una ragazza l’ha guardato nel modo sbagliato, un amico gli ha fatto un dispetto che pensava di non meritare, un contrattempo, in ogni caso sciocchezze. Bisogna poi aggiungere, per onestà di cronaca (la storia qui non c’entra, lo avrai già capito) che quando ha una qualche impellenza fisica è pressoché intrattabile. Se deve andare in bagno, se ha fame o se gli fa male un dito il suo nervosismo diventa solido. Ma basta poco perché gli passi. Se il problema è la fame, ad esempio, dopo aver mangiato diventa un’altra persona.

Dunque, come dicevo, quando entra in casa è nervoso. Ad una domanda della madre risponde in modo brusco, maleducato. Chiede di essere lasciato in pace. Pure la nonna, che di solito tratta con maggiore attenzione, riceve frasi poco gentili. Litiga con tutti quelli che gli capitano a tiro, insomma, mentre fuori casa o in pubblico mantiene un’apparente correttezza e mitezza.
È solo un timido, per certi versi, che però ha bisogno di canali di sfogo sui quali convogliare un po’ della sua naturale cattiveria; un introverso complessato, probabilmente.
La madre, di suo, ci mette un carattere poco propenso a lasciar perdere, e non scorda un’offesa o un torto neppure per errore. Se la lega al dito, e non di rado lei sì che attacca briga anche con chi incontra fuori casa, con chiunque, se solo le gira storta, o se è preda di uno dei suoi frequentissimi mal di testa.
La nonna, cioè la madre di sua madre, sembra la meno offensiva del gruppo, ma sente la sua autorità venir meno, poco a poco, e viene trattata come un peso più che come una risorsa. E lei ha dato tutto alla famiglia, come la madre, del resto, ma ha un carattere diverso, è più disponibile ad accettare le parole sbagliate.

Poi lui si siede, mangia, e poco a poco cambia il suo umore. Non ricorda neppure il motivo che lo ha fatto entrare arrabbiato. Il suo viso diventa più rilassato, si sente migliore e più buono, in pace col mondo, e vorrebbe che tutti provassero quel senso di ecumenismo positivo che ora lo pervade.
Quando si rende conto che sua madre e sua nonna stanno litigando per qualche motivo occasionale non capisce che tutto è nato da lui e non da loro. Ha trasmesso a sua madre ed a sua nonna il proprio nervosismo, se ne è liberato, ma ora sono loro che devono gestirselo, in un modo per nulla piacevole. Ha persino il coraggio di dir loro di smetterla, che non vale la pena litigare per il motivo apparente per il quale sembrano farlo.

Di tutto questo il padre ed il nonno sono spettatori silenti, o proprio assenti, perché per natura risultano meno disposti a discutere su piccole cose o, come spesso succede, sono impegnati fuori, e neppure si rendono conto di queste alchimie umorali.

Lui, probabilmente, ha ereditato il pessimo carattere dalla madre, ed altre cose dai nonni e dal padre. Non è una cattiva persona, ma guai a fargli notare i suoi difetti. È permaloso, ma non dirlo in giro. Potrebbe prendersela pure con te.
                                                                                   Silvano C.©


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mercoledì 7 gennaio 2015

Il telefono



Da dove cominciare non so. Ho paura poi di perdermi altrove se parto da troppo lontano, e però ci penso, con la paura persino di pensare a quello che penso.
Sono costretto ad evocare immagini, per nascondere comunque, almeno in parte, quello che da giorni non so spiegare.

Poi mi capitano segni, casuali certamente, come un film dove si parla di una donna matura che, per un caso inspiegabile, ritrovando un vecchio telefono in una casa che sta per abbandonare, fa una cosa assurda. Da anni il contratto è stato disdetto. Il telefono non ha linea. Lei però compone il suo vecchio numero di casa, della casa dove viveva da piccola con la famiglia, e una ragazzina le risponde. E la ragazzina è lei, lei stessa, cioè col telefono riesce a parlare tornando indietro nel tempo di circa trent’anni, con lei bambina.

Ogni cosa del genere non si spiega, non è logica, è una costruzione mentale consolatoria, è una proiezione all’esterno di un sogno, o di un incubo, forse è dovuta ad un momento di solitudine o di passaggio.
So da solo trovarmi quasi tutte le motivazioni razionali, quelle inattaccabili sino a prova contraria. Altre potrebbero essermi suggerite, se cercassi aiuto in tal senso. Ma non avrebbe senso. 

Come non ha senso pensare di poter prendere il telefono, ora, e di comporre quel numero, esattamente quello, e sentire la sua voce. Quello non è possibile.
                                                                                           
                                                                                   Silvano C.©


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martedì 6 gennaio 2015

È arrivata la Befana


È arrivata la Befana
E si chiude il Mercatino
Sia felice ogni bambino
Per almeno una settimana

È arrivata la Befana, a Rovereto, in Fiat 600, quella di allora, la prima, quella che è stata pure per me e per mio padre la prima auto.
È arrivata per portare piccoli doni ai bambini e per far sorridere i grandi, che devono poter tornare bambini, ogni tanto, altrimenti che si vive a fare?
Fa sosta a due passi dall’ingresso del Mercatino di Natale di Rovereto, che vive le sue ultime ore, e dove entro per comprare tre angioletti musicisti della Val Gardena, in legno di frassino, non dipinte. Mi perdo a vedere le cose, distratto anche dalle palle di Natale raccolte in piazza Loreto, e che sino al giorno prima addobbavano il centro storico. Ora saranno messe all’asta per sostenere  un progetto AMREF in Somalia.
In città non posso non intenerirmi per le tante auto d’epoca arrivate, ed ora ferme, in attesa di ripartire per una nuova sfilata. Vedo tante targhe diverse. La Signora Befana è arrivata con un’auto più signorile, di Bergamo, ma una Fiat 600 viene anche da Napoli, e mi fa pensare ad Antonio, ad Eduardo, a Massimo, ed ora a Pino, che se ne è andato da poche ore.
Ma si è fatta ora di rientrare, per rivedere il mio presepe, che tra poco verrà riposto, in attesa del prossimo Natale.

















                                                                                            Silvano C.©


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Basta! È una cosa sconcia!

Il Pietro Niccolini approva le motivazioni dei suoi consiglieri piombati in casa sua durante le prime ore della mattina. 
Un gruppo di beoni, durante la notte, è venuto alle mani per un fatto di precedenze con Santina, nota prostituta di strada, e la faccenda ormai è di dominio pubblico. 
Molti benpensanti e timorati concittadini vogliono far finire questa vergogna. Non è possibile che in città ci si faccia beffe del decoro e del rispetto, della decenza e del buon comportamento. In troppi hanno approfittato della pazienza della gente dabbene, ed ora questo insulto a lui, a loro, ed a tutta la cittadinanza deve finire, e finirà, per Dio! 
La Deputazione di Storia patria di Ferrara è sul piede di guerra da tempo, la Cassa di Risparmio lo sostiene, anche se in modo discreto, e la Società Dante Alighieri, esulando in parte dal suo statuto, interviene spesso in proposito, non ufficialmente, certo, ma grazie ai suoi membri di spicco**.
È vero che lui personalmente, abitando in via De’ Romiti, non è direttamente coinvolto in quel turpe mercificar di corpi, in quelle zozze abitudini, ma quella via non è fuori dalle mura, fa parte della cerchia storica, e deve essere bonificata. E' arrivato il momento.

Così, in un memorabile Consiglio Comunale***, la proposta di mutare il nome di una strada da “Via Sconcia” a "Via della Concia” viene approvata a larghissima maggioranza, e nello stesso momento si decide di sottoporre a ronda sistematica l’intera zona, in modo da scoraggiare, per il futuro, ogni eccesso o abbassamento del livello minimo di convivenza civile.

Tali furono i fatti, con buona approssimazione, che portarono al nome che ancora oggi si legge sulle targhe in marmo poste in via della Concia, a Ferrara.
                                                                         
                                                                             Silvano C.©
 
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lunedì 5 gennaio 2015

Stanotte, è stanotte!




La lunga attesa si sta per concludere, ancora poche ore, che saranno lunghissime, e poi “dovrebbe” arrivare. Non ne sono sicuro per nulla, ci spero, fanno tutti allusioni, sembra che mi prendano in giro, non capisco esattamente cosa vorrebbero dire, ma alla fine sembra che pure per loro sia un momento di festa. Mi dicono di stare attento, di non fare cose sbagliate, mi sento sorvegliato anche se esco in cortile da solo e nessuno mi vede. Fuori fa freddo, molto freddo. È nevicato, non oggi e neppure ieri, ma la neve è rimasta dove è caduta e non ci si è passati sopra a piedi, con le biciclette o con altri mezzi. E la terra è dura, gelata, la brina è ancora su tutte le erbe e sulle piante basse dell’orto, mentre la galaverna rende gli alberi diversi, bianchi e come sospesi in questa nebbiolina leggera.
Sono uscito perché non abbiamo il gabinetto in casa, ed ora mi piace guardare intorno. Fa freddo, ma non lo sento quasi, anche se ho i pantaloni corti. Fa freddo ed è la stagione giusta per il freddo, la primavera è lontanissima, ed io non posso restare fuori troppo. Hanno paura che mi ammali, eppure non ricordo di essermi mai ammalato, ma non posso discutere, specialmente oggi.
Torno in casa, il camino è acceso, la stufa anche, e nella stanza si sta bene. Mia nonna cucina, non so cosa, ma l’odore mi sembra buono. Mio nonno credo stia intagliando una cosa di legno, ma non capisco cos’è.
I miei sono fuori adesso, sono a lavorare, hanno sempre molto da fare, e solitamente li vedo per poco tempo. E le ore non sembrano passare, sono immobili. Non so cosa fare.

Nel pomeriggio tardi tornano i miei, la stanza si rianima. Discussioni tra adulti, non ne capisco nulla, ma mi sembra non ci siano problemi. Quando è il momento siamo tutti seduti a tavola, per la cena, ed io mangio ma sono sempre un po’ preoccupato. Abbiamo quasi finito che bussano alla porta. Mi dicono di nascondermi. Io non capisco ma mi vado a mettere dietro un armadio, sotto qualche abito appoggiato ad una sedia, e rimango immobile.
Entra una figura nera, nella stanza, borbotta cose incomprensibili, si muove come per cercare qualche cosa o qualcuno. Tutti sembravano aspettarne l’arrivo, solo io non capisco chi sia quella persona misteriosa, vestita di scuro, con un fazzoletto in testa, uno scialle e una sottana un po’ rotta. Forse in mano ha un bastone, o una scopa, ma non ho il coraggio di allungarmi per vedere meglio. Ho paura a guardarle il viso. Forse mi scoprirebbe.
Finalmente, dopo un ultimo giro per la stanza, facendo un gran rumore di porte sbattute, scompare, esce.

-         Era venuta a controllare, e se ti vedeva non ti avrebbe portato nulla. -
-         Ma chi è, chi era? –
-         Non fare domande, ora è il momento che tu vada a letto. Domattina vedremo se avrà voglia di ripassare stanotte o no. –

Non intendo rischiare, ed ubbidisco senza fare molte storie. Stanotte quindi dovrebbe arrivare, o tornare, visto che stasera è già passata, e l’ho vista. Non aveva alcun pacchetto, e neppure un sacco dove solitamente dovrebbe tenere le cose. Ma è stanotte. E domattina vedremo.

                                                                                            Silvano C.©


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domenica 4 gennaio 2015

Bottoni



All’inizio non ci sono, non esistono, nulla esiste ancora.
Poi diventano interessanti, e pericolosi. Si potrebbero ingoiare. Ma attraggono le manine curiose.
In seguito scopre una scatola - e sono già passati diversi anni – piena di questi oggetti, colorati, di forme diverse, grandi e piccoli, a volte in serie ed ancora uniti ad un pezzetto di cartone originale passato dalla fabbrica alla merceria ed infine al contenitore casalingo. Ma ancora sulla vera natura dei bottoni troppe cose gli sono oscure.

Solo la consapevolezza della realtà (la tragedia di un bottone perduto da una giacca e che è impossibile sostituire: ”Occorre cambiarli tutti, con altri simili, mi spiace”) finalmente svela il mistero, o parte del mistero.
Da adesso ogni cosa diventa unica, irripetibile, anche il milionesimo pezzo di una produzione in serie. Solo da adesso, ma almeno ci arriva.

Che conseguenza portano queste considerazioni? Sulle prime decisamente poche. È un po’ come passare dalla teoria alla pratica, dalle tabelline imparate a memoria nel modo giusto alla facilità di compiere calcoli numerici a mente. Sì, solo dopo si capisce la motivazione di imparare alcune cose a memoria, perché all’inizio si coglie solo il fastidio, e la fatica della memorizzazione.

Una conseguenza possibile è, ad esempio, iniziare a non buttare più nulla. Sembra cosa da poco, eppure è uno stile di vita che può fare la differenza tra l’ordine, che si nutre anche di vuoti, ed il disordine, che tuttavia accumula e non permette di recuperare sempre ciò che di volta in volta è utile. L’ordine poi è solo una fase temporanea, prevede un lavoro continuo di aggiornamento, e richiede spazi.

Come può conservare ogni bottone* in modo da ritrovarlo quando serve? Impossibile rispondere in modo esauriente. Qualche cosa siamo destinati a perderla, vivendo, e per sfortuna non solo gli oggetti, ma anche le persone. Quando arriva a questo stadio, che potremmo per convenzione definire “maturità”, gli è evidente che le sue conclusioni non coincidono con quelle altrui, e che questi sono a volte testardi più di lui, oppure pratici, umani, pazzi, disponibili, curiosi, interessanti, pietosi, in crisi o ammalati. Ed ovviamente non solo.

Resta solo da capire perché quella sera ha visto quel bottone, per terra, e per poco lo superava senza neppure vederlo. Cosa voleva dirgli, uno stupido bottone?


Nota* - Al posto della parola bottone puoi mettere: chiodino, tavola di legno, ombrello rotto, penna, sci, portabagagli di tre auto fa, motore elettrico di una lavatrice, mobiletto che andava perfettamente in un certo appartamento, portamine senza mina, e così via.
 
                                                                                            Silvano C.©


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venerdì 2 gennaio 2015

Una parola al giorno



Ne basta una, credo, una giusta però, e sicuramente non sono in grado di dirla io, questa parola. E neppure di mantenere l’impegno di analizzare ogni giorno una parola diversa. Se ne hai avuto l’impressione, è sbagliata. 
Mi spiace.
La parola è importante, ha un peso, un significato che solo tu e chi  ti ascolta (o ti legge) potrete darle correttamente. O magari neppure voi due, ammesso che siate solo in due, e non tanti o tantissimi. E tra un anno quella parola potresti pentirti di averla pronunciata, o, peggio ancora, scritta.
Le parole scritte sono veramente importanti, quasi più di quelle pronunciate, perché lasciano una traccia praticamente indelebile sino a quando il supporto sul quale sono tracciate rimane.
Ho trovato una vecchia cartolina, guardando in un cassetto. Neppure una lettera, una semplice cartolina, di quelle spedite quando si va in viaggio per salutare amici e parenti, per far vedere i luoghi che si sono scoperti. L’avevo scritta io, in un’altra era. Avevo dimenticato di averla scritta, ma non il periodo che attraversavo. Ho usato parole normali, ma associate in quel modo erano cattive, o tradivano un malessere profondo, se voglio cercare scusanti. Ora non so che fare di quelle parole, ormai superate, ma scritte. Potrei buttare quella cartolina, oppure conservarla e provare vergogna o rimorso ogni volta che la ritroverò, nel cassetto o nella scatola più nascosta.
Eppure è servita, un effetto lo ha avuto, ha mutato una situazione che sembrava fossilizzata, è stata letta e capita, forse nel modo giusto, dopo tante altre parole andare a vuoto, perse nell’aria che si sposta in modo costante.
La parola del giorno potrebbe essere questa, allora, smentendo le intenzioni iniziali: prudenza.
Ma non è la sola, tante altre mi verrebbe da aggiungerne.
Ne voglio elencare solo alcune, le prime che mi vengono alla mente, senza associazioni ad immagini, ma ripensando a quella cartolina. Eccole:
Coraggio, pietà, amore, legami, affetto, diritto, comprensione, dialogo, nostalgia, errori, chiarezza, attenzione, aiuto, egoismo ed altruismo, affermazione, perdono, e pace.
Non posso aggiungere altro.

                                                                                            Silvano C.©


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giovedì 1 gennaio 2015

La pianta di limoni



Il telefono lo teniamo ancora per un po’, ma non ci servirà più la rete fissa, oramai, non  credi? Ma poi è casa tua devi decidere tu. Se vuoi ci penso io per la disdetta e contatto il 187.  Ho già fatto l’operazione, e so come si riconsegna il router in affitto.

Scusa se ti chiamo, ma la caldaia come si spegne e come si accende? La lasciavi sempre accesa dici? Va bene, ora però che anche tu vai via forse è il caso di staccarla del tutto, quando si sta lontani per qualche giorno, non credi?

Il televisore l’avevo portato io, è anche un monitor per computer. Lo riporto via, e si disdice pure il canone RAI. Se lo facciamo entro dicembre non pagheremo più per il prossimo anno.

Tu dormi giù, va bene, ho capito. Non nella sua stanza, è chiaro. Neppure io lo farei. È pure più calda. Hai ragione.

Ti auguro di trovare presto un altro posto, lo spero proprio, per te. Intanto puoi restare qui, non c’è alcuna fretta, per ora. In ogni caso da adesso in poi devi fare riferimento a lui, non solo a me. Ora è lui che decide. Io posso solo cercare di dare una mano, ma sono ospite pure io, da, da quel giorno…

Questo lo aveva costruito lui, sostituendo una vecchia baracca accanto alla casa. È talmente solido che prima cade tutto il resto, è meglio di un bunker. Lui sapeva costruire, guarda quell’architrave in cemento. Sopra c’è solo una terrazza, ma potrebbe reggere benissimo altri tre piani se si volesse.

Lo so, è vuoto, fa freddo, è tutto stranamente silenzioso, o almeno lo sarà. Occorre pensare a mille cose, ora. Alla sicurezza, alla posta, ai contratti per le utenze. Come? Non vuoi cambiare nulla? Non so se potrai a lungo, ma sei tu che decidi.

L’avevano scelta con cura, avevano fatto sacrifici tutta la vita e, alla fine, se la sono in qualche modo goduta. Di questo dobbiamo essere felici, per loro. Erano altri tempi, è vero, ma che non si siano mai concessi grandi lussi è un dato di fatto. Altri hanno fatto diversamente. Ora ha bisogno di manutenzione, ma ci penserai, quando avrai deciso.

Hai trovato lavoro? Ne sono felice. Spero sia quello giusto, e che tu ti sistemi. Mi dici dove sono le chiavi, quelle di riserva intendo? Io ho le mie, ma potrei averne bisogno se veniamo in due.

Lo so, ci sono molte cose da fare. La radio è tua, certo, puoi prenderla, è chiaro. Anche le piante, se vuoi, ma non toccare l’aspidistra, per favore. Sai che ci sono legato. Piaceva a lei. Ed il limone dici? La pianta di limoni nel vaso deve essere annaffiata altrimenti secca, in estate. Hai ragione. È un regalo. Ci penserò.

“L'angoscia e il dolore. Il piacere e la morte non sono nient'altro che un processo per esistere.”
Frida Kahlo


                                                                                            Silvano C.©


( La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

mercoledì 31 dicembre 2014

Botto di Capodanno



Arturo, che da sempre porta il suo nome improbabile, ha sposato Deborah, dal nome altrettanto improbabile, ormai ventisette anni fa. L’unica figlia vive a Düsseldorf dove ha trovato un ragazzo tedesco col quale convive ormai da tempo. Si dedicano al catering nella società del padre di lui, e lei sembra non avere alcuna intenzione di tornare in Italia.
Arturo segue la vecchia madre, che vive lontana, e pure un fratello, con grossi problemi di salute, ma lo fa dimenticando Deborah, che inizia non sopportare più la situazione. Deborah ha sete di vita, dopo aver superato i mesi di paura in seguito ad un intervento chirurgico di emergenza al quale ha dovuto essere sottoposta dopo un incidente in auto. Sembrava dovesse rimanere paralizzata ma si è completamente ristabilita, o quasi, ed ora si lancia con entusiasmo in ogni attività o viaggio o nuove amicizie.
Il loro matrimonio è in crisi, ma per ora vanno avanti, e in qualche modo convivono. Per una serie di partenze di amici e contrattempi vari la notte di San Silvestro si ritrovano da soli e decidono di cenare a casa, visto che per prenotare in qualche locale, quando si rendono conto della situazione, è ormai troppo tardi.  
Poi andranno al cinema, per lo spettacolo di mezzanotte, cosa che non fanno da tanto tempo.
Verso le ventidue sono alla cassa del Multisala Odeon, chiedono due posti vicini per lo spettacolo che interessa loro, ma pare sia impossibile. Si guardano un po’ infastiditi perché non si aspettavano quel nuovo contrattempo, ma accettano i posti separati.
Entrano in sala appena finito lo spettacolo precedente, investiti dal caldo soffocante e dall’odore dei pop-corn, poi cercano la fila ed il numero loro assegnati, perché non è permesso sedersi liberamente, come ricorda un cartello all’ingresso della sala C.
Deborah, che deve il suo nome ad una attrice che piaceva tanto a sua madre, si ritrova seduta accanto ad un paio di ragazzi poco più che ventenni che semplicemente sembrano incollati tra loro, e le fanno un po’ tenerezza ed un po’ rabbia, pensando alla sua situazione. Arturo è seduto tre file più avanti, esattamente tra due enormi individui che sembrano gemelli. E si sente un po’ sperduto. Si gira indietro, per guardare come è sistemata Deborah, e vede che un posto accanto a lei è ancora libero, ma non è permesso spostarsi. Il legittimo possessore del biglietto con quella fila e quel numero può arrivare da un momento all’altro. 

Qui bisogna fare una breve parentesi. I posti assegnati in modo automatico dal programma che gestisce la sala verrebbero probabilmente distribuiti in modo più logico se a farlo fossero le addette alla cassa, ma questo il proprietario non lo ha voluto, ritenendo più adatto ai suoi scopi delegare al computer ogni cosa. E quella sera il software va in tilt, decidendo di testa sua di abbinare le persona a caso, rompendo amicizie, allontanando amanti e coniugi, compagni e gruppi. E nessuno si rende conto dell’idiozia alla quale viene sottoposto, perché il sistema dei posti assegnati in questo modo è ormai cosa accettata da tutti o quasi. Chi non accetta non va al cinema. O prendere o lasciare.

Poco prima che lo spettacolo inizi, durante l’ultima pubblicità, accanto a Deborah arriva un uomo, pure lui da solo, perché la sua compagna è stata confinata al capo opposto della sala. Si siede cercando di dare poco fastidio, si ripiega il giaccone e se lo sistema sulle ginocchia poco prima che inizino i titoli di testa del film.
Verso la metà del primo tempo lei non ricorda che accanto c’è quell’uomo, e non Arturo, e fa un commento a voce bassa. Subito si rende conto dell’errore, e chiede scusa, ricevendo in cambio un sorriso che la tranquillizza.
Quando la luce dell’intervallo si riaccende lei si scusa del disturbo, ma lui sorride ancora, e finiscono per iniziare a parlare del film, prima che il buio in sala torni di nuovo.
Alla fine dello spettacolo, quando mancano circa venti minuti a mezzanotte, Deborah si ritrova con Arturo verso l’uscita, e accanto a loro si è riunita pure la coppia di Martino (così si chiama l’uomo che si è seduto accanto a lei durante la proiezione) e Lucia.
Sembra che tutto poi venga deciso con naturalezza, indipendentemente dalle volontà dei singoli, e in quattro si ritrovano a cercare un locale aperto dove stappare una bottiglia e scambiarsi gli auguri di mezzanotte.
Il posto non è lontano, si siedono nell’unico spazio che trovano libero ed ordinano un brut, per festeggiare il Capodanno.
Arturo e Lucia sembrano un po’ tesi, ma in qualche modo accettano la situazione. Deborah e Martino invece sembrano divertirsi sul serio, e parlano del film, dei figli, del lavoro, delle vacanze, dei progetti per l’anno che viene come se non aspettassero altro. È Martino che quando portano la bottiglia nel secchiello del ghiaccio si offre di fare il botto al momento giusto, e manca davvero poco, una manciata di minuti.

E manca davvero poco, dopo quella strana serata di San Silvestro gestita da un software impazzito, perché Martino e Deborah non inizino a vedersi. Prima in modo quasi occasionale, e poi sempre più combinato e consapevole, sino al momento nel quale entrambi comunicano ai rispettivi coniugi che intendono separarsi, ed iniziare una nuova vita, con un’altra persona.

                                                                Silvano C.©


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martedì 30 dicembre 2014

Geometria


Euclide
Ci sono due estremi, due punti, nella vita: la nascita e la morte.
Su nessuno dei due si può dire nulla di completo con assoluta certezza, e ogni giorno se ne parla, quasi ogni giorno almeno, o ci si pensa, e si danno come scontati, come assiomi indimostrabili e semplicemente da accettare per poi poter accettare tutto quello che c’è, tra questi due punti.
Per Euclide, prima di lui ed in seguito, per quanti si sono interessati di geometria, il punto è un ente fondamentale, indefinibile, o meglio, la definizione è: ciò che non ha parti. Tradotto in italiano significa che non ha dimensione, spessore, peso, ma esiste, ed ha una posizione. Per vederlo noi dobbiamo rappresentarlo, con una macchiolina di inchiostro su una pagina bianca, con un po’ di gesso su una lavagna nera, con un sassolino su una spiaggia, con un paletto su un terreno, con una piccola area su una superficie insomma, ben sapendo che non ha area.
Per poterne parlare dobbiamo per forza di cose rappresentarlo in modo sbagliato, e solo dopo spiegare che il concetto di punto è altro, supera le nostre capacità umane. E siamo solo al punto, siamo fermi ad uno dei concetti fondanti della matematica. Il seguito è pura invenzione umana, o è linguaggio divino, per alcuni. Ed il resto non è poco, direi, visto quello che l’applicazione pratica della scienza, cioè la tecnologia, sa fare.
Per la nascita e la morte siamo daccapo (siamo allo stesso punto, verrebbe da dire).
Quando inizia la vita in senso generale? Non è chiaro.
Quando inizia la vita sotto forma di genere umano? La scienza in questo caso fornisce qualche risposta, ma di tanto in tanto qualche nuovo ritrovamento fossile fa aggiornare i dati, e certezze di oggi che possiamo ritenere valide tra qualche centinaio di anno credo siano in pochi disposti a sottoscriverle. Sarebbe un azzardo che nessun studioso serio è disponibile a fare.
E quando inizia la vita individuale, cioè quella del singolo essere umano? Qui, malgrado le numerose prese di posizione di credenti e non credenti, si è in mezzo al guado. La vita inizia con l’incontro tra cellula uovo e spermatozoo, secondo una concezione abbastanza condivisa.  Ma prima la cellula uovo non era morta, e neppure lo spermatozoo, ovviamente; erano due cellule in qualche modo incomplete e pronte a realizzare una certa unione, a modificarsi fondendosi. Anche dando per accettata questa idea, tuttavia, la cosa presenta aspetti difficili da interpretare. Ad esempio cosa succede con i gemelli? Non parlo dei semplici gemelli eterozigoti, i cosiddetti falsi gemelli, che nascono ognuno da un ovulo fecondato da uno spermatozoo, che possono essere diversi per sesso e per caratteristiche fisiche. Sono semplicemente fratelli nati assieme, non gemelli.
I veri gemelli si ottengono solo da un unico ovulo fecondato da un unico spermatozoo, e per motivi non del tutto chiari, ad un certo momento, lo zigote (la prima cellula che si ottiene dall’incontro tra ovulo e spermatozoo) si sdoppia, ed ogni sua metà dà origine ad un nuovo e completo essere vivente, copia identica (o quasi) dell’altra metà.  
In questo caso quando inizia la vita individuale? Con la fecondazione o dopo la prima divisione? La risposta ora non mi interessa, mi basta che ti venga il dubbio. Anzi. Ogni risposta è pericolosa, perché porta con sé troppe conseguenze, coinvolge i grandi temi etici, divide le persone in base alle loro opinioni. E chi vuole a tutti i costi imporre una propria visione rischia l’integralismo e la sopraffazione di chi la vede diversamente.
Ma poi quando si può definire uomo (o donna) un essere vivente? Già lo zigote o l’organismo, seppure ancora immaturo, ma formato da più cellule, organi e sistemi? O solo quando nasce (data sul certificato anagrafico)? Oppure quando diventa in qualche modo autosufficiente, o maggiorenne? La risposta anche in questo caso è difficile, e comporta scelte personali.
Con la morte si ricasca in una problematica simile. È più dolorosa però, coinvolge sentimenti indefinibili se si è appena persa una persona cara, se la si ricorda come se fosse ancora tra noi, se si è lontani e si pensa, tornando, di poterla rivedere come se fosse sempre dove stava, ad aspettarci. Ma non c’è più, è morta.
Ed ecco allora che si parla di eutanasia, di vita dopo la morte, di dignità della vita umana, di inviolabilità della vita e di accanimento terapeutico. Ma in ogni caso ad un certo punto si muore, e comunque la si veda quel segmento di eternità chiamata vita si interrompe, si chiude. La retta in geometria è infinita, come sembra esserlo il tempo. Un segmento è dotato di estremi. La vita ha due estremi che sono nascita e morte, che non so definire, come non so definire la vita. Al massimo posso viverla, studiando o divertendomi con la geometria, perché la geometria è bella.     
                                                             Silvano C.©
( La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

L’ottimista



Antonio esce di casa ed incontra subito un volto per lui spiacevole, che gli porta alla mente ricordi tristi. Anche lui ha vissuto momenti difficili, come tutti, tuttavia sorride a quella persona, scambia poche parole con lei senza tentare di passare senza salutarla, e solo dopo prosegue per la sua strada.
Quella mattina in casa non aveva nulla di adatto, quindi entra in un locale poco lontano, dove fa una colazione come non si concedeva da tempo. Nel bar è costretto ad ascoltare le deliranti discussioni a voce altissima fra tre uomini che, accanto ad un tavolinetto, commentano le notizie del giornale snocciolando una sequenza ininterrotta di luoghi comuni, bestemmie, accuse a tutto ed a tutti. Uno di loro dopo poco saluta ed esce, ed i due rimasti, come se non aspettassero altro, iniziano a parlare di questo come di un fallito ed uno sfigato, che non ha mai concluso nulla nella vita.
Antonio tenta di abbassare il volume dell’audio, ma non gli riesce, ed è costretto a subire quei discorsi squallidi sino alla fine del suo caffè macchiato. Poi, senza perdere tempo a tentare di raggiungere un giornale da sfogliare, si reca alla cassa, dove una donna ancora giovane ma non più una ragazzina gli fa un sorriso, mentre paga. E questo lo risarcisce della sofferenza di prima, dell’aver dovuto ascoltare quegli uomini, ed esce un po’ più allegro.
Tenta un esperimento quando è in strada, anche se in realtà è solo una scelta consapevole, visto che sa benissimo quali sono gli effetti di certe azioni.
Mentre cammina cerca un’occasione giusta, un motivo per fare quanto ha in mente, ma un motivo che sembri casuale, non un semplice modo di invadere la vita privata altrui o di attaccare discorso, specialmente se si tratterà di una donna.
Cammina, diretto verso il centro dove deve andare per sbrigare una pratica fastidiosa, ma non trova quello che cerca, e sembra quasi costretto a rinunciare, quando finalmente l’occasione gli si presenta, servita come meglio non avrebbe potuto.
Accanto passano due in bicicletta, quasi lo sfiorano, forse volutamente gli sono passati tanto vicini, perché a volte chi va in bicicletta “fa il pelo” ai pedoni che stanno un po’ troppo fuori dai loro spazi. All’ultimo di loro però cade una piccola valigetta in similpelle e quello sembra non accorgersene.
Lui allora urla, richiama la loro attenzione, e mentre si china a raccogliere la valigetta l’uomo della coppia si gira indietro, con aria aggressiva, come se fosse pronto ad attaccare lite e non cercasse altro.
Antonio però sorride, e mostra la valigetta, tenendola alta, e gli urla che l’ha persa proprio in quel momento. Anche la donna della coppia adesso si ferma e si volta dalla sua parte, e poi entrambi tornano indietro.
Stavolta l’uomo smette la faccia da attaccabrighe, è costretto ad un’espressione gentile, e mentre si ferma accanto a lui, gli sorride a sua volta. Anche la donna, alla fine, quando li raggiunge e si ferma, inizia a sorridere perché ha capito cosa è successo.
Ora è tutto un ringraziare ed essere gentili, mentre solo pochi minuti prima le premesse potevano evolvere in una lite in mezzo alla strada, con inviti ad andare a quel paese oppure offese del tutto gratuite, per sfogare rabbie e problemi, ansie e bisogno di avere ciò che la vita non ha intenzione di concedere.
Nessuno dei tre, quel giorno, ha risolto uno solo dei problemi che portava dentro: il lavoro, la casa, il figlio, la salute, la macchina, quel debito, l’insoddisfazione, i tradimenti di ogni genere, il tempo che passa, la morte e la solitudine. Tutto è rimasto come prima, ma l’umore è cambiato, forse anche solo per una decina di minuti.  
                                                        Silvano C.©

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