domenica 14 settembre 2014

Del terremoto e delle parole vuote


Siamo tutti prontissimi, in caso di calamità più o meno naturali, come esondazioni, terremoti, frane e bombe d’acqua a trovare colpevoli, a vederne nitidamente le cause, a proporre soluzioni, a scrivere “VERGOGNA” o, nei casi migliori, ad iniziare un’azione di sostegno con raccolte di firme o ancora effettuare una donazione ai colpiti dalla calamità e/o alle associazioni che li seguono.

La realtà che tocco purtroppo con mano ogni giorno è diversa. Parte da più lontano per farmi arrivare ad una conclusione che non mi piace, ma che mi sembra quanto di più vicino alla verità io possa mai trovare. Noi, in Italia, non potremo mai mettere in sicurezza tutta la popolazione, ed ogni nuovo evento che ci aspetta porterà con sé lutti e danni, a volte enormi, forse incalcolabili.

La colpa però non è solo dei politici e delle leggi sbagliate o disattese, dei costruttori senza scrupoli e dei tecnici che non svolgono il loro dovere, o almeno non è solo loro.

Io parto dalla considerazione che non tutti potranno mai avere un’abitazione indipendente perché il territorio non basterebbe. Non è solo un problema di denaro per poterla comprare, ma di spazio fisico che non abbiamo, e moltissimi devono abitare in condominio, specialmente nei centri urbani. Mi sembra un dato di fatto, non credo di doverlo dimostrare.   

Io mi limiterò al terremoto, per quanto riguarda la mia tesi, perché purtroppo ne ho conosciuto gli effetti, anche se nel mio caso non sono stati tragici.

Bisogna abitare in una casa (o in un appartamento), e o si affitta o si compra.

Chi vive in una casa non sua ha ben poco da fare per la propria sicurezza, al massimo può scegliere una sistemazione migliore e con una struttura più solida e moderna, ma questo comporta solitamente un canone da pagare più alto.

Chi invece ha la fortuna o la possibilità di vivere in un’abitazione di proprietà può, compatibilmente con le proprie finanze, intervenire attivamente per scegliere una casa più sicura al momento dell’acquisto o procedere alle necessarie opere strutturali per rendere maggiore la sua resistenza in caso di scosse sismiche. Ancora una volta quindi l’aspetto economico incide direttamente sul livello di sicurezza che ci possiamo permettere.

Per chi abita in un condominio poi, e questo capita a decine di milioni di italiani, le cose si complicano in modo notevole.

Se ad esempio un intero condominio viene dichiarato inagibile in seguito ad un sisma e la soluzione scelta (o imposta) è quella non di abbatterlo bensì di rinforzarne le strutture portanti con un intervento finanziato anche dall’ente pubblico è evidente che questo comporterà non pochi fastidi per i necessari traslochi e le sistemazioni provvisorie, ma alla fine si avrà una casa più sicura (se non ci saranno intoppi burocratici o dovuti all’impresa incaricata dell’intervento).

Può tuttavia capitare che da uno studio geologico risulti la possibilità di migliorare la sicurezza passiva dello stesso edificio, con una piccola spesa aggiuntiva, ma stavolta completamente a carico dei proprietari e suddivisa per millesimi.

Per la sicurezza, visto che in ogni caso si devono eseguire lavori e questo intervento extra comporterebbe un fastidio minimo in termini di tempo, parrebbe logico spendere un po’ di più, magari rinunciando ad acquistare l’ultimo modello di televisore o di iPhone. Invece non è così. L’assemblea può bocciare la proposta e la sicurezza può benissimo aspettare il prossimo terremoto, che non si prevede prima di di 300-400 anni (come se fosse possibile fare questo tipo di previsioni).

Incredibile vero? Eppure è così. E succede anche che durante i lavori capiti di scoprire lavori abusivi che qualche singolo condomino ha fatto eseguire nel proprio appartamento andando a compromettere la solidità dei muri portanti, senza avvisare né altri condomini né amministratore né autorità competenti.

Ancora qualcuno pensa che le case crollino solo per colpa dei terremoti o dei politici o dei costruttori o dei tecnici? Io non lo penso più.
                                                                                     Silvano C.©


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sabato 13 settembre 2014

La ferita


Personaggi, in ordine di apparizione, e un luogo:

Don Filippo, uno degli assistenti del Vescovo Giulio Boschi. Ilda Naldi, tenutaria della casa detta “Dla Ruseta” (Della Rosetta). Gina, al secolo Ginestra Gruppioni, rossa di capelli e di pelo, come in molti ebbero modo di verificare. Ingegner Ciro Contini, redattore di un piano regolatore per la città datato 1911. Dottor Angelo Zappaterra, Arcispedale Sant’Anna, malattie infettive. Renzo Ravenna, podestà di Ferrara dal 1926 al 1938, amico di Balbo ed ebreo. Italo Balbo, quadrumviro, aviatore e “signore” di Ferrara durante il ventennio. Michele (Michlin) Ferrari, un giovanissimo che scopre il cinema. Antonia Cini, cassiera dell’Apollo e poi dell’Apollino, in corso Porta Reno. Bruno Zevi, architetto, urbanista e politico.   Ferrara, poco amata da alcuni, piccola città un tempo gloriosa, e ferita da chi avrebbe dovuto difenderla.

Da dove vogliamo iniziare questa storia che non è mai avvenuta e con personaggi in parte reali - ma immaginati in situazioni a volte inventate - oppure del tutto frutto di fantasia? 
Dall’inizio, direi, cioè dagli anni nei quali tra via San Romano e corso di Porta Reno, a Ferrara, esisteva un quartiere ora quasi del tutto scomparso, distrutto non dalla guerra e dai bombardamenti alleati ma dall’azione degli stessi ferraresi. Questi emiliani quasi romagnoli, quanto ad autolesionismo, non si fanno mai mancare nulla quando sono in vena di farsi male sul serio.

Dai piani alti del Palazzo della Ragione, nei primi anni del ‘900, guardando verso Bologna, si vedeva un povero quartiere costituito da case malsane e con viuzze strette, alcune delle quali dai nomi ormai scomparsi anche dalla memoria. Eppure dalla piazza principale della città, compresa tra il palazzo appena ricordato e la Cattedrale, questo pozzo oscuro che accoglieva ogni genere di umanità distava niente.
Sulla piantina era, come adesso, una specie di grande rettangolo, con palazzi presentabili o di pregio ai suoi quattro lati, ma al suo interno ci si perdeva, in strade strette e tra case povere e malsane.

Don Filippo, per motivi legati alle sue funzioni caritatevoli, spesso vi si recava a recar sollievo ai peccatori ed alle peccatrici. 
In un vicoletto tutte volte e anfratti, lercio come pochi altri luoghi in città, si trovava un casino. La tenutaria stava giorno e notte nel minuscolo ingresso sempre aperto, e permetteva ai frequentatori di salire al piano superiore solo dopo che questi avevano pagato il compenso richiesto per le prestazioni delle ragazze che attendevano nelle uniche tre stanze della casa. 
E Don Filippo, immancabilmente, ogni martedì, entrava per confessare e portare conforto alle ragazze, ignorando tranquillamente certe considerazioni che su di lui facevano gli ipocriti benpensanti. Non entrava solo in quella casa di tolleranza, del resto, ma in tutte quelle del quartiere e degli altri posti vicini. 
Qui occorre specificare, per dovere di cronaca, che il religioso aveva superato da tempo la sessantina, e che se andava in quei luoghi era esattamente per il motivo che suggeriva la sua veste, ed era rispettato da ladri e prostitute quasi più del Vescovo o del Podestà.

Un certo giorno del marzo del 1913 da Ilda arrivò una ragazza nuova. Veniva da Ravenna, dicevano, ed era rossa di capelli: la Gina. In breve tempo non si fece che parlare di lei, e non solo tra via San Romano e corso di Porta Reno. 
La bellezza della Gina diventò la novità che in pochi ignorarono, quindi anche il religioso ne fu informato, ed in qualche occasione la incontrò pure, per strada, ma mai nella casa della Rosetta, quella di Ilda Naldi, dove esercitava la sua benemerita professione. 
Lei non voleva incontrare il prete, e non se ne conosceva la ragione.

Sempre in quel periodo le autorità cittadine stavano pensando seriamente a come risanare quell’area malfamata e spesso focolaio di malattie infettive, come la temutissima tubercolosi, ma l’entrata in guerra dell’Italia bloccò ogni progetto inizialmente affidato agli studi dell’ingegner Ciro Contini. 
E così passarono gli anni difficili del conflitto senza novità di rilievo per l’attività della casa della Rosetta. Solo verso la fine del 1918, per circostanze fortuite, Don Filippo e la Gina si incontrarono ufficialmente. Lei sempre bellissima, che sembrava ringiovanire con gli anni malgrado la vita difficile che conduceva e lui sempre molto attivo ed impegnato malgrado i quasi 70 anni. L’occasione fu la malattia di Pina, una prostituta amica della Gina, che cadde preda di una strana febbre ed in brevissimo tempo morì.

Quell’incontro segnò in modo definitivo il prete, e fu l’ultimo periodo nel quale lo si vide in giro in città. La Gina lo aveva sempre saputo, ed era per quello che lo aveva evitato sino a quando le era stato possibile. Lui si innamorò di lei, in modo totale, sin dal loro primo incontro. Lei all’inizio tentò di non cedere, e gli racconto di quando era fuggita da Ravenna, molti anni prima, di come aveva perso il figlio di un giovane rampollo appartenente ad una famiglia importante della Romagna e di come i parenti avessero iniziato a minacciarla. Aggiunse l’elenco di altre sue disgrazie e della sua cattiveria. Disse di come avesse tradito un giovane fidanzato, prima di iniziare il mestiere. Ma lui si era innamorato sul serio, ed ogni cosa che lei gli diceva non faceva che fargli crescere il desiderio fisico di toccarla, vederla, averla. E tornava da lei appena poteva, scordando tutte le altre persone ed i suoi doveri.

Alla fine lei cedette, e per vari giorni la Gina non ebbe clienti, ma rimase sempre chiusa nella sua stanza con Don Filippo. Solo dopo la scoperta di questo amore tanto diverso da quello che lui aveva sempre professato tutta la vita, e dopo che ebbe salutato per sempre la sua Gina, alla fine di quei giorni con lei, se ne tornò nel palazzo accanto alla Cattedrale e sparì dal mondo, forse seguendo o precedendo di poco il suo Vescovo. Era il 1919.

Della Gina, a sua volta, dopo questo fatto, non si ebbero più notizie attendibili. Raccontarono che si fosse trasferita in un’altra città del nord, ma su questa semplice voce non si sono avute conferme di alcun tipo e quindi la lasciamo alla sua storia, ormai passata, ed al suo destino. 
Arriviamo così al dottor Angelo Zappaterra, stimato medico dell'Arcispedale Sant’Anna, specializzato in malattie infettive.
Il medico sollecitava da tempo ed a più riprese un intervento che riqualificasse e bonificasse il quartiere tra via San Romano e corso di Porta Reno, ed ora i tempi sembravano maturi per realizzare un'operazione seria e radicale. Il progetto anteguerra di Ciro Contini, poi definito di “sventramento di San Romano” venne approvato da Roma solo nel 1926, ma ancora mancavano idee precise su cosa fare esattamente.
Intanto Renzo Ravenna, podestà di Ferrara, ebreo ed amico di Balbo, autorizzava interventi in altre zone di Ferrara dove veniva realizzata un’opera imponente di riqualificazione e ricostruzione, la cosiddetta addizione novecentista, e il quartiere, malgrado un nuovo progetto elaborato da un architetto di fiducia di Italo Balbo non veniva ancora toccato in modo significativo, conservando sino allo scoppio della seconda guerra mondiale la sua struttura medievale.

La notte del 22 aprile 1945, che fu l’ultima di occupazione della città da parte delle truppe tedesche, una mano ignota appiccò il fuoco al Palazzo della Ragione, che era sede del tribunale e conteneva gli archivi storici. Fu una catastrofe che segnò in modo indelebile il centro cittadino, e da quel momento iniziò l’opera di demolizione e di ricostruzione che per tanti anni si era rimandata.
Non furono quindi le bombe a fare danni, ma i progetti che vennero attuati nell’immediato dopoguerra, con la progettazione di edifici poco inseriti nel contesto ambientale e storico e con la distruzione di una parte della memoria collettiva cittadina.

Il cinema Apollo aveva l’ingresso della sua sala in corso di Porta Reno, ed era stato inaugurato nel lontano 1921. Era un edificio imponente, ed aveva superato indenne la guerra. Nel 1949 accanto all’Apollo venne inaugurata una sala più piccola, l’Apollino, ed è qui che, negli anni 50, Michele (Michlin, in dialetto ferrarese) veniva accompagnato dai genitori o dal nonno per vedere i suoi primi film, e faceva il biglietto ridotto, oppure entrava gratis le prime volte, quando Antonia, la cassiera, vedeva che era veramente piccolo.
Poi, bruciato il Palazzo della Ragione, si perse anche un po’ la ragione, e quei due cinema vennero demoliti, con altri edifici accanto, per fare spazio a costruzioni vagamente surreali e moderne, ma assolutamente fuori posto.
Quel lato del corso di Porta Reno divenne un corpo estraneo, messo a forza in un punto della città che non se lo meritava.
Bruno Zevi parlò di “stupro di Ferrara”, io mi limito a definirla “la ferita”.

                                                                                     Silvano C.©


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La forza del pianto


L’apparenza della debolezza è quanto di più fuorviante ci possa arrivare dall’educazione di secoli e, probabilmente, anche da predisposizioni genetiche.

Il pavone che fa la ruota e attira su di sé l’attenzione delle femmine ma anche quella dei predatori dovrebbe far sospettare che l’essere dimessi e mimetizzati non è segno di inferiorità, ma a volte precisa strategia vincente.

Non voglio cadere nell’errore di trasferire dall’etologia alla psicologia (o viceversa) certi concetti, anche se un tale modo di affrontare il problema è troppo diffuso e ci viene dal passato nobile di Fedro ed Esopo, per arrivare alle realizzazioni di Disney dell’altro ieri (che ci ha persino girato degli pseudodocumentari sulla natura ormai datati, per fortuna).

La forza liberatoria del pianto è sottovalutata da troppi uomini, che raramente si fanno cogliere con le lacrime in pubblico. A piangere sono sempre le donne, è chiaro. La Pietà è donna anche nell’iconografia moderna, e dove arriva l’orrore si cerca sempre il volto di una donna che piange i figli, il marito, o qualche proprio caro. Ci sono eccezioni, ovviamente, e stanno iniziando a piangere anche gli uomini, e non soltanto ai funerali, ma sono appunto eccezioni.

L’uomo deve esprimere la forza violenta e cieca, inarrestabile, vendicatrice, e puntualmente va incontro alle proprie contraddizioni pagandone il prezzo. Il pianto invece è liberatorio, lava via il dolore, oppure lo rende interno e completo, lo accetta come componente della propria vita, senza far fuggire dalle responsabilità  e spingendo a cercare soluzioni applicabili che non generino nuove lacrime.

Il pianto fa accettare la realtà, permette di elaborare il lutto e di continuare a vivere, mette nudi di fronte alle proprie fragilità, rende consapevoli esattamente nell’istante della disperazione, motivata o meno che sia. Pone anche gli altri di fronte a scelte precise. Io ad esempio ricordo momenti di pianto che mi hanno legato in modo più forte ad alcune persone o che da queste me ne hanno fatto allontanare. Non si scherza con chi piange. Lo si può plagiare, certamente, ma si è costretti a prendere posizione in modo netto. Un bisogno espresso anche attraverso il pianto non si elude, e quando si commette questo errore ci si autoesclude.

Non poter piangere, o non saperlo fare, è un handicap che costringe ad un ruolo che non tutti sanno sopportare. Per riuscirci alcuni si rifugiano nel branco per surrogare il bisogno di condivisione e di approvazione, anche se poi il branco chiede la rinuncia alla propria umanità, e non di rado degenera in violenza, fisica o meno che sia. Piangere aiuterebbe. Darebbe un senso o una dimensione. Farebbe crollare la propria fortezza costruita su sabbie mobili per lasciare una solida casa, a volte modesta, ma sufficiente per vivere, ché altro non serve.

                                                                                     Silvano C.©

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venerdì 12 settembre 2014

È facile offendere, in rete


È facilissimo, e non solo perché si è coperti da anonimato o perché si è maleducati e quindi si ritiene giusto apostrofare chiunque usando male parole senza problemi. 

No, il problema è legato alle caratteristiche del mezzo, che ancora in troppi ritengono una prateria senza regole e regno della libertà ma che invece possiede una forza mostruosa e probabilmente una memoria inesauribile, sicuramente non controllabile dai semplici utenti e probabilmente neppure dalle più grosse organizzazioni governative o private. Una quantità spaventosa di dati può essere immagazzinata da chiunque abbia le necessarie conoscenze e le possibilità economiche. 

Senza divagare tuttavia, nel caso che mi interessa, mi riferisco ad un’immagine volutamente parziale - e in qualche modo rubata -   utilizzata per farne una barzelletta mediatica.

Il Comune di Saronno, con l’intenzione di ridurre la burocrazia e permettere ai cittadini di autocertificare varie posizioni o stati, “avrebbe” prodotto un modulo di autocertificazione di morte. L’immagine gira da uno o due anni, forse anche di più. Il fatto grave è che è si tratta di un’immagine parziale, e non si vede tutto il documento, quindi non si fa capire che è un parente ad autocertificare la morte del congiunto.  
Ed infatti la firma, sotto, è ovviamente di chi autocertifica, non certo del defunto.

A me questo modo di comunicare in modo distorto fa arrabbiare, e non poco. Prima di tutto qualcuno ne approfitta per ottenere visibilità (merce sempre preziosa) in modo facile, poi altri vedono l’immagine o la notizia distorta e si prestano a pubblicizzarla a loro volta, valutandola solo un’operazione spiritosa, ed infine, cosa del tutto inaccettabile, si mette alla berlina una città che, grazie alle buone intenzioni di qualche impiegato comunale, ha offerto un servizio ai cittadini. Se non fosse chiara l’intestazione “Città di Saronno” o se questa fosse stata cancellata sarebbe stata una forma di ironia perfettamente legittima. 
Così invece no. Viene offeso chi non se lo merita, non è semplicemente una presa in giro della burocrazia in generale.

Io suggerisco di pensarci un po’ prima di contribuire a far girare certe false notizie, oppure di corredarle sempre di un proprio commento critico, che corregga almeno un po’ quanto altri diffondono senza riflettere.

                                                                                     Silvano C.©


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Ah, beh


L’ambiente: un grande magazzino di in centro commerciale, di quelli dove si trova di tutto, dalle lampadine ai cioccolatini, dalle mutante ai medicinali ed agli occhiali da vista. 

 
Il luogo più preciso: il piccolo spazio ristoro, dove un paio di distributori automatici distribuiscono bevande calde e fredde con 4 sedie dove stazionano tradizionalmente persone anziane ma non troppo, trovandolo un’alternativa ai più tradizionali e costosi bar.

La situazione da capire: nel grande magazzino sono in vendita pure quotidiani ed altre riviste che qualcuno, poiché le pubblicazioni non sono controllate come nelle tradizionali edicole, sfoglia, legge e poi rimette a posto senza comprare. Nei grandi magazzini certi comportamenti sono diffusi, come il furto di merce più o meno per bisogno, il semplice danneggiamento aprendo confezioni e poi consumare solo parte del prodotto, lo spostare da un espositore all’altro le merce solo per il gusto di creare confusione, l’assaggiare la frutta in quantità prima di comprarla o forse neppure comprarla.
Ogni tanto qualcuno porta un quotidiano, spesso quello locale, nello spazio ristoro, se lo legge con calma consumando un caffè e poi se ne va lasciandolo sul posto, senza neppure fare la fatica di riportarlo dove stava esposto per la vendita.

Dopo aver fatto un po’ di spesa prima di partire per un viaggio mi viene voglia di un caffè, e mi avvicino al distributore automatico.
Mentre aspetto che la bevanda venga preparata e poi, mentre la consumo, sono costretto a sentire i discorsi che fanno le tre persone sedute vicino a me. Sono quelli tipici, che conosco da sempre, velate da un pervasivo razzismo, dal giudizio su tutto e su tutti, dalle soluzioni pronte per ogni situazione, dal gusto immondo di distruggere con una sola sentenza inappellabile le vite di altri, per le loro scelte sempre sbagliate.
Uno di loro si spinge a criticare chi viene al supermercato e poi  legge i giornali senza pagarli, come ha fatto chi ha lasciato proprio poco fa qualcuno che se ne è andato lasciando su una sedia vuota il quotidiano. Poi, tranquillamente, prende il quotidiano abbandonato ed inizia a sfogliarlo.
A quel punto (confesso, è stato più forte di me) dico al lettore tentato:
-         Se vuole, visto che sto uscendo, porto io al suo posto il quotidiano.
-         Ah, beh, io lo stavo solo sfogliando.
-         Appunto…
Mi avvicino con la mano e mi offro di prendere, come avevo appena detto, il giornale. L’uomo lo richiude e me lo consegna, ed io mi allontano, senza sentire alcun commento alle mie spalle. Come promesso rimetto a posto il giornale e poi vado alla cassa a pagare. 

Solo dopo, ormai in auto, mi chiedo quante volte pure io ho detto tante cose più o meno giuste e, nella realtà dei fatti, mi sono comportato esattamente all’opposto.
Ma questa è un’altra storia, cosa c’entro io?

                                                                                     Silvano C.©


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lunedì 8 settembre 2014

Solo io posso capire


                                                                          dedicato a un'amica

Al posto di “io”, mettici pure “tu”, e la cosa non cambia.
Inizio in modo confuso, e cerco di rimediare. Ricomincio.

Di ogni pagina che io posso scrivere o aver scritto, di ogni testo prodotto da persone che sanno farlo bene, anche da autori importanti, si possono capire mille cose. 
Mai però esattamente quello che pensava chi ha scritto.
Ognuno raccoglie secondo la propria sensibilità, e alla fine una sola opera immortale diventa milioni di opere diverse, e non solo per colpa di traduzioni infedeli o infelici.

Quante volte sono stato frainteso, nella vita, neppure lo ricordo. E parlo del rapporto diretto con le persone, quelle con le quali ho parlato, con le quali ho condiviso con leggerezza o con difficoltà segmenti del mio percorso, persone amiche ed altre ostili, o indifferenti.

In realtà neppure io mi so capire, cerco conferma e forza in altri, mi uniformo anche se non in modo cosciente ad aspettative altrui, che diventano mie. Cioè scelgo una parte, e la recito. Poi ne scelgo un’altra, e recito quella. E di tanto in tanto mi riscatto dal mio monte dei pegni e recupero un po’ di quello che devo per la mia libertà, che diventa automaticamente solitudine.

Io spero che tu, che per caso mi leggi, sia più liber* di me. Te lo auguro. Io non credo quasi più alla libertà, ma solo ad una lunga sequenza di fatti che ci portano in una direzione imprecisa e confusa. Mica tutte le persone sono così, è evidente. Qualcuno emerge, o si immerge, vedila come vuoi, e trova una dimensione autonoma.

Parlo di chi ha soddisfatto i propri bisogni elementari e non se ne crea artificialmente ogni giorno di nuovi, cioè non è insoddisfatto perché non ha quel particolare prodotto ma, allo stesso tempo, può mangiare, dormire protetto, vestirsi quanto serve ed avere qualcuno vicino essendo vicino a qualcuno.

Non si sa mai dove il sogno ci fa arrivare, dove ci porta la fantasia, dove la realizzazione di un’idea porta vantaggi anche agli altri. Io almeno non lo so. E vivo molto male la sensazione di essere guida per qualcuno. Ho sempre il timore di dare indicazioni di parte, di plagiare, di convincere usando mezzi non leciti.

Per chi ha fatto il mio lavoro sembra del tutto assurdo avere questi pensieri, eppure li ho sempre avuti, ed il dubbio di trasmettere delle perfette idiozie non mi ha mai lasciato. Amavo ogni tanto dire una frase, che spero ponesse dubbi anche nelle giovani menti, ed è questa: 
-Voi cercate di imparare le cose giuste che vi dico, non le stupidaggini!-  
Cosa poi alla fine loro hanno capito veramente a volte mi consola ed altre mi deprime, ma io sono stato solo una delle tanti cause degli eventi, condizionato a mia volta, e tu capisci quindi quello che preferisci di tutto questo.


                                                                                     Silvano C.©


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domenica 7 settembre 2014

#Brustlina 30



Sandron e Fasulin
jè sol dù buratin
ma quand a jera un putin
im faseva ridar, e Fasulin
col baston sempr’in man
al dava dil zizul a tuti
con di cioch che al pareva propria
che chil test i fuss ad legn...


                                                                                      Silvano C.©


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sabato 6 settembre 2014

Settimo Muratore


Settimo nasce settimo figlio in una famiglia numerosa ma non troppo con due nonni, una zia, Giacomo, due genitori e altri sei fratelli.
Avrebbe potuto chiamarsi anche Ultimo, ma quando nasce nessuno prevede questo particolare, quindi sarà Settimo per sempre. Sicuramente non l’ultimo Settimo.

Il lavoro è quello che lo aspetta, niente altro che il lavoro, sin dai primi anni di vita, ad aiutare nella stalla e in campagna, con Giacomo. Giacomo è forte come un toro, basso e tarchiato, con due soli anni più di lui, e per non si sa bene quale motivo sin da piccolo lo trova sempre dalla sua parte, in ogni situazione di pericolo o di lite con altri ragazzi più o meno della loro età.
Neppure i fratelli maggiori gli dimostrano tanta amicizia, e lui si affeziona a Giacomo.
In famiglia capisce presto che niente è gratis. Il nonno tiene le redini del comando della famiglia in modo inflessibile, sino a quando una paresi lo blocca su una sedia, gli toglie ogni potere e lo rende molto più rigido per certi versi e del tutto cedevole per altri.

Il tempo passa. Il nonno viene ricoverato in un ospizio, dove vive i sui ultimi due anni su questa terra, ormai incapace di parlare e probabilmente di capire cosa succede. La nonna lavora, e cura maiali, conigli, polli, faraone e tacchini. I fratelli maggiori, uno dopo l’altro, si sposano e se ne vanno di casa. Il padre ha un incidente in campagna, e muore sul colpo cadendo da un albero del quale stava tagliando un ramo morto (l’ironia della morte a volte potrebbe persino far sorridere se non portasse con sé dolore e miseria).

Giacomo, il matto della famiglia, arrivato a vivere tra loro non si è mai capito per quale pietoso o egoistico gesto, che per tutta la vita ha solo lavorato come un mulo, ora lavora ancora di più, ma non basta per salvare la casa. Loro infatti non sono proprietari, ma mezzadri, ed adesso non vanno più bene al padrone, che li mette con gentilezza e molti sorrisi fuori dalla porta, regalando loro una striminzita somma come benservito finale.

 
Tutto si sfalda. Settimo si ritrova orfano di nonno e di padre, ora anche di Giacomo, abbandonato al suo destino senza pietà, perché non è uno della famiglia. Si oppone, ma non serve. Adesso lavora ancora, ma non più in campagna. Viene chiamato da Bertiglio nella sua impresa edilizia, prima di essere arruolato sotto le armi, perché il Duce ha dichiarato guerra, e serve anche lui al regio esercito imperiale.

Spedito sul fronte africano viene fatto prigioniero degli inglesi esattamente nel corso della prima azione di guerra, quando la sua pattuglia, mandata in perlustrazione, viene circondata e disarmata con efficienza e ben poco humor. La prigionia è lunga, e per tutto il tempo viene costretto a lavorare. Non viene trattato male, a dire il vero, ma non è una vacanza e la fatica è tanta. I prigionieri italiani del resto sono così simpatici agli inglesi che neppure dopo l’otto settembre vengono liberati, ma ancora ospitati dagli alleati nei loro campi, vitto alloggio e lavoro compresi.

Alla fine però viene liberato. Il ritorno a casa dura mesi, con tutti i mezzi di fortuna possibili, piedi compresi.
Quando torna i fratelli neppure lo riconoscono più e anche la madre dubita che sia lui. Per pietà un fratello lo ospita in un suo ripostiglio nell’orto, perché non si fida di lui ma allo stesso tempo qualche dubbio non gli manca.
Ritrova Bertiglio, che lo riconosce invece, e gli offre subito di riprendere quel lavoro che aveva interrotto molti anni prima.

Ora non si costruiscono più le case tutte uguali nelle zone della grande bonifica, ma la rinascita italiana è iniziata e la manodopera serve. Settimo in pochi mesi diventa muratore apprezzato e stimato, si trova un paio di stanze in affitto, praticamente lavora e dorme senza far differenze tra giorni festivi e feriali, e si trova pure una ragazza, che lavora in campagna. Con la sua famiglia chiude tutti i ponti. Smette di andarli a trovare e non vede più neppure la madre. 

Quando cerca di avere notizie di Giacomo all’inizio trova molte difficoltà, poi scopre che è morto sotto un bombardamento, il 28 gennaio del 1944. Col suo corpo il vecchio amico ha salvato una ragazzina che allora aveva 10 anni e che ora è viva grazie alla sua generosità ed alla sua forza. E ricorda quando lo difendeva, senza paura, davanti anche a gruppi di ragazzi più grandi di loro. Sente dentro di sé come un macigno la consapevolezza di averlo tradito quando avrebbe potuto difenderlo. Trova pure la tomba dove è stato sepolto, ma non c’è alcuna foto, solo un nome ed una data, quella della morte.

Molti anni dopo Settimo ha la sua famiglia, è legatissimo a Oriana, sua moglie, ed ai tre figli. Nella sua vita ha costruito palazzi e case più piccole, villette ed edifici pubblici. Non si è arricchito ma si è comprato alla fine una casa indipendente, coronando un sogno lungo una vita. Negli ultimi tempi ha lasciato l’edilizia - troppo pericoloso salire sulle impalcature - e si è trovato un lavoro in Comune. Alla fine ha saputo costruire senza concedersi mai troppi lussi inutili, risparmiando e lavorando. La prima volta che entra in un vero ristorante e non in una semplice pizzeria è quando si sposa Emilia, la primogenita. Settimo ha compiuto da poco 50 anni.

                                                                   Silvano C.©

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venerdì 5 settembre 2014

ArteSella


L’idea risale al 1986, come si può leggere nel sito di ArteSella, e da allora, in quasi 30 anni, questa zona del Trentino è diventata un punto di attrazione per un numero di visitatori sempre crescente.
Attualmente si sviluppa su due percorsi. Uno più breve, a pagamento, con molte opere artistiche che nel tempo sono diventate famose, ed uno un po’ più lungo, che prevede una camminata tra i boschi.  
Le immagini che qui presento sono mie e sono solo alcune di quelle che ho raccolto in due mie visite, negli anni 2010 e 2013, ma bastano per rendere l’idea di quello che si può ammirare nell’area, che dista pochi chilometri da Borgo Valsugana, a due passi dai luoghi cari ad Alcide Degasperi.






Le due immagini che seguono riguardano una curiosità da non perdere. Nel percorso breve una piccola costruzione in pietra racchiude al suo interno un segreto. Entrando ed abituandosi all'oscurità, sedendosi su una piccola panca, si può ammirare sulla parete di fronte il panorama che si trova all'esterno con una vista sulla montagna alle proprie spalle. Ma è un'immagine rimpicciolita e capovolta, esattamente quella che si potrebbe osservare in una fotocamera tradizionale con la pellicola se fossimo dentro la piccola camera oscura, oppure quello che succede dentro il nostro occhio, col cristallino che proietta le immagini sulla retina, prima di mandarle alla corteccia visiva del cervello.

  Ed ora si riprende il percorso











Spero di essere riuscito ad incuriosire, e di aver dato un piccolo suggerimento per un visita in Trentino. Grazie dell'attenzione.

                                                                                     Silvano C.©


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giovedì 4 settembre 2014

Apocrifo


Io lo dico. Ho cambiato idea.

Tu non ucciderai tuo fratello, te lo impedirò, e ti toglierò dalla mente anche ogni altro istinto aggressivo. 

Tuo fratello non piace neppure a me, lo confesso, e lo dirò pure a lui appena avrò finito di spiegarmi con te. Non mi piace chi è sempre bravo in tutto ciò che fa, è invariabilmente buono e dalla parte giusta. Mi dà un po’ sui nervi. Non per questo tuttavia mi sembra il caso che tu lo uccida o che io ti permetta di farlo. Scordatelo. Saresti un pessimo esempio per tutti, e troveresti troppi imitatori con l’avanzare dei tempi. 
 
Ti informo pure che da questo momento preciso tu non mangerai più carne. Intendo con questo interi corpi o singole parti di qualsiasi essere vivente.
Inoltre il lupo non sbranerà più l’agnello. Ti chiederai come, forse. Tu non preoccuparti, so come fare. 

In fondo mi sei pure simpatico, ma non ti voglio veder diventare un assassino solo perché mi sei simpatico. Spero che tu mi capisca. Ti saluto e ti ricordo solo di non chiamarmi inutilmente. So perfettamente quando è il caso che io intervenga.

Ora vado da tuo fratello. Ciao, Caino.

(Lungi da me ogni idea di sostituirmi o anche solo paragonarmi a Chi può, perché sarei pericoloso ben più di Caino oltre che dimostrarmi un perfetto idiota)
                                                                                     Silvano C.©


( La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

tette piccole


Nemmeno sessant’anni e praticamente inutile.
Inutile, come un ramo secco di un albero che avrebbe anche potuto dare frutti, o, alla meno peggio, ombra.
 Non ha senso ascoltare chi si lamenta di tutto, che non ha questo e non ha quello, che gli altri hanno culo e le spinte giuste. Se il culo lo muovessi avresti forse qualche cosa di più. Mica è stata facile, neppure per me, e per un po’ avevo pure trovato quello che mi piaceva. Con il tedesco e l’inglese me la cavo, e potevo viaggiare, organizzare, vedere gente. Non mi davano molto, è vero, ma Claudia guadagnava di suo, e ci bastava. Poi ci vedevamo il giusto, senza mai convivere. Odio chi mi vuol soffocare. Claudia non mi soffocava. Infatti se ne è andata. Se ne è andata da tanto che ho perso persino il conto.

E poi non è vero che basta muovere il culo, tutte balle. Io racconto balle, ma sono stanco anche di dire quello che fa solo piacere agli altri. Simpatico non so se lo sono mai stato. Forse per un po’ si. Ma solitamente ho una faccia da funerale che innamora, come se avessi il morto in casa. Ecco, per Claudia io avevo sempre l’espressione di chi ha il morto in casa. Che simpatica quando me lo faceva notare. Ed io che non capivo.

Sono fortunato però, anche se non so ancora come finirà. Ho due fratelli. I nostri sono morti, ma ci hanno lasciato appartamenti e soldi. E una casa in montagna, dove scappo appena posso, e dove ormai vivo stabilmente, quando non vengono Alfredo con la moglie o Martina. Martina voleva un figlio, e stava con uno che non se la sentiva. L’ha mollato. Ha trovato quello giusto. Ha fatto una figlia, e quello giusto ha mollato lei.
Come famiglia siamo fortunati e sfigati allo stesso tempo.
Chi si è sistemato è Alfredo. Lui lavora in banca, buon posto, di responsabilità. E la moglie fa la ginecologa, con un ambulatorio privato, pare sia brava e guadagna un pozzo di soldi.  Hanno un appartamento in centro, una casa in campagna e questa casa in montagna, cioè, un terzo di questa casa in montagna.

Io in città ormai ci sto male. Non sopporto più la gente, la maleducazione, i ragazzi che bevono, gli stranieri invadenti e i razzisti italiani, la sporcizia e il vicinato. Uscire non mi va più. E poi per fare cosa? Trovare donne? Vedere amici? Non ho i soldi, per ogni cosa servono soldi. Anche la macchina mi costa soldi, e io non ne guadagno, ma alla macchina non rinuncio.

Mi avevano preso, qualche anno fa, in un albergo a poca distanza da questa casa in montagna. Mi avevano messo alla reception, me la cavavo. Paga bassa ma vitto compreso, e non è poco. Poi è arrivata Lisetta e mi hanno fatto capire che non servivo. Me lo hanno detto, intendo, con una settimana di preavviso. 
A me se le cose le dicono le intuisco subito.

Praticamente sopravvivo. In questa casa di montagna, che dovrei chiamare baita, per essere preciso. Ci faccio i lavori che servono. A spese mie. Questa estate ho passato su tutte le parti esterne in legno il protettivo. Ho abbattuto alcuni abeti cresciuti troppo, e troppo vicini. Ora ho legno per la olle, ed ho fatto eseguire pure il controllo alla canna fumaria. Non mi fido molto a farla andare al massimo, la stufa, basta un piccolo incidente e va tutto a fuoco. Ma qui da solo adesso sto bene. Posso leggere andando alla biblioteca del paese e prendere in prestito quello che mi interessa senza spendere inutilmente.

Mi manca una donna? Un po’, è vero. Ma chi mi prende, e chi la sopporta dopo? Le giovani neppure mi vedono, sono solo io che le vedo. Una della mia età si porta dietro una vita di abitudini e di esperienze che non sono le mie, e non mi interessano. Non mi ci abituo. Ci ho provato, anni dopo che Claudia era partita per la sua vita senza di me. E mi sono annoiato dopo neanche due mesi. Forse era quella sbagliata. Era magra e non molto alta, tette piccole, come piace a me. Ma mi sono stufato. Convivere era impossibile, e stare lontani anche. Telefonava in continuazione. Neppure il tempo di farmi venire voglia di vederla di nuovo che me la faceva passare.

E allora come faccio? Faccio senza, è chiaro. E mi arrangio.
Adesso mi sono alzato da poco e mi preparo un po’ di latte col caffè. Mi mangio una fetta di pane con la marmellata di fichi. Poi vado a fare un giro qui nel bosco, prima di tornare a pranzare con pane e formaggio, verso mezzogiorno. Nel pomeriggio dovrebbero venire a farmi visita mia cugina col marito. Sto bene da solo, ma loro restano un paio di giorni. Non mi daranno fastidio.

Cosa ti racconto e perché proprio a te? Non lo so. Io sto solo pensando ai fatti miei, sei tu che non ti fai i fatti tuoi, non credi? Basta, esco. La baita è isolata quanto basta, ma attorno ce ne sono altre, e stanotte ho sentito rumori in quella più in basso, quella dove ci vengono spesso quei due di Milano. Magari sono loro, chi lo sa. Lei ha un bel culo e due tette piccole…

                                                                                     Silvano C.©


( La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

martedì 2 settembre 2014

#Brustlina 29


Precedenze.
Questa devo spiegarla con un disegno (non è un granché ma rende l’idea).
Dunque.
Io sono B, e sono in bicicletta.
A è una ragazza o una giovane signora, pure lei in bicicletta.
Conta poco sapere chi è dal punto di vista della precedenza, mentre ha la sua importanza per la risposta e per le mie considerazioni successive.

Arriviamo contemporaneamente all’incrocio. Io sul percorso grigio lei su quello rosso. Ci vediamo da prima dell’incrocio, perché lei arriva da un ponticello ciclopedonale (anzi, solo pedonale, visto che c’è un cartello che lo indica, ma tutti ci vanno tranquillamente anche in bici) e non ci sono ostacoli visivi o muri. Lei chiaramente vuole fare il percorso più breve, tagliandomi la strada.

Alla fine entrambi freniamo, ed io:
-         Se entrambi teniamo la destra non ci blocchiamo a vicenda.
Lei:
-         Va bene, vorrà dire che aspetteremo.

Fine del brevissimo dialogo. Entrambi abbiamo parlato con tono calmo e con il sorriso sul viso, senza toni aggressivi e senza alcuna polemica o conseguenze. Lei sicuramente ora non mi pensa più, o mi giudica un vecchio idiota magari rompipalle che ha zittito con una battuta.
Io invece ci penso anche adesso, e lo vedo un cattivo indicatore sociale.

Se anche una giovane apparentemente senza problemi ed incontrata casualmente per strada non capisce che un minimo di regole servono (ed è deleterio non rendersi conto che anche non ammetterlo è pericoloso, perché si sfocia poi facilmente nel sopruso e ci si abitua a ragionare solo in termini di proprio comodo e non di convivenza civile) io la vedo difficile, molto difficile. 

(Il percorso di A avrebbe dovuto essere quello verde, ovviamente)

                                                                                      Silvano C.©


( La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

lunedì 1 settembre 2014

Ventinove


(Qui inizia la storia, se ti interessa)
Ventinove si trovava bene a Rovereto, anche se rimpiangeva un po’ Querciolano e quei tempi lontani.
Uscì dalla sue stanze e incontrò subito in strada Settecentoquarantrè. Questo significava iniziare bene la giornata, perché quella ragazza gli piaceva, e non poco. Lui sulle prime pensò ad una casualità, ma lei, un po’ arrossendo, gli si avvicinò e l’avvisò che Uno avrebbe avuto il desiderio di vederlo.
- No, non ne sapeva il motivo.
- Sì, poteva andare quando voleva, senza fretta, però meglio se prima di mezzogiorno.
- Sì, anche lei era felice di vederlo.
- Va bene, magari in serata avrebbero potuto trovarsi.    

Ventinove con un sorriso che illuminò tutto intorno la salutò, e la guardò allontanarsi senza perdere uno solo dei suoi movimenti e dei particolari del suo abbigliamento. Era bella Settecentoquarantrè, molto bella. E forse lui non le era indifferente. Questo lo pensava, già da un po’



Dopo aver sbrigato due commissioni urgenti passò per un attimo a guardare il cielo, in un momento di calma di quel negozio non più vuoto di della Terra 15, di fronte alla chiesa di San Marco, la principale della città. Ora era diventato una mostra d’arte, un po’ strana a dire il vero, con una disposizione originale delle varie opere. La cosa interessante però è che raramente c’era gente in giro, ed il piccolo popolo poteva così uscire all’aperto direttamente in quello spazio, spostando con cura i vecchi mattoni che formavano il pavimento per poi rimetterli al loro posto una volta finita l’escursione in superficie.
 
Arrivò da Uno allegro e curioso di sapere il motivo della convocazione inaspettata.
- Entra, Ventinove, ti stavo aspettando, volevo festeggiare con te. Siediti.
- Festeggiare con me? Cosa, di grazia?
- Oggi è il 1 settembre, è il mio compleanno…
- Accidenti, aug..
- Grazie, Ventinove, ma non amo i festeggiamenti dei miei compleanni, e oggi faccio un’eccezione solo per te. E quindi dobbiamo brindare. Quello sì.
Senza aspettare Uno prese una bottiglia e due bicchieri. Mise i bicchieri sul tavolo accanto al quale Ventinove si era seduto, come richiesto. Fece saltare il tappo della bottiglia e versò un po’ di nettare brillante e pieno di bollicine nei due bicchieri. Invitò l’ospite a servirsi e:
- Questo nettare lo produce la famiglia Lunelli, persone in gamba, e me lo fa arrivare un vecchio amico che da tanti anni non vedo. Lui vive a Trento. Il suo popolo si trova benissimo proprio sotto le cantine. Un giorno te ne parlerò, se vorrai. Ma non è questo il motivo della mia convocazione, e non mi interessa festeggiare i miei troppi anni. Sono stanco, Ventinove, ed è ora che passi ad altri le responsabilità della guida.
- Ma io…
- Non parlare, per adesso. Ascolta. Tu sei in gamba, sai usare la testa e sai agire quando serve. Il tuo consiglio di spostarci qui ci ha aiutato tutti, e non te ne sarò mai abbastanza grato. Ne ho parlato pure con Novanta, la nostra economa e pesatrice ufficiale. Anche lei inizia ad essere stanca, dopo tanti anni. Ecco la nostra idea. Tu prenderai il mio posto, a partire da adesso. Non sarai solo, sia chiaro. Io resterò con te sino a quando ne avrai bisogno, ma poco alla volta saprai arrangiarti. Anche Novanta ha iniziato da un po’ ad istruire la mia aiutante giovane più in gamba, Settecentoquarantrè, e la ragazza fa progressi notevoli. Ormai sa fare tutti i conti con una precisione incredibile, e come pesatrice è quasi meglio della sua maestra. Tu conosci Settecentoquarantrè?

Il vecchio Uno, nascondendo perfettamente i suoi pensieri, rimase in silenzio dopo la domanda, per godersi l’imbarazzo di Ventinove, colto come un bambino a rubare la marmellata. Non gli era sfuggita la simpatia tra i due giovani, ma ora fingeva di non essersene mai reso conto.
- Sì, la conosco, da un po’, non so, e… cosa c’entra lei?… e poi…
- Semplice, Ventinove. Tu diventi il capo, e lei la tua consigliera. Per i primi tempi io ti invito a consultare anche Settantotto. Lei ha una conoscenza profonda dell’animo, sa come trattare i maschi del piccolo popolo, e pure le femmine. Ti sarà utilissima, e a lei farà piacere esserlo, è generosa come poche. Ma ora vai a casa, Ventinove. Tu sei il nostro nuovo capo, ma non ci sono decisioni da prendere, oggi, e non credo neppure nei prossimi giorni. Rifletti su quanto ti ho detto, e torna quando avrai domande. Non prima di domani però.

Uno, a quel punto, fece un sorriso e fece capire che il colloquio era finito. Si avvicinò alla porta e fece uscire l’ospite, rimasto con mille perché inespressi ed altrettante obiezioni. Ci sarebbe stato tutto il tempo per ogni cosa.

Ventinove uscì e iniziò a girare a vuoto. Di andare a casa non se ne parlava. Uscire fuori non era il caso, meglio non farlo di giorno. Avrebbe avuto voglia di vedere Settecentoquarantrè, ma era troppo presto. Si erano dati il loro primo appuntamento per quella sera. Non era il caso di anticiparlo, o di andare da lei e metterla in allarme o di preoccuparla. Chissà poi se Novanta non le aveva già fatto un discorso simile a quello che Uno aveva fatto a lui? Probabile, conoscendo quei due.

E così trascorse qualche ora percorrendo pensoso le vie della loro piccola, pacifica e minuscola città. I tempi erano maturi per i mutamenti, sì, lo erano.


                                                                           Silvano C.©


( La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

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