martedì 14 maggio 2013

Prima che sia troppo tardi


Certo che guardo una bella donna se mi capita di vederla per strada o in qualsiasi altro posto. È una mia debolezza, e lo è sempre stata, sin da quando ero piccolo.
Negli anni tuttavia mi è cresciuta questa forma di ammirazione per le donne divenendo sempre più di rispetto, sino a cercare di capire il coraggio e la determinazione che alcune devono avere per poter tirare avanti. La capacità di sacrificio e di sopportare il dolore fisico molto più degli uomini, anche se ovviamente ci sono eccezioni. Il bisogno umano ed irriducibile di realizzare sé stesse, in una società che solitamente avvantaggia il maschio, per antica e storica abitudine.
E provo vergogna, da qualche tempo, per il fenomeno delle uccisioni di donne da parte di mariti, compagni, amanti, fratelli e padri. Senza scordare gli episodi di violenza animale che capitano per strada e nei luoghi pubblici, dove il destino fa incontrare ad una donna il suo carnefice, e sarebbe bastato solo fare una strada diversa, o prendere un treno diverso, per non cadere vittima dell’assurdo.
So che un uomo è programmato geneticamente per agire fisicamente, ma molto di più è figlio di una cultura che lo fa crescere con una mente deviata, in certi casi. Oppure, e capita pure questo, trasforma le proprie limitate capacità di dialogo in atto brutale.
Non è colpa della ragazza che si veste anche in modo appariscente se un assassino la aggredisce, come dicono alcune menti deviate ed ottuse. Credo anzi che questo voler dare alla donna limiti precisi di comportamento non sia altro che misoginia camuffata da bontà e carità cristiana.
Ma provo vergogna, lo ripeto, perché come uomo mi sento colpevole di quanto fanno altri uomini. Non li giustifico, non li capisco, sporcano pure me. Questi uomini mai cresciuti vanno curati, puniti, controllati, messi in condizione di non nuocere, rinchiusi se serve, e comunque tenuti lontani dalle loro potenziali vittime, e questo prima che si arrivi al femminicidio, quando si vedono i primi segni, quando la donna inizia ad avere paura. 
Si, prima che sia troppo tardi.                     
                                                                                    Silvano C.©

( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

lunedì 13 maggio 2013

Domenica aperto - Orario continuato

Possibile che la domenica serva assolutamente mezzo chilogrammo di spaghetti o il pane fresco, o un videogioco improvvisamente indispensabile, o una lavastoviglie nuova?

La mia è una domanda retorica, ovviamente, perché penso di no.

Alcune professioni non hanno giornate di riposo ma turnazioni. Parlo di emergenza, informazione, ordine pubblico, e poche altre. Alcune attività sono tradizionalmente legate ad una apertura domenicale e ad una chiusura infrasettimanale diversa, penso alle pasticcerie, alle edicole e così via. E poi ci sono le località turistiche, dove solitamente gli esercizi sono costretti a mesi di forzata chiusura, nelle quali durante la “stagione” non si fanno differenze tra festivi e feriali.

La liberalizzazione delle aperture festive nel settore del commercio non porta a nuovi posti di lavoro né ad un maggior vantaggio per gli utenti, se non quello limitatissimo di poter evitare di programmare gli acquisti. La quantità di denaro che si può spendere non aumenta se abbiamo più occasioni di farlo.

Questa liberalizzazione però porta modifiche sempre più invasive al nostro modo di vivere, penalizzando occasioni di riunioni di famiglia o di gruppi di amici, o intralciando attività ricreative di varie associazioni. In altre parole diminuisce la qualità della nostra vita.

Non si obietti che gli stranieri, o le grandi catene di distribuzione, terrebbero comunque aperto. Questo può avvenire solo se i regolamenti sul commercio al dettaglio lo permettono, altrimenti nessuno apre un negozio di frutta, detersivi e casalinghi anche la domenica pomeriggio, e neppure l’ipermercato (sino a poco tempo fa) obbligava il personale a lavorare il 25 aprile.

Questo, unito all'apertura di grandi centri commerciali, accelera la mutazione della struttura dei nostri centri storici.  Non è solo la crisi che fa chiudere tanti piccoli negozi, è la concorrenza spietata della grande distribuzione, dove lo stesso articolo si trova a prezzi più bassi. Tutti vogliono spendere meno, ed il gioco è fatto: interi quartieri, prima con negozi tradizionali o tipici, vengono svuotati e stravolti.

È lo stesso processo che avviene quando compriamo un oggetto prodotto in paesi dove non si rispettano le garanzie sindacali che da noi pesano tanto agli imprenditori, o quando noi stessi, chiedendo servizi al nostro Comune, accettiamo che questo non faccia lavorare suoi dipendenti, garantiti, ma esternalizzi tali servizi affidandoli ad una cooperativa con soci di fatto sottopagati e sfruttati.

Invertire la rotta? Quasi impossibile credo. il Mercato, sempre meno controllabile, ci sta distruggendo le fondamenta sociali, comunitarie, solidaristiche. Io, che ho sempre acquistato auto FIAT, da ora in poi non so se continuerò ancora a farlo. Vedo passare sulla ferrovia del Brennero treni-bisarca carichi di auto straniere che noi importiamo dal nord. E molte di più ne arrivano via mare, con i container. 
Per qualcuno questa è una battaglia di retrovia, destinata alla sconfitta. Per altri io vorrei “santificare” la domenica, cosa che praticamente non faccio da oltre mezzo secolo. 
E' ovvio che in tempo di crisi è meglio lavorare piuttosto che passeggiare il giorno di festa (Catalano non avrebbe potuto dirlo meglio, immagino), tuttavia, appunto poiché siamo in tempo di crisi, è ora che si ripensi al sistema che ci viene imposto, ed occorre superare modelli che si è visto non funzionare o portare solo danni.
Non si tratta di vietare i supermercati, ma di dare regole diverse, e di studiare un modo serio per difendere i piccoli negozi. L’ultima rivoluzione mi sembra che li stia uccidendo, piuttosto che salvarli.

Vale quindi davvero la pena avere aperti la domenica il negozio di giocattoli o la salumeria?

                                                                                  Silvano C.©


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venerdì 10 maggio 2013

riflessioni sul futuro (della scuola)



Riflessioni sul futuro della scuola in Trentino e in Italia.
Riflessioni di un insegnante dopo una vita di lavoro nella scuola pubblica, in Trentino.
(sintesi di un “documento” presentato quasi 5 anni fa anni nel mio Istituto)
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Circa 25 anni fa due insegnanti di Trento: Toti Buratti e Franca Marenzana pubblicavano un ameno volumetto di vignette sulla scuola dal titolo adoro la scuola, edito da Bertani editore. Da questo ho ricavato la vignetta che segue.




La vignetta fa capire, al di là di ogni ragionevole dubbio, che gli insegnanti seriamente impegnati nella scuola già pensavano, 25 anni fa, in termini di competenze e di abilità in uscita, anche se ovviamente non potevano usare questi termini precisi. Cioè riflettevano seriamente sugli effetti che il loro insegnamento avrebbe prodotto o non prodotto sugli alunni.
Ora nella scuola è in atto una rivoluzione, che riguarda appunto la necessità di programmare le attività didattiche in termini di competenze, abilità e conoscenze.
Cioè, detto in termini diversi, spostare l’ottica dal programma che l’insegnante svolge, da quello che fa nelle sue lezioni, a quello che l’alunno apprende, alle abilità e alle competenze che questi raggiunge.
Penso che nessuno possa affermare che sia un’idea sbagliata, anche perché, come ho già fatto notare, non è del tutto nuova.
Del resto è ovvio che se io acquisto un’auto Fiat non m’interessano i problemi che riguardano i turni degli operai, la loro mensa aziendale, il fatto che questi fossero motivati nel lavoro o rispettassero certe cose burocratiche interne alla loro impresa. 
A me interessa che l’auto funzioni, sia costruita con buoni materiali, sia veloce e sicura, sia rispondente a tutti i criteri di sicurezza moderni, risponda alle norme anti-inquinamento più recenti e così via.
L’ottica della scuola quindi si sposta sul prodotto finale, cioè su quello che il ragazzo in uscita sa fare, ha capito, sa spendere per la vita che lo aspetta.
Cioè, per tornare ad un linguaggio più usato: la scuola deve formare il cittadino.
È necessario tornare ai vecchi concetti, perché da quelli noi veniamo, tutti. Non per fermarci però, ma per andare avanti, e rendere la scuola sempre più efficiente, funzionale, utile, seria e moderna.

Qui però devo fare una prima riflessione personale amara. Se lo scopo finale di ogni riforma scolastica fosse solo quella di dare ai ragazzi il meglio possibile, e di alzare il livello culturale delle nuove generazioni, armarle meglio per affrontare la vita sempre più complessa, non assisteremmo, da troppi anni ormai, a continui tagli alla scuola pubblica, a corsi di aggiornamento che tutti, indistintamente, vanno nell’ottica della razionalizzazione e riduzione delle risorse, della riduzione del tempo scuola, in una parola, del risparmio.

Sarebbe logico attendersi la presentazione, assieme a tutto questo, anche di modelli che richiedano maggiori investimenti, maggior tempo scuola, più ore per la matematica, ad esempio. Ed ho la conferma, in mancanza di questa visione veramente mirata sul bene della scuola, che il vero motivo sia il risparmio, solo quello. Motivazione più che legittima, sia chiaro, ma diversa da quelle ufficiale.

In ogni caso condivido che sia utile puntare alle competenze necessarie al termine dei vari segmenti educativi. La necessità della scomposizione in moduli operativi dell’azione dell’insegnante, per arrivare ad una “didattica modulare”, è presente già nella scansione di molti libri di testo, ed è fondamentale una programmazione dei tempi scuola necessari per lavorare in modo che le singole abilità e le più ampie competenze possano essere valutate in modo più rigoroso. Occorre probabilmente, per questo, una maggior precisione nella stesura dei piani individuali di insegnamento dei singoli docenti, ma credo che lo sforzo possa poi essere ampiamente compensato dal fatto che si possiede un modello guida già pronto, per tutto l’anno scolastico.

La scuola, con la sua componente docenti, deve fare il massimo sforzo per rendere espliciti all’utenza, alunni e genitori, le modalità di lavoro, di valutazione, il fine ultimo insomma dell’azione educativa. Non per rispondere alle sole esigenze accettabili o meno dei genitori, ma per rendere l’azione educativa il più possibile efficace con gli alunni. La famiglia, nel suo ambito, e la scuola nel suo, svolgono entrambe un’azione sui ragazzi. Le modalità di questa azione, i tempi, la carica emotiva, gli obiettivi specifici possono però essere molto diversi.   
La componente docente inoltre deve fare il massimo sforzo per accordarsi alle indicazioni del Dirigente, della Provincia e del Ministero.
La libertà di insegnamento ha questi limiti naturali. Le indicazioni superiori e il massimo sforzo individuale possibile, che tiene conto delle competenze, della preparazione e della costante azione di aggiornamento.


Riguardo alla scuola che deve privilegiare i laboratori vorrei qui ricordare Adriano Franceschini (1920-2005), che è stato uno dei più grandi storici che Ferrara abbia potuto vantare in epoca recente.
 
Franceschini non è stato solo un finissimo studioso, un uomo colto ed umile, che non si è mai arricchito col suo lavoro. E’ stato anche un maestro intelligente, innovativo, umano, severo e preparato. È stato il mio maestro, quando io ero un ragazzino di terza, quarta e quinta elementare. Alla fine degli anni 50 utilizzava già proiettori portatili per diapositive, ci faceva costruire immensi presepi con chili di Pongo, ci faceva raccogliere bozzoli di farfalle da far schiudere in classe, ci portava in visita alle segrete del Castello Estense, ci faveva visitare la mostra di Boldini, parlandoci pure dei suoi quadri “proibiti”, faceva educazione sessuale non per tutti, ma per quelli che avevano manifestato certe curiosità cioè quelli pronti a capire le sue parole. Ci faceva imparare i canti della prima guerra mondiale o il “Va pensiero”. Ci faceva fare ricerche sulla Treccani.
Il suo approccio laboratoriale alle materie si può esemplificare in un episodio. Un giorno, non so chi di noi ragazzini, chiede se pesa di più la sabbia secca o quella bagnata. Lui non spiega la risposta, ci avrebbe impiegato pochi minuti a farlo. No. Manda il bidello in cortile a raccogliere un paio di contenitori di sabbia. Manda alcuni ragazzi a riempire un secchio di acqua. Tira fuori dall’armadio bilance, scatole, bicchieri, contenitori, e altre cose che non ricordo.
Non ricordo neppure cosa ho fatto io esattamente, ricordo solo la sua arrabbiatura solenne che si è preso quando ha visto l’aula trasformata in un pantano, sabbioso e incalpestabile. Credo che si sia divertito molto sia a farci sporcare, ed a sporcare l’aula, e poi a sgridarci. In effetti, malgrado la sua sgridata, non mi sono sentito in colpa allora, ed ancora oggi mi lascia dentro una profonda nostalgia. Quella è stata una lezione laboratoriale.
Come era laboratoriale farci trovare il peso di un foglio di carta che la bilancia neppure si accorgeva che veniva appoggiato, o la superficie di una figura irregolare arrotondata, come si trova oggi nei test OCSE-PISA.
L’insegnamento laboratoriale gli insegnanti seri lo applicavano già nel 1958.   Poi, in seguito, crescendo, ho avuto anche altri insegnanti, come ad esempio il celebre Prof: Conconi. Solo Adriano Franceschini però merita, per me, l’appellativo di Maestro.

Le persone come Franceschini, che per fortuna sono tante nella scuola pubblica, rendono la scuola italiana migliore di quello che la farebbero le leggi e le riforme. Io personalmente credo nella scuola pubblica, e vivo sempre con profonda mortificazione le spinte in direzione statunitense, come se l’Italia avesse da imparare dagli Stati Uniti in termini di scuola e sanità pubbliche. I buoni insegnanti devono ricevere un minimo di riconoscimento, non essere demotivati come avviene nella scuola pubblica americana.

In questa ottica è difficile accettare che alcuni genitori chiedano ripetutamente la settimana corta, che non capiscano che altre sono le priorità, che tale scelta è semplicemente miope e controproducente nei sui effetti sui loro figli.
Qui voglio riassumere le motivazioni più importanti che mi fanno pensare che una settimana su 6 giorni sia più funzionale per gli scopi della scuola moderna, e li elenco sinteticamente, con un breve commento. Tali motivazioni sono sia di carattere puramente didattico ma anche di opportunità politica e logistica. E tutte, indistintamente, hanno come unico interesse, le modalità di apprendimento delle competenze necessarie da parte degli studenti.
Il modulo attuale, sino ad oggi, si è rivelato funzionale. Esistono strumenti, anche se imperfetti, per misurare l’efficacia del percorso educativo proposto. Questi strumenti sono l’auto-valutazione, i test provinciali o statali e il grado di successo dei nostri ex alunni nel loro successivo percorso formativo, qualunque esso sia. Per ora tali indicatori non sono stati negativi. Questo sembra rientrare nelle finalità principali della scuola, che dovrebbero essere quelle della massima funzionalità dell’azione educativa, della preparazione seria dei nostri studenti, dello sviluppo di quelle capacità che permetteranno loro di affrontare la Scuola Superiore, il percorso in Istituti o Scuole Professionali o, più semplicemente, per inserirsi nella vita.
Nelle realtà scolastiche pubbliche locali, dove si è realizzata una settimana di cinque giorni, sono emerse problematiche proprio per quanto riguarda la preparazione degli alunni ed il loro proseguimento dopo la scuola media. Altre realtà scolastiche sembrano lontane dalla nostra situazione contingente. Un esperimento si sta tentando in una scuola secondaria di Brescia, ma è in fase di realizzazione, e non se ne conoscono ancora gli effetti. Un altro esperimento pare in corso in una scuola di Firenze. Altri esempi, riguardanti paesi stranieri come la Danimarca, sembrano oggettivamente troppo lontani per poterli applicare al nostro caso. In Francia, con altra organizzazione sociale e scolastica, esiste la settimana corta, ma il tentativo recente di introdurre una settimana cortissima non ha avuto seguito. Sarebbe interessante misurare oggettivamente il successo scolastico nel proseguimento degli studi di alunni che hanno avuto la settimana corta e quelli con la settimana di 6 giorni
Le prime ore del mattino sono le migliori, in assoluto, per quanto riguarda la capacità di concentrazione dei ragazzi.  Più ci si avvicina alle ultime ore del mattino, per non parlare delle pomeridiane, emergono momenti sempre più evidenti di stanchezza e di rifiuto, in particolare nei soggetti più deboli o problematici. L’orario delle lezioni, proprio per questo, cerca di non penalizzare nessun insegnamento in questo senso. E un orario settimanale su cinque giorni offre meno prime ore di un orario su sei giorni e, anche se a prima vista potrebbe sembrare paradossale molte più ultime ore, notoriamente più difficili dal punto di vista didattico. Da ricordare che alcuni esperti dell’Azienda Sanitaria richiedono esplicitamente per il loro intervento esclusivamente le prime ore, sostenendo che poi è più difficile farsi seguire dai ragazzi.
La proposta di ovviare a questa difficoltà nelle ore finali della mattinata o della giornata con approcci didattici diversi, laboratoriali, è tutta da verificare. Ed in ogni caso, l’approccio laboratoriale, si può adottare anche e soprattutto in una scuola su 6 giorni.
La suddivisione oraria attuale, con ore non di 60 minuti, recuperati poi in vario modo dagli insegnanti, permette, sull’arco dei sei giorni, l’inserimento o il mantenimento di vari insegnamenti, come ad esempio le tre ore per ogni lingua straniera, l’informatica, l’educazione tecnologica. Permette recupero ed approfondimento, nei casi concordati in Consiglio di Classe. Tale suddivisione oraria appare ininfluente ai fini di una scelta del tempo scuola.
Nel nostro Istituto si sono ridotte progressivamente le attività di svolgimento pomeridiano dei compiti a scuola, sino ad eliminarle, perché spesso sono stare semplicemente un modo per coprire le assenze delle famiglie, con ragazzi non motivati e costretti a restare a scuola senza alcun interesse reale.
 E’ preferibile, per un’omogeneizzazione tra tutte le classi e tutti i corsi, non differenziare in due diversi moduli la scuola media, con alunni che hanno la settimana corta ed altri che invece vengono per sei giorni. Sarebbe auspicabile che i genitori che hanno tale esigenza per motivi famigliari si rivolgessero ad altre scuole sul territorio che optano per tale scelta, se ve ne sono.  Nelle scuole secondarie dove si è realizzata tale opportunità, come sopra ricordato, si sono verificate problematiche legate all’effettiva ricaduta sul piano dell’apprendimento e del successo scolastico degli alunni dopo il periodo dell’obbligo. E si sono creati corsi ghetto, dove la Commissione Formazione Classi non ha potuto far nulla per disinnescare situazioni difficili.
Partendo dal presupposto delle buone intenzioni da parte di tutti, occorre evitare il pericolo di scelte operate esclusivamente dal nostro Istituto sul territorio, perché alla fine questo potrebbe rivelarsi controproducente sul piano del gradimento reale dell’utenza, se, come prevedibile, questo portasse ad un peggioramento dell’offerta formativa. È da evitare l’idea del cambiamento fine a se stesso, magari approfittando della introduzione dei nuovi piani di studio. Anche in scuole professionali dove si è attuato il modello della settimana corta sono emersi più problemi che vantaggi, e dopo un successo dei primi anni pare che a livello di iscrizioni ora si manifesti una netta riduzione.
Teniamo sempre anche un altro dato oggettivo. Gli alunni stessi non amano venire a scuola il pomeriggio, ed è facile verificare che le assenze pomeridiane superano quelle del mattino. 
Una motivazione per richiedere il sabato libero da parte di alcuni genitori coglie il fatto che il nostro è un Istituto Comprensivo, e che logicamente dovrebbe adottare un modulo omogeneo. Tale richiesta tuttavia non tiene conto dell’età evolutiva e della tipologia di scuola. Tra la recente indicazione, suggerita dal Ministero, di un maestro unico in prima elementare e quella di oltre una dozzina di diversi insegnamenti, passando da prima elementare a terza media, ci sono otto anni di vita. Evidentemente qualche cosa deve cambiare, ed è necessario che anche i genitori, e non solo gli insegnanti, ne tengano conto.  Semplificando e riducendo molto, gli insegnanti sono più di una decina in terza media. Quello che si chiede ad un ragazzo delle elementari è diverso da quello che è in grado di fare un ragazzo delle medie, sia che si pensi alle conoscenze sia si ragioni in termini di competenze o abilità in uscita.
Qualcuno propone la settimana corta valutando la possibilità di introdurre flessibilità nell’orario, innovazioni didattiche, approccio ludico e comunque un diverso modo di insegnare. Nella realtà la flessibilità si scontra con le esigenze di trasporto, di organizzazione famigliare delle attività extrascolastiche come sport, catechesi, corsi diversi pomeridiani, che per loro natura sono rigidi nell’arco della settimana. Una flessibilità dell’orario che preveda a volte il sabato libero a volte il sabato a scuola sicuramente non facilità il problema dei trasporti e neppure una programmazione delle attività extra scolastiche. La flessibilità inoltre è più difficile da organizzare, per motivi che non serve spiegare.
Esiste poi un problema–compiti. I ragazzi che ottengono le valutazioni migliori sono quelli che svolgono le esercitazioni assegnate e che sanno organizzarsi. Se sono impegnati tre o addirittura quattro o cinque pomeriggi a scuola, quando possono lavorare? Il sabato e la domenica? Occorre ricordare che già oggi, con pomeriggi obbligatori ed opzionali, attività sportive e recuperi o approfondimenti pomeridiani, la scuola è aperta molti pomeriggi, con gruppi più o meno numerosi di alunni. Si rischia di creare una situazione non gestibile se si intende concentrare tutto in cinque giorni. Diventerebbe necessario far confluire in meno tempo le risorse disponibili, togliendo, di fatto, libertà e opportunità sia ai ragazzi sia agli insegnanti.
Considerando che alcuni genitori tendono a mettere in discussione il tema ad ogni nuovo anno scolastico sino ad ottenere la risposta che desiderano, si ritiene inadeguata l’opportunità di far esprimere, con sondaggi, assemblee o altri metodi tale desiderio ai genitori che hanno figli ancora nella scuola primaria. Molto più corretto lasciare esprimere tale parere ai genitori dei ragazzi delle medie, comprese le classi terze. Questo innanzi tutto perché non sono più coinvolti direttamente nelle conseguenze della scelta, e quindi, in qualche misura, al di sopra delle parti, e perché, con la propria esperienza, hanno maturato un’opinione più realistica del problema. Interessante è anche l’aspetto delle modalità di espressione di tale scelta, che si presuppone debba toccare tutti i genitori dei ragazzi delle medie, e non solo una loro rappresentanza.
Come considerazione finale di metodo, e come auspicio personale, i docenti e la dirigenza devono fare ogni sforzo per dare tutte le spiegazioni, le motivazioni e le modalità di funzionamento ai genitori che intendono iscrivere alla nostra scuola secondaria di primo grado i loro ragazzi. Tale richiesta è stata espressa esplicitamente anche dai genitori.

Gli anni futuri porteranno mutamenti nella scuola italiana, in quella trentina e pure nel nostro piccolo Istituto Comprensivo. Noi ci dovremo adeguare alle indicazioni che ci arriveranno dal Ministero. Con la Provincia il contatto è più immediato, quindi abbiamo la possibilità di esprimere, anche come singoli docenti, la nostra opinione in merito.
Ad esempio, in un recente corso presso il Museo Civico di Rovereto sui nuovi piani di studio di matematica sono intervenuto nel merito delle conoscenze riferite alle competenze in uscita dalla scuola primaria. Ed ho chiesto, il giorno 3 settembre 2009, che vengano esplicitamente citate le tabelline, per quanto riguarda la MATEMATICA, competenza 1 al termine della scuola primaria. (quel giorno ho fatto altri interventi, ma questo è solo un esempio)
Non è moltissimo, ne convengo. Ma ritorno all’auto Fiat dell’esempio già fatto. Se io ho una lamiera difettosa, non potrà mai diventare la portiera della mia Punto, altrimenti io non compro la Punto. Se i ragazzini che escono dalla primaria non conoscono in modo automatico, senza perdere tempo con calcoli o dita, il risultato di 7x6 o di 5x8, io ho una lamiera difettosa, e la Punto non la posso costruire.

Ed ora vengo alle motivazioni di questo scritto. Io, alla mia età, sono vicino alla pensione. Non sarò toccato se non marginalmente dai mutamenti su lungo periodo che vedo in atto e mi spaventano.
Non ho figli in età scolare, quindi non ho un interesse personale immediato. Non ho mai  inteso fare carriera scolastica. Parlo da insegnante che non ritiene l’insegnamento una missione ma un lavoro molto serio. E parlo da cittadino che, per caso, nella scuola ci lavora a tempo pieno, senza svolgere alcuna libera professione.

                                                                                                               Silvano C.©


( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

sono cambiato io, o è cambiata la scuola?

Tanti anni fa ho iniziato ad insegnare, arrivando all’insegnamento in modo casuale, quando ancora i figli degli operai potevano aspirare innanzitutto ad un lavoro e, subito dopo, ad una piccola scalata sociale.
Mi sono così ritrovato lontano da casa, in luoghi tipici da vacanze estive ed invernali.
I primi anni sono stati belli ed assolutamente istintivi, col desiderio di scoprire cose nuove, persone, situazioni, e soprattutto i ragazzini.
La sperimentazione era la cosa più eccitante, unita ad una libertà impossibile in altre attività.
Più di una volta mi sono messo sul piano dei miei alunni, talvolta manifestando più voglia di giocare di loro. Ho commesso pure errori, ovviamente, come quando ho sconvolto le ragazzine di una classe per aver proiettato un filmato per ragazzi sull'educazione sessuale che però avevo noleggiato presso le Edizioni Paoline, e che quindi pensavo adatto alla situazione, senza possibilità di scandali e assolutamente non provocatorio.
Ne è nato un caso però, con genitori inviperiti, sommosse, riunioni e spiegazioni.
Ricordo ancora come se fosse successo ieri alcuni momenti di quella disavventura, conclusasi con una mia quasi assoluzione per insufficienza di prove e con i benefici della condizionale.
Ma sono stati anni di scoperte, nei quali provavo esperienze nuove, cercavo la via ludica alle cose serie.
Visitavo io per primo i musei dove poi avrei portato le classi, quando i musei erano ancora musei, e non strutture parascolastiche o di immagine. Preparavo il percorso per le classi e le verifiche che i ragazzini avrebbero affrontato visitando le sale più interessanti, e non mi servivano le guide.
È trascorso così più di un quarto di secolo, mentre io mi sposavo, compravo casa, avevo un figlio, e la scuola rimaneva con me anche la sera o la domenica, ma mi permetteva di vivere, vedere gente, girare il Trentino e tornare regolarmente a ritrovare i miei, a Ferrara.

Poi le cose non hanno cominciato a cambiare. Ho avuto varie avvisaglie, nel corso degli anni, di questa trasformazione. Ad esempio ricordo un laboratorio sulla fotografia che ho organizzato, quando ancora si usava la pellicola, con sviluppo e stampa in camera oscura. Tutto è andato nel migliore dei modi, sino a quando la classe è partita per una settimana bianca. Al ritorno i miei alunni erano cambiati. In camera oscura erano più interessati a sviluppare relazioni tra loro che non la pellicola. E le luci scarse della lampadina rossa mi restituivano immagini preoccupanti, adatte quasi a quella luce. Ho dovuto interrompere il laboratorio anzitempo.

Un altro segno l’ho avuto quando, dopo anni che portavo le classi al planetario, con un discreto successo, un’ultima classe, durante una lezione sulle costellazioni e sull’asse terrestre ha iniziato a disturbare in modo sempre più insopportabile, costringendomi anche in quel caso a mettere fine per sempre all’esperienza, perché non erano cattivi ragazzi, solo ho capito che non funzionava più, loro erano cambiati.

Quelli che prima erano casi isolati di maleducazione e difficoltà, assolutamente fisiologici e accettabili, e che avevo i mezzi per poter controllare e recuperare, si sono diffusi in numero sempre crescente. Molte attività sono divenute difficili da proporre senza apportare modifiche sostanziali, e la cosa più demoralizzante è stata, per me, la perdita progressiva di quello spirito di gioco e di improvvisazione continua e controllata che mi dava leggerezza e nuova energia da spendere.

Tutto il mondo scolastico stava cambiando sempre più velocemente. Io mi sono adeguato, ovviamente, mi sono aggiornato con centinaia di ore di corsi, ho imparato ad usare il computer, ho tessuto relazioni con esperti che si è rivelata preziosa, e dentro di me ho mantenuto vivo sin quasi all’ultimo Peter Pan.
Gli ultimi tre anni di carriera scolastica però mi hanno trasformato, Wendy era cresciuta e mi diceva che non ero più quel ragazzino.
Le modalità di lavoro erano mutate, e così le regole, la burocrazia, i nuovi dirigenti scolastici, gli alunni, i genitori.
Le difficoltà crescenti che la scuola ha dovuto affrontare con la riduzione delle risorse a tutti i livelli e le condizioni di lavoro mutate mi hanno fatto perdere la voglia di giocare, mi hanno distratto dal motivo che mi aveva fatto amare la scuola. Sono rimasto a lungo un ragazzino tra i ragazzini. Quando ho capito di non esserlo più ho dovuto lasciare ad altri il compito di continuare il cammino, senza rimpianti, ma con un po’ di amarezza per quello che avrebbe potuto essere e non è stato.
Ora, quando rivedo i miei ex alunni, sono quasi sempre quelli che mi hanno dato più problemi a darmi maggior piacere. Ormai la loro vita, comunque, se la stanno creando, ed i loro successi non sono certo merito mio, ma del loro impegno e magari di un po’ di fortuna.

                                                                                                               Silvano C.©

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giovedì 9 maggio 2013

nebbia


Il freddo penetra attraverso il giaccone, ma dovrei dire l’umidità piuttosto. Non è il freddo che sento in Trentino questo, è un freddo che conosco bene, anche se col tempo è cambiato pure lui, non solo io.
Chissà se il freddo invecchia e ricorda quando era più giovane, come faccio io.
Ma questo freddo umido mi piace, non posso negarlo. In casa ci si impiega una vita per riscaldare, perché i muri rilasciano lentamente il gelo che hanno assorbito in mia assenza, ed un po’ si vendicano quando ritorno. 
Ma se esco allora tutto diventa diverso.
Camminare in luoghi familiari e vedere insegne, vetrine, case, strade, alberi.
Ritrovare un certo modo di vivere che è solo qui.
E non voler vedere nessuno. Lasciare i vecchi amici nelle loro case, che conosco bene, perché non sempre desidero riallacciare un discorso continuamente interrotto, per colpa mia, sicuramente, o per stanchezza.
In realtà è una fuga continua, innegabile, è l’accettazione di quello che un tempo mi pesava, è la spinta, e cerca esattamente quelle sensazioni di allora, che non erano per nulla piacevoli, ma che ora avverto come essenziali.
Ripercorro zone storiche, a volte a piedi, a volte in bicicletta.
Preferisco a piedi, perché mi permette di cogliere quasi tutto, anche quella tristezza dovuta al degrado inarrestabile, o l’assalto di chi viene da altri luoghi e modifica la città e quello che io porto sempre dentro di me.
Non provo rifiuto per chi ora occupa spazi prima miei. So che il tempo muta, ovunque, le mie radici. Che sembrano in bianco e nero, se ci penso.
Il ricordo è in bianco e nero, mentre il presente ha luci e colori.
E come mi manca la nebbia di quei giorni.

                                                                                           Silvano C.©

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mercoledì 8 maggio 2013

quattro etti di Grande Muraglia, grazie


Nessuno credo possa dire con assoluta certezza quali emozioni e motivazioni vive una coppia che decide di vivere assieme o di separarsi.
Sicuramente non io, che non sono psicologo né ho esperienze particolari dovute al mio lavoro, e l’unica conoscenza che possiedo mi deriva dalla mia vita stessa.
Mi colpisce sempre l’inusuale, e una relazione che dura dodici anni e finisce perché si è detto o fatto tutto, cioè si è raggiunta la perfezione, decisamente è fuori dai miei schemi mentali.

Nel 1988 Marina Abramovic e Ulay con la loro ultima performance,The Lovers, partirono a piedi dai due estremi della Grande Muraglia Cinese, si incontrarono a metà strada dopo 3 mesi e si dissero addio. Entrambi avevano camminato per 2500 km.
Pure in un romanzo recente di Chiara Gamberale è raccontata una situazione simile, strane coincidenze.
Eppure dovrei saperlo che nulla è strano, che ognuno si crea una gabbia per viverci liberamente, e che per molti è la vita stessa l’unica opera d’arte, se mai è possibile definirci tutti artisti.
In fondo sono tante le cose che non capisco, perché stupirmi quindi?

                                                                                                           Silvano C.©


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lunedì 6 maggio 2013

Sono un diversamente credente


Non sono un credente, ma un diversamente credente, e mi interessano i temi etici, come ad esempio il controllo delle nascite.

Rifiuto la definizione di non credente perché la ritengo fuorviante, a tutto beneficio di chi si ritiene portatore di una visione superiore alla mia sul piano morale.
Io non mi ritengo superiore a nessuno invece, non porto alcuna Verità indiscutibile, porto solo le mie idee, sicuramente non solo “mie”, perché condivise anche da molti altri, ma idee che sono destinate a modificarsi di fronte alla realtà dei fatti e del progresso delle conoscenze. A volte anche dopo una discussione.

Mi auguro di essere lontano da ogni integralismo religioso o non religioso.
Poiché vivo in Italia mi scontro con una diversa visione della vita, portata dalla Chiesa Cattolica. In tema di: aborto, contraccezione, eutanasia, divorzio, droghe leggere, prostituzione, morale che si insinua nella legislazione (confondendo peccato con reato), scuole private cattoliche, beni della Chiesa sul territorio nazionale, e così via io non condivido la posizione dei credenti tradizionali.

Trovo strana ad esempio la negazione sia dell’aborto, come è regolato dalla legge 104, sia di ogni forma moderna di contraccezione.
Potrebbe anche essere corretto, come chiede la Chiesa, ridurre il numero di aborti, alla sola condizione però di facilitare in ogni modo l’educazione sessuale nelle scuole, di fare corsi per giovani o per famiglie dove insegnare l’uso della pillola o del preservativo, di pubblicizzare e favorire l’uso dei metodi anticoncezionali, di togliere l’alone di peccato da ogni manifestazione legata al sesso, anche tra adulti consenzienti e senza altre pretese di “giudicare”.
Questo invece non avviene, ed il preservativo è combattuto, senza una logica chiara, anche quando potrebbe essere una barriera alla diffusione di patologie epidemiche.
Quindi trovo contraddittorio che la Chiesa dica contemporaneamente NO anticoncezionali e No aborto. Anche perché è la maggioranza dei cattolici che non rispetta il primo dei due divieti.

Tra le altre cose che non ritengo corrette nella visione di un credente osservante è l'idea che vede la donna sempre e comunque sottomessa all'uomo, che nella gerarchia ecclesiastica la limita ad un ruolo marginale, che le affida il ruolo di madre e con questo un posto preciso nella società, che non accetta nella donna una indipendenza pari a quella di cui gode l'uomo.
                                                                                                           Silvano C.©


( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

domenica 5 maggio 2013

una canzone



             Uscì di casa presto, e già sull’uscio pestò un escremento di cane che sembrava li apposta per fare un dispetto a chi abitava nel palazzo, anche se non necessariamente a lui.
             Si diresse verso una pozzanghera, era piovuto da poco, per immergervi la suola della scarpa e pulirla un po’.
Poi si avviò a piedi, con calma, alla fermata dell’autobus, e buttò lo sguardo su un titolo di giornale: PREZZO DEGLI IMMOBILI IN ZONA PRIMOLANO IN NETTO CALO. Lui abitava in zona Primolano, e il suo appartamento lo aveva pagato caro, qualche anno prima.
Arrivò alla fermata, dove già una varia umanità aspettava il mezzo pubblico, molte più persone del solito. Rimase assorto nei suoi pensieri, pensando ai problemi che ultimamente aveva con la moglie, ma non volle farsi prendere dal malumore, e si distrasse guardandosi attorno.
Un ragazzo, ne era certo, stava cercando di borseggiare una donna anziana. Quasi intervenne, ma il ragazzo desistette dal suo proposito, allarmato da altri sguardi, e tutto rientrò nella norma.
Arrivò finalmente il 23, già stracolmo di passeggeri. Davanti a lui la gente iniziò a spingere per salire, ma alla fine molti desistettero, e l’autobus ripartì, lasciando pure lui a terra.
Un certo malumore, che aveva tentato di allontanare, si fece largo nella sua mente. Ma decise di andare a piedi, per fare qualcosa e riassarsi. Sarebbe arrivato un po’ in ritardo, ma non tanto, ed avrebbe recuperato senza problemi, e in ogni caso nessuno avrebbe avuto danni da questo suo contrattempo.
Arrivò e tutto sembrò cadergli addosso. Lo avevano cercato dalla banca, una collega voleva una copia di un contratto che non sapeva dove stava e durante la pioggia di qualche ora prima c’era stata una infiltrazione dalla finestra vicino al suo posto, e ora alcuni fascicoli che qualcuno aveva appoggiato al pavimento, non certo lui, erano in parte rovinati.
La mattinata trascorse lentamente, in operazioni stupide ma urgenti, con vari altri contrattempi, compreso un collegamento in rete che sparì per quasi un’ora.
Venne l’ora della pausa pranzo, aveva appetito, si, ma non tanto. Aveva in realtà solo desiderio di staccare un po’, prendere un po’ di aria, all’aperto, visto che sembrava che finalmente il tempo si fosse messo al bello.
Uscì, dopo aver salutato qualche viso scuro, e si diresse da solo verso un locale dove sapeva che a pranzo preparavano insalate molto invitanti.
Attorno a lui tutti andavano di corsa, sembravano non aver tempo da perdere. Si sentì tirare la giacca, di lato, e si girò.

_Signore, le è caduto questo_  fece una ragazzina di 13-14 anni, porgendogli la busta con i suoi occhiali che evidentemente gli si era sfilata dalla tasca. La ragazzina gli fece un sorriso come da tempo nessuno gli faceva, salutò e poi se ne andò per la sua strada, lasciandolo lì a bocca aperta, incapace di dire un _ Grazie ! _ come si deve.
Allora, finalmente, dentro di sé, iniziò a cantare.

                                                                                                        Silvano C.©
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lunedì 18 febbraio 2013

Chi dice ma…



Esco questa sera e l’aria è fresca, dopo una giornata difficile, chiuso in una mansarda quasi soffocante, dove sono rimasto per ore a lavorare. Solitamente preferisco affrontare le cose da fare sul tardi o la notte, ma a volte non ho scelta, se devo consegnare una relazione urgentemente.
Esco questa sera, quindi,  e provo un insperato senso di liberazione, e pure un discreto appetito, che col caldo si era mimetizzato.
Vivere in provincia non è il mio sogno, la grande città con le sue mille lusinghe mi attrae, anche se il senso di vuoto e di solitudine che proverei credo che mi deprimerebbero oltre il sopportabile. Ma il sogno non è la vita, e la vita non è il sogno, quindi mi adatto, e mi incammino verso la periferia, in direzione di una vecchia e abbastanza frequentata birreria, che ha avuto un passato glorioso, ma che ora le nuove strade di una urbanizzazione incomprensibile hanno ridotto ad un locale ormai fuori moda, difficile da raggiungere.
Mi dilungo, lo so, ma è il mio stato d’animo che non ha fretta di concludere il discorso, anche perché non so cosa aggiungere, se non un senso di nostalgia per le ore trascorse in quella birreria, da giovane, a parlare di futuro e di passato, con un amico ormai perso di vista, per colpa mia…
Arrivo che ormai sono le 10 di sera passate, i pochi tavoli esterni non sono tutti occupati, e quelli all’interno sono decisamente poco ambiti, oltre che desolatamente vuoti. Mi siedo vicino al muro dell’edificio, ancora caldo del sole di luglio, e chiedo una birra ed un panino al cameriere che si avvicina per l’ordinazione.
Un panino una birra e poi…. I ricordi volano senza barriere, a cercare brandelli di vite e di speranze, di successi e di delusioni, di dolore.  E vedo quel viso di un’amica, ancora ragazza, che un tempo si era ubriacata per aver bevuto a digiuno troppo albana ghiacciato ad una cena in tre, io, lei, ed il mio amico. Greta e Marcello, per dare un nome ai volti.
E ripenso ad oggi, ai ragazzini che si ubriacano per strada, alle ragazzine violentate in queste situazioni create ad arte. Non riesco a capire la violenza, perché io divento violento e vendicativo solo con i violenti, per reazione, e sempre solo a parole, perché sono pure un po’ vigliacco.
Arriva il cameriere e appoggia sul tavolino non pulitissimo il piatto col panino e la birra, chiara, senza troppa schiuma, nel bicchiere appannato. Bevo subito metà della birra, lo faccio sempre, amo bere all’inizio perché poi non mi va più..
-         Dante, ma sei tu ? –
Mi giro verso la voce che ha pronunciato il mio nome…vedo una donna, che non riconosco, ma che mi ricorda…
-         Non mi riconosci, vero? Non ti ricordi di me, vedo. Sono Giovanna -
-         Giovanna… -  dico io imbarazzato, mentre guardo lei e l’uomo che le sta accanto e mi guarda incuriosito e sorridente…poi mi alzo, e porgo la mano…
-         Piacere, Dante – dico all’uomo, ignorando per un attimo Giovanna.
-         Piacere mio, Antonio, non credo che ci siamo mai incontrati… -
-         Certo che no, Tino, ti ho conosciuto anni dopo che io e Dante ci siamo persi di vista -
Io realizzo finalmente chi è Giovanna, ricavo il suo volto di un tempo dai tratti che vedo ora, invecchiati, un po’ appesantiti, ma ancora belli e con quell’aria che ora poco a poco ricordo, familiare, vivace, di ragazza tranquilla e attraente…
-         Ti ricordo, Giovanna, che piacere, ti sei sposata?-
-         Si, mio marito è Antonio – fa lei indicando l’uomo che mi ha appena stretto la mano. – E tu cosa mi dici? –
-         Mi sono sposato anche io, Giovanna, tanto tempo fa, abbiamo pure un figlio, ma non abito più qui, ci vengo ormai solo per lavoro, di tanto in tanto… -
-         Senti Dante, noi dobbiamo scappare, stavamo andando quando io ti ho riconosciuto ma non ero certa che fossi tu, ma sei rimasto quasi uguale, dopo tanto tempo, dammi un tuo numero di telefono…_
Ci scambiamo i numeri di cellulare, con la promessa di risentirci appena io ritorno in città, e poi li vedo allontanarsi, salire su una grossa auto scura e partire sotto le luci gialle dei lampioni stradali.
Rimango un po’ con lo sguardo rivolto in quella direzione, senza più vedere con gli occhi, ma solo con la mente…
                                                                                     Silvano C.© 
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mercoledì 13 febbraio 2013

Non farlo



-         Non farlo, lo sai che ogni volta che lo hai fatto nessuno ha capito, anzi, hai ottenuto esattamente l’effetto opposto….-
-         Cosa vuol dire l’effetto opposto, io…
-         Ma lo sai benissimo. Spiegare certe cose con una lettera non serve a nulla. Occorre andare di persona per dirle certe cose, anzi, non serve neppure dirle, perché si sanno già.-
-         Si sanno già ma poi come mai non succede nulla, e tutto sembra immobile. Nessuno che ti aiuta, e nessuno che ti cerca…
-         Non mentire ora. Lo sai che qualcuno ti cerca e ti ha cercato. E sai benissimo che è solo colpa tua se sei sparito dalla circolazione. Ma evidentemente ti piace lamentarti, trovare fuori da te stesso le cause di quello che solo tu ti procuri.-
-         Si, hai ragione, lo ammetto. Stavo tentando di mentire a me stesso. In fondo le cose cambiano, poco a poco, naturalmente, oppure mutano per un fatto nuovo, oppure per una colpa, o una omissione, o una promessa non mantenuta, o un’amicizia tradita o delusa…-
-         Ecco vedi… ora hai capito cosa volevo dire. Non serve scrivere, non serve trovare scuse, e non serve neppure nascondersi. –
-         Ma io non mi nascondo, cerco anzi di stare al mio posto, di fare quello che posso… -
-         Stai ancora mentendo, ora. E menti a te stesso. Gli altri ti conoscono. Non puoi mentire agli altri, solo a te stesso. Ricordi che sin da giovane alcuni vedevano bene quello che tu eri, e per quel motivo tu semplicemente per quelle persone eri invisibile. Lo ricordi o no? –
-         Si, lo ricordo come se fosse ora. Si. È vero. Sono cambiato, invecchiato, ma mi sembra di essere quello di allora. –
-         Ed allora…?-
-         Allora cosa? –
-         Allora cosa pensi di fare?-
-         Non lo so. Mi sembra a volte di uscire da un sogno, e di svegliarmi. E mi sento in pace con me stesso, per quello che riesco a fare, ma allo stesso tempo mi sento in colpa per le persone che in qualche modo ho tradito, persone presenti sempre, nella mia vita, sia quelle vicine, sia quelle lontane che non vedo da tanto, e con le quali non parlo da tanto.-
-         Io non posso aiutarti, lo sai…
-         Lo so, solo io posso agire. Dovrei essere più coerente, dire ed agire allo stesso modo e con la stessa volontà. Ma sinceramente vorrei che tutti vivessero meglio, anche senza di me. lo capisci questo? Io posso stare vicino ad alcuni, ma come si fa ad avere una parola per altri, quando non si sa cosa dire per non aggiungere nuovo dolore? E come si può parlare di vecchi tempi vergognandosi un po’ di quello che si è fatto, dei propri insuccessi, delle proprie colpe?-
-         Tutti abbiamo colpe, ma alcuni hanno più bisogno, altri meno. Tu cerca di aiutare quelli che hanno più bisogno. –
-         Già, meglio non scrivere, hai ragione… è altro quello che dovrei fare. O che già faccio, anche se ovviamente non basta. Ma ora voglio solo accettare i miei limiti, senza raccontare più storie, senza illudere né dare impressione di poter essere diverso.-
-         Si, quello per cominciare….
-         Lo so che è solo un inizio, lo so. Non serve che tu me lo ripeta, sembra quasi che tu mi legga la mente mentre ti parlo. -
-         Pure tu, devo dire, sembra che preveda le mie obiezioni. In fondo io non ti servo, vero?.
-                  No, hai ragione, non credo che tu mi serva. –
    -  Allora ti voglio fare i miei auguri, prima di salutarti, auguri   di riuscire a realizzare un  po’ di quello che hai nella mente, di essere meno scontento di ogni cosa come tuo solito, di  accettare di più le tue e le altrui debolezze, di perdonare  e perdonarti. In fondo non  sarai tu a cambiare le cose o il mondo intero. Solo potrai cambiare un pochino te stesso… auguri…-
                                                                                                                       Silvano C.©
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martedì 4 dicembre 2012

volevo essere...


Ma quando si soffre si è sempre soli. 
È come se l’altro percepisse il dolore da lontano, e volesse proteggersene. 
Lo sente, ma lo nega. 
Se ne allontana. 
Torna al proprio lavoro. 
Gli affari. La politica. Il giornale… come per evitare il rischio di precipitare anche lui in un buco nero.
Soprattutto quando non riesce a capire cosa succede, quelle lacrime improvvise, quel brusco “non è niente”, quella paura che si spalanca

(Volevo essere una farfalla, Michela Marzano)
                                                                                                               
                                                                                                        Silvano C.©

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lunedì 3 dicembre 2012

tolgo un po' di povere al blog

Sono entrato alcuni anni fa in Wikipedia come collaboratore, e vi sono rimasto attivamente per circa un anno e mezzo, creando alcune voci e sistemandone altre. Poi un periodo nero, di grosse discussioni ed abbandoni di persone alle quali ero legato mi ha fatto desistere, ed ancora oggi, pur avendo mantenuto l’account personale, raramente vi entro per contribuire come un tempo. I miei interessi spaziavano dalle voci sul femminismo alle voci sull’etica, dalle scienze alla storia. Ma quell’esperienza mi è stata utile, non ho solo dato, ho anche avuto.
Ad esempio ho imparato la democrazia della discussione, la ricerca costante delle fonti alla base di un ragionamento, la necessità di non copiare. E, come mi è capitato anche su Twitter recentemente, all’inizio sono stato bloccato perché non volevo capire alcune regole di fondo.
Nel frattempo, su Facebook, la mia presenza continuava in modo alterno. Il mio primo approccio è stato col mio nome e la mia foto, ma mi sono subito pentito, perché non mi andava di risentire ex compagni persi di vista secoli prima.
Sono quindi rientrato, dopo aver disattivato quella prima identità, in modo anonimo, senza il mio nome, e senza la mia immagine. Ero diventato un fumetto, come tanti ancora oggi fanno. Il mio lavoro mi consigliava poi prudenza nel trattare certi temi, e così mi sentivo più libero.
Scelte che si fanno, e che poi, col tempo possono mutare. Ora sia su Facebook che su Twitter ci sono col mio nome e con la mia fotografia, senza però esagerare con i miei dati personali, perché mi fido poco della rete, e voglio ridurre le invasioni della mia privacy.

Su Twitter ho scoperto che è impossibile comunicare concetti complessi in 140 caratteri e che è impossibile intestardirsi nel cercare attenzione rimanendo limitati ai soli cinguettii.
Quindi rispolvero questo blog, e tento l’esperimento di dire alcune cose in modo diverso, citando me stesso, per forza di cose, senza l’illusione di diventare mai uno scrittore o una fonte di saggezza, ma di essere solo un po’ di più vicino a un mio modo di essere, con contraddizioni, ingenuità e debolezze.
                                                                                      Silvano C.© 
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mercoledì 2 novembre 2011

Non è colpa degli altri

A volte perdo tempo, mi capita spesso. Perdo tempo per cercare di capire cose che avrei dovuto capire prima, tanto sono evidenti. Eppure perdere tempo porta a volte a risultati insperati, ed è così che ho conosciuto casualmente persone interessanti.

Ho avuto un contatto su Facebook, un contatto tra i tanti, senza nulla di approfondito. Una persona positiva perché impegnata nell’emergenza, col 118, o almeno così ritenevo io. 
Poi mi è capitata una sua frase, non cercata, ma vista negli aggiornamenti, una frase contro la "democrazia di merda". Avrei dovuto capire, e lasciar perdere. Invece mi ci sono perso. Questa persona, poi supportata da un'altra sulla sua stessa lunghezza d’onda, ai miei dubbi sulla sua frase, ha cominciato ad inneggiare al ventennio, ha scritto che tutti ci inculano, che è meglio la dittatura perché almeno in quel caso c’è uno che si prende le responsabilità. Mi ha spiegato che non vota perché tanto sono tutti uguali, ed ha condito i pochi concetti espressi con ogni genere di parolaccia, mettendomi in stato di accusa come se io difendessi chi approfitta della nostra fiducia, come se votando a sinistra votassi per persone esattamente uguali a quelle di destra, perché secondo lui nessuno si salva.
Sulla sua bacheca, poi, per farmi capire meglio la persona, commenti su una squadra di calcio e link a stupidaggini e frasi fatte come se ne trovano a migliaia, in rete.

Poi ho perso un po’ di tempo in un gruppo con un contatto vicino al movimento radicale. Qui di tempo ne ho perso di meno perché ho visto impegno politico serio, ma mi sono trovato davanti ad un altro tipo di muro, e cioè alla pretesa di poter scegliere (secondo me in modo poco corretto e decisamente anarchico) la parte politica alla quale allearsi di volta in volta, per perseguire le sue finalità nobili ed importanti ma pur sempre limitate. Per questa persona la visione d'insieme non deve necessariamente portare ad una coalizione o ad una forza di governo, cosa che per me resta importante.

Nella mia ottica sostenere a volte si ed a volte no un governo non porta a nulla di positivo, perché rende instabile qualsiasi guida del paese. Ed una forza di governo deve cercare mediazioni e compromessi, solitamente rifugge dagli estremismi, cerca il dialogo ma detta una linea.  
Altrimenti deve cedere il passo, perché ha finito il suo ciclo storico. 

Oggi siamo in questa situazione tragica, che ci porta forse alla fine di sogni nei quali abbiamo creduto, alla fine di diritti acquisiti in lunghi anni, all’insicurezza, al fallimento del nostro modo di vivere. Se abbiamo questo governo attuale, un po’ di colpa è di tutti noi. Un po’ ce la siamo cercata, insomma.  Non è colpa della globalizzazione, non di una singola parte politica, non dell’Euro, non di Sarkozy e di Merkel, non di mille entità esterne che ci odiano. O almeno non solo, perchè la colpa è anche nostra, di chi vota questi governanti assurdi, di chi non vota perché non vuole sporcarsi, e di chi vota l’opposizione dura a pura senza chiedere ai propri eletti di fare sino in fondo tutto il possibile per cercare le soluzioni e non le liti continue dalle quali emergono solo i capipopolo alla ricerca di visibilità ad ogni costo. 
Mi riferisco in particolare ai partiti che hanno un solo uomo come simbolo, e cioè i partiti ed i movimenti dei vari Casini, Di Pietro, Vendola, Grillo, Berlusconi, Fini e così via. 
Quando sono singoli uomini che impersonano una idea, e non persone elette e scelte da un partito per portare avanti quell'idea, uomini intercambiabili ed amovibili - perché l’uomo può passare, ma non l’idea che fonda ed ispira un partito o un movimento - allora si arriva su un terreno pericoloso, che crea un eroe, un campione, un difensore della fede, un salvatore o un uomo del destino. E se succede questo non è colpa degli altri.
                                                                                             Silvano C.© 


( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

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