venerdì 9 agosto 2013

Aiuole e Ipocrisie


Tanti anni fa, quando vivevo a Riva del Garda, un’amica un giorno mi ha stupito dicendo che il Comune aveva piantato le Ipocrisie, riferendosi alle piantine che da alcuni giorni abbellivano molte delle aiuole del famoso centro turistico sul Lago di Garda.
Io non ho capito subito, perché non ricordavo nessuna piantina ornamentale con quel nome. Io ricordavo iris, hemerocallis, rose, ciclamini, viole del pensiero, e tante altre, ma le ipocrisie non mi venivano in mente. Poi lei mi ha spiegato divertita che il Comune si dedicava al giardinaggio solo con l’arrivo dei turisti, e, visto che la stagione era prossima, aveva iniziato ipocritamente a piantare, appunto, le ipocrisie nella varie aiuole dei giardini pubblici.

Solo molti anni dopo ho visto che pure negli Stati Uniti, in modo ben più subdolo, diversi venditori immobiliari spruzzavano di vernice verde il prati secchi ed incolti davanti alle villette offerte in vendita, per attirare possibili compratori, ma ho subito dimenticato questa cosa, classificandola non solo come ipocrisia, ma come stupida truffa.  

Ieri però, a Rovereto, proseguendo oltre il Mart, sulla ciclabile, mi è tornata alla mente. 
Ho visto una cosa incredibile: un paio di operai, con un serbatoio montato su un piccolo furgone, spruzzavano sulle aiuole di erba secca estiva acqua mista ad uno strano miscuglio di segatura e piccoli frammenti di legno colorati di verde, oltre a concime. Sono rimasto lì come un idiota, a guardare, ho toccato questa “erba” perché non ci credevo, e poi ho proseguito. Nessuno sembrava farci troppo caso. Anche noi a Rovereto oggi abbiamo le nostre aiuole finte, le nostre ipocrisie.

                                                                                     Silvano C.©


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mercoledì 7 agosto 2013

Una vita in appalto




Il posto fisso non è un diritto, il dipendente pubblico è un privilegiato, l’imprenditore rischia e il dipendente no, i dipendenti pubblici non fanno nulla e rubano lo stipendio, occorre ridurre le spese nella pubblica amministrazione, bisogna razionalizzare e tagliare i rami secchi ed improduttivi…
Ecco un campionario assolutamente incompleto di luoghi comuni con un solido e sicuro fondo di verità ed una certa percentuale di innegabile e facile demagogia.

La mia ottica non è imprenditoriale, occorre premetterlo per chiarezza, e quindi sono aperto ad ogni critica e suggerimento mi possa arrivare da quel settore. Io però voglio solo riflettere su un aspetto, e cioè su alcuni affetti perversi del meccanismo degli appalti.

Senza entrare nel merito del concetto di appalto, mi interessa qui soltanto il sistema delle offerte (più o meno) segrete al massimo ribasso, e riflettere sui suoi effetti quando una amministrazione decide di non svolgere più con suoi dipendenti un certo servizio, perché giudicato troppo oneroso per la comunità, ma di affidarlo ad altri, non di rado cooperative di ex dipendenti o di lavoratori in cerca di occupazione o, in altri casi, di grosse società di servizi che operano anche sull’intero territorio nazionale o addirittura europeo.

Caso 1 – La cooperativa. Il socio della cooperativa, pur svolgendo a tutti gli effetti un lavoro dipendente, si assume in proprio molti oneri e rischi, solitamente riceve un compenso basso, svolge attività precaria, e non è mai fidelizzato all’ente o al luogo dove presta servizio. Non è raro che venga pagato con grossi ritardi o non pagato per nulla. Ad esempio un bidello scolastico comunale o comunque pubblico ha garanzie sindacali, ha un credito dalla banca in caso di bisogno, ha una sicurezza per il futuro che gli permette di fare piccoli investimenti (cioè spese che muovono l’economia), pensare ad una famiglia e così via. Il socio della cooperativa che entra nella scuola solo per le pulizie, con un contratto a termine, sottopagato (l’offerta che ha vinto era necessariamente più bassa), non ha credito in banca, non può fare progetti per il futuro se non a suo rischio, e sicuramente spende di meno, smuovendo di quasi nulla l’economia locale. Si ottiene un risparmio per le casse pubbliche a spese di una maggiore insicurezza sociale, cioè a scapito dei più deboli, non certo dei ceti elevati, e riduce lentamente le basi del ceto medio.

Caso 2 – La grossa società di servizi. Anche in questo caso, se l’appalto si vince col meccanismo della migliore offerta, cioè di quella meno onerosa per l’ente pubblico o privato, si innescano meccanismi che è difficile voler giustificare col semplice risparmio pur mantenendo il livello della qualità. È una presa in giro avere qualità a basso prezzo, è la pubblicità del discount, dell’illusione dei poveri. Inutile che spieghi la differenza tra una utilitaria della Fiat ed una berlina della Mercedes, oppure tra un pc economico ed un Apple, no? La cosa mi appare ancor più nitida ed evidente quando, alla scadenza di un contratto, la società che ha gestito il servizio per anni, a volte moltissimi anni, perde la gara di appalto e subentra una nuova società. I lavoratori della vecchia società vengono rassicurati da tutti, ma sarà impossibile garantire loro lo stesso trattamento economico e le stesse condizioni di lavoro se i soldi a disposizione sono comunque di meno.

Non ho soluzioni, sinceramente. Vedo però che in altri paesi, e in certe condizioni anche da noi, in Italia, i lavoratori sono corresponsabilizzati e partecipano agli utili ed alle perdite con meccanismi ben diversi, meno punitivi, senza mai dimenticare la dignità del lavoro, che è al primo punto della nostra Costituzione.

L'incisione che illustra il post è di Escher

                                                                                     Silvano C.©


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lunedì 5 agosto 2013

Il motivo



Partire senza bagagli o quasi, dopo aver visto in fretta gli orari del treno, e viaggiare tutta la notte, per arrivare a Roma, il mattino presto…

Interrompere una vacanza invernale, con conoscenti, solo perché una persona ti apre uno spiraglio, ti fa riflettere su una possibilità che avevi negato, ma che improvvisamente vedi possibile.

Raccogliere tutte le sue cose, regali e ricordi, lettere, cartoline ed oggetti. Fare un falò delle carte, mettere il resto in un elegante sacco in pelle, e gettare tutto in un fiume, aspettando che la corrente lo porti via col tuo cuore, sperando di dimenticare in fretta.

Mettere biglietti sulla sua auto, giocare a farle trovare piccoli oggetti, arrivare ad ore assurde.

Non capire, avere l’impressione di fare la cosa sbagliata, aver paura di soffrire o di far soffrire.

Cercare di stare solo, evitare gli altri, come un animale ferito, aver capito poco o nulla.

Andare a Venezia, perché tanto va bene così, ma poi capire che si è fatta la cosa sbagliata. Avrei dovuto restare con lei.

Vedere il mondo in modo diverso, anche se è sempre lo stesso, non è cambiato nulla. Eppure è cambiato tutto.

Temere che nel viaggio verso casa possa avere un incidente, e meditare vendette tremende, impossibili.

Aver paura di perderla, per motivi seri, anche se le cose sono cambiate e non è più come i primi tempi. Non si dimentica una vita.

Il motivo è sempre il solito, sempre quello, per amore.

                                                                                     Silvano C.©


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Sancho Panza



In questi giorni mi diletto col Don Chisciotte della Mancha, di Cervantes, che da ignorante abissale quale sono non avevo mai letto prima. La forma del testo è poco adatta ai nostri giorni, eppure, esattamente per questo motivo, conserva con onestà il riferimento al suo tempo, e, ad avere un po’ di pazienza, restituisce un mondo più che attuale.

Ogni personaggio non è solo positivo o negativo, savio o pazzo. Anche nelle persone più umili si nasconde onestà e intelligenza, e in quelle più nobili e potenti una vena di cattiveria mascherata da generosità.

Mi colpisce la figura di Sancho, lo ammetto. Nei pochi giorni che lo vedono governatore dell’isola di Barataria dimostra saggezza, pazienza, distacco dai beni materiali (a parte la fame che non nasconde mai) e assoluta onestà. Povero e senza nulla arriva al potere, povero e senza nulla lo lascia. Durante il suo “governo” è oggetto di scherni e prove da parte di chi tale governo a lui ha concesso, solo per deriderlo. Alla fine però è lui che ne esce meglio, anche in questo caso, quando cioè gli viene sottoposto questo quesito:

Riprendo fedelmente dal testo tradotto:
"Se uno passa su questo ponte da una riva all'altra, deve prima dichiarare con giuramento dove va e quel che va a fare. Se giura il vero, sia lasciato passare, ma se mente, sia impiccato sulla forca qui innalzata senza alcuna remissione”
Ora accadde una volta che un tale, invitato a giurare, giurò e disse:
"Giuro che passo di qui per andare a morire su quella forca laggiù, e non per altra ragione".
I giudici rifletterono a questo giuramento e dissero:
"Se quest'uomo lo lasciamo passare liberamente, ha giurato il falso e secondo la legge deve morire; ma se noi l'appicchiamo, siccome egli ha giurato che passava per andare a morire su quella forca, allora ha detto verità, e secondo la stessa legge, avendo giurato la verità, deve esser lasciato il libero".

Non voglio rivelare la risposta di Sancho, perché trovo sia meglio lasciar cercare di indovinarla, ammesso che non la si ricordi o non si conosca. Posso solo dire che è un paradosso interessante, dal punto di vista della logica matematica. E con questo non ho altro da aggiungere.

                                                                                     Silvano C.©


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domenica 4 agosto 2013

Il cieco



Conoscevo uno cieco, che a 40 anni fece un’operazione ed acquistò la vista.
I primi momenti furono bellissimi, i volti, i colori, i paesaggi.
Poi poco a poco le cose cambiarono, iniziò a vedere lo sporco, lo squallore attorno a sé. Ogni cosa gli appariva paurosa, brutta.
Prima, quando era cieco, attraversava la strada col bastone, senza paura.
Dopo, lentamente, iniziò a non uscire più a rinchiudersi al buio, per non vedere.
Dopo tre anni si tolse la vita.

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Questo, riassunto con parole mie, ma abbastanza fedeli, è quello che racconta Jack Nicholson a Maria Schneider in una delle ultime scene del film Professione Reporter, di Michelangelo Antonioni, girata in un polveroso paese spagnolo, subito prima  della celebre sequenza finale di 7 minuti.  
                                                                       
                                                                                               Silvano C.©


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sabato 3 agosto 2013

Legno, poche divagazioni e dichiarazione d’amore

Amo il legno, anche se non sono mai stato bravo ad arrampicarmi sugli alberi da piccolo, se non so coltivarli, gli alberi, e non possiedo terra, e se non riconosco tutti gli alberi che incontro nei luoghi dove vado. Ma lo amo perché è un materiale che resta vivo a lungo, anche quando l’albero che lo ha prodotto è stato abbattuto da tempo.

Il primo albero che ho imparato a conoscere è l’albero di Natale, ed a lungo non ne ho saputo altro. Poi mi capita di incontrare un altro albero più raro e mi è impossibile scordarlo, la Lagerstroemia, che cresceva altissima nell’asilo delle suore dove andavo da piccolo. E poi i pioppi, i salici, i platani, le robinie, tanto comuni in Emilia, e ancora le nobili betulle, o i bellissimi larici, che in inverno si spogliano, invece di rivestirsi, anche se vivono in montagna.

Ma del legno io amo soprattutto il colore, il contatto, il profumo, la consistenza, la leggerezza e possibilità che ti offre di plasmarlo in mille forme e per mille usi. Un semplice mestolo da cucina, in legno, di origine commerciale, per me ha una nobiltà che i più blasonati oggetti da cucina firmati non avranno mai. Un tagliere, un matterello, una spatola per la polenta.

Ho costruito scaffali, scatole, piccoli oggetti col tornio. Ho intagliato un po’ di cirmolo, senza molto successo, quello devo ammetterlo, ma guadagnandoci una ferita non da poco per la mia imperizia nell’usare un Opinel senza sicura. Ho abbattuto alberi che la forestale mi ha assegnato utilizzando una sega a nastro, col rischio di amputarmi una gamba o un braccio, perché era la prima volta (ed anche l’ultima che lo facevo). Del resto sono nato in una casa dove l’unica fonte di calore era il camino. Poi ho vissuto in una dove era la cucina economica a farla da padrona. Ma sempre legno era la materia da bruciare, assieme a residui più poveri o al più costoso carbone.

Ora ho attrezzi per lavorarlo che un tempo non avevo, e so costruire mobiletti, anche se non utilizzo per questi il legno massello, adatto solo a certi usi specifici. Il legno lamellare poi è una evoluzione che un tempo non esisteva, è un bellissimo materiale da costruzione, che in Trentino è sempre più diffuso, nell’edilizia pubblica e privata.
Amo il legno, insomma. Che è anche ottimo come materiale antisismico, e di terremoti ultimamente ne so qualcosa.

                                                                  Silvano C.©

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venerdì 2 agosto 2013

Esplode la bomba

Esplode la bomba ed il mio corpo va in pezzi, i miei pensieri finiscono in un lampo di luce. Non provo dolore.

Esplode la bomba, ed io, che stavo parlando con te, non ti sento più, cade la linea. Quando riprovo a fare il numero ricevo solo un segnale automatico, e non riesco più a raggiungerti nè a sentire la tua voce. Non la sentirò più.

Esplode la bomba. Vengo colpito da uno spostamento d’aria fortissimo, cado a terra, rimango immobile per un tempo indefinito, poi mi rialzo, e mi guardo attorno, stupito.

Esplode la bomba, e mia figlia, che tenevo per la mano, mi viene portata via con violenza. La rivedrò solo ore dopo, morta.

Esplode la bomba, con precisione. Il lavoro l’ho fatto da professionista.

Esplode la bomba, così deve andare.

Esplode la bomba, e per troppe persone nulla sarà più come prima. 
 
Per molte nulla sarà più.

                                                                  Silvano C.©

Due episodi alcolici


Questi due episodi alcolici sono lontani nel tempo, ed anche lontani tra loro nello spazio. Non è prevista una morale finale.

Ero giovane, vivevo in famiglia. Eravamo in sei in un appartamento di una casa popolare a Ferrara, e ci eravamo trasferiti da poco da Porotto. Frequentavo il liceo, non conoscevo molta gente, e mi capitava di fare due passi da solo. Un giorno incontro sotto casa un uomo che barcolla, mi avvicino, ed il suo fiato alcolico quasi mi stende sul posto. Chiedo se posso essere utile, mi guarda interrogativo, gli dico se vuole entrare un attimo in casa per riprendersi, e lui accetta.
Entriamo, mia nonna è stupita e chiede chi sia l’ospite inatteso. Io le spiego in modo poco chiaro mentre lui, sedendosi su una poltrona, per poco non sbaglia il bersaglio ed abbatte un tavolino con ripiano in vetro di poca qualità ma che ai miei piace perché “fa molto salotto”. Mia nonna vede che questa persona non si sente bene,e allora:
-         Vuole qualcosa da bere ? –
Non aggiungo nulla, è sufficiente così, per questo primo episodio.

Diversi anni dopo sono a Trento, neonominato supplente in un Istituto superiore. Anche in quel momento conosco poca gente, lontano dai miei riferimenti, e mi capita di uscire la sera da solo, a fare due passi, in preda ad una leggera depressione perfettamente giustificata dalla situazione. Trento tuttavia, la sera e per chi non ha contatti, è tutto tranne una cura per la solitudine. Almeno per me in quegli anni. Incontro un uomo che barcolla, mi avvicino, ed il suo fiato alcolico quasi mi stende sul posto. Stavolta non lo invito nella mia stanza in affitto, come feci molti anni prima più a sud e più giovane. Decido però che non lo posso abbandonare, e neppure portarlo in un bar per offrirgli qualcosa da bere. A poca distanza c’è una casa di cura con un pronto soccorso. (Trento non è molto estesa, e tutto è facilmente raggiungibile, a piedi).
Sorreggendo l’uomo, magro e con la barba lunga, lo faccio camminare sino all’ingresso. Entro, il personale di guardia mi chiede cosa desidero, io spiego la situazione, mi osservano come se fossi un marziano, confermano che lo conoscono, che spesso hanno avuto a che fare con lui. Mi assicurano che lo terranno in osservazione e mi congedano. Non mi ricordo se mi ringraziano, ho solo la netta sensazione che mi considerino uno che gli ha portato una grana, o una perdita di tempo, mentre loro stavano tranquilli a rilassarsi.
Non so più nulla di quell’uomo, ma tornando alla mia stanza in affitto la depressione aumenta.

                                                                            Silvano C.©


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mercoledì 31 luglio 2013

Specie opportunista



Leggo dall'Enciclopedia Treccani in rete: Specie o. Specie adattata ad ambienti in cui la disponibilità delle risorse varia in modo discontinuo, e caratterizzata da grande capacità di dispersione e da alti tassi riproduttivi.
Nei miei passati studi tra queste specie legate in qualche modo all’uomo ho trovato topi, gabbiani, ortiche, e diverse altre.

Tentare un allargamento del concetto al comportamento opportunista umano è assolutamente scorretto, e cadrei nell’errore opposto di chi attribuisce sentimenti e reazioni umane agli animali, come se vivessimo in un cartone di Disney.
Quindi, ben sapendo che quello che dico può essere facilmente smentito, anzi, rinfrancato da questa  considerazione, affermo che un comportamento opportunista nel senso biologico ed ecologico io lo vedo in certi gruppi umani marginali, che vivono ai confini delle leggi e della convivenza ordinata, in grado di sopravvivere alla società stessa in caso di una sua implosione, ma che contemporaneamente sono esposti e vulnerabili se attaccati direttamente dalle forze organizzate della struttura costituita, dal potere insomma, che difende prima di tutto sé stesso, e solo dopo le persone che ne giustificano la presenza.

Il Contratto Sociale per alcuni non è mai esistito, e quindi ogni sua conseguenza è semplicemente incomprensibile. Io visceralmente sono dalla parte della Società, della convivenza. Sono arrivato a questa convinzione sia in modo razionale che irrazionale, ne sono abbastanza sicuro, tuttavia non riesco a negare del tutto le ragioni emarginate degli “opportunisti”. È per quello che, ascoltando alcune canzoni di De Andrè, non posso fare a meno di iniziare a sognare un mondo anarchico e completamente libero, oltre ogni buonsenso.

                                                                            Silvano C.©


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Lo schiaffo



Le punizioni corporali scolastiche sono un ricordo dell’infanzia, e tutto sommato abbastanza contenute, come quando il troppo vivace Carletto veniva legato al banco dalla maestra per un po’ di tempo. Chissà per quale motivo quell’insegnante puniva così quel bambino di 6 anni o poco più, ma c’era disapprovazione nei confronti di questo alunno, ormai perso nel passato, per il solo fatto di disturbare la lezione. Non aveva grande seguito di amici, non sicuramente come ne avrebbe oggi, e tutti i genitori allora erano concordi nel dire che andava punito in modo che capisse come ci si deve comportare.

Altri tempi, ormai, oggi preistoria, perché la scuola nel frattempo si è aggiornata, ha sfornato generazioni di italiani sempre meno rispettosi ed è stata superata, come entità educativa, dai mezzi di comunicazione di massa. Ora la scuola non è rispettata e in particolare quella pubblica sembra la fortezza Bastiani.  Nel senso che l’insegnante, dopo aver atteso tutta la vita il nemico, quando finalmente questi è arrivato, è lontano. Ma forse è solo un sogno quello di essersi preparato alla battaglia, senza in realtà mai impugnare una sola arma. Oppure il nemico è arrivato da tempo, poco a poco, non come un esercito di tartari organizzato e riconoscibile, ma con una invasione lenta, capillare, come in vecchio film di fantascienza: “L’invasione degli Ultracorpi”.

Ma veniamo allo schiaffo:

Premessa – Alla fine degli anni 80 del secolo scorso entrano orgogliosamente nella scuola i primi personal computer. Sono macchine ancora importanti e costose, usano il sistema operativo MS-DOS
ed il Basic è il linguaggio più in voga, almeno nel caso di chi inizia ad avvicinarsi all’informatica. Alcuni da pochi anni hanno comprato i mitici Commodore Vic-20 o Commodore 64, che funzionano collegati ad uno schermo televisivo e che se vengono spenti dimenticano tutto, salvo copiare i dati in una specie di mangianastri collegato.  Pochi hanno il denaro per un vero PC, e sicuramente non gli insegnanti senza un doppio lavoro. Costano ancora troppo, e non ci sono mai convenzioni agevolate per far acquistare queste macchine agli insegnanti, che se desiderano farlo non possono neppure scaricare l’IVA, pur essendo uno strumento di lavoro. Quando finalmente una manciata di queste macchine viene installata in un’aula speciale nasce la prima aula di informatica che il professor Piero abbia mai visto. Chi intende usarla si aggiorna in modo adeguato, e solo dopo ha l’accesso, singolarmente o con la sua classe, a questo santuario innovativo, che promette miracoli e meraviglie.

Fatto – Un pomeriggio, con un gruppo ridotto di ragazzi, dopo aver spiegato e indottrinato per bene tutti, Piero li fa entrare in quest’aula. Chiede che ascoltino con attenzione ed eseguano le istruzioni man mano che le fornisce, perché non può verificare personalmente cosa succede ad ogni singola macchina, davanti alla quale gli alunni sono seduti in gruppi di due o tre, con l’impegno di ruotare a turno. Un PC dell’epoca è formato da una scatola che contiene il processore, da un monitor appoggiato su questa scatola e da una tastiera. Niente altro. Niente stampanti o casse, e soprattutto, niente mouse. La lezione è faticosa, Piero comincia ad avere poca voce perché un ragazzino, Mattia, disturba e lo obbliga ad interrompersi spesso ed a ripetere. Poi questo litiga con i compagni, e viene spostato di lato. Non soddisfatto inizia a battere sulla tastiera con la mano tanto per vedere che succede e come reagisce l’insegnante. Lui provoca, insomma, e Piero fa la cosa che nessun insegnante serio o preparato deve mai fare. Cade nella provocazione e gli molla un ceffone, tanto forte da far perdere sangue dal naso. Pensa, dentro di sè, come giustificazione, che sta per rompere una macchina molto costosa, una macchina di tutta la scuola, di centinaia di ragazzi. Ma è solo una giustificazione postuma, in realtà fa una cosa sbagliatissima, da denuncia. Il ragazzo scatta, urla, apre la finestra e si butta fuori (l’aula è al piano rialzato) poi scappa.

Sviluppo –  Ora i fatti sono meno nitidi, si rischia di dire inesattezze. Per un qualche miracolo non succede nulla. È l’ultima ora di lezione. Tutti vanno a casa pochi minuti dopo l’episodio. Piero è agitatissimo, anche se tenta di mantenere la calma. La notte quasi non dorme. Non sa che fare. In fondo è uscito dieci minuti prima della fine delle lezioni. In fondo stava facendo il vandalo. In fondo stava disturbando la lezione. In fondo ha solo fatto un’enorme cazzata che potrebbe costargli molto cara, perché quello è un minorenne, ed è affidato alla sua responsabilità. Ma non succede effettivamente nulla. Il giorno dopo il ragazzo, tranquillo e con l’aria di chi sa come vanno le cose del mondo si presenta a scuola e non dice una sola parola sul fatto del giorno prima. Piero non sa neppure cosa si sia detto dell’episodio tra gli alunni, ha il terrore di indagare. I giorni passano, poco a poco l’episodio diventa un ricordo. Non ci sono conseguenze di alcun tipo, se non nella coscienza del professore, che sa di aver mancato, o fallito, in un momento nel quale è stato messo alla prova.


Conclusione - Molti anni dopo Piero, che continua ad insegnare, rivede Mattia, per caso, in un supermercato. È cresciuto, si è fatto uomo, lavora nel reparto macelleria. Sorride al suo vecchio professore e, malgrado abbia in mano il coltello affilatissimo che sta usando, non lo assale. Gli ricorda l’episodio, Piero arrossisce. Lui dice sorridendo che la sberla se la meritava, che poi non ha detto niente a nessuno, né a casa né ad altre persone. Gli dice pure che ha dei bei ricordi di quegli anni, e che ha fatto impazzire molti insegnanti, non solo lui.
Passa altro tempo, e Piero visita una fiera campionaria, con la figlia. Mentre stanno curiosando tra i vari stand lo ritrova. Mattia è elegantissimo, sicuramente più di lui, e lo accoglie in un piccolo spazio dove offre un bicchiere di brut a lui ed uno di aranciata alla figlia. Dice che da anni ormai è diventato uomo di fiducia e venditore in quella ditta di infissi che opera in tutta la regione e anche in giro per l’Italia. È ormai un uomo arrivato. È sposato ed ha pure una bella casa. La scuola, a modo suo, gli è servita. Forse anche lo schiaffo, chi lo sa.

                                                                                                                Silvano C.©


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lunedì 29 luglio 2013

Nove giorni, una vita. Bianca



Bianca nasce il 5 aprile del 1933 a Voghiera, da una famiglia di mezzadri per quei tempi benestanti, i Gavioli. È la primogenita, ma le gravi complicazioni che dopo il parto colpiscono la madre col rischio che questa perda la vita, la rendono figlia unica. È un duro colpo per Guido, che avrebbe voluto un figlio maschio, ma questi si consola presto, abituato a lavorare e a non lamentarsi mai troppo. Anche se è assolutamente ateo e comunista, con una contraddizione che ritiene perfettamente naturale, ringrazia Dio di avergli salvato Lorenza, che ama da morire, ed accetta la situazione. Per fortuna suo padre e sua madre sono ancora in forze, pensa, e relativamente giovani, quindi in grado di aiutarlo ancora per diversi anni nella conduzione del piccolo podere dal quale ricava il sostentamento per tutti i suoi.
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Quando  Bianca compie i 10 anni, l’Italia è in guerra al fianco della Germania ormai da quasi tre anni. Nelle varie zone della provincia di Ferrara sono arrivati i primi sfollati dalla città, non per paura, ancora, perché solo verso la fine dell’anno, esattamente il 29 dicembre, ci sarebbe stato il primo bombardamento aereo sul capoluogo con oltre 300 morti, ma piuttosto per la difficoltà di trovare generi alimentari e anche per ragioni “politiche”. Erano entrate in vigore dal 1925 le leggi fascistissime, ma solo negli ultimi anni avevano iniziato a dare i loro frutti più nefandi, in particolare quando si erano combinate agli effetti delle leggi razziali. La piccola Bianca però non si rende conto della guerra se non dai discorsi dei genitori, non è coinvolta direttamente, ed infatti nessuno dei suoi familiari viene richiamato sotto le armi come invece gli zii Nicola e Secondo (nessuno dei due tornerà più a casa). Il padre è l’unico uomo in grado di condurre i lavori in azienda, ed ha problemi cardiaci, mentre il nonno ormai ha compiuto 57 anni, ed è troppo vecchio per la guerra. Lei aiuta in campagna, e viene trattata da maschio dal padre, il maschio che non ha avuto. E si diverte, a suo modo, e si sente importante. Lavora senza sentire la fatica, è sana e forte.
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Gli anni del dopoguerra sono un momento di ripresa per l’Italia, ma per la famiglia di Bianca sono segnati da lutti e nuove difficoltà. Muoiono a pochi mesi di distanza i nonni che vivevano con loro. Il padre perde la mezzadria, perché non può garantire da solo ormai il lavoro sul fondo agricolo del Nencini, il proprietario. Si dice anche che antichi dissapori tra Nencini e Gavioli siano divenuti insanabili, il primo monarchico deluso dalla politica, il secondo comunista, sempre più impegnato con il sindacato. Il 5 marzo di quell’anno poi muore Stalin, ed il padre mette il lutto al braccio. Ora sono rimasti in tre, e si sono trasferiti da tempo in una piccola casa nei Prati di Palmirano, dove il padre ha trovato una sistemazione economica. Tutte le mattine deve partire in bicicletta per andare a Cocomaro di Cona,  a molti chilometri da casa, dove lavora come bidello. Anche Bianca ha un nuovo lavoro, a Gaibanella, presso un’azienda agricola con cantina. A casa resta solo la madre, che cura un piccolo allevamento di polli e conigli che vende ogni tanto ai macellai della zona. Bianca vorrebbe festeggiare il suo ventesimo compleanno col fidanzato, visto che è domenica, ma lui, che lavora come muratore, è lontano, in Veneto, e non si vedranno che fra più di un mese. E così resta con i suoi, e trascorre la giornata dando una mano alla madre. Pensa a quando si sposeranno, l’anno prossimo.

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Il 5 aprile del 1963 Bianca saluta il figlio Carlo che esce di casa, ad Aguscello, per andare alla scuola elementare. Frequenta già la terza, è molto bravo, dice la maestra, e lei ne è orgogliosa. Il nonno si illumina quando vede il nipote, e assieme trascorrono molto tempo, quando il bambino è libero e non ha altri impegni o non deve svolgere i compiti. Guido ha finalmente coronato col nipote il sogno di un figlio maschio, e subisce con la moglie senza lamentarsi gli sgarbi e la malagrazia coi quali il genero si rivolge ad entrambi. È una pena per la figlia vedere i genitori trattati in quel modo, ma sopporta, anche per loro. Il marito, che dopo il loro matrimonio è diventato capomastro, rimane fuori casa tutto il giorno, e quindi per molte ore in casa regna una certa calma. Solo la sera quando lui rincasa i vecchi si rinchiudono nella loro stanzetta, e cercano di evitare ogni motivo di attrito. Del resto lui guadagna abbastanza ed ora vivono in una casetta piccola ma molto comoda, con il gabinetto dentro casa, ed uno spazio per lavarsi con una piccola stufetta in terracotta. Bianca quindi si rende conto che, malgrado il suo pessimo carattere, è pur sempre stata fortunata a trovare Sergio, ed ora loro figlio porta il cognome del padre:Corazza. "Il mio cognome è destinato ad estinguersi" pensa con tristezza Guido. La vita continua, però, indifferente ai sogni infranti.

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Quel giorno di aprile del 1973 inizia bene per Bianca. Il marito ed il figlio le hanno fatto trovare sul tavolo della cucina un mazzo di rose ed un pacchettino, facendosi promettere che lo avrebbe aperto solo a mezzogiorno preciso. Fanno colazione assieme loro tre, poi i due uomini escono, dopo averle fatto gli auguri, Il primo per andare al suo cantiere edile a Pontegradella il secondo al liceo.
Lei sistema in fretta la casa, poi, da via Mortara, in bicicletta va in Certosa, a mettere un fiore sulla tomba del padre, mancato due anni prima. Rimane una decina di minuti davanti alla lapide con la foto, che accarezza con le dita, poi saluta mentalmente ed esce dal cimitero. Riprende la bicicletta e in pochi minuti arriva alla Salus, dove è ricoverata ormai senza conoscenza la madre, colpita da un ictus in febbraio. La clinica è nuova ed efficiente, ma l’odore nella stanza della madre, dove stanno altre due donne anziane, è sempre pesante. Lei socchiude la finestra dopo aver salutato la madre che non sembra accorgersi della sua presenza. Poi va a chiamare un’infermiera, e le chiede se è stata cambiata, quella mattina. Ottiene una risposta affermativa ma un po’ evasiva, e dopo meno di 10 minuti, quando è seduta accanto al letto, arrivano due inservienti che la fanno accomodare fuori perché devono sistemare le degenti.
Mentre aspetta, guardando fuori dalla finestra verso Via Arianuova, sente la mente vuota ma con un ingorgo di emozioni che fanno ressa sulla porta per entrare, e lei che tenta di fermarle. Sa che non può vincere, e che alla fine loro sfonderanno ogni barriera, ma intanto resiste, e cerca di distrarsi guardando lo scarso movimento sulla strada, oltre i cancelli del parcheggio della clinica.
…..
A mezzogiorno preciso Bianca è a casa, e il rintocco delle campana di Santa Maria della Consolazione le ricorda che deve aprire il pacchetto ricevuto in regalo il mattino. Scioglie il nastro, poi, cercando di non rovinare la carta che lo avvolge, libera il pacchetto. C’è un biglietto,lo apre:

Tantissimi auguri Bianca, scommetto che ti eri dimenticata e sono state le campane di Santa Maria a ricordarti del tuo regalo. Lo abbiamo scelto assieme io e Carlo. Ed ha contribuito pure lui. Lo confermo ufficialmente.
Ti amo, Sergio
Auguri mamma, fai la brava oggi. E buon compleanno. Carlo

PS. Stasera ho prenotato per due alla Provvidenza. Io arrivo verso le 7. Tu preparati.

PPS. La prima pietra della chiesa è stata posta esattamente il 5 aprile del 1501 dal duca Ercole I d’Este in persona. Scommetto che non lo sapevi.

Ora, con un sorriso, Bianca apre il pacchetto…

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In radio un approfondimento sullo strappo di Berlinguer e sulla crisi del PCI con le dimissioni a Torino di Diego Novelli, ma si sente a fatica tanto il volume è basso. La casa è immersa nella semioscurità, lei riposa con gli occhi chiusi, su una poltrona in sala. Tra poco deve uscire. Da un paio di anni lavora per mezza giornata dal martedì al venerdì presso il notaio Busi, in via Contrari. È quasi in ritardo, ma ha un forte mal di testa, e non riesce a decidersi ad alzarsi. Oggi sarebbe pure il suo compleanno, ma solo il figlio, da Londra, le ha fatto una telefonata. Sergio non lo vede e non lo sente da anni, da quando è andato a vivere con quella donna che potrebbe quasi essere sua figlia. Non sono ancora divorziati, ma sembra che a nessuno dei due interessi. Si sono separati in modo quasi civile. Lui le ha lasciato l’appartamento di Via Mortara, e le passa pochissimi soldi ogni mese, che ovviamente non le bastano. In fondo è stata fortunata se il Busi l’ha presa. All’inizio era una frana completa, ma ora è diventata abbastanza efficiente.

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Bianca compie 60 anni, è lunedì. Scende piano le scale di casa, va in cortile e prende la bicicletta con la quale si muove in città. Non ha mai preso la patente, ed ora è decisamente tardi per pensarci. Come ogni lunedì, da quando è in pensione, va al mercato, in Piazza Travaglio. Le auto si sono fatte molto invadenti, e a volte ha difficoltà nel traffico, ma andando contromano e sui marciapiedi, se serve, riesce ad arrivare ovunque, col sole o con la pioggia, tenendo magari l’ombrello con una mano e il manubrio con l’altra.  Una volta quasi ha investito un vigile, spuntando contromano da via Cisterna del Follo, ma lui neppure l’ha notata. A Ferrara le biciclette sono le signore del traffico. Se non hai la bicicletta non sei nessuno, ed infatti i ladri non si fanno sfuggire ogni occasione alla loro portata, fosse pure un ferrovecchio. E nessuno le abbandona senza almeno un piccolo lucchetto. 
A volte, il pomeriggio, Carlo o Ethel le portano la nipotina di 4 anni, Lorenza. Carlo ha voluto chiamarla col nome della nonna, alla quale era molto affezionato. Quando non ha questo impegno si reca all’Ospedale S. Giorgio, un centro riabilitativo famoso non solo a Ferrara, tanto che, tra gli altri, in agosto di quell’anno verrà ricoverato anche Federico Fellini. In quelle stanze lei si sente utile, aiuta giovani e anziani a ritrovare fiducia e forza di continuare, e per tale ragione da un po’ di tempo si è fatta socia di una cooperativa di volontariato.
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il 5 aprile 2003 ad Asiago è nebbioso, ma sarebbe meglio dire che le nuvole sono basse.
Bianca segue un gruppo di anziani, portati in una struttura della parrocchia di San Benedetto. Il figlio disapprova le sue scelte, perché le ripete che dovrebbe riposarsi a casa sua, ma lei ha la testa dura, e non smette di andare dove vuole. Non è mai stata religiosa o praticante, fedele alle idee comuniste del padre sino alla fine, ma con il volontariato si è avvicinata al mondo cattolico, e se serve collabora senza problemi, anche se ormai l’età non le permette di essere utile come un tempo. A volte le piace pure litigare di gusto con una amica, che lei giudica una beghina intelligente, e commenta sarcasticamente, per farla arrabbiare, i viaggi che il Papa in carrozzina fa ancora in giro per il mondo. A suo modo ha trovato la felicità

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Entra in Certosa dopo aver parcheggiato l’auto in Via Borso, di fronte ad un fiorista. I fiori Carlo li porta da casa, vengono dal suo piccolo giardino. Ha voluto venire da solo, senza la moglie e la figlia. Cammina piano, diretto verso la zona nuova, dove sono tumulati, in due loculi affiancati, i suoi genitori. 

Arriva e, come ogni volta, legge le poche parole:
Sergio Corazza  N  15 settembre 1929        M  19 novembre 2004
Bianca Gavioli    N   5 aprile 1933                M   3 agosto 2012
Se la madre fosse viva oggi compirebbe 80 anni. E non sa trattenere le lacrime pensando che lei ha voluto portare al collo per il suo ultimo viaggio quella collana di granato che lui ed il padre le hanno regalato ormai  40 anni prima. Non se ne era mai separata.
                                                                                             Silvano C.©


( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

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