giovedì 17 aprile 2014

Frida e Tina



Frida - Vengo trapassata, quasi impalata, ho 18 anni, e potrei morire ora, dovrei morire ora, lacerata e dissanguata, ma mi aggrappo alla vita e scaccio la morte, perché lo voglio, senza neppure capire perché. E voglio dipingere, prendendo me come soggetto. Il motivo? Sono immobilizzata, e dipingo come una pazza, mi scavo dentro, con più violenza quasi di quel metallo che voleva uccidermi senza riuscirci.



Tina - Ho solo due anni e sono già emigrante, in Austria, lasciando la mia Udine, ma poi torno, zio Pietro mi insegna a fotografare, e mi piace da morire.
Poi emigro sul serio, incontro Robo, mi sposo con lui e vado a vivere a Los Angeles, negli Stati Uniti, la terra del Capitalismo.


Frida Kahlo e Diego Rivera
Frida - Diego è un rospo ed un donnaiolo, l’ho preso in giro da ragazzina, ma lui dipinge murales ed è rispettato e criticato, io gli mostro i miei lavori, quando finalmente posso camminare, e lui resta colpito. Non ricorda forse chi ero, lo colpiscono le mie sopracciglia, credo, lo amo e lo odio, è capace di capirmi più di quanto io stessa possa fare, ma è un egoista che non cambierà mai. 
Tina Modotti, ritratta da Diego Rivera


Tina - Provo a fare l’attrice, ma è solo una delusione, e con Bobo le cose non funzionano più. Incontro Edward, andiamo a vivere in Messico. Lì tutto è vita, azione, e rivoluzione. Viva il comunismo. Conosco Diego, poso per lui e mi lascio sedurre. È brutto ma è unico, è un genio. Divento sempre più brava a far fotografie, e ottengo un grosso successo in una mia esposizione, al Palacio de Minerìa. 

Pan American Unity, City College di San Francisco, di Diego Rivera
Frida - Sono nata l’anno della rivoluzione, qui in Messico, perché tutto inizia in quel momento, e sono comunista, perché lo è Diego, che non solo si iscrisse al partito, ma lo fondò. E poi, quando difese le posizioni di Trockij in contrasto con quelle di Stalin, invitandolo nella nostra patria, si autoespulse dal partito e accettò di essere criticato dai compagni che prima lo osannavano. Con Lev ci sono stata, per un po’, poi mi sono stancata. Io ho amato tanti, uomini e donne. La vita mi rubato la possibilità di generare la vita, ma io l’ho vissuta.

Tina - Io e Frida diventiamo amiche. Siamo due comuniste inseparabili, e questo mi consola in parte della fine della mia storia con Edward. Protestiamo per quanto succede a Sacco e Vanzetti, e conosco Vittorio, un vero rivoluzionario, ma il mio compagno è Julio Antonio, lui è l’amore della mia vita. E me lo uccidono sotto gli occhi. Poi iniziano a perseguitarmi, e fuggo dal Messico con Vittorio. Tutto è finito. Frida e Diego sono due traditori che stanno con Trockij. Non li vedrò più.
Frida Kahlo e Diego Rivera.Marcia col sindacato artisti 1 Maggio 1929.Mexico City

Frida - Diego è andato a letto anche con Tina, lo so, ma lei è mia amica, e niente ci potrà mai separare. Ci ha anche fotografati assieme, io e Diego, e lui l’ha ritratta, perché lei è pure attrice e modella, non solo fotografa. Io non sono gelosa, e lo sono da morire.

Tina - Andiamo in Spagna, a combattere contro Franco, poi, riusciamo a tornare in Messico, e qui, poco dopo, tutto finisce.


L'uomo all'incrocio è uno dei più famosi murales di Diego Rivera
Frida - Tina non ci vuole più vedere, siamo dei traditori della causa e del comunismo. Ma io non sono mai cambiata, sono sempre la stessa, e il popolo non conta di meno, per me, solo perché lei lo pensa.



Comunisti contro comunisti, in un groviglio inestricabile di accuse reciproche e di sospetti, di prese nette di posizione a favore di una linea che non è mai una sola, mentre Trockij viene assassinato e Pablo Neruda scrive una poesia per Tina Modotti.


« Tina Modotti hermana,
no duermes no, no duermes
tal vez tu corazon
oye crecer la rosa
de ayer la ultima rosa
de ayer la nueva rosa
descansa dulcemente hermana.

Puro es tu dulce nombre
pura es tu fragil vida
de abeja sombra fuego
nieve silencio espuma
de acero linea polen
se construyo tu ferrea
tu delgada estructura »
(Epitaffio dedicato a Tina Modotti da P. Neruda)


 

Pino Cacucci scrive un libro: “Viva la vida!”, nel quale, sotto forma di monologo narrato in prima persona, racconta la vita di Frida Kahlo




                                                                        Silvano C.©


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domenica 13 aprile 2014

AAA - Cercasi amore, disperatamente!


Entra in un sito per cuori solitari, supera le opzioni che riguardano il sesso, la regione, l’età ed il lavoro, ed è stupito di non essere costretto a nessuna formalità per poter vedere le numerose scelte che gli vengono offerte. Le scorre, almeno quelle che compaiono nelle prime pagine, e dopo un po’ ne sceglie una:  



Olga: 27 anni, Hostess Fiere
Sono una ragazza che studia e lavora, occhi da gatta, bionda e attraente ... almeno così mi dicono! Ma oltre a questo sono dolcissima, con un cuore grande, riflessiva, determinata.. e molto sola! Ci vorrebbe proprio un amore, ...

Poi legge i particolari del suo profilo.

Mi presento: Nonostante le mie difficoltà in questo momento, ho scelto il Club con l’intento di uscirne con un compagno che abiti non lontano. Ho tanto da dare e credo che l’Amore sia fatto per coloro che sentono il bisogno di viverlo intensamente. Mi chiamo Olga, ho 27 anni e sono single da 3. L’ ultima storia mi ha delusa. Sono stanca degli uomini poco seri. Cerco una persona motivata e felice di aver accanto una donna.



Fabio salva la ricerca e spegne il Mac, poi si mette a letto, meno tranquillo del solito (ammesso che a letto ci vada tranquillamente, negli ultimi periodi). Abita in città da quasi quattro anni, dopo aver trovato quella sistemazione che lo ha reso un emigrante. Contemporaneamente si è allontanato dai problemi economici ma ha acuito quelli relazionali. Adesso, a 31 anni compiuti da alcuni mesi, è un isolato. Sul posto di lavoro non ha stretto alcuna relazione né di amicizia né sentimentale, anche se ci ha provato. Tutti hanno già il loro giro oppure sono accoppiati, e nessuno mostra interesse nei suoi confronti. Passa le sere da solo, andando talvolta al cinema. Di giorno, nel tempo libero, frequenta una palestra ed una piscina, ma più di scambiare tre parole con le cassiere all’ingresso non ha mai realizzato. Ed ha perso l’energia del giovane che frequentava locali con gli amici; sono tempi ormai passati.



Il giorno dopo rientra nel sito, ritrova Olga e la sua descrizione, clicca su “Rispondi all’annuncio di Olga”, e deve inserire gli indispensabili dati personali: Nome, Telefono, Mail, ed infine il messaggio, che nel frattempo ha pensato:

« Ciao Olga, sono Fabio, ho 31 anni, vivo vicino a te, sono infermiere professionale e cerco una ragazza per iniziare una relazione seria. Sarei felice se tu mi rispondessi ed accettassi di incontrarci. Ho letto la tua descrizione nel profilo e mi hai colpito. Mi piacerebbe pure vedere una tua foto, se è possibile. A presto. Fabio » .



In breve dal sito arriva un messaggio sulla sua mail. Gli chiedono la quota associativa annuale e gli vengono fornite le modalità di versamento. La quota è ragionevole, e dopo potrà avere libero accesso sia alle risposte di Olga sia a quelle di altre quattro persone, che potrà scegliere nel corso dell’anno. Viene avvisato che i rapporti personali che potranno nascere dai contatti che inizieranno dopo l’iscrizione non rientrano nelle responsabilità del Club e che pertanto ogni socio dovrà assumersi la piena responsabilità del proprio comportamento, senza aver nulla da chiedere all’organizzazione. Segue un regolamento che si sottintende letto ed approvato all’atto stesso del versamento della quota associativa.



Dopo 20 giorni, diverse mail ed alcune telefonate, finalmente Fabio incontra la sua Olga, e l’occasione è fissata in un bar non troppo centrale. Quando lei arriva lui vede che è molto più bella di quanto si aspettava dalle foto, e si sente subito inadeguato, ma ormai è in ballo, e si alza per salutarla:
« Ciao, Olga, mi fa piacere poterti finalmente incontrare ».
« Ciao, Fabio, anche a me, sei carino, perché mi hai scritto che non ti vuole nessuna?».
« Perché è così, ma siediti, per favore, cosa prendi? ».



Olga è un regalo inaspettato. Fabio se ne rende conto. È allegra, sempre disponibile, accetta ogni sua proposta e non smette di dirgli che è molto bello, intelligente, che le altre non hanno capito mai nulla se lo hanno lasciato libero sino a quel giorno, e che sta molto bene con lui. Ovviamente lui non si è azzardato ancora a fare nulla che possa darle l’impressione di volerla avere e che la desidera, ma si è limitato ad accarezzarle le mani ed a darle qualche bacio sulle guance, mentre lei un po’ si ritraeva timidamente.

Ha scoperto che lavora saltuariamente, che vive col fratello, che sono orfani da quando erano molto piccoli, e che da allora sono inseparabili.
Anche lui ha problemi economici, e non sempre trova lavoro, in questo periodo di crisi.
Un giorno, sentendola più triste del solito per un problema che solo a fatica le fa esporre, le offre un po’ di soldi per pagare una bolletta in scadenza, e lei lo abbraccia con trasporto, tanto che lo fa arrossire ma rendendolo felice di poterla aiutare.



Ormai escono assieme almeno quattro o cinque sere a settimana, e se possono anche durante il giorno, quando lui non è in servizio e lei è libera da impegni.
Tutta felice lei intanto gli dice che ha trovato un lavoro più stabile, ma che le serve un’auto, che ovviamente non ha. E lui le presta la sua, soddisfatto di questa nuova opportunità. Dopo tre giorni però Olga gli spiega che non se la sente di lasciarlo a piedi, che non è giusto, che anche lui ha bisogno di potersi muovere come vuole. Dopo una piccola discussione lui le offre una piccola somma per comprare un’utilitaria usata. Ne ha vista una molto ben messa in una concessionaria, e le fornisce tutte le indicazioni per trovare il venditore, perché lei non accetta di andarci con lui, si vergogna, e vuol fare tutto da sola.



Sono passati tre mesi da quando sono ufficialmente una coppia, ed Olga è venuta frequentemente a casa sua. Hanno dormito assieme poche volte però perché dopo aver fatto l’amore, con una scusa o con l’altra, lei preferisce tornare a casa sua. Si dice preoccupata per il fratello, che attraversa momenti difficili, ha paura che si droghi, o che sia in brutti giri. E lui la lascia andare, ogni volta con maggior difficoltà, perché si sta abituando alla sua presenza. Ogni tanto le passa ancora dei soldi, a volte per esami medici, altre volte per bollette che arrivano sempre in momenti sbagliati, ed il suo lavoro, che la prende sempre di più, ancora non le permette l’indipendenza economica, e lui si sente in dovere di starle vicino, sempre, appena lei accenna ad un suo nuovo bisogno.
L’aiuta a pagare un debito di gioco del fratello, a curarsi da un dentista abbastanza caro, a saldare sempre nuove fatture, ed in cambio riceve il suo amore incondizionato.



Un giorno, tornando a casa per una via diversa dal solito la vede col fratello, e sta per fermare l’auto e raggiungerli. Poi però si blocca, raggelato.
Olga lo bacia con trasporto, in piedi all’angolo della strada, mentre lui la tocca dappertutto, sicuramente non come farebbe un fratello. Fabio si sente crollare, e fugge per non farsi vedere dalla coppia.
Quando vede Olga e le chiede spiegazioni, quella reagisce in modo duro, lo offende, gli dice di non intromettersi nella sua vita familiare e poi se ne va.

Poche ore dopo è il “fratello” che si fa vivo, lo minaccia con un coltello, lo spintona contro il muro e poi lo lascia dolorante e frastornato.
Per un giorno intero non sa che fare, ma il mattino dopo, spinto da una rabbia che ormai non controlla più, si reca dai carabinieri, e spiega la situazione omettendo vari particolari, giusto per non fare la figura del completo idiota. Su consiglio del maresciallo, che lo ascolta in modo umano, sporge denuncia, e in pochi giorni, scopre che il fratello è in realtà l’amante, che entrambi sono di origini straniere e che già in altre province hanno tentato assieme piccole truffe e sono stati denunciati.



Il processo dura in tutto tre anni. Fabio, a conti fatti, è stato derubato di oltre 30 mila euro, e la coppia di amanti viene condannata in primo grado dal giudice al pagamento - a titolo di risarcimento - di oltre 60 mila euro.

(Questa storia prende spunto da un fatto di cronaca recente, ma mi sono permesso alcune modifiche, ed i particolari possono differire dalla realtà)  

                                                                                        Silvano C.©


( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

giovedì 10 aprile 2014

Il Leone di San Marco a Occidente


Il Leone di San Marco a Occidente, nel “Dominio di Terraferma”
La pazzia e la genialità al servizio del potere
(raccolta di spunti per ricostruire un piccolo pezzetto del nostro passato)


Oggi, se si transita su un passo di montagna apparentemente facile ma trappola micidiale ogni inverno per molti camionisti che vi rimangono intrappolati se incautamente sorpresi senza catene quando nevica, cioè il Passo di san Giovanni, in Trentino, viene difficile immaginare che proprio di lì siano passate grosse navi da guerra veneziane, nel periodo del massimo splendore della Serenissima, nel 1439, quasi 600 anni fa, cioè ben prima dell’impresa di Fitzcarraldo raccontata in modo indimenticabile nel famoso film Werner Herzog.
Ambientazione, motivazioni, epoche storiche, tutto è diverso nelle due imprese. Anche il fatto che una di queste è documentata storicamente e l’altra è solo parte della fantasia di un regista visionario.

Nel castello Scaligero di Malcesine, sul lago di Garda, che ospita oggi un museo, è ricordata l’impresa della Repubblica Marinara con materiale d’epoca ed illustrazioni. E quindi una visita, se si passa in quei paraggi, è consigliabile, per scoprire un po’ della nostra storia passata.

 Non solo verso Oriente, come canta Guccini...
……
Leone di Venezia
Leone di San Marco
l'arma cristiana è al varco dell'Oriente
ai porti di ponente
il mare ti ha portato
i carichi di avorio e di broccato.
Le vesti dei mercanti
trasudano di ori
tesori immani portano le stive
si affacciano alle rive
le colorate vele
fragranti di garofano e di pepe.
Trasudano le schiene
schiantate dal lavoro
son per la terra mirra, l'oro e l'incenso.
Sembra che sia nel vento
su fra la palma somma
il grido del sudore e della gomma
(Asia, dall’album “L’isola non trovata” di Francesco Guccini - 1970)

“Tra il 1426-1454, per portare aiuti a Brescia assediata, il Senato fece infatti trasportare una flotta, composta da due galee sottili, tre fuste e venticinque copani, attraverso il Po e quindi, risalito l'Adige, fino a Mori. Servendosi di tronchi e numerosissimi buoi, le navi furono trascinate fino al lago, ora prosciugato, di Loppio. Con lo stesso sistema i veneziani trasportarono la flotta a Nago, poi lungo il pendio fino a Torbole e quindi sul lago. La ciclopica impresa della Serenissima riuscì nel suo intento, tuttavia l'anno seguente la flotta veneziana venne distrutta."


“Nell’anno 1438, inviata dal doge Francesco Foscari della Serenissima Repubblica Veneta, parte da Venezia una flotta di Galee e barche da guerra. Raggiungeranno il Garda passando dai monti: la pianura è in mano all’esercito milanese al soldo di Filippo Maria Visconti, e per raggiungere ed aiutare l’assediata Brescia questa è l’unica, pur pazzesca, via da percorrere.
La flotta risale controcorrente il fiume Adige, combattendo ogni sorta di avversità: migliaia di braccia e funi tirano dalle vie degli zattieri, spingono con pertiche, argani, buoi e cavalli, più di duemila. 
I ponti vengono abbattuti per fare luogo al passaggio delle navi alberate e avanti fino a Verona. E poi su per la Chiusa fin quasi a Rovereto, con sudore e sangue, non dimenticando il “doveroso” saluto al famoso verone dov’è affacciata la bella Giulietta”


“Con lui c'è un certo Nicolò Sorbolo, nativo di Creta; è lui a suggerirgli un'idea che sembrò allora perfino inconcepibile. Una trentina di navi da guerra, tra cui due galeoni e sei galere, navigarono da Venezia risalendo dalla foce tutto l'Adige fino nei pressi di Mori (vicino a Rovereto). Poi con carrucole e funi e impiegando 2000 buoi, le trascinarono per via terra fra i monti lungo la valle del Cameras fino al Passo san Giovanni, poi le calarono fra mille difficoltà fino a Torbole, sul lago, dove venne di nuovo approntata la flotta per fronteggiare quella ducale. Rimesse in acqua le navi, Colleoni le arma, e alcune con grosse travi le lega insieme e vi rizza un castelletto a difesa dell'intera flotta; salpa e inizia a costeggiare il lago”


Da ricordare infine, visto che vivo a Rovereto, che qui la Serenissima dominò dal 1416 al 1509, e che l’edificio religioso più importante è la Chiesa Arcipretale di San Marco, vicinissima alla Porta di San Marco, nel centro storico e pedonale cittadino.







                                                                                      Silvano C.©


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martedì 8 aprile 2014

Ventinove scopre i libri ed è il finimondo


(prima di leggere qui guarda cos’è successo qualche mese fa)

Dal mese di novembre erano arrivati a Rovereto, e si trovavano mica male lì, avevano fatto bene a spostarsi, perché a Querciolano ormai per loro la situazione si era fatta difficile, ed ora, circa 5 mesi dopo, neppure i soliti polemici avevano argomenti da tirar fuori per criticare la decisione di Uno, e la pace regnava nel piccolo popolo.


Ventinove, al solito, non riusciva a star fermo, era curioso di tutto, e quella loro nuova patria di adozione gli offriva mille occasioni per scoprire sempre cose nuove.
La notte, quando gli umani solitamente andavano a dormire, a parte alcuni che tiravano tardi nei bar ancora aperti oppure i soliti stupidi che andavano in giro per vedere che nuovi danni fare in città, lui se ne usciva, da quella bottega vuota di Via della Terra al numero 15, e si guardava attorno.

Aveva così scoperto, poco lontano, al numero 12, una bottega strana, con un artigiano che produceva terracotte o cose simili, e le decorava anche molto bene. La cosa buffa era che a volte vedeva gente che appoggiava libri ad una finestra della bottega e se ne andava. Poi capitava che quel libro venisse preso da qualcun altro, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo. Incuriosito aveva letto una scritta: “bookcrossig”, e poco a poco aveva capito che in quel posto i libri venivano scambiati.
 
Una sera uscì con Duecentoquindici e con suo fratello, Duecentosedici, con l’intenzione di allargare il solito giro allontanandosi un po’ dalla loro bottega.
A poca distanza trovarono una gioielleria senza gioielli. "Strano", pensarono. Poco più avanti una bomba intelligente e pacifista che quando aveva avuto l’occasione di scoppiare aveva deciso che non voleva farlo, e poi aveva sposato la causa di chi è contrario alla guerra, indossando una bandiera arcobaleno della pace. “Se anche una bomba non vuol fare la guerra un motivo ci sarà”, pensò approvando Ventinove.
Ma la cosa che veramente lo colpì, la prima volta che si trovo davanti quella bottega, fu il cappellaio che voleva vendere libri. Più matto di quello, pensò, difficile trovarne altri di umani.
Anche Duecentoquindici e Duecentosedici rimasero colpiti da quella strana e storica bottega di cappelli che però, sulla porta di ingresso, riportava la scritta: I LIBRI ED IO SIAMO QUI !

"I libri sono importanti", pensò Ventinove. Molto più dei cappelli. Poi i tre esploratori tornarono verso la loro bottega, ma prima andarono al numero 12 e presero un libricino. Il mattino dopo la bella Quarantacinque trovò, al suo risveglio, accanto a lei, quel libro. Narrava una storia d’amore, che lei lesse d’una fiato, e subito dopo lo passò alle sue amiche, che tutte eccitate fecero lo stesso.
Il danno ormai era fatto. 
Ma che razza di idea gli era venuta a Ventinove? 
Tutti sapevano che gli piaceva Quarantacinque, e che pure lei non disdegnava le attenzioni di lui, ma per quale motivo farle scoprire i libri? 
Tutte le ragazze iniziarono a chiedere ai loro spasimanti altri libri, con altre storie, perché, come tutte le femmine, erano curiose e volevano sapere. Il piccolo popolo, che trascorreva tranquillo i mesi in attesa del nuovo raccolto di patate, fu percorso da una nuova frenesia, che non fu possibile tenere a bada con i pochi libri recuperati ogni tanto con qualche puntata notturna al numero 12.

Come in altre emergenze simili Uno, vista la situazione, convocò le sue due consigliere di fiducia: Novanta, l’economa e pesatrice ufficiale, di grande esperienza e saggezza, e Settantotto, la prostituta filosofa, che di esperienza ne aveva pure lei, anche se di altra natura.
Discussero al solito molto animatamente, perché Uno non perdeva occasione per far indispettire ora Novanta ora Settantotto. Loro due stavano al gioco, sin dove volevano però, giusto per dargli un po’ di soddisfazione, perché oltre a rispettarlo in fondo lo ammiravano, e pure molto. Ma quando poi si trattava di decidere sapevano molto bene come portarlo a ragionare esattamente nel modo voluto, ed alla fine la spuntavano invariabilmente loro.
Anche quella volta Uno approvò le due, e la decisione che presero all’unanimità fu semplice e pratica.
Il solito Seicento, con i suoi amici, avrebbe organizzato, sotto la guida di Ventinove, una ricerca a tappeto in tutta la città per trovare il maggior numero di libri possibile e poi li avrebbero portati nella loro bottega, per colmare la nuova sete di conoscenza che sembrava aver contagiato quasi tutti, volenti o nolenti.

Nelle settimane che seguirono scoprirono una libreria che stava per chiudere o già chiusa, la Libreria Blu, poi un’altra piccola libreria indipendente, la Libreria Piccolroaz, e tante cantine con scatoloni pieni di libri, abbandonati.
Si organizzarono in squadre poco numerose ma efficienti, ed in poco tempo riuscirono a portare nella loro bottega scatoloni e scatoloni di libri di ogni genere, facendo finalmente felici Quarantacinque e tutte e sue amiche. Anche Uno iniziò a prenderci gusto nella lettura, lui, che prima aveva solo pensato a cose pratiche e che la saggezza l’aveva appresa da suo padre (e suo padre da suo nonno, in una tradizione orale ininterrotta da secoli).

Alla fine la pace tornò di nuovo nel piccolo popolo.
                                                                                                  Silvano C.©


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Prossemica individuale

 
A quale distanza deve essere chi comunica?
Ad esempio, quanto desidero (o l’altra persona desidera) la vicinanza? Quanto sono sicuro di me stesso sul piano psicologico o del mio aspetto fisico?  Soffro di alitosi? Sono disposto ad ascoltare o a mettermi in gioco, cioè sono aperto nei confronti di chi in qualche modo mi cerca o mi accetta?

Impossibile rispondere in poche righe a tutte queste domande, anche perché le risposte variano nel tempo, e sono mutate certamente per quanto mi riguarda nel corso degli anni. Osservare gli altri, sotto questo aspetto, quando comunicano tra loro, è per me fonte di curiosità intermittente e voyeuristica, morbosa, a volte invidiosa altre volte invece solo compiacente oppure decisamente distaccata, quasi scientifica. Invidio a volte le vite degli altri, le facilità  che mi sembra di leggervi ma che magari solo io vedo.
Spesso, avendo in seguito modo di approfondire, mi rendo conto che sono solo mie fantasie nate da impressioni parziali e superficiali.

Amo moltissimo il cinema, e probabilmente uno dei motivi profondi di questo amore è la sete di “alterità”, di vivere e spiare vite altrui. In questo modo mi avvicino solo emotivamente alla rappresentazione filmica, e ne dimentico gli aspetti critico e culturale. Una condizione ovviamente è che gli attori sappiano recitare, e non scoprano la finzione con la loro incapacità. È facile ingannare chi vuol essere ingannato, del resto, quindi io offro le migliori condizioni di successo sotto questo aspetto a molte opere cinematografiche.

Ma ritorno alla domanda iniziale e tento, malgrado tutto, una risposta sintetica. La distanza fisica ideale per comunicare non esiste, esiste solo la vicinanza umana, che può essere contatto diretto, in alcuni casi, oppure comunanza di sentimenti o anche solo di sensazioni, ed allora la distanza si può misurare anche in termini di tempo, non solo di spazio. Cioè si può essere vicini ad uno scrittore vissuto anni prima e lontanissimi da chi ci sta parlando a pochi passi in una stanza o su una strada.

 Immagine di Alejandro Almaraz
                                                                            Silvano C.©


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lunedì 7 aprile 2014

Vorace


So di essere stronzo, e allora, è un problema per qualcuno? Che poi se lo pensate son solo fatti vostri, non miei. Ed io non sono stronzo, illustrissimi, solo ho capito che farsi mettere i piedi in testa non serve a nessuno, solo a quelli veramente stronzi, i veri figli di puttana, che ne approfittano, ed io non ho alcuna intenzione di prestarmi al gioco.

Vengo dal sud, e qui mi vedete con condiscendenza, mi sopportate, siete razzisti di merda ma non lo ammetterete mai, e vi faccio comodo se sono brillante e con la battuta pronta, da compagnia insomma, per dimostrare che siete tanto aperti e disponibili, ma alla fine so come fregarvi o comunque approfittarne a mio comodo, statene pur certi.
Mi chiamo Vorace, Mario Vorace. Bel cognome, vero? Vi sembra che dica tutto, ma in realtà non dice niente, tutta la mia famiglia lo porta, e non siamo tutti uguali. Quindi non significa niente.
Sono arrivato e non mi cagava nessuno, neppure il barista quando ordinavo un caffè. All’inizio è stata dura. Poi ho trovato altri “emigrati” come me, poco a poco ho fatto qualche conoscenza e poi qualche amicizia. Sono bravo a riconoscere le persone, e quelli che mi interessano li so accalappiare. So anche ricambiare, perché non è vero che pensi solo a me, ma difficilmente gli altri ottengono più di quello che mi danno in cambio. Per un anno intero ho usato una giacca di pelle che mi ha prestato Giovanna, una delle mie prime amiche. Praticamente l’ho consumata io, ma mi stava benissimo, e a lei faceva piacere che io la tenessi, e l’ho tenuta. Lei è unica, credo di volerle bene sul serio, è vera, non finge, e sa arrivare al cuore delle persone, ma, puntualmente, arriva al cuore di quelle sbagliate. Si innamora e poi non riesce a cavarsela. Finisce sempre che il rapporto diventa impossibile per lei, per qualche motivo, per colpa delle convenzioni o della gente magari, quando si innamora di un’altra, oppure perché cade come una susina matura nel cesto di uno che al massimo potrà essere un suo amico, mai il suo uomo.
È grazie a lei che ho iniziato a conoscere gente, quella che conta, quella che conosce altra gente, ed ho iniziato ad essere meno isolato. Di questo le sarò sempre grato, ed è una delle poche che può aspettarsi questo da me. E’ così che ho incontrato Irma, il mio passepartout per la società bene, amica d’infanzia del direttore dell’azienda sanitaria e della moglie dell’albergo più importante della città. Ed è sempre grazie a Giovanna che ho conosciuto gli amici suoi, alcuni con la macchina, cosa che fa sempre comodo, altri con belle case con vista sulla valle, e inoltre qualcuno che potrebbe interessarmi pure personalmente.
Io, se vi interessa saperlo, sono bisessuale. Non mi va di rinunciare a nessuna esperienza, ed un sarto, Ernesto, mi ha colpito appena l’ho visto. Ci so fare con la gente, ve l’ho già detto. So creare l’atmosfera, quando serve, e so anche spendere più di quello che realmente potrei se credo che ne valga la pena.
Vi racconto solo una delle tecniche che uso per fare questo, ma non provateci anche voi, se non avete il modo giusto di ragionare o se non sapete fin dove il gioco si può spingere senza rischiare di romperlo. È solo psicologia spicciola, ma se non ci siete nati, o se non avete prima pagato il biglietto salato per l’ingresso al club, lasciate perdere.
Di solito organizzo una cena, lo spazio adatto ce l’ho, ed invito un numero sufficiente di persone, diciamo una decina. L’ambiente non è sempre mio, che credete, sono stato a lungo in affitto, ma questo non conta, l’importante è che ci sia. L’appartamento mansardato in questo caso ha un bel terrazzo, esterno, e una sala perfetta, con la moquette e le luci giuste.
Bene. La cena deve essere brillante, buon vino, battute allegre, nessun rompicoglioni col muso o con paturnie esistenziali, e poi l’atmosfera si scalda nel modo giusto, lasciando capire tutto e più di quello ancora. Io ho adocchiato la mia preda, e Giovanna sa sempre a cosa miro. Quasi sempre c’è anche lei, ad ogni mia cena importante, perché i suoi consigli sono essenziali.
Può capitare che si inizi a parlare di locali notturni e di spogliarelli. Perfetto, qualcuno ha voglia di giocare. Io alzo la posta in gioco, lancio sfide, ma per un po’ nessuno raccoglie l’invito. Poi la dottoressa, amica di Irma, chiede la musica adatta, è forse un po’ ubriaca, o semplicemente finge di esserlo. Ci fa sedere a terra, a formare un cerchio, e inizia a ballare che è meglio di una professionista, credetemi. La musica non può essere troppo alta, ma è sufficiente per creare l’attesa, e le luci, come ho già detto prima, sono perfette.
Si muove e toglie un pezzo, poi un altro, e ancora uno. Rimane completamente nuda e come ciliegina, tenendo le mutandine con le mani, se le fa passare tra le cosce prima di lanciarle lontano.
-         Brava. Brava !! -  faccio io, per allentare un po’ la tensione, in modo che tutto resti un gioco. Ed infatti il gioco non diventa altro, e continua, mentre tutti l’applaudono e lei si riveste, in un angolo.
Adesso è un amico recente, che sinceramente non mi aspettavo potesse arrivare a questo punto, che inizia uno strip. La musica è la stessa, e lui ci sa pure fare, devo ammetterlo. Se non altro lo fa con ironia, ma si diverte pure, il porco, è chiarissimo. Alla fine pure lui rimane nudo, ma ha una tecnica meno consumata della dottoressa di prima, e lo spettacolo finisce con la sua sparizione dietro una poltrona.
Quella sera, quando tutti se ne sono andati via, io mi sono portato a letto per la prima volta Ernesto. E, dal giorno dopo, ho iniziato a girare in città ogni tanto con una lussuosa berlina Audi.
Sono stronzo? Non credo. So soltanto cosa voglio. E so cercare le persone giuste. Ad esempio, quando mi sono rotto un braccio cadendo come uno stupido su un sentiero, sono riuscito a sfruttare un amico dello “spogliarellista” che vive a Brescia per ottenere una visita specialistica in quella città e facendomi in più ospitare da quella conoscenza acquisita per un paio di giorni.
Ed è grazie a Ernesto invece che ho conosciuto la mia attuale moglie, riuscendo a mantenere perfettamente in equilibrio un rapporto a tre, e guadagnandoci di sicuro io più di loro due.
È da un po’ di tempo che abbiamo smesso di farlo ancora assieme, tutti e tre, ma Ernesto e Carla - mia moglie - sono ottimi amici, anche se ogni tanto qualche gelosia latente esplode. Io in quei casi li lascio sfogare. Poi ritorna tutto come prima. Perché è così che funziona, se non lo avete ancora capito.
                                                               
                                                                                Silvano C.©


( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

Al balanzin


 

'A morte 'o ssaje ched''e?...è una livella.            



'Nu rre,'nu maggistrato,'nu grand'ommo,
trasenno stu canciello ha fatt'o punto
c'ha perzo tutto,'a vita e pure 'o nomme:
tu nu t'hè fatto ancora chistu cunto?



Perciò,stamme a ssenti...nun fa''o restivo,
suppuorteme vicino-che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie...appartenimmo à morte!



'A livella (Antonio De Curtis, Totò)





Al balanzin

A n’al so brisa se da mort a saren tut cumpagn
a se alora il difarenz cagh jera tra i viv il sarà finidi.
Mi ai mort agh pens, ogni tant, e am pias andar par cimiteri.
A gò l’imprasion clam faga ben, sa nun àltar pr’am faram brisa distrar
e pensar un poc ala roba seria, quela ac conta verament.

Dil volt parò al’nam par brisa giust ca da mort a dvantegna un cumpagn a claltar
com se da viv as posa far tut e dop chi s’è vist s’è vist.
An son brisa dacord. A tnos dla zent cl’aiuta ch’ialtar, e d’ialtar trop furab.
Min an son nisun par zudicar, ma a pen ca sen tuti divers.
Mi magari a n’al so brisa chi è stà mei o pez, ma n’asasin o un ladar,
par piaser, sten brisa dir cle com chi al na mai fat mal a nisun.

Qualdun, col balanzin, al pesa i mort, e forsi l’è giust axì.


                                                                Silvano C.©


( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

sabato 5 aprile 2014

Palmira


Nelle zone di nuova bonifica, e anche nelle aree bonificate qualche anno prima, vengono mandate famiglie che provengono da altre province e anche da altre regioni, e questo perché la popolazione locale non è sufficiente a fornire le braccia necessarie all’agricoltura di queste terre rubate al mare ed alla malaria.
Palmira ha solo sei anni quando la sua famiglia arriva nella casa loro assegnata dalla pianificazione fascista a Jolanda, nella bassa ferrarese. I Posato sono in sei: il padre Aldo, la madre Assunta, i due nonni materni Albino e Seconda, lei, ed il fratello maggiore, Donato.
La mamma aspetta un fratellino, le hanno detto, ma potrebbe anche essere una sorellina. Lei non si rende ancora conto di questa futura novità, troppo presa dal trasloco che ha impegnato per giorni i suoi, ed ora, arrivati nella casa, isolata da tutto e tutti, in mezzo al nulla della campagna, senza una sola montagna all’orizzonte, si mette a piangere. Da Faedis a Jolanda il salto è enorme, le mancano i punti di riferimento, e le mancano specialmente gli amici del cortile di paese, ed il fratello è troppo grande perché possa sentirlo vicino a lei.
I suoi non hanno tempo per seguirla, devono sistemare ogni cosa nell’abitazione colonica piccola ma abbastanza ben organizzata, con un piccolo pozzo e un cortissimo filare di pioppi seminati da poco, un orto rinsecchito e terra a perdita di occhio.
A distanza si scorgono le altre case della bonifica, tutte uguali, tanto che sembrano fatte con lo stampino da sabbia.
Tra meno di un mese inizierà la scuola, e dovrà andare in paese, che è lontano più di tre chilometri. Pare già deciso che Donato aiuterà in casa, e smetterà di studiare, mentre lei, almeno sino alla terza elementare dovrà andare. E dovrà conoscere gente nuova, che non ha voglia di conoscere.
Passa i pomeriggi a giocare con le formiche, a cercare un posto all’ombra, ad allontanare le mosche. La sera poi arrivano nugoli di zanzare, che tra le montagne non c’erano, e deve scappare in casa per evitare di farsi pungere da tutte quelle che passano nel raggio di cento metri.
…………………….

I primi giorni di scuola sono ormai passati, Palmira ora è seduta al suo posto, in un banco di legno altissimo, in terza fila, a destra, vicino al muro. La sua compagna si chiama Lucia, ma di lei sa poco o nulla, è marchigiana, e quando parla non la capisce. Nessuna di loro due parla bene l’italiano, e la maestra ha iniziato a canzonarle quando dicono cose che le altre non capiscono, e così rischiano di diventare lo zimbello di tutta la classe.
Palmira, che al paese se la sapeva cavare in ogni occasione, capisce che non può continuare così. Durante l’intervallo in cortile si avvicina ad una ragazzina che l’ora prima l’aveva presa in giro accusandola con la maestra di qualche cosa che lei neppure aveva capito di cosa si trattasse, e senza dare o chiedere spiegazioni le stampa un calcio fortissimo sulla gamba, tanto che quella cade a terra dolorante ed urlante. I maestri intervengono, la separano dagli altri alunni e la mandano in classe accompagnata da un bidello. Il giorno dopo i genitori sono costretti a venire a colloquio col Signor Direttore, e lei non se la cava facilmente, ma riceve ceffoni e castighi, oltre alla minaccia di provvedimenti più gravi se non cambia.
Ed infatti Palmira cambia. Decide che vuol capire l’italiano, e la matematica, ed imparare a scrivere, prima di tutte le altre, anche di quelle più brave, quelle dei primi banchi. In classe è quella più attenta, quella che alza la mano più spesso, e la maestra è obbligata ogni tanto a farla intervenire, modificando poco a poco la sua opinione su di lei.
Nel giro di alcuni mesi, quando la neve è ancora per terra a coprire i campi e la primavera lontana, quell’alunna montanara un po’ selvatica e stupida è diventata la migliore della classe. Nessuna si azzarda più a prenderla in giro come i primi giorni, e non solo perché se serve sa usare le mani ed i piedi, ma piuttosto perché sa usare ancor meglio la testa.
La sua compagna di banco, la marchigiana, ora è diventata sua amica sul serio. È molto più timida di lei, ed anche un po’ debole, ma Palmira, quando occorre, sa prendere le sue difese, e ne riceve, in cambio, una sincera gratitudine.
Nel frattempo in casa è nata una sorellina, ma è vissuta solo pochi giorni, il tempo di guardarsi appena intorno e poi andar via per sempre.
……..

Palmira e Lucia si vedono ancora, quando l’Italia sta per entrare in guerra, ma hanno famiglie molto diverse, e il fatto che si frequentino non è benvisto da nessuna delle due.
I genitori di Lucia sono fascisti più del Duce, ed un paio dei suoi fratelli hanno fatto parte delle squadre che andavano per le campagne a picchiare i comunisti ed a bruciare le Case del Popolo nei paesi più grossi. Sono diventati famosi, ed ora sono volontari con le truppe italiane in Libia, al seguito del “loro” Governatore, Italo Balbo.
La famiglia di Palmira invece è sempre rimasta lontana dalla politica, molto più portata a cercare di andare d’accordo con tutti ma non con gli attaccabrighe. La loro amicizia si basa su un rapporto personale che supera le differenze di appartenenza, e in realtà Lucia non ha mai accettato la violenza dei fratelli, sentendosi una mosca bianca tra i suoi. E assieme crescono, con le ansie e le paure di tutti, mentre i loro anni più belli stanno per essere spazzati via da una catastrofe più grande di loro.
…………..

Dopo l’otto settembre nessuno, neppure in campagna e lontano dai grossi centri, può dirsi al sicuro. Lucia e Palmira, dopo essere venute a conoscenza di gruppi partigiani attivi nella zona di Comacchio, decidono di mettersi a disposizione di questi che cercano di scacciare i tedeschi dal territorio italiano, e allo stesso tempo di impedire ai fascisti rimasti fedeli al Duce di fare ancora il bello ed il cattivo tempo. Lucia non è accettata subito, ed è solo Palmira che riesce a convincere il responsabile locale garantendo per lei e spiegando che il fatto che venga da una famiglia legata al regime appena caduto la mette in una posizione privilegiata nei confronti di eventuali controlli. E così diventano presto due staffette che si spostano nella bassa in bicicletta, sfidando i posti di blocco e tutti i pericoli di quel momento di guerra civile.



Nel settembre del 1944, mentre Lucia percorre in bicicletta la strada polverosa che porta verso Lagosanto con alcune lettere e informazioni importanti, viene intercettata da una pattuglia tedesca in moto con sidecar (soprannominata Elefant), bloccata, perquisita. Le lettere vengono sequestrate e lei uccisa sul posto con un colpo in testa.
Solo una paio di giorni dopo la notizia della sua uccisione si diffonde, perché i tedeschi, prima di allontanarsi, hanno fatto in modo di nascondere il corpo della ragazza e la sua bicicletta in un cespuglio, ai lati della strada.
Palmira, malgrado la perdita dell’amica, e col dolore che la dilania da dentro, continua sino alla fine della guerra a svolgere il suo pericoloso compito di staffetta.
Solo nel 1946, quando ogni cosa deve andare al suo posto ed i vivi continuare a vivere, lei riprende a studiare e in pochi anni diventa maestra, ottenendo il suo primo incarico esattamente in quella scuola dove aveva iniziato la sua carriera scolastica da alunna in prima elementare, ormai tanti anni prima.

(La storia è parzialmente ispirata a fatti storici, ma senza alcun riferimento a persone realmente esistite. I nomi scelti sono del tutto casuali)

                                                                                                          Silvano C.©


( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

venerdì 4 aprile 2014

Tic tac tic tac…



Antefatto
 
Sono in una sala di aspetto, ad aspettare come si conviene. Da paziente educato penso a cose mie, senza dar fastidio agli altri, che sembrano mossi dalle mie stesse intenzioni, cioè non recar altrui danno neppure con discorsi fastidiosi.

E guardo un orologio a parete, di quelli grandi, rotondi, quadrante bianco e lancette di ore e minuti nere. Quella dei secondi rossa, che si muove a scatti, un secondo dopo l’altro. Un normalissimo orologio insomma.



Noi siamo digitali ma la realtà è analogica 
E la mente parte a far giri in ottovolante, come ogni mente è normale che faccia, credo, così cerco di ricordare cosa sono le misure analogiche e quelle digitali, ma un po’ mi confondo. E poi mi arriva l’ispirazione del cinema, nato dai giochi simili a magie che già si facevano nel ‘700 sfruttando il fenomeno della persistenza retinica, e penso al mondo reale ed a come io lo percepisco, tutti lo percepiamo.

Una sequenza di immagini fisse, in pratica di fotografie, se si succedono con modalità precise, noi le percepiamo come se fossero in movimento, abbiamo cioè l’illusione che esista un movimento continuo, non a scatti stroboscopici, e la nostra stessa conoscenza del mondo viene influenzata da questo meccanismo sensoriale.

In altre parole, noi ci avviciniamo alla conoscenza, questo mi sembra un dato assodato, ma non possiamo raggiungerla.



È tanto importante?

La Scuola Pitagorica fu la prima ad intuire la differenza tra Discreto e Continuo, e l'infinito venne considerato un limite del pensiero. La matematica e la geometria avevano un ruolo fondamentale in tutto questo, e la loro essenza di scoperta, e quindi di gioco, vennero considerate quanto di più alto potesse mai percepire la nostra mente.

Ora tu mi chiedi se è tanto importante. Ma accidenti, certo che lo è. La sfida alla conoscenza è la più stimolante che mai un essere umano possa augurarsi.



Tristezza

Una ragazza mi si avvicina, la conosco, mi chiede, tenendo in mano un pacchetto di pasta all’uovo, se 500 grammi sono più o meno di 1 chilogrammo.




Divertimento  

La scoperta delle bolle di sapone e delle forme geometriche che possono assumere se fatte crescere in sagome con la forma di piccoli solidi geometrici è una delle vie portano alla bellezza della matematica e della scoperta.


                                                                Silvano C.©
(La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

mercoledì 2 aprile 2014

#Brustlina 13




… ma non sono biciclette
Ecco, chiamatele come volete, ma non biciclette elettriche.
Le vedo sfrecciare a velocità incredibili su strade, ciclabili o altre zone pedonali. Mi arrivano alle spalle e mi superano senza che me ne renda conto perché non hanno un motore a scoppio, e sono pure pericolose, perché veloci e silenziose, e mi ricordano i sommergibili di un noto inno reso immortale non solo dalle cerimonie serie e dalle celebrazioni delle forze armate ma da un’interpretazione bellissima di Paolo Poli oppure da quel capolavoro di Luciano Salce: “Il Federale”, con un Ugo Tognazzi indimenticabile.

“Sfiorano l'onde nere nella fitta oscurità,
dalle torrette fiere ogni sguardo attento sta.
Taciti ed invisibili
partono i sommergibili!
Cuori e motori
d'assaltatori
contro l'immensità!

Sono ciclomotori elettrici, questo sono, nulla di più e nulla di meno. E non sarebbe male poterli guidare solo con un patentino. 

La bicicletta, per me, è solo quella che o pedali o non ti muovi.

                                                                    Silvano C.©


( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

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