sabato 17 settembre 2016

Oblio e voyeurismo


Ma tu dimmi per quale motivo io dovrei interessami alla scomparsa di Vincenzo Asdrubali Vendemmiati che è stato visto dagli amici la sera prima alle sette, esattamente al Bar L’Angolo, mentre come tutte le sere si ritrovavano a parlare di quello che succedeva in paese, prima di andare a cena ed avevano discusso della moglie, di Antonio, che doveva essere operata dopo pochi giorni, e che sorrideva sempre (non si capisce se sorrideva sempre la moglie di Antonio o lo scomparso Vincenzo).
Ma perché, mi chiedo, se di lui non ne ho mai saputo nulla, se non è un personaggio pubblico, e se dopo, come in una catena di montaggio, si parla di Mariella Abbatangelini, scomparsa mentre andava a messa, e poi di tanti altri? 
Non che non meritino attenzione tutti questi scomparsi che chissà chi ha visto, sia chiaro, perché sono persone che devono essere aiutate, e i loro casi devono essere seguiti dalle forze di polizia. Ma perché farne uno spettacolo? Oppure perché fare spettacolo delle liti tra parenti o vicini (che non di rado recitano) o di alcuni processi in tribunale o di fatti della vita privata?

Non amo questo gusto per la curiosità torbida, con la segreta attesa del sangue o della cronaca nera, oppure il gusto sadico che si manifesta nei casi del turismo sui luoghi delle tragedie. Non lo capisco e lo rifiuto. Odio quel tipo di televisione, e cambio canale. Non sopporto quel tipo di giornali, non li compro. Trovo odiosi i siti ed i blog che ci sguazzano.

Trovo giusto interessarsi ad alcune persone, che ci stanno vicine, o seguire gli avvenimenti, perché è importante essere informati, ma senza il malinteso gusto voyeuristico. 

Il voyeurismo è una cosa seria, per alcuni è anche una malattia, una deviazione sessuale, in certi paesi è un reato, eppure è onesto, ha limiti precisi, si limita alla sfera sessuale, segue sogni a volte inconfessabili ma dentro di noi e che influenzano molte nostre scelte, e non scende mai alla depravazione di indagare nella vita di Vincenzo Asdrubali Vendemmiati, che, per quanto ne so io, avrebbe pure potuto decidere di fuggire altrove e rifarsi una nuova vita in Mozambico.

                                                                                                                            Silvano C.©   

(La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

venerdì 16 settembre 2016

Lasciate ogni…




 Questa storia non troppo recente è assolutamente vera, è stata riportata da tutti i maggiori quotidiani nazionali e anche da alcuni settimanali stranieri, e potrebbe avere come titolo:
Lasciate ogni speranza
Oppure, a piacere:
Promozione turistica creativa
Questo secondo titolo sembra un po’ troppo burocratico, e non mi piace molto, meglio il primo.

Ma non intendo farti perdere tempo in lungaggini, vengo alla storia, e cercherò di essere sintetico.

In una stretta gola attraversata dal torrente Chiestro, in alta Val Bibbiena, nel piccolo paese di 453 anime (residenti ufficiali alla data dei fatti, il luglio - agosto 1994) chiamato Al cius, ma meglio noto come Castel Fermo (lo dicono le segnaletiche stradali), durante l’estate tornavano sempre i valligiani emigrati per lavoro, e con loro anche alcuni, pochi, turisti, richiamati dalla sgangherata pro-loco, dal piccolo museo sulla coltivazione del granturco in alta montagna e dalle bellissime passeggiate che, prendendo Castel Fermo come campo base, si potevano effettuare nelle piccole valli vicine, a vedere le cascate, i boschi di conifere, le piccole baite ed i capitelli votivi che la devozione popolare nei secoli aveva sparso a centinaia tutto attorno.

In effetti i capitelli sono un’attrazione locale e al vicesindaco con funzioni di assessore al turismo (e con mandato sulla viabilità) la cosa, un bel mattino, sembrò un ottimo aspetto da valorizzare. Collezionali tutti, pensò come slogan da diffondere attraverso il piccolo spazio che l’amministrazione provinciale lasciava sul web alla sua piccola comunità. Neppure lui li aveva visti tutti, se doveva essere sincero, ma questo non era importante. Gli bastò trovare le foto dei due capitelli più interessanti e metterle nel microsito con lo slogan appena coniato che si sentì subito soddisfatto.

La domenica seguente, forse complice un blocco sulla statale che impediva di proseguire per altre località, nel paese notò una maggior presenza di auto con targhe di altre province o addirittura straniere, e ne fu molto orgoglioso. Il bar La primula, la pasticceria Parisienne e il piccolo ristorante Del Gobbo ebbero diversi clienti più del solito. Tuttavia per lo più i turisti occasionali dopo un breve giro in auto, senza neppure mettere un piede a terra, se ne tornavano da dove erano venuti.

Questo non va bene per la nostra economia, pensò. Bisogna fare in modo che chi arriva sia invogliato e visitare Castel Fermo, che si fermi insomma, almeno un po’. Convocò il bidello con funzioni di giardiniere del comune che curava, tra gli altri tre incarichi, anche la segnaletica, e fu molto chiaro: falli passare per la piazza, e poi per la Pieve, e falli arrivare a questi tre capitelli…

In tre giorni vennero attivati vari sensi unici, tra lo stupore dei residenti e degli ospiti estivi (che praticamente triplicavano la popolazione rispetto al periodo invernale). Alcuni si lanciarono in battute non molto benevole ma, la domenica seguente, le auto capitate in paese furono costrette a seguire il percorso obbligato pensato dall’assessore e realizzato dal bidello, e, per la miseria, molte posteggiarono e gli occupanti fecero due passi tra le vecchie case, entrarono al bar e chiesero cartoline del posto (che nessuno aveva pensato di far stampare). E pure il ristorante ebbe qualche cliente in più da servire.

Ma allora funziona! Nuova convocazione del bidello con funzioni di giardiniere del comune che cura, tra gli altri tre incarichi, anche la segnaletica. Bisogna fare ancora meglio. Hai carta bianca. 
Il sindaco, intanto, una donna, che non ne voleva sapere di definirsi sindaca perché secondo lei in quel modo le amiche la prendevano in giro, assisteva compiaciuto/a.

A volte però non tutto va come si vorrebbe. 
La prima domenica d'agosto del 1994 rimase scolpita nelle cronache di Castel Fermo. 
Sino alle 10 di mattina tutto procedette come sperato. Il traffico motorizzato di turisti seguì le indicazioni e visitò ogni angolo del paese, anche la stalla dei Malfatti e l’orto dietro la scuola. Poi la situazione all’improvviso precipitò. Alcune auto presero contromano diversi sensi unici, e il traffico si bloccò. Solo i turisti germanici, sempre molto attenti alle segnalazioni, non si misero a percorrere contromano le strade per le quali erano appena passati, in compenso si ritrovarono tutti (tre Golf, due Polo, un’Audi serie Alpina, una Seat e quattro Fiat) in una piccola radura nella parte alta del paese senza possibilità di uscita. Gli italiani, tutti, quando capirono che si trovavano in un vicolo cieco, fecero una vietatissima inversione a U. Anche due francesi ed un olandese seguirono gli italiani. Il risultato fu che nessuno, per almeno due ore, riuscì ad allontanarsi dal paese.

Tutte le donne ebbero il buonsenso di evitare parti prematuri, per fortuna, e nessuno ebbe malori, ma tutti si presero una solenne arrabbiatura. 
Tra i germanici c’era pure un giornalista in vacanza che quando tornò in patria non perse l'occasione e diffuse in fretta la notizia di come gli italiani siano inaffidabili, mafiosi e pure ladri (aveva pagato una bottiglietta di acqua al bar esattamente 400 Lire).

Ecco, la mia storia è finita.
Tu dimmi la tua, ma che sia storia vissuta come la mia, vera e sicura.
E non mi chieder del sindaco, e del suo vicesindaco.
Solo del bidello ti posso dire. È ancora bidello, ed ai ragazzini, se gli va, racconta ancora di quella domenica d’agosto, a loro che non erano ancor nati.


                                                                                                                   Silvano C.©   

(La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

mercoledì 14 settembre 2016

attesa


Spiace, lo confesso, non dire per tanto tempo, non raccontare, eppure capita, o può capitare. Se non si è obbligati per lavoro o per altri motivi a scrivere ogni giorno alcune righe succede che non lo si faccia per vari giorni di seguito, come è avvenuto a me di recente.

C’è sempre un motivo, ovviamente, dietro ogni comportamento, a volte anche inconscio. Nel mio caso ne sono consapevole. La vita chiede attenzioni o ruba la concentrazione, toglie o ridà la pace, è sempre mutevole, anche se sembra che si possa contare sulle proprie abitudini.   
Nulla di meno certo delle certezze.

In realtà scrivo, e leggo, o mi guardo in giro, scopro persone e fatti che fanno parte del luogo dove vivo, e che neppure quelli che hanno sotto il naso le prove di ciò che è avvenuto capiscono. Ma non è una colpa, o se lo è allora è molto diffusa e condivisa. Non si ha mai tempo per ogni cosa, e qualcuno sente il bisogno di trovare distrazioni perché il tempo è troppo lento da far passare.

La distrazione la concepisco quando è presente una delle due condizioni seguenti. La prima è che serva ad allentare la tensione e permetta poi di riprendere con più energie. La seconda è che in realtà non sia vera distrazione ma solo un modo per seguire propri interessi, confessabili o meno.
Del resto il tempo presenta sempre il conto, e per ogni moneta che ci lascia pretende una contropartita in natura.

Ecco, la mente vaga e non mette a fuoco un disegno preciso, quindi mi fermo, ed aspetto. È inutile annoiare. Meglio studiare storia, o matematica, o economia, e cercare di interpretare la realtà che ci muta le condizioni sotto i piedi mentre stiamo camminando, e così facendo non capiamo neppure più in che direzione stiamo andando.

                                                                                                      Silvano C.©   

(La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

martedì 6 settembre 2016

Il terremoto fa crollare prime e seconde case, senza alcuna distinzione


Tu immagina di essere uno dei milioni di italiani che ha abbandonato la sua terra di origine per motivi di lavoro, e se sei fortunato sei rimasto in Italia ma ti sei solo spostato di provincia, o di regione.
Poi immagina di aver conservato la piccola casa dalla quale sei partito, per mantenere vivo quel legame indissolubile con le tue radici, con i tuoi genitori che se ne sono andati, o di averne acquistata una, sempre piccola, o un modesto appartamento, rinunciando per questo a sistemarti meglio nella tua terra di adozione, alla quale devi gratitudine, perché ti ha accolto, ma nella quale non sei nato. E questo ha un significato.

Immagina infine di non possedere molto a livello immobiliare, e che le tue due proprietà alla fine valgano, messe assieme, molto meno di tante singole prime abitazioni.  

Se hai immaginato tutto questo come realistico e possibile, non ti viene il dubbio che, per certi versi, tassare o trattare in modo diverso prime e seconde case quando si tratti di valori immobiliari modesti e sotto un certo importo complessivo (che si potrebbe certamente discutere ma che iniziare a riflettere anche su questo non sarebbe male) potrebbe essere una grossa ingiustizia?

Il terremoto fa crollare prime e seconde case, senza alcuna distinzione, ed è giusto permettere ai residenti, in fretta e con tutti gli aiuti possibili, di tornare ad avere la casa dove vivevano, o almeno vicino. Si è detto poi che tutto dovrebbe tornare come prima, per ritornare alla vitalità di prima. All’economia di prima.  Questo non devi immaginarlo. Lo stanno dicendo.

Ed allora la domanda che io ti faccio è questa: se un piccolo paese vive molti mesi all’anno con poche centinaia di abitanti perché aspetta che, con l’estate, tornino gli emigrati, quelli andati via per lavoro, a riaprire le loro piccole seconde case, a far tornare la festa e il ritrovarsi tra amici, parenti, conoscenti, e finalmente, di nuovo, siano qualche migliaio i paesani, e non pochi e spesso vecchi, come si può tentare di azzerare il tempo e tornare a prima del terremoto?

Se si ricostruiscono solo le prime abitazioni, che oggettivamente hanno la precedenza, e non si aiutano, dopo e con le dovute attenzioni ed i necessari controlli, anche i proprietari di seconde case, spesso non ricchi immobiliaristi ma semplici operai, insegnanti, impiegati o carabinieri andati lontano per trovare lavoro il paese crollato sotto i colpi del terremoto non ritornerà a vivere per magia. Il piccolo negozio che aspettava l’estate per pareggiare i conti chiuderà. La festa del paese senza chi ritorna sarà solo una tristezza che nessuno vorrà rinnovare. I legami si interromperanno definitivamente, se già non si erano interrotti prima. Le seconde case sono la memoria di molti di noi, sono una ricchezza non economica, sono la scelta di rimanere anche se la vita ci ha fatto allontanare.

Ma perché, una volta per tutte, non si guarda a tutte le proprietà immobiliari possedute per stabilire un modo equo per aiutare e tassare, magari senza far differenze tra comune e comune? Il terremoto non fa differenze.
 
                                                                                        Silvano C.©   

(La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

Post più popolari di sempre

Post più popolari nell'ultimo anno

Post più popolari nell'ultimo mese

Post più popolari nell'ultima settimana