giovedì 9 aprile 2015

Una tipografia nella Biblioteca di Rovereto


Un'officina tipografica con torchi, caratteri mobili... Un gruppo di ex tipografi volontari cura attività di stampa e legatoria (anche corsi). Numerose le attività didattiche (continua a leggere dal sito ufficiale)


L’officina laboratorio museo si trova al piano interrato della Biblioteca, ora inserita nel complesso del Mart. Scendendo sembra di andare in antiche segrete.





La raccolta di macchine tipografiche e di caratteri mobili è veramente importante.





















Con la carta  e con le macchine da stampa poi si può finalmente stampare, a volte con qualche errore, altre volte usando la carta per ottenere forme in 3D.
















La visita ai locali qui fotografati è libera, ma occorre concordarla, perché non è ammesso l’ingresso se non accompagnati. Se vieni da lontano è consigliabile prima contattare la Biblioteca, usando le modalità qui suggerite.


                                                                                                         Silvano C.©                                                                                                                

( La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

mercoledì 8 aprile 2015

E sorridendo danzarono


Quando lo iscrivono alla scuola di danza si sente decisamente a disagio. Matteo è il solo maschio tra quasi venti femmine, ma i genitori non hanno pensato a questo aspetto della faccenda, anzi, la madre è particolarmente entusiasta di affidare il figlio a due istruttrici amiche che hanno pure lo stesso nome, e sono da tutti conosciute come le due Francesche.
Il corso dura tre mesi, lo sopporta, ottiene qualche risultato positivo, ma poi, anche se ha solo otto anni, si impunta e rifiuta di continuare. I suoi devono cedere, e in seguito lo iscrivono ad un corso di nuoto, che lui sembra gradire molto di più.

Passano pochi anni, ora Matteo frequenta le medie e in piscina continua ad andare in modo regolare, partecipando pure a diverse gare provinciali.
Un giorno a scuola, durante l’intervallo, conosce Stefania.
Abita  poco lontano da lui e, stranamente, non l’aveva mai vista prima. Il piccolo mistero è presto svelato. Lei si è trasferita in città da poco, e frequenta da meno di una settimana il suo istituto, ma in un’altra sezione, e la classe inferiore. Ha un anno di meno.

Lei ha ancora poche amicizie, e gli è simpatica. Minuta, sembra molto fragile, e in lui scatta una specie di istinto protettivo. Iniziano a vedersi quando suona la campanella e hanno dieci minuti di libertà senza l’obbligo di star seduti in classe. Nel giro di un paio di mesi lui inizia a frequentare la casa di lei, e lei quella di lui, anche se all’inizio la cosa si mimetizza perfettamente tra gli amici che sono quasi sempre coinvolti.

Lei è iscritta ad una scuola di danza. Lui ammette di aver danzato anni prima, ma di aver smesso quasi subito. Lei insiste perché l’accompagni, almeno una volta. Lui acconsente. È molto combattuto, ma acconsente.
Non lo fanno stare a guardare però, come immaginava. Viene obbligato a entrare in palestra e non lo fanno restare tra il pubblico, in tribuna. Al suo secondo contatto con la danza qualche cosa cambia. Un po’ perché trova qualche ragazzo, un po’ perché c’è lei, un po’ perché ballano in modo diverso, e si diverte.

Passano alcuni anni. Matteo e Stefania finiscono la palestra che sono le dieci di sera passate. Lui, come al solito, l’accompagna verso casa a piedi, passando per i vicoli della città vecchia. Si tengono per mano, camminando, perché sono una coppia fissa ormai, e sono bellissimi da vedere.
Sono bellissimi, ma a qualcuno, evidentemente, danno fastidio, oppure si è messo in testa idee strane.
- Ma guarda che due bei piccioncini…
- Vero, lui mi sembra un frocio però, lei cosa ci troverà in uno così?…
- Perchè non chiediamo dove stanno andando?...
A parlare sono tre idioti senza nulla da fare ed un po’ annoiati, che si sono stancati di rompere fioriere davanti ai negozi e cercano qualche cosa di più divertente da fare, per finire la serata in bellezza.
Lui guarda lei, le sussurra di correre sino alla piazzetta a mezzo chilometro, per levarsi i tre di torno. Poi entrambi scattano, molto agili, distanziando in breve i tre che però non mollano e si lanciano dietro di loro. Sembra di assistere, secoli dopo, e fatte le dovute proporzioni, all’inseguimento dei tre Curiazi. Esattamente come quelli i tre idioti si distanziano tra loro, ma non intendono mollare le loro prede, sentendosi i più forti.
Arrivati alla piazzetta è Matteo che, vedendo i tre continuare a inseguirli, si ferma e dice, rivolto a Stefania:
- Quelli non ci vogliono lasciare in pace. Che ne dici se balliamo un po’?
Lei lo guarda, ed in un attimo capisce le sue intenzioni. Sorride ed annuisce.
Si girano e li aspettano, allontanandosi un po’ l’uno dall’altra. Lei è ancora piccola e minuta, e gli anfibi di foggia militare, uniti all’abbigliamento quasi maschile, contrastano con i caratteri delicati del suo viso. Lui è più alto, ma sembra decisamente fragile, così magro e con quella gran massa di capelli in testa.
Quando uno dopo l’altro i tre li raggiungono, vengono messi a terra con poche ed eleganti mosse, e sembra che i due cantino, mentre si muovono con una grazia da felini impegnati in una battuta di caccia. Da anni danzano la capoeira, e non erano mai stati aggrediti prima di quella notte.
Poi si allontanano, mentre qualcuno, che ha assistito da dietro una persiana alla scena, compone un numero telefonico.


Dedicato ad Enzo, che mi è rimasto nel cuore e che mi ha ispirato questa fantasia (senza scordare Dario)



"Il primo furto non si scorda mai!"
Un vecchio ergastolano me l'ha detto ;
"si comincia quasi sempre dai pollai,
fuggendo con il pollo stretto al petto!
Ero appena Avanguardista;
giovane, incensurato...
giovane e incensurato:
ero appena Avanguardista.
Io giravo per i pollai
per addestrarmi sul pollo;
volevo farci un po' il callo:
io, i pollai, non li ho visti mai!
Ma che ro... Ma che rogna disastrosa:
c'era anche l'oscuramento,
la pioggia, la neve e anche il vento;
ed in bianco venni a casa!
Ai, aiaiai; Ai, aiaiai;
il primo furto non si scorda mai!
Ai, aiaiai; Ai, aiaiai;
il primo furto non si scorda più!
Ma, in un bel parco, incocciai
in un pollaio grande e un po' isolato...
Scassai la rete e dentro mi cacciai
e vidi un bel tacchino appollaiato!...
Ero appena Avanguardista:
non conoscevo i tacchini!
Chi conosceva i tacchini
era Giovane Fascista!
Pian piano, la mano allungai
per abbrancare il pennuto!
...una beccata beccai,
che mi trovai... svenuto!
Ai, aiaiai; Ai, aiaiai;
il primo furto non si scorda mai!
Ai, aiaiai; Ai, aiaiai;
il primo furto non si scorda più!
Ma che ro-oo... Ma che rogna disastrosa!
Rinvenni in un ospedale;
però quello di San Vittore:
quel tacchino micidiale...
...era un'aquila imperiale!
Ma che razza di destino!
Io fui spedito al confino,
e poi seppi che fui condannato
per "Vilipendio dello Stato"
Perciò, Ahi, ahiahiahi, Ahi, ahiahiahi:
il primo furto, non lo scordo mai;
Ahi, ahi ahi ahi; ahi, ahi, ahi, ahi;
il primo furto non lo scordo più!


                                                                                                         Silvano C.©                                                                                                                

( La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

Chi ha paura dell’asterisco?

Un asterisco non è leggibile, obiettano poi molt*, e allora che si fa? Già, che si fa? E perché mai l’asterisco dovrebbe essere la soluzione al problema? L’asterisco evidenzia il problema, e nella forma scritta è inclusivo di qualsivoglia soggettività, perciò dal canto suo ha già fatto tanto sporco lavoro.  E quando poi ci si trova a doverlo pronunciare, ci si sente spiazzat*: si comincia a farfugliare, a mescolare maschile e femminile, ad evitare le desinenze.
(continua a leggere)

Non aggiungo nulla, se non la riflessione che le parole sono importanti...

martedì 7 aprile 2015

Josephine Du Lac



Della gioia e dell’inganno, scriveva il conte di Roquefort, nulla rimane se non il danno, eppure lui stesso ben poco fece per evitare ciò che tanto acutamente descrisse, nei suoi “Racconti su un prato in autunno”.
E' noto infatti che dilapidò la sua intera fortuna per cercare di entrare nelle grazie dell’altezzosa ma incantevole Josephine Du Lac, che mai lo degnò di uno sguardo più che pietoso.
Eppure la duchessa Du Lac non si poteva certo dire che disdegnasse amanti ed ammiratori. Si raccontavano di lei storie piccanti e sicuramente degne di entrare in un libretto del Bellotti, come ad esempio quella serata folle nella quale ricevette contemporaneamente tre ambasciatori di nazioni rivali che, solo per lei e per una notte, deposero le inimicizie legate al loro ruolo per mettersi ai suoi piedi, condividendosi le sue grazie.

Gustave Robert Julienne de Roquefort si struggeva, in quegli anni, inutilmente, perché non vedeva che lei, essendo tuttavia per lei invisibile. Eppure lei gradiva i gioielli che lui le faceva arrivare per omaggiare la sua bellezza, e non provava imbarazzo ad indossare in società le sue collane ed i suoi bracciali, senza mai dire però da chi le arrivavano.
Non è noto ai più il motivo di tanto rifiuto, della sola persona intendo, non certo dei suoi doni. Il gusto di far soffrire senza un motivo, forse, un piacere sottile anche se spietato?
Del resto la duchessa non era nata nobile, ma lo era divenuta grazie alla sua bellezza di splendida sedicenne scoperta dal maturo duca Meridien Du Lac mentre questi passava in carrozza nelle sue terre.
Era sposato allora, il duca, ma lo rimase ancora per poco. Si separò a breve e con grande scandalo dalla sua Michelle lasciandole soltanto un palazzo a Lione, una tenuta a Finisterre, un appartamento in Place de la Picanterre ed un appannaggio di pochi milioni. 
Josephine, sin da giovanissima, aveva imparato come si imprigiona la mente degli uomini, sfruttando la bellezza avuta come unica dote dalla madre, che era morta dandola alla luce, ma ancor più le sue abilità nascoste.
E da giovane e scandalosa sposa aveva presto fatto capire a tutti chi avrebbe dominato nel castello dei duchi di Du Lac. Si concedeva allo sposo la prima domenica del mese, soltanto in quella. E siccome martire, qualcuno sosteneva, come un dovere da assolvere, nulla di più. Ma al maturo Meridien questo bastava, se lo faceva bastare.

Odiava in realtà gli uomini, la duchessa, e li usava, li soggiogava, li derideva e li esibiva, quando capitava l’occasione adatta, come si mostra un puledro appena comprato per la scuderia, o, meglio, un nuovo piatto d’argento da aggiungere agli altri nella vetrina del salone.
Più di tutti odiava lo sfortunato Roquefort, che non ebbe mai la consolazione di uno sguardo gentile, e non capiva il motivo del rifiuto di lei.

Finì come doveva finire, il nobile ed ultimo discendente di quella stirpe di conti, in rovina. Quando ebbe venduto anche la sua ultima proprietà per donare un diadema alla duchessa, nella vana speranza di ottenere da lei anche solo uno sguardo, senza nulla ormai, venne travolto dai debiti e assalito dagli strozzini. Finì nelle segrete della fortezza di Chateauneuf, dove rimase rinchiuso in una cella, sempre la stessa, per molti anni, sino a quando, ormai vecchio, chiuse gli occhi per sempre.

La giovane Josephine, quando era nata, aveva avuto il solo cognome della madre, perché del padre quasi nessuno sapeva. Quando la madre morì, dandola alla luce, povera come aveva sempre vissuto, fu adottata dalla sorella di lei, che la allevò come se fosse stata figlia sua, malgrado pure la sua famiglia non vivesse nell’abbondanza e dovesse combattere ogni giorno contro la malvagità della sorte.
Quando compì dieci anni seppe che il padre era quasi certamente il vecchio conte, che tuttavia non la riconobbe mai e neppure aiutò in alcun modo la bambina o la famiglia che l’aveva accolta. Le fu detto di mantenere il segreto sulla sua origine, per evitare di suscitare vendette o violenze. Con quella nobile casa era meglio usare prudenza, e se si era deciso che lei venisse dimenticata, così doveva essere.
E Josephine mantenne il segreto, ma seppe anche ottenere la sua tragica vendetta.      
                                                                                                         Silvano C.©                                                                                                                

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lunedì 6 aprile 2015

Il mutamento


Periscope prima di Twitter
Non è che lo rifiuti a priori, per nulla. Anzi, mi affascina pure, mi attira, ma allo stesso tempo non posso evitarmi di valutare cosa perdo e cosa guadagno ogni volta che qualche cosa muta, attorno a me.
Proprio ieri gettavo un vecchio elenco telefonico del 2008, e lo confrontavo con uno recente, oggi in uso. Quello era un volume enciclopedico, questo un sobrio volumetto spesso esattamente la metà, con metà pagine e, desumo, esattamente la metà dei numeri di telefoni fissi. Tutto ciò è avvenuto in una manciata di anni.
Io mi intestardisco a scrivere, su questo blog, e non rinuncio ad una postazione fissa, classica, “da ufficio”, e non sento alcun bisogno, sino ad ora almeno, di modificare le mie abitudini. Il telefono cellulare lo uso esclusivamente per telefonare o per mandare brevi messaggi. Un uso diverso, che pure ho saggiato in un recente passato, senza arrivare a tutte le opportunità che offrono oggi i modelli di ultima generazione, è stata una parentesi eccezionale che giudico ormai chiusa, e non intendo ripetere. È servita a farmi capire cosa non mi interessa della rete.
Ci tengo molto alla mia privacy, anche se la faccenda è sempre più illusoria. Devo oggettivamente dare a chi ha contatti con me alcune indicazioni, spiegazioni, anche una semplice immagine del viso, ad esempio, o il nome. È un fatto di correttezza minima, che cerco di rispettare sui social, ma oltre vorrei non essere costretto ad arrivare.
E poi capitano fatti nuovi, arrivano segnali di vario genere, muta la geografia del comunicare, esattamente sotto i miei piedi.
Ad esempio sono riconosciuto da una persona incuriosita dalla mia costante presenza su un social a supporto promozionale di un museo importante. Ecco che non sono anonimo, mi dico. Anche una semplice foto in bianco e nero è sufficiente a far capire, a chi è interessato a scoprire chi sono, quanto basta per individuarmi. L’incontro, tra le altre cose, mi ha pure fatto piacere, sia detto per chiarire.

Leggo poi indicazioni e consigli su come pubblicizzarsi, sulle modalità per fare di se stessi una marca (un brand), un qualche cosa di commercialmente riconoscibile, per raggiungere più facilmente potenziali clienti. Mi dico, sulle prime, che non è il mio caso. Io che debbo mai vendere? Ma mi sbaglio, evidentemente. Noi siamo il prodotto, ormai è chiaro. La pubblicità ci sfrutta, i nostri contatti e quindi noi stessi abbiamo un peso (importanza)  per chi ci ospita apparentemente gratis.  E allo stesso modo le mie finalità, che sono esclusivamente quelle di comunicare, o di essere letto in quanto scrivo, se non altro per foraggiare la mia vanagloria, devono rincorrere le nuove opportunità, anche se più invasive.

Del resto non posso pensare di scrivere ancora con pennino, cannuccia e calamaio, mi sono adeguato col passare degli anni. Ho quasi disimparato a scrivere con la penna del resto. Quindi non si può dire che non capisca quando è il tempo di passare ad altre modalità di interazione. Ricordo con nostalgia la mia casalinga camera oscura, ma ora la mia fotografia è digitale.

Sentire che i blog ed i link hanno il tempo contato un po’ mi destabilizza. Ma ancora mi illudo sia solo un fatto commerciale. Poi però il ragionamento si sposta ai mezzi, cioè all’hardware ed al corrispondente software, che potrà leggere i vari supporti (senza poter più fare una distinzione netta tra queste due realtà). Ed allora capisco che, se intendo farmi leggere in futuro, dovrò necessariamente adeguarmi.

Sono rimasto molto colpito da un’amica che recentemente ha abbandonato un paio di social, forse provvisoriamente, perché ha capito che non l’aiutano a farsi pubblicare e che, allo stesso tempo, la mettono in una situazione di dipendenza. Impossibile non tenerne conto.
Come è impossibile non tener presente la nuova app di Twitter che permette di mettere in rete, in diretta, video di ogni genere, spaziando in campi dove per ora solo la fantasia era arrivata, con un livello di invadenza nel privato mai raggiunta prima. Se questa opportunità coinvolgerà anche persone del tutto casualmente, solo perché di passaggio, toccando un tasto molto critico sul diritto di immagine di cittadini comuni e non personalità pubbliche, io non so che sviluppi potrà avere.

E poi Google plus, invadente il giusto, che ti collega direttamente col tuo amministratore di condominio, il collega col quale non vuoi spartire i tuoi pensieri, conosce tutto di te e lo sbandiera ai quattro venti, senza possibilità di impedirlo. E infine scoprire che dentro ci sono già persone che non sospettavi. Ecco, non credo di essere pronto per questo mutamento. Sono passato senza troppa fatica attraverso le lusinghe della nuvola, armandomi di memorie di mia proprietà, e conservando tutto il mio lavoro, passato e presente, anche in supporti non in rete. Amo controllare quanto mi riguarda. Non so come finirà con queste ultime sfide. A qualcuna immagino dovrò cedere.

                                                                                                         Silvano C.©                                                                                                                

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domenica 5 aprile 2015

Narciso, Narciso, perché sei tu Narciso?



Ti specchi ancora in quella fonte di acqua pura e trasparente, pensando di essere tu puro e trasparente come lei? Forse sì, Narciso, perché è mito pensare che tu moristi quel giorno, e ti vedo ancora camminare per le strade di oggi, o vivere di gloria effimera.
Cerchi come all’inizio di piacere senza innamorarti mai di nessuna o nessuno. Mi ricordi chi si mise a riflettere sulla situazione e soprattutto sugli abiti da indossare, ma tu pensavi che la situazione non contasse nulla, solo gli abiti ed il loro apparire.
So che non mi vedi, ma non potresti del resto, tu che vedi solo te stesso, e chi ti circonda è vivo solo perché vede te, esclusivamente quando vede te.
Che contano le speranze ed i dolori degli altri, i piccoli ed umani desideri, il lavoro ed il sacrificio? Tu sei Narciso, tu non ascolti neppure l’Eco anche quando riporta le tue parole, eppure la reciprocità è senz’altro una delle radici della vita, ma tu lo ignori. Non esiste lo scambio.

Pensi di vincere, eppure in certi casi è meglio perdere che vincere, dimostrando in tal modo minor superbia e naturale fragilità. Alla fine non si vince mai l’ultima battaglia, e con essa l’intera guerra. Saranno gli altri a decretare la nostra vittoria, Narciso, solo gli altri, e noi non lo sapremo, mai. O forse mai. Ma tu continua pure a specchiarti nelle vetrine, negli sguardi, nelle immagini che ti ritraggono, ormai al passato.

La generazione precedente alla mia, quella di mia madre e di mio padre, non sempre aveva frequentato la scuola. Molti allora non sapevano della tua storia antica, ma conoscevano il senso delle cose, e i tuoi trucchi della mente per loro erano privi di senso. La bellezza, quando la vedevano, era presente, era attrazione immediata, era omaggio e gratitudine, ma era sempre esterna, era incarnata in un’altra persona.

Se qualcuno in quegli anni diceva: “Tu sei il mio idolo, la mia dea”, era il tu che contava, non l’io che esprimeva l’ammirazione.
Ma tu sei Narciso, per te conta l’io. Nell’estremo della vita hai infine capito, raccontano, e ti sei reso conto che era impossibile essere amato da te stesso, e questo ti ha fatto precipitare sino ad arrivare al fiume torbido e scuro, nel quale il tuo riflesso non potevi più vedere. Ultima inaspettata beffa.

A volte abbiamo ancora l’occasione per riparare, prima del nostro momento, ci vuole tempo per riportare alla luce ciò che è stato cancellato, ma ciò non è impossibile, e facendo riemergere il passato che sembrava dimenticato un po’ rendiamo giustizia, anche se non possiamo riparare ogni cosa di quanto, come Narciso, abbiamo sbagliato.

Incapace di sostenere la tua bellezza, perché maschio e non ancora uomo, o forse entrambi. Incapace di capirla, come solo una donna, neppure una femmina, la può intendere, ed usare così nel modo giusto.
Non sei nato per quella bellezza, ma da quella ti fai sedurre, anche quando assume forme diverse. Ora sei tu, Narciso, che puoi scegliere se rinnegare il tuo nome, quello che rappresenta, ed allora, forse, anche tu sarai finalmente amato, amando.

Nel testo minuscoli camei rubati a quanto hanno scritto Michela Marzano, Billie Holiday,  Adele Grisenti, Dacia Maraini e Patrick Modiano, non necessariamente in questo ordine.

“Il narcisismo è associato a varie disfunzioni interpersonali, tra cui l’incapacità di mantenere rapporti sani a lungo termine, comportamenti non etici ed aggressivi” ha spiegato Emily Grijalva, Università di Buffalo, specificando che tocca maggiormente gli uomini rispetto alle donne.

                                                                                                       Silvano C.©                                                                                                                

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sabato 4 aprile 2015

Ultime fiamme libere



Vorrei essere ottimista, non per cieca ottusità o buonismo, e neppure perché mi venga naturale, ma semplicemente perché la ritengo un’arma importante da usare nel mondo, per tentare di migliorarlo. Vorrei esserlo perché, in effetti, non lo sono, e il mio primo approccio solitamente è abbastanza diffidente con le persone e di dubbio con gli avvenimenti e le idee.
Poi, con chi mi sa prendere, e alcuni lo sanno fare, posso anche essere diverso, o apparirlo almeno, immaginare di esserlo insomma, e crederci sinceramente.
Vedere il nero ovunque, come fanno alcuni, non mi piace. Vederlo dove effettivamente c’è è tutto un altro discorso, e le persone che sanno equilibrare con intelligenza il bene ed il male godono di tutta la mia stima, anche se magari a loro io posso non piacere. È tristezza constare del resto quanto cerchiamo a volte chi non ci cerca e non vediamo chi ci cerca, ma questa è una digressione, una riflessione amara e basta.

Io vorrei essere ottimista, dicevo, perché ne abbiamo bisogno, malgrado pure io veda le guerre, l’integralismo assassino che non si può neppure definire religioso, l’interesse dell’un per cento della popolazione mondiale che possiede un terzo o forse più dell’intero pianeta, la disoccupazione e la perdita di diritti che pensavamo ingenuamente fossero acquisiti per sempre, e così via.
Sino a poco fa ho pensato ad un naturale oscillare del destino umano, con periodi di caduta e di tragedia intervallati da altri momenti di speranze e di crescita. In sostanza ho creduto ad un progresso lento verso condizioni migliori, verso una speranza di vita maggiore, verso un allargamento dei diritti riconosciuti ad ogni essere umano. 
Sino a poco fa.
Ora so che se sono attendibili le previsioni di uno studio condotto dall'istituto 'Pew Research Center' di Washington, ogni mia speranza è destinata ad essere un’illusione.
Se si stima che nei prossimi 50 anni la religione musulmana diventerà la più diffusa su tutta la terra, e che pure le altre religioni monoteiste cresceranno notevolmente, seppure in misura minore, io sulle prime posso anche rimanere relativamente tranquillo.
La cosa che mi allarma è invece la possibilità che si riducano sempre di più, in percentuale, gli spazi per chi non aderisce a queste religioni, in particolare per i non credenti.

Poiché ritengo indice di evoluzione umana il progressivo distaccarsi da una qualsiasi fede, l’organizzazione della società secondo principi di rispetto per l’uomo indipendentemente da ogni considerazione religiosa, la piena integrazione ed il riconoscimento dei diritti di ogni membro della società senza differenze stabilite per legge riguardanti il trattamento in particolare di donne ed omosessuali, oltre che ovviamente di ogni minoranza comunque intesa, il sapere che tutto questo è a rischio mi getta nel panico.

Io pensavo che il rigurgito di medioevo che stiamo vivendo in questi giorni fosse destinato a durare un tempo limitato. Ora ho paura invece che stiamo vivendo gli ultimi decenni di libertà di pensiero, dove questo ancora è presente, in attesa dell’oscurantismo camuffato da obbedienza a sacri testi.

                                                                                                         Silvano C.©                                                                                                                

( La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

venerdì 3 aprile 2015

Ape regina


Ichi, ancora piccolissima, appena inizia a giocare con le altre bambine, impara presto ad ottenere ogni cosa desideri. Le viene naturale, istintivo. Ogni suo desiderio è semplicemente un bisogno che le altre devono soddisfare. In cambio però, con chi si dimostra disponibile ad aiutarla, lei smorza ogni sua ostilità o aggressività, che invece mantiene ed accresce in modo regolare nei confronti di tutte le altre.
I genitori prima e le educatrici alle quali è affidata dopo, e che la vedono crescere, non si rendono neppure conto del suo comportamento. Capiscono soltanto che ha un carattere forte, nulla di particolarmente eccezionale o che desti preoccupazioni.

Da adolescente è sempre circondata da un piccolo gruppo di amiche, e sembra poco interessata ai maschi che le coetanee iniziano a vedere con occhi diversi. Ottiene risultati scolastici di eccellenza, viene lodata da tutti gli insegnanti che prevedono per lei un futuro di grande successo e prestigio. Nella manifestazione alla quale partecipa per difendere i colori del suo Istituto, in una gara sulle competenze tecniche e scientifiche, sbaraglia letteralmente tutti i concorrenti delle scuole della sua e delle prefetture vicine, ragazze e ragazzi, indifferentemente.

Alla soglia dei 25 anni Ichi è una donna affermata che controlla una ancor piccola ma molto particolare ed aggressiva agenzia di lavoro. A lei si rivolgono molti uomini e molte donne espulsi dalle società presso le quali erano impiegati, e che non accettano passivamente l’esclusione, come invece fa la maggioranza, arrivando non di rado anche al suicidio.
Lei offre sostegno a tutti, uomini e donne, ma mentre con gli uomini offre un aiuto per così dire standard, di facciata, affidando l’incarico a sue collaboratrici, con le donne è lei a seguire personalmente i singoli casi, e seleziona con cura le sue future operatrici.

L’agenzia O-Saka.Ni-Ichi, in meno di dieci anni di attività, ha iniziato a introdurre in molti posti chiave di varie società donne che si sono formate professionalmente nella sua sede centrale. 
In seguito ha apparentemente interrotto ogni tipo di rapporto con tutte loro, ma in realtà ha continuato a sostenerle in ogni modo lecito e non lecito. Takeshi, in modo molto discreto, ricevendo istruzioni (e sostanziosi compensi) da una misteriosa donna che si fa chiamare Ise, ha eliminato diversi uomini che stavano ostacolando le protette di Ichi, facilitandone così la loro carriera.

Ichi riceve settimanalmente un rapporto segreto da Shun, la sua collaboratrice più efficiente e fedele, che le illustra il livello raggiunto dalla sua rete segreta.
Già da vari anni Takeshi è scomparso, in modo discreto, esattamente come lui faceva scomparire le sue vittime, grazie a Yumi. Il controllo della società e del potere economico e politico non è ancora a livelli accettabili, secondo i progetti di Ichi, ma ormai il tempo che manca al successo finale è sempre meno.
Quando la titolare di un affermato studio notarile cittadino chiede di essere ricevuta da lei per consegnarle personalmente un documento importante è il giorno del suo quarantesimo compleanno. La consegna è formale e rapida, e subito dopo Ichi rimane da sola nel suo studio con una lettera sigillata ancora da aprire.

Le carte contenute nel plico, che risalgono ad oltre quattro decenni prima, parlano di esperimenti genetici, di una modifica operata su un embrione umano femminile, ci sono istruzioni su come replicare quel tipo di modifica e l’invito a proseguire nell’opera appena iniziata. Lei, forse per la prima volta, capisce il suo destino.


Dedicato a Kaori, un’entomologa insoddisfatta, stanca di studiare larve e uova di insetti, mute e lotta biologica, che sfruttando i titoli ottenuti sul campo e pure vari esami universitari che le sono stati accreditati anche per il corso di biologia molecolare sperimentale umana ha ottenuto un secondo titolo accademico ed è entrata come ricercatrice nella prestigiosa clinica universitaria di Osaka. In quel periodo le è capitato di leggere Valerie Solanas, dalla quale è rimasta fortemente influenzata.


Ovviamente devo avvisarti che nulla di quanto qui sopra è scritto ha una benché minima attinenza a fatti reali, sia in Giappone che in ogni altra parte del mondo.

Foto di Caroline Minjolle

                                                                                                         Silvano C.©                                                                                                                

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giovedì 2 aprile 2015

Una logica distorta


Un profilo “di parte” su un social, tutto esclusivamente dedito a propaganda politica pentastellata, può essere considerato attendibile in una sua frase staccata dal contesto anche se apparentemente parte da una protesta molto sentita dal cosiddetto popolo?
Dicendo no mi posso attirare le critiche di chi ritiene che una frase possa essere oggettiva a prescindere?
Per farla breve la frase è questa:         

“Ecco la solita boiata Piddina "Se tutti pagano le Tasse ne pagheremmo tutti meno" Palla!!! mangerebbero ancora di piu!“

Occorre darsi strumenti, regole di lettura e di analisi per capire, e per accettare o non accettare un’affermazione del genere. Poi ovviamente le regole scelte possono essere sbagliate, ed è possibile sempre cadere nell’errore opposto, cioè irrigidirsi per partito preso, dimostrare scarsa onestà intellettuale e negare l’evidenza.
Il fatto però è che occorre fare una scelta, possibilmente logica, ed analizzare sia la frase staccata dal contesto che inserita in un disegno preciso.
Proverò a fare entrambe le cose.

La frase staccata dal contesto
Premessa: “Ecco la solita boiata Piddina.” 
Si parte dall’offesa politica per deridere l’avversario. È il metodo di chi parla di “Renzie” e che fa dell’insulto e del turpiloquio una forma di comunicazione. Noi abbiamo ragione e siamo onesti, voi, e tutti gli altri che non siamo noi, dicono boiate, palle, rubano. Se poi non sono eletti o di potere ma semplicemente elettori sono dei poveri idioti che non hanno capito nulla, e complici.

Concetto deriso e criticato: "Se tutti pagano le Tasse ne pagheremmo tutti meno". 
E’ talmente ovvia la sua correttezza che non meriterebbe spiegazioni, in un paese nel quale una persona su quattro, per essere ottimista, o non paga le tasse o comunque cerca metodi per pagarne meno in modo fraudolento. Chi paga in modo assolutamente certo è solo chi viene tassato alla fonte, fatto salvo che tantissimi onesti ci sono in tutte le categorie, quindi non intendo accusare assolutamente nessuno personalmente. 
Le statistiche sull’evasione e gli studi in merito però esistono, se si vuol leggerli.
Appurato questo è conseguente che se trovassi qualche evasore e lo obbligassi a pagare al mio posto quello che io pago al posto suo io pagherei meno. Cosa non è chiaro nel ragionamento che è pura base della statistica? Se io mangio due polli e tu nessuno, in media mangiamo un pollo a testa. È persino una barzelletta, ormai.

Conclusione: “Palla!!! mangerebbero ancora di più!“. 
In altre parole se ci fossero più soldi che entrano nelle finanze dello Stato, per pagare polizia, scuola, sanità, vigili del fuoco, assistenza agli strati deboli e via continuando, aumenterebbero le occasioni (anzi, è una certezza) di nuovi e più diffusi episodi di appropriazione indebita, furto, intrallazzi e via dicendo.
Non si valuta assolutamente la possibilità di punire chi ruba, manco per idea.
Partendo dalla cronaca quasi quotidiana di politici sorpresi a rubare in mille modi diversi si passa automaticamente al concetto che è così e basta. E se è così, molto meglio non pagare le tasse, come diceva un noto imprenditore sceso in campo tempo fa. Se le tasse sono alte, è lecito non pagarle.
Paghiamo sempre più tasse, ed in parte è sicuramente vero. Però è pure vero che vedo molti vivere troppo al di sopra di quanto posso permettermi io. Case lussuose, auto costosissime, vacanze in luoghi che io non vedrò mai, e un tenore di vita inavvicinabile. Mica vero che tutti paghiamo troppe tasse.
E non è neppure vero che chi ruba poi finisca in carcere, come vorrei, ma come non succede quasi mai. In Germania ci sono molto più evasori che in Italia, visto che i detenuti per tale crimine sono molti di più. (bello come ragionamento, vero?. Peccato che in Germania li stanino sul serio, e non li perdonino o non offrano loro alcuna scappatoia)
Sarà poi vero che ad un aumento delle entrate corrisponda sempre un aumento delle spese? Sì e No. Sì nel senso che ovviamente le entrare servono esattamente per sostenere le uscite (bisogni). Altrimenti neppure le entrate avrebbero un senso. No perché io parto dai bisogni per stabilire anche, ma non solo, ovviamente, la necessità di avere entrate. Impossibile separare rigidamente le due voci. Occorre risparmio nella spesa e riduzione a zero degli sprechi (e delle ruberie), ma occorre anche suddividere in modo equo e corretto il contributo di ognuno. In altre parole non posso pagare solo io anche per te.

La frase inserita in un disegno preciso
Passare alla seconda modalità di analisi diventa molto più illuminante, e si scoprono, per così dire, le motivazioni ben poco nascoste. Quindi occorre perdere un po’ di tempo e leggere un certo numero di suoi interventi politici, eliminando le parole di carattere generale o attinenti a normali rapporti di cortesia.
Il personaggio rappresenta il tipico pentastellato. Diffonde solo ed esclusivamente una certa ottica. Attacca continuamente l’ebetino e gli ebetini che lo votano, e che magari hanno già i loro motivi per criticarlo senza dover aspettare proprio lui, l’illuminato, per capirlo. Ogni scelta politica diversa è fatta in malafede, o da ignoranti. Gli interventi dei vari Di Maio & C sono citati appena possibile come fari di lungimiranza.

Una caratteristica che contraddistingue questo campione di militanza politica, ma in questo occorre dire assolutamente non solo, anzi, in ottima e folta compagnia tra altri appartenenti ad ogni schieramento, è la sua critica-ironia a senso unico, esclusivamente rivolta al fuori il movimento, mai al suo dentro. Nessuna sbavatura nelle idee 5stelle,un passo falso o una scelta discutibile. E se esiste, nasconderla e non farla emergere.
Anche in questo atteggiamento, agli antipodi di una visione oggettiva della realtà, che ha sempre mille sfumature, ci vedo un calcolo scorretto o quantomeno miope.
Per quanto mi riguarda, perché occorre a volte spiegarsi in modo esplicito, io non condivido molte delle scelte attuali operate dal governo. Un solo esempio: la scuola. Praticamente quanto si sta facendo oggi in questo campo è impossibile da accettare passivamente. In particolare quando si tenta di far passare come scuole pubbliche e quindi da finanziare con soldi pubblici le scuole parificate a gestione privata, confessionale e non statale. Altri esempi qui non servono. Cercali sul mio blog, se ti interessa.

Ma poi, io, che ci perdo tempo a fare? Chi me lo fa fare? Tento di discutere con chi mi ritiene un idiota? Devo essere disponibile a capire o a discutere con chi mi insulta? Non ci penso neppure. Lo blocco. Peccato però per chi gli dà corda.

                                                                                                                               Silvano C.©

( La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

mercoledì 1 aprile 2015

La torre

Guardando vecchie foto risalenti all’inizio del secolo scorso dell’attuale piazza Trento e Trieste, a Ferrara, o della piazza Duomo, in particolare quelle che mostrano il Palazzo Municipale – ex Palazzo del Podestà, ex Palazzo Ducale Estense – mi sono chiesto se la torre, all’inizio, c’era o non c’era. Poiché la domanda mi è parsa interessante, ho cercato di trovare una risposta alla mia curiosità.            

Prima di tutto devo chiarire che parlo della Torre della Vittoria, alla base della quale, in una loggia aperta sulla piazza, si può ammirare oggi la scultura di Arrigo Minerbi dedicata alla Vittoria del Piave, in ricordo dei caduti nella prima guerra mondiale.

Per scavare nel passato storico ho dovuto cercare informazioni non solo in rete, ma anche su un testo estremamente interessante, pubblicato in una nuova edizione nel 2009 dalla casa editrice 2G.
Mi riferisco a “Nomenclatura ed etimologia delle piazze e strade di Ferrara” di Gerolamo Melchiorri, ampliato da Carlo Bassi e ancora oggi reperibile nelle librerie.
Secondo il Melchiorri il palazzo originario “dal prospetto indecente” sorse probabilmente nel dodicesimo secolo, coevo della Cattedrale, per ospitare i signori di Ferrara, gli Estensi, prima Marchesi e poi Duchi.
Durante una rivolta delle famiglie ghibelline contro i guelfi il palazzo venne bruciato, attorno al 1310, e riedificato circa sei anni dopo.
Ospitò papi, principi e monarchi. Vi soggiornò anche Francesco Petrarca, e rimase la dimora principale dei signori di Ferrara sino alla rivolta del 1385, quando venne deciso di costruire Castel San Michele, oggi noto come Castello Estense, per difendere meglio gli Estensi dal loro stesso popolo.
Sicuramente nel 1362 esisteva una torre alta circa 54 metri, dove oggi sorge la Torre della Vittoria, ed allora sosteneva il primo orologio pubblico cittadino.
Quando papa Eugenio IV venne a Ferrara nel 1438 fu ospitato in quel palazzo, che pare avesse un ponte che discendeva dalla loggia oggi detta del cavallo sino all’ingresso del Duomo. In seguito vi sostarono altri papi ed imperatori, compreso Federico III che, nel 1452, nominò duca l’allora marchese Borso d’Este.

Questa prima torre citata sopra venne danneggiata da un fulmine nel 1536, e in seguito, nel 1553, ormai poco stabile, crollò definitivamente, distruggendo parte del palazzo con la Cancelleria Ducale ed il Consiglio di Giustizia (qui però occorre ricordare che alcune fonti posticipano la data del crollo al 1570, quando Ferrara venne colpita da uno sciame sismico che durò sino al 1574).

In seguito l’edificio venne ricostruito, ma senza la torre, e questo probabilmente perché nel frattempo la corte estense aveva occupato altri edifici, spostando definitivamente la propria residenza o nel castello o nei palazzi che formavano l’attuale piazzetta municipale e il vicino giardino delle duchesse. Con la cacciata degli Estensi da Ferrara per Modena, nel 1598, il potere papale riprese possesso del territorio e cadde definitivamente anche l’interesse nel ricostruire la torre. Iniziò in quel momento la lenta decadenza della città. 
Per vari secoli quindi, a partire dal 1553, il palazzo di fronte al duomo ebbe un aspetto abbastanza dimesso, se paragonato a quello che era stato.

Solo dopo la prima guerra mondiale, in un momento di grande fervore e di spinta a ricostruire con criteri più moderni la città, (quella che poi venne chiamata addizione novecentista) si mise mano all’edificio che era stato Palazzo Ducale. La ricostruzione della torre risale quindi agli anni a partire dal 1924. Prima il palazzo aveva un aspetto molto più anonimo, come appare ben evidente nelle rare fotografie scattate in periodi antecedenti, e non esisteva alcuna torre. Tra coloro che contribuirono con loro offerte alla ricostruzione, da ricordare Italo Balbo, con 500 Lire, e Renzo Ravenna, futuro podestà, con 200 Lire.
Nel 1924 iniziò così il rifacimento della facciata e per questa ci si ispirò a modelli architettonici trecenteschi ed allo stile gotico, per inserire degnamente il futuro Palazzo del Podestà nel centro del potere cittadino. I caratteri gotici sono evidenti nelle forme delle aperture delle finestre del piano nobile che stanno di fronte al Duomo e dello stesso portale alla base della torre.

In particolare la Torre della Vittoria venne progettata dell’ingegnere ferrarese Carlo Savonuzzi e venne inaugurata nel 1928, rimanendo poi praticamente inalterata sino ai nostri giorni. Nel 1945 il palazzo non fu più chiamato del Podestà, ma divenne Palazzo Municipale.

Nel 2012, il 20 ed il 29 maggio, la torre, come molti altri edifici della città, venne danneggiata dal sisma che colpì varie zone dell’Emilia e fu necessario mettere in sicurezza le sue merlature ghibelline*.

* Nota - La merlatura a coda di rondine, o ghibellina, caratterizzava le fortificazioni e le costruzioni di chi sosteneva l’imperatore ed era in opposizione al potere papale. Riguardo alla presenza di merlature sul palazzo originario edificato nel dodicesimo secolo non ho dati precisi, solo la notizia che in seguito allo sciame sismico che colpì Ferrara nella seconda metà del 1500 il castello venne ristrutturato e le merlature vennero abbattute per lasciare al loro posto le balconate in pietra bianca. Le merlature negli edifici fatti costruire dagli Estensi o da famiglie a loro vicine ed osservabili ancora oggi sono ghibelline nei casi della torre della Delizia di Copparo, della torre di Palazzo Bonacossi, nella Delizia di Fossadalbero. Sono invece guelfe nel Castello della Mesola.

                                                                                                                               Silvano C.©

( La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)



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