domenica 13 novembre 2016

essere tra i fortunati


Quando scende la sera, quando le cose che si dovevano fare si sono fatte, quando diventa più improbabile una novità spiacevole attraverso le vie usuali di comunicazione sembra che una coltre copra ed accolga. È un ritorno al tepore primordiale, quando si è fortunati.
Non tutti però sono fortunati, anzi, sono decisamente pochi.

Se da una notte di agosto il terremoto non ti lascia più in pace, non sei tra i fortunati che possono avere un posto caldo e tranquillo.
Ma non sono solo i terremotati, molte migliaia, ad essere sfortunati. L’elenco potrebbe essere lungo, molto lungo. I tanti che hanno perso o stanno per perdere il lavoro. Tutti quelli che sono stati schiantati da un lutto, ed ancora si chiedono il perché, e dove sta la giustizia.  Chi lotta contro la malattia, ed ha paura, o una tragica certezza. Chi è arrivato da altri paesi non per portare delinquenza o inciviltà, ma solo per cercare una terra dove vivere, e non trova accoglienza. I tanti, troppi poveri, messi al bando dalla società perché giudicati abbastanza inutili, e un peso. Chi ha subito una violenza ed ora, quando scende la sera, si ritrova addosso l’ansia, ed il ricordo.

Uscendo dai nostri confini nazionali quanti sono gli esseri umani che possono dire di vivere una vita degna? Meno di uno su dieci.
Ed allora che cosa ci racconta la pubblicità di un’auto importante e costosa che trova strade sempre libere, di un prodotto che regala l’eterna giovinezza, di una vita falsa e recitata, come se vedessimo le feste in casa altrui nel periodo natalizio senza essere stati invitati? A volte la sera fa scendere anche la tristezza. So che non è una cosa allegra da dire, che sarebbe meglio raccontare una favola consolatoria. Certo che lo so.

                                             chi vuol esser lieto sia
                                                                                                        Silvano C.©   
(La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

sabato 12 novembre 2016

Ho visto i palloncini


Ho visto oggi i palloncini multicolori, di pellicola di plastica metallizzata e multicolore.
Ho visto, molto tempo prima, i palloncini tradizionali, di gomma, sottili e di un solo colore, semitrasparenti. Ho visto quando i palloncini di gomma, sottili e di un solo colore, si sono sagomati, e hanno indossato colori stampati, con linee o disegni.

Tutti questi palloncini hanno da sempre la perfida ma affascinante tendenza a sfuggire dalla mani incaute di chi non sa tenere ben stretto il filo che li lega. E tutti, dopo un po’, se già non sono sfuggiti o non sono scoppiati, lentamente si sgonfiano, e non voleranno più. La magia che li faceva più leggeri dell’aria li avrà lasciati.

Dopo l’allegria e la sorpresa, arriva la delusione e la malinconia, e tutti i palloncini insegnano quello che sanno sul senso dell’effimero usando un linguaggio semplice, immediato e senza manifestare sentimenti.
Non hanno alcuna pietà del bambino che piange perché non ha saputo tenerli stretti, ed ancor meno di chi li fa scoppiare.
La loro vendetta, che è anche lezione di vita, è la scomparsa.

Il palloncino sparisce e lascia l’interlocutore del momento spaesato, sottrae senso e motivazione. Ogni progetto messo in cantiere contando sulla sua presenza subisce mutazione o annullamento.
Il palloncino che vola via non solleverà più nella stanza quella piccola scatoletta, e quello scoppiato lascerà solo piccoli brandelli inutili, e non risponderà in alcun modo alle domande.

Le domande, quelle che verranno e se verranno, avranno risposte diverse da quelle attese. Quali risposte? Se lo sai dimmele tu.

                                                                                                       Silvano C.©   

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venerdì 11 novembre 2016

Hallelujah

E così posso credere o non credere, sono libero di farlo, o forse no, perché non posso impormi di credere a nulla se non ne sono già convinto o non ne ho avuto qualche prova.

Un giorno avrei forse ucciso, o mi sarei vendicato con chi ti voleva far male, con chi non capiva ed usava il suo potere in modo ottuso, senza umanità. Non capisci? Non importa. Capisco io. Questo è il mio diario non segreto; è anche il mio modo per dirmi le cose, per sentire che effetto mi fa scriverle.

Un giorno di tanti anni fa non mi ponevo le domande di oggi, avevo però già paura di quello che avrebbe potuto andare storto. Ho sempre avuto la stupida pretesa di prevedere e prevenire, come se questo fosse possibile.
Partire per una breve escursione con molte cose che si sarebbero rivelate inutili (con un sicuro peso sulle spalle) ma in grado di affrontare una pioggia imprevista, una siccità improvvisa, un fastidio all’unghia del mignolo e la necessità di un ricambio, forse era già nel mio destino.
Un destino comune, per certi aspetti, a quello di tanti altri. Una forma mentale di origini difficili da stabilire. Non posso darne la colpa a nessuno, perché non è una colpa.

Ed allora oggi mi viene da cantare Hallelujah, è il giorno giusto.

                                                                                              Silvano C.©   

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mercoledì 9 novembre 2016

la pasta


Due dischi di biscotto leggero e friabile, una farcitura di crema densa alla vaniglia, una spolveratura su entrambe le superfici di zucchero velo impalpabile, tale da rendere impossibile addentare la pasta senza sporcarsi, almeno un po’, le mani ed i vestiti di dolce polvere bianca.

Quanto sarà durata quella sensazione che pregustava la pasta del giorno successivo dopo la scoperta, quasi casuale, di quel dolce inarrivabile, incredibile, fissato nella memoria? Non troppo, ne sono certo, perché ogni novità ed ogni singolo piacere possono diventare ripetitivi, certo, ma sparisce la sorpresa, sostituita dall’attesa.

Con la sorpresa poi sparisce anche il tempo di quella scoperta, e ne viene un altro, non migliore né peggiore, solo diverso, che si adatta alle mutazioni, le rende naturali e poi supera anche quelle.
Diventa una fotografia, che immortala ciò che è stato, che ogni volta che la si vede riporta ad un altro momento, ma resta una fotografia, non ripete quel momento.

Quando il bambino ti osserva con quegli occhi curiosi, a volte allegri perché per lui quello che ti succede è un gioco, una novità, e non sospetta tutte le tue conoscenze, dovresti un po’ invidiarlo. Forse lo fai già, perché pure tu vorresti di nuovo quel momento, se hai avuto la fortuna di viverlo, e sai che il bambino che è rimasto dentro di te ora ha capito tante cose, troppe, e non ha più alcuna voglia di uscire.

Tu sei quello che vedi o sei quello nascosto dentro? Se sei quello nascosto dentro non deludere il bambino che vedi, aiutalo a prolungare il suo divertimento, e poi nutriti della gioia incontenibile che lui ti può regalare, perché quella a lui non costa, ancora per un po’.
E se ti capita, ma senza esagerare, cercagli i suoi due dischi di biscotto leggero e friabile con farcitura di crema densa alla vaniglia ed una spolveratura su entrambe le superfici di zucchero velo impalpabile.


                                                                                                                            Silvano C.©   

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martedì 8 novembre 2016

La prima volta


Quello che esiste ora, e che domani non sarà più, ha avuto una sua prima volta, nel senso che una modifica nel corso degli avvenimenti ha prodotto la situazione attuale.

È sbagliato probabilmente parlare di modifiche, per quello che ho in mente, e sarebbe più corretto dire di evoluzione di una situazione, di una normalissima sequenza comune nella vita a tutti. La sequenza è diversa nei singoli casi, ma il meccanismo è identico ed ubbidisce alle stesse leggi, che ovviamente mi sfuggono.

L’attesa di ciò che si teme, ma anche di quello che si spera, ha una durata variabile, sia nel primo sia nel secondo caso, e non so neppure se è sperabile che l’attesa si prolunghi o si accorci. Navigare a vista in alcuni momenti è l’unica mossa consentita, l’unica opzione. Quello che sarà tra un giorno, un mese o un anno è imprevedibile, a maggior ragione quando ci si allontana dal presente. Vale la stessa legge di chi si dedica allo studio meteo. Un avvenimento è fortemente probabile, praticamente certo, ma non è verità assoluta.

Dire che mi aggrappo a ragionamenti non logici è un eufemismo, ma del resto so che la logica non mi spiega ogni cosa, anche se mi aiuta in moltissime situazioni.
Ritorno alla prima volta e, lo ammetto, anche all’ultima, che è la sua faccia speculare temporale di verso opposto. Oltre l’ultima si aprono e si chiudono interi mondi o sconosciuti o tanto a lungo abituali. Ed allora scattano l’egoismo, la sopravvivenza, la solitudine, la riflessione sugli errori, la memoria e la fotografia dei momenti fissati per sempre.
Scatta anche la paura, ovviamente, osservata in modo freddo, un po’ distaccato, per esorcizzarla, ammesso sia possibile.

Ed allora mi racconto una favola, mi ritiro nelle parole scritte di un libro, in un profumo e in un viso.

Una bambina, spaventata da un cane che non aveva mai incontrato prima, non preparata a quell’incontro, e vedendolo più grande e più nero di tutti quelli che aveva visto sino ad allora, si avvicinò alla madre, che stava poco lontano da lei, si nascose dietro le sue gambe e le sussurrò piano, perché il grosso cane non la sentisse: atuio…

                                                                                                Silvano C.©   

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domenica 6 novembre 2016

Andar per sacrestie

Se me lo dicevano, anni fa, solo pochi anni fa, non ci avrei creduto.
Eppure ho scoperto che curiosare, chiedere se un interno si può visitare, arrivare da sconosciuti o quasi e solo dopo presentarsi e motivare un po’ la propria curiosità rivela situazioni impreviste ed imprevedibili e fa conoscere in modo diverso altre persone.

A volte ottengo un rifiuto, anzi, questa circostanza occorre sempre metterla al primo posto delle eventualità possibili.
Altre volte invece incontro un’impiegata un po’ stupita della richiesta, perché ritiene di lavorare semplicemente in un posto pubblico e niente di più, e se spiego che in quell’edificio dovrebbe starci una certa stanza particolare prima non capisce, e poi, coinvolgendo tutte le colleghe, lei arriva alla conclusione che quella stanza in effetti dovrebbe esistere, ed essere esattamente quella del direttore, che in quel momento è assente.
Quella stanza però è un ufficio e non è accessibile al pubblico. E tuttavia, nel giro di un minuto, l’impiegata mi fa cenno di seguirla, ha una chiave in mano, mi precede per una scala e poi lungo un corridoio, arriva ad una porta e la apre. Mi invita ad entrare, e mi fa vedere quello che cercavo, che sapevo che avrebbe dovuto esserci, che non avrebbe dovuto essere visibile perché non fa parte di un ambiente aperto al pubblico, e non è neppure un museo.

Quella piccola stanza fa parte della storia, e non è lontana dai soliti luoghi che frequento, e l’ho vista. E sino a pochi giorni prima, prima di leggere un libro, anche io non ne sapevo nulla.

Mi capita poi di passare per una chiesa, e di intravedere una sacrestia. Ci sono un paio di signore che fanno pulizie, chiedo se posso entrare e fare qualche foto, ma non me lo consentono, giustamente. Devo chiedere al parroco. Quel parroco? Quello sempre immusonito?

Passa un mese, e ripasso nella chiesa. Non è ora di messa, solitamente non frequento le funzioni religiose, ma vedo il parroco. Ha l’aria stanca e che sembra dire: stammi alla larga!
Io però sono lì, al massimo mi può dire di no, non mi costa nulla.
Mi avvicino. Chiedo. Non capisce perché è un po’ sordo. Mi spiego meglio e a voce più alta. Capisce tutt’altro. Ripeto la terza volta: sacrestia.
Allora si alza, mi fa cenno di seguirlo, e mi fa entrare. Mi lascia fotografare e non mi chiede nulla. Sposta il suo cappello che stava sul tavolo. Si nasconde dietro la porta quando fotografo la parete con la porta da dove sono entrato.

Anche nelle sacrestie si può entrare, ora lo so. A volte basta solo chiedere.

                                                                                                       Silvano C.©   

(La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

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