domenica 20 novembre 2016

Non voglio morire


Alcuni lo pensano e forse lo pensiamo tutti, almeno per qualche breve periodo: io non voglio morire.
Ed allora una possibilità abbastanza recente che viene offerta a chi non si rassegna è la crioconservazione. C’è stato un caso del quale si parla in queste ultime ore, una tragedia che vorrei rispettare per il dolore che porta con sé, e vorrei pure ignorare tutti i dubbi sulla effettiva probabilità di successo di questo metodo che si affida sulla perfetta conservazione del corpo e sulla capacità futura di richiamarlo in vita dopo la morte.

La questione di fondo per me è una sola, quella che mi importa intendo. Anche io non vorrei morire, ma nel senso di fermare il tempo, cristallizzare la situazione in un determinato momento felice e mantenerlo, cioè far vivere, con me, tutte le persone che mi sono legate. L’idea di potermi svegliare tra 50, 100 o addirittura 200 anni col fisico malato o vecchio che avevo al momento della morte non mi attira per nulla. Ancor meno mi sembra sia desiderabile tornare alla vita dopo che tutti coloro ai quali ero legato sono spariti, assolutamente tutti, e svegliarmi ad esempio oggi dopo essere morto, supponiamo, ai tempi del congresso di Vienna. Ma che ci farei? Io, vissuto ai tempi di Napoleone, ora cosa potrei fare? Il fenomeno da baraccone o che altro?

Alcuni mi riterrebbero un egoista, e non credo mi vedrebbero con simpatia. Per altri sarei un intruso, per tutti un disadattato, da rieducare, forse, o da rinchiudere in una struttura protetta per impedirmi di farmi male da solo. Non saprei nulla di tutto quello che è cambiato nel mondo, avrei idee antiquate, e sarei assolutamente solo. Nessun parente e nessun amico, nessun collega, nessun vicino, assolutamente nessuno. Ma che senso avrebbe tutto questo?

Anche io non vorrei morire, però… però non così.

                                                                                                                   Silvano C.©   

(La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

giovedì 17 novembre 2016

cioccolato


Il tempo del cioccolato va da Natale a Pasqua, ci hai mai pensato? Magari per i golosi comincia ben prima di Natale, certamente è con i primi freddi che il fondente smette di fondere, quello più delicato almeno, e che si può conservare per un po’ nella dispensa di casa, nel cassetto, dietro quello sportello, nel mobile della cucina o del soggiorno.
Il cioccolato assume mille forme, ed esattamente come il diavolo sa tentare in tanti modi. I bambini, di solito, lo adorano, e gli adulti, ricordando che sono stati bambini, anche. Col cioccolato si possono costruire castelli fantastici e nascondervi cavalieri dolcissimi e dame dai gusti sublimi. Nel cioccolato si può celare un liquore, un piccolo frutto, una sorpresa o, semplicemente, solo il suo cuore tenero. Il cioccolato viene rubato dagli scaffali per coprire una mancanza, ed allora diventa malinconico, perché capisce che non è per tutti, come tutte le cose belle della vita, ma è riservato solo ad alcuni.

Non è che sia veramente un lusso, ma un po’ esclusivo lo è. Chiede di non essere consumato in eccesso, vorrebbe conservare il piacere che sa donare per poter continuare a farlo, senza arrivare al senso di sazietà e quasi di noia dato dall’opulenza. Un piacere si apprezza maggiormente se non se ne abusa, e lui vuole restare un piacere, anche per gli occhi, non solo per il palato. Ed allora si veste di colori, di confezioni trasparenti o di scatole di metallo, si nasconde in orsacchiotti e anche in tanti dolci, sapientemente suddiviso in piccoli pezzetti.

Sa invitare senza far nulla, fa salivare prima che tu lo assaggi, è sapiente ed un pò erotico, e in certi negozi particolari ama essere servito da gran sacerdoti, da gioiellieri, da compassati e seri commessi che ti guardano un po’ dall’alto in basso. Fa timore, a volte.

Quando viene di nuovo la bella stagione il suo tempo volge al termine, e si sente umiliato ad essere offerto come un qualunque genere alimentare a scadenza ravvicinata. Non è giusto, ma la vita è così. Non è un omino di neve, certo, che si squaglia col primo sole tiepido, ma anche lui non ama il caldo. 
Il caldo lo vuole donare, vuole compensare il bel tempo che è stato e che vorremmo che tornasse, non gli piace competere col caldo vero quando arriva. In quel caso si ritira, per un po’ scompare quasi anche dalla nostra fantasia e dai nostri desideri, e sa che deve aspettare un altro anno, un altro inverno da riscaldare.
                                                                                           Silvano C.©   

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mercoledì 16 novembre 2016

parole


Il bisogno di comunicare esce dal corpo, dove si è generato, e non si può trattenere in alcun modo. Se non trova sfogo produce effetti psicosomatici che alla lunga sfociano in patologie serie, conclamate, devastanti ed alienanti.
La solitudine potrebbe esserne una causa o un effetto, anche se occorrerebbe iniziare a definire i campi interessati dalla solitudine, a indagarne tutti gli aspetti e combatterne la sua presa di potere.

“Se ora non ti posso dire quello che ho in mente, se non posso arrabbiarmi con te, se non posso litigare o sorridere di qualche battuta che ci sto a fare?” verrebbe da dire. Se nessuno sente la voglia di ascoltare le parole o leggere quello che scrivo allora parlo al vento e scrivo sulla sabbia, ed ogni altra considerazione perde valore.

Tuttavia i pensieri neri, è noto, non portano da nessuna parte, ed occorre reagire, trovare un senso anche quando è difficile, o almeno imparare a fingere. Esattamente come si può fingere di trovare sostituti alla gelosia che vuole tenere per sé quello che sarebbe più saggio condividere.

Sembra uno scontro tra correnti liquide, perché ora l’immagine che mi viene alla mente è quella dell’incontro tra le acque del Rio Negro e quelle del Rio delle Amazzoni. Per chilometri scorrono vicine senza mescolarsi e poi, costrette, cedono. Così si resiste a lungo magari, e poi si cede all’evidenza, alla realtà, agli eventi che non aspettano ma vanno avanti indifferenti.

Rimane in ogni caso la spinta a comunicare, in ogni forma possibile. Chi lo fa con le parole pronunciate e chi con lo scritto, chi col corpo e chi con le azioni che a volte diventano arte, o anche solo artigianato, ma restano sempre parole trasformate in materia plasmata, costretta a seguire la mente, a parlare per conto suo.

E poi, per concludere questa inutile riflessione, il gioco eterno del dire e non dire, del mascherare, del lasciare all’immaginazione, dell’usare una maschera per ogni situazione, ma, sempre, in ogni caso, tentare di comunicare.
                                                                                                          Silvano C.©   

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martedì 15 novembre 2016

la Luna, stanotte



                                                                                                         Silvano C.©   

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lunedì 14 novembre 2016

Ferrara, mezzanotte del 23 agosto del 1499


Ercole I d’Este era duca della capitale estense da poco più di ventotto anni   la mezzanotte del 23 agosto del 1499, e per quell’ora precisa era previsto che Marte sarebbe stato nascosto dalla Luna.
A Ferrara probabilmente non associarono all’evento attenzioni speciali, anche se già il predecessore di Ercole, Borso d’Este, nel 1469, aveva fatto affrescare la sala maggiore di Palazzo Schifanoia con raffigurazioni dei mesi dell’anno indicati con i rispettivi segni zodiacali, a dimostrazione che l’astronomia-astrologia era un interesse comune ai signori della città.

La particolare disposizione planetaria nel nostro sistema solare sembra però essere stata di aiuto ad Amerigo Vespucci, che in quel momento si trovava in Venezuela, per poter risalire all’esatta longitudine della sua posizione sul nostro globo terrestre.
Intuizione del navigatore, fortuna di avere a bordo le tavole astronomiche, posizione di Ferrara su un particolare meridiano e forse altro ancora contribuirono a determinare la longitudine del Venezuela.

Ora non ho certezza che gli avvenimenti siano andati veramente così, forse è leggenda o forse no. Sicuramente ha contribuito il diario di Vespucci a far nascere questa storia, che per alcuni non è del tutto attendibile, ma la curiosità rimane.

La storia documentata da fonti certe dice che a Ferrara, in quel periodo, erano già stati accolti gli ebrei sefarditi in fuga dalla Penisola Iberica, che aveva preso corpo l'Addizione Erculea e che Ludovico Ariosto si accingeva ad assumere incarichi importanti per il ducato estense, nell’attesa di far conoscere il suo Orlando Furioso, che in questi giorni viene ricordato dopo 500 anni dalla sua prima pubblicazione presso il Palazzo dei Diamanti.

                                                                                                       Silvano C.©   

(La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

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