venerdì 16 giugno 2017

Una parola che odio




Cerco di pronunciarla poco, ma ogni tanto devo. Quando la pronuncio a volte spiego che non mi piace, ma non sempre. Spesso lascio correre. È noioso ripetere troppe volte lo stesso concetto, in particolare se ho la vaga impressione che possa non essere inteso come lo intendo io.

La parola è cimitero.

Da quando tu riposi al cimitero io trovo l’espressione odiosa e fuorviante, pietosa al limite dell’inganno, volutamente consolatoria ma per nulla oggettiva. Nessuno riposa al cimitero. Io riposo a letto. Tu riposi all’ombra di un olmo. Lei riposa stesa sulla sabbia in riva al mare. Noi riposiamo dopo una giornata faticosa. Voi riposate la mente dopo troppa concentrazione. Essi riposano tranquillamente dopo una mattinata di giochi. Ma nessuno pensa di andare a riposare al cimitero.

Sino ad alcuni mesi fa per me era diverso, Viz, non ci stavi tu in quel non luogo per eccellenza. Nei cimiteri ci entravo con maggior leggerezza e senso di pace. Sentivo a volte gratitudine per alcuni che avevano lasciato in quel luogo i loro ultimi resti. Mi sentivo anche bene con me stesso. Ci andavo volentieri, mentre tu non ne hai mai subito il fascino. Amavi tantissimo tuo padre, ma non sei mai andata sulla sua tomba dopo che lui è morto. Per te era giusto così, quindi era giusto e basta. Era una tua libera scelta. Tuo padre non l’hai scordato, credo, un solo giorno da quando se ne è andato.

Stamattina sono tornato come faccio d’abitudine a ritrovarti per un breve saluto, se si vuole pietosamente definire così, ed ho capito finalmente una cosa che mi covava dentro da un po’. Troppa pace voluta. Troppe statue dal viso rilassato, al massimo piangenti. Angeli in preghiera, altri simboli dettati da una nostra convenzione o da una nostra convinzione, ma nulla che potesse tradurre quello che ruggiva dentro di me.

Nessun segno di rabbia, di protesta, di dolore non accettato, di rifiuto, non dico della morte ma di un destino che non si è capito.

Ecco. Nel cimitero io oggi volevo vedere la rabbia di chi ha dovuto lasciare la vita troppo presto, di chi ha abbandonato i propri cari e non ne aveva alcuna intenzione. E avrei voluto vedere anche qualche segno, sempre di rabbia, da parte di chi è rimasto, da parte di chi non ha accettato tranquillamente perché, in ogni caso, noi dobbiamo accettare il nostro destino.

Io lo accetto il mio destino, sia chiaro, non mi posso opporre, ma lo farei volentieri. Quindi accetto il tuo destino, non avendo il potere di mutarlo, ma non mi si chieda di approvarlo. Mi sento tradito e derubato. Ti hanno tradita e derubata. Ti hanno impedito di vivere cose che avresti voluto vivere, di mangiare un piatto che avresti gradito, di vedere una persona che ti stava simpatica, di ritornare in un luogo a te caro, di finir di leggere quel libro che hai dovuto interrompere, di risentire ancora la mia voce, o quella di tuo figlio.

E non mi si dica che tu sei qui con noi. È vero. Lo sei. Ma non in quel modo che vorrei e secondo me sarebbe giusto. Provo solo rabbia per tutto questo, oltre che odio per quella parola impronunciabile.



                                                                        Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

1 commento:

  1. il dolore non è lì,
    il dolore è qui.

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