domenica 18 giugno 2017

un vento, per dirla con eufemia




La mattinata intera Annibale Annibali la trascorse correndo trafelato da un ufficio all’altro per risolvere un problema di attribuzione indebita (secondo lo scrivente) di una parte della sua pensione che gli era sufficiente appena per vivere e passare un po’ di soldi ai due figli, entrambi sposati e con figli a loro volta ma con lavori precari e sottopagati. Senza il suo aiuto loro avrebbero faticato a vivere dignitosamente, e certamente non avrebbero avuto la possibilità di vedere il futuro in modo meno nero.

Verso le tredici, lontano da casa e con un appuntamento già fissato per le quattordici che avrebbe dovuto essere risolutivo, col capufficio e responsabile dell’amministrazione e dell’applicazione corretta di ogni norma (manco fosse il Vangelo), decise di mangiare nella prima trattoria alla mano che non proponesse pizzette, insalatone, megapanini con bibita allegata obbligatoria, kebab o piatti etnici. Ne trovò una che appena entrato quasi lo stese al pavimento per l’odore di fritto che sembrava gelatina sospesa nell’aria. Ma in fondo quell’odore gli ricordava in parte certi piatti che da piccolo gli preparava sua nonna, e decise che quel posto andava bene. Oltretutto iniziava a far tardi.

Mangiò col nervoso, quindi mangiò tanto, di tutto, e molto male. Eppure i piatti, malgrado l’odore stagnante un po’ repellente, non erano malvagi ma solo molto difficili da digerire. Uscì appesantito ma intenzionato a chiarire di lì a una ventina di minuti la sua situazione. Aveva un documento che avrebbe potuto ribaltare la situazione a suo vantaggio ma che nessuno, in tutta la mattina, si era degnato di cercare di capire.

Arrivò puntuale, anzi, con quasi dieci minuti di anticipo. Lui era fatto così. Al solito fu fatto accomodare, e, come si aspettava, gli venne detto che avrebbe dovuto aspettare il suo turno probabilmente più a lungo del previsto. Si decise di stare tranquillo, prima dell’incontro, e pensò a cose piacevoli, come vacanze, balletti teatrali, amici e donne. Attese a lungo, e si sforzò di non protestare quando il ritardo divenne di oltre trenta minuti.

Finalmente fu ammesso nell’ufficio-sala-serra-soggiorno del capufficio, ed iniziò ascoltando lo sfogo immancabile di quell’uomo che deteneva in quel momento il potere su di lui. Voleva apparire umano, disponibile, aperto nel cercare ogni soluzione possibile nell’interesse del cittadino. Usò la parola cittadino almeno dieci volte in tre minuti, e nove volte la parola regolamento. Poi, quando fu il suo turno, Annibale espose il suo caso, riuscì a tirar fuori dalla cartelletta il documento che riteneva risolutivo e ad appoggiarlo sulla scrivania all’attenzione del potere.

La razione del capufficio lo lasciò esterrefatto. Questi lesse con evidente attenzione tutto il foglio, fronte e retro. Controllò le intestazioni, il destinatario e le firme in calce, oltre alla data ed al luogo di emissione: Roma.
Dopo averlo analizzato in tal modo però uscì col discorso più assurdo che Annibale si sarebbe mai aspettato di sentire con le sue orecchie.

Il documento dimostrava, senza dubbio alcuno, che il pensionato aveva perfettamente ragione, e che non avrebbe dovuto subire alcuna decurtazione della sua pensione, tuttavia il fatto stesso che il documento esistesse dimostrava anche che in un altro ufficio, maggiormente competente di quello che aveva scritto quelle parole a favore del cittadino, un altro funzionario, evidentemente più qualificato, aveva pensato che la decurtazione era corretta, senza peraltro fornire, nella breve facciata senza retro che aveva stilato a sua volta, alcuna spiegazione né aver citato alcun elemento concreto o articolo o norma a sostegno del suo parere negativo.  

Il capufficio quindi concluse che, malgrado il pensionato davanti a lui avesse diritto a godere dell’assegno intero, la trattenuta che gli era stata annunciata avrebbe continuato ad essere applicata. Lui non avrebbe avvallato un provvedimento che, malgrado fosse non solo giusto ma anche logico, sarebbe stato in contrasto con un parere fumoso di un collega sulla carta più competente. E lo congedò.

Fu scendendo le scale col morale a pezzi e il nervoso a mille che Annibale non si trattenne. La fece silenziosa, lunga, liberatoria, interminabile e mefitica. Al suo confronto una decina di fialette di acido solfidrico sarebbero sembrate Chanel di un numero qualsiasi. Uscì dall’edificio mentre la sua scoreggia poco a poco occupava ogni spazio aereo a disposizione, penetrando anche nel circuito di aria condizionata. Tempo dieci minuti e l’intero stabile di quattro piani venne evacuato. Ogni impiegato dovette lasciare il lavoro che stava facendo. Per errore venne bloccato anche un server che controllava tutti i computer di quella sede e quando, oltre due ore dopo, venne riacceso, la pratica di Annibale venne semplicemente ed automaticamente inserita nel database delle richieste accolte.

Il mese successivo il pensionato ricevette la sua pensione intera, con gli arretrati indebitamente sottratti del periodo precedente.


                                                                        Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

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