sabato 4 febbraio 2017

Train de vie

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Allora, vedi che alla fine ci andiamo?

Già, quando giravamo col camper ci abbiamo solo girato attorno. Abbiamo visto quasi tutto della Francia ma non Parigi.

È arrivato il momento, anche per noi, finalmente. Io ci sarei andata in aereo, sarebbe stato tutto più semplice, e anche più economico. Avevo trovato un’offerta incredibile, tu che non vuoi mai far nulla in rete. Ma è solo prenotando così che ora abbiamo trovato quel bellissimo e grazioso albergo a pochi isolati dalla Gare du Nord.

Va bene, ho capito. Vuoi far pesare qualche cosa? Lo sai. Io ho paura di volare. E poi avrei preferito andare in auto. In ogni caso ok. Hai fatto tutto tu. Ho detto nulla quando mi hai fatto vedere il progetto e la spesa? Non pensavo ci saresti riuscita.

Lui mi ha dato una mano, all’inizio. Ma poi è facile. Sei solo tu che insisti con quel cellulare che tra un po’ nessuna compagnia di telefoni neppure vorrà prendere in considerazione.

Io penso che in fondo non mi dispiace quel viaggio. È come tornare ai primi tempi, quando vedevamo le principali città italiane arrivando col treno, e portando con noi solo una valigia. Prima che nascesse lui, quando eravamo più liberi. In fondo ha atteso tanto la pensione, troppo, l’abbiamo aspettata entrambi, ed ora possiamo finalmente iniziare a godercela assieme.
Se penso a quante cose ci dicevano che sarebbero andare storte, e che sembravano andare storte...

Non continuare fare la furba. Solo pochi anni fa neppure col computer ti sapevi muovere. Pensavi che potesse esplodere. E poi di spiace quando andiamo nel nostro appartamento a Ferrara? È diventato bello, no? E poi quelle piastrelle del pavimento, alla fine, avevi ragione tu, lo ammetto. Sono belle e si sporcano poco, e se si sporcano si nota meno. Non dirmi che non ti piace restare in città qualche giorno, andare a trovare i miei amici e mangiare da Giuseppe.

No, Giuseppe mi è sempre piaciuto, lo sai. E mi piace passare qualche giorno a Ferrara, solo che devi piantarla di correre ed avere fretta di fare tutto. E di camminarmi sempre due metri davanti, o di non aspettami quando mi fermo a guardare un negozio. È una cosa che odio. Esattamente come quando metti mano nelle mie cose. Ma mettiti a posto le tue, che io non ci vengo a dirti come sistemare tutte quelle scatole e quella confusione che hai su.

Non ricominciamo. Avevi un armadio dove non potevi far entrare più nulla, che ancora un po’ e scoppiava, o si rompeva il sostegno porta-abiti.

Tu lascia stare le mie cose. Quando ho tempo le faccio. Ho lavorato sino a pochi anni fa, e poi con gli ospedali, tra dentro e fuori è stato un calvario. Lo hai scordato? Ho avuto la convinzione di non farcela. Non te lo volevo dire, ma l’ho pensato. Sapevo che non avrei superato quelle ultime cose. È stato una specie di miracolo, credo. Ancora non mi sembra vero, ed io ero arrivata al limite. Non so neppure come siamo arrivati a quel medico, che ha affrontato i problemi uno dopo l’altro, ed è riuscito a spuntarla. Ho un controllo tra due mesi, ma mi sembra di essere rinata.

Già. Lo so. Io non vivevo più. Poteva andare in modo molto diverso. Tutti i giorni si legge o si sa di tante persone che non ce l’hanno fatta. Ho i brividi quando ci penso. Adesso però voglio andare in cantina. Devo finire quel cassetto nel mobiletto che porterò a Ferrara, al ritorno. Quando abbiamo il treno, domani?


                                                                             Silvano C.©  
 (La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

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