giovedì 1 ottobre 2015

Enti immaginari




In matematica, attorno al 1500, qualcuno decise di accettare i numeri immaginari e di trattarli quasi come tutti gli altri numeri, i numeri naturali ad esempio, cioè quelli che si imparano tra i primi, da bambini. Con tale accorgimento, seguendo di fatto una via apparentemente poco logica, si fece un passo avanti notevole nella soluzione di problemi che, sino a quel momento, sembravano insolubili.

Questo dovrebbe far capire meglio cosa significa utile o inutile, in tutti i campi, e rendere almeno un po’ più difficile asserire che il latino non serve, che con la cultura non si mangia o che l’Accademia della Crusca è un ente inutile (sicuramente immaginario non è, e per fortuna è rimasto).

La logica che fa diventare importanti costruzioni immaginarie rende ragione - ed è quello il motivo che mi ha spinto ad approfondire questo tema - alla complessità.
Oggi ogni cosa è complessa, a volte inutilmente o furbescamente complessa, ma necessariamente complessa. Ci dobbiamo fidare ed affidare ad altri sempre con maggior frequenza, non se ne esce.

Da ragazzino potevo raccogliere parole e musica con un registratore a nastro e capivo abbastanza bene che il suono entrava in un microfono, ne usciva attraverso due fili, in modo analogico, entrava in un circuito che non capivo ma poi ritornava di nuovo per arrivare ad un altoparlante, costruito praticamente allo stesso modo del microfono, solo con parti di dimensioni diverse. Io questo lo capivo, come capivo il giradischi, la puntina ed il disco. Ed in effetti con cavetti e spinotti ci facevo molte cose, non mi facevano paura.

Ora non posso più. Se mi azzardo a toccare qualche cosa di digitale un software geloso si arrabbia, e mi blocca. Se insisto rischio di dover ricomprare tutto l’hardware, o di dovermi rivolgere ad un esperto. Lo stesso vale con l’automobile e le sue innumerevoli centraline, e persino con le lampadine. Le nuove infatti a volte sono incompatibili con i vecchi impianti.

In tutta questa corsa alla complessità si nasconde sempre di più il controllo esterno che, in ogni caso, non possiamo evitare. E tutti i comuni mortali devono, per forza di cose, conoscere solo una parte dell’enorme puzzle nel quale viviamo. Nessuno, neppure il meglio intenzionato e volonteroso, può dire di conoscere completamente la realtà che lo circonda.
A livello politico, che rappresenta il massimo della nostra partecipazione sociale, dobbiamo necessariamente fare affidamento su persone delle quali ci fidiamo per i mille aspetti che noi non potremo mai approfondire neppure in 10 vite. L’ecologista, ad esempio, non può conoscere direttamente i problemi dell’assistenza agli anziani, della tassazione dello zucchero, del consumo di un trattore, della compatibilità degli alimentatori, delle norme sulla libera circolazione, delle unioni civili, dell’integrazione dei sinti, dell’uso e delle funzioni di una smerigliatrice industriale, del vantaggio o meno di aprire una nuova farmacia a meno di 500 metri di una già esistente e, in fondo, neppure di come si può riparare un paio di scarpe.
Lo stesso poi vale non solo per l’ecologista, ma per ogni declinazione possibile della parola cittadino.

Io uso un PC, so che spingendo alcuni tasti ottengo un certo risultato, molto oltre non vado, con grande gioia della mia assistenza tecnica che di tanto in tanto ha il piacere di vedermi. Ed il PC non è una cosa immaginaria, non penso neppure che dentro ci siano nanetti che lavorano molto velocemente. A me basta che esegua i comandi per le mie necessità, sperando che non lavori troppo a mia insaputa.


                                                                                                        Silvano C.©   


(La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

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