giovedì 10 settembre 2015

Una famiglia




Quanto dolore inutile, incomprensioni, egoismi, chiusure, dispetti e vere e proprie violenze, anche se non fisiche.
Io non so, dopo anni, tantissimi anni, se abbia un senso riflettere su comportamenti che si sono tenuti addirittura durante l’adolescenza o nei primi momenti di età adulta. Io uso questo spazio per riflettere, a volte, e a me serve, non poco. Mi rivedo tornare indietro, costretto dalla macchina del tempo a ripetere quelle azioni, a ridire quelle parole o a risentirne altre, a pensare le identiche cose.  E non posso modificare nulla, in alcun modo. Non posso chiedere scusa neppure di un grave torto, che ora scopro aver commesso. Non serve dire che alcune cose le capisco solo ora, perché così implicitamente ammetto che quando sarebbe stato il momento io pensavo solo al mio ombelico, non agli altri, a chi mi stava attorno.

Neppure le viltà e le cattiverie altrui sono una giustificazione, e ci sono state, è chiaro, come le mie. 

Ma tu perché non ti siedi a tavola con noi a mangiare, invece di stare sempre in cucina, cosa ti abbiamo fatto? Non appoggiare la testa sulla poltrona in quel modo, si sporca tutta, metti sotto un asciugamano. In bagno l’hai fatta fuori. Neppure quello sai far bene? Se non era per colpa tua noi qui non ci venivamo. Avremmo preso un appartamento all’ultimo piano, senza quelli che ci camminano sopra la testa, adesso, ed io ho mal di testa, non ce la faccio più. Tu inviti i tuoi amici ed io devo andare a dormire sul divano. Ma perché intesti la casa a nostro figlio e non a me, perché io no? Tu stattene nella tua stanza, non ti voglio più vedere in cucina. Solo lui mi ha accettata, anche se poi dopo quella operazione non ero più la stessa. Noi abbiamo lavorato, ci siamo massacrati di fatica, e i tuoi cosa ti hanno dato, ti hanno fatto uscire di casa con le pezze al culo, e basta. Perché mi avete fatto nascere? Io non l’ho chiesto. Io resto con loro, so che è importante, e quando non ci saranno più saprò che loro hanno avuto questi momenti. Andiamo tutti assieme a pranzo domenica, tu, tua moglie, lui e la sua? Perché no? Noi ci siamo sacrificati, tuo padre quasi muore cadendo da quella impalcatura. Non aver paura, anche tu troverai la tua strada, non star male per questo. Tu ascolti solo i genitori degli altri, non noi. Solo gli altri sanno fare le cose come si deve. Lui resta con noi, tu te ne sei andato. E lui ha più bisogno di te. Perché non telefoni? Cosa ti abbiamo fatto? Non spostare tutte le cose quando torni, questa è casa nostra, non casa tua. Non mangiare in quel modo, dai fastidio, piantala! Passa tutto il tempo in giro, e noi lo manteniamo, e per colpa sua ci siamo rovinati. Ecco, prendi questi soldi, credo che ti aiuteranno. È giusto che siano tuoi. Sei un egoista, lo sei sempre stato. Tu devi sparire, non ti voglio più vedere.

Che dire adesso? Nulla, assolutamente nulla. Nulla a chiarimento di frasi scolpite nella memoria, che andrebbero ricoperte almeno di umana pietà, ricondotte al sentimento vero e sincero che ci stava dentro, malgrado l’apparenza dura. Ma qualcuno ha sofferto per ognuna di quelle parole, a volte per anni, perché un po' se le meritava, ma non sempre.
Invece una cosa va detta. Tutte quelle parole non sono state inutili, sono state il cemento di una famiglia, un cemento strano e malgrado questo resistente, nel tempo.
Ed ora molto si stempera, si diluisce, mostra che sotto la superficie c’era altro, molto altro, che rimane, unito ad un tardivo senso di gratitudine, solo in parte manifestato

                                                                                                        Silvano C.©   


(La riproduzione è riservata ma non c'è nessun problema se si cita la fonte, grazie)

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